PER DELLE RIVENDICAZIONI DI CLASSE SUL TERRENO DI CLASSE – Il marxismo e la “questione fiscale”

Dopo un molto opportuno silenzio durato quasi tre mesi, probabilmente dovuto alla necessità di seguire gli operai della logistica impegnati in battaglie ben altrimenti concrete, il Pungolo rosso è tornato alla carica sulla “questione fiscale” pubblicando un documento intitolato “Per una piattaforma di classe sul terreno fiscale”, firmato Tendenza internazionalista rivoluzionaria (TIR).

Innanzitutto, rileviamo con soddisfazione che il documento mostra un evidente cambio di registro comunicativo – al netto di poche, banalissime “etichette” riferite ai critici, di scarsissima attinenza ma di sicuro effetto per i meno avveduti. È persino apprezzabile nel documento la rinuncia ai precedenti maldestri tentativi di legittimare la proposta della “million tax” con le riflessioni di Marx e di altri maestri. Registriamo dunque, questo cambio di passo formale, che ci conforta circa l’opportunità del nostro precedente intervento sulla questione.

Il nuovo documento, sfrondato da citazioni e intemperanze, rende certamente più chiara la sostanza politica sottostante alla rivendicazione della patrimoniale del “10% sul 10% dei più ricchi”, proprio per questo non possiamo fare a meno di esprimere ancora più decisamente il nostro totale disaccordo in merito ai contenuti.

Nel rimandare i lettori allo scritto Il marxismo e la “questione fiscale”[1], che fornisce abbondanti risposte a tutte le questioni che il nuovo documento della TIR ripropone in forma meno “temeraria”, ci preme evidenziare, per amore di chiarezza, un paio di inesattezze e di contraddizioni nell’ultimo documento.

Nel documento si afferma che:

Tra i poteri dello Stato c’è il potere fiscale, che poggia anche sul suo monopolio della violenza (se non paghi, ti può prendere quel che hai, e anche mettere dietro le sbarre).

In questo passo non è ben chiaro a chi si rivolgano gli autori, certamente non al proletariato, in quanto essi certamente sono al corrente del fatto che il salario dell’operaio subisce la trattenuta fiscale prima che finisca nelle sue tasche, quindi, non potendosi esimere dal pagarle, non rischia di subire la violenza dello Stato, almeno in questa circostanza. La piccola, media e grande borghesia rischiano decisamente di più, ma hanno anche la possibilità concreta – ed è noto quanto se ne abusi in Italia – di ritoccare al ribasso i propri redditi reali.

Nel documento si scrive:

Ai grandi proprietari immobiliari è stata regalata la “cedolare secca” del 20%!

Rettifichiamo: la cedolare secca del 20% non riguarda esclusivamente i “grandi” proprietari immobiliari (probabilmente per un refuso gli autori hanno trascurato di evidenziare in grassetto anche la parolina “grandi”) ma anche una buona parte di quelli piccoli, anche quelli che non fanno parte della schiera di ricchi quantificata dalla TIR con il famoso 10%.

In effetti uno dei problemi della TIR è quello di soffermarsi sul 10% degli alberi, non evidenziando che il restante 90% della foresta sociale, specialmente in Italia, non è composto di soli proletari ma anche da piccola e media borghesia, da parassitismo sociale, da numerosi strati sociali intermedi fra proletariato e borghesia la cui esistenza è garantita dal plusvalore estorto alla classe operaia, la classe sfruttata. Nella sua battaglia di classe però il proletariato non si contrappone solamente al 10% “più ricco” (peraltro definito sulla base del reddito che la piccola, media e grande borghesia dichiara di possedere), il proletariato si contrappone al 100% del capitalismo e dei suoi sostenitori cointeressati.

Il documento prosegue affermando che:

Alla piccola e media borghesia con partita IVA il governo Salvini-Di Maio ha regalato la flat tax al 15% fino a 65.000 euro.

Ci chiediamo se questa piccola e media borghesia con partita IVA che arriva ai 65.000 euro faccia parte del 10%, e quindi debba essere “castigato” dalla million tax, oppure del 90%, e più in generale che ruolo abbia la parte non-proletaria di questo 90% nelle abili manovre tattiche che la TIR sta escogitando per “rafforzare” il proletariato. Il nostro timore, già espresso, è che il senso di queste “manovre” consista nell’idea di fondere il proletariato nel calderone di questo 90%, rappresentato indistintamente come parte “sfruttata” della società, in un “fronte” la cui direzione e i cui interessi sociali certamente non potrebbero corrispondere, presupposti gli attuali rapporti di forza, a quelli della classe operaia.

Mentre la TIR lavora alacremente alla sua proposta politica ribadiamo con forza quanto detto precedentemente nel nostro opuscolo, e senza cambiare una virgola:

“L’unica via per il rafforzamento della classe operaia è nella lotta, dura e senza paura, per i suoi obiettivi: aumenti salariali, riduzioni dell’orario a parità di salario, riduzione dei ritmi e dei carichi di lavoro, sicurezza e salute sul posto di lavoro, revoca delle restrizioni alla libertà di sciopero, lotta alle discriminazioni salariali legate alla cittadinanza, lotta contro la legislazione anti-operaia, detassazione del salario. Solo la lotta per adeguare il salario al valore della forza-lavoro può ridurre la quota di plusvalore complessivo nelle mani della classe capitalistica, non lo scambio delle proporzioni fra quella parte del lavoro non pagato che si divide in tasse sul salario lordo e in imposte sui patrimoni, non la banale riforma fiscale.”

Il proletariato deve continuare a lottare per gli aumenti salariali e battersi contro l’aumento delle trattenute fiscali in busta paga senza prestare troppa attenzione a chi crede che sia compito della classe operaia far tornare i conti dello Stato borghese. Chi propone simili “piattaforme” coltiva l’illusione n° 1 che la spesa pubblica sia in funzione del proletariato, e l’illusione n° 2 che lo Stato borghese possa essere utilizzato dal proletariato contro la classe di cui rappresenta gli interessi.

Dal secondo dopoguerra l’aumento della spesa pubblica in Italia ha accompagnato e seguìto il ciclo ascendente dell’accumulazione capitalistica ed ha accompagnato e seguìto anche l’ondata delle lotte rivendicative. La sua funzione, come abbiamo già avuto modo di illustrare anche con contributi esterni sul nostro blog, soddisfaceva esigenze generali del capitalismo e allentava la pressione del proletariato sulla borghesia, rendendo possibile, con i servizi pubblici, un colossale risparmio per la classe borghese nel suo insieme, che avrebbe dovuto rinunciare a molto di più in termini di salari corrisposti se i servizi fossero rimasti privati. Il taglio della spesa pubblica negli ultimi 30-40 anni (tra l’altro proprio sui servizi che vanno a vantaggio della classe operaia) è esattamente il risultato della debolezza rivendicativa del movimento operaio legata al ciclo attuale. In altri termini, in un ciclo espansivo, più la classe operaia lotta per adeguare il salario al valore della forza lavoro più la borghesia ha interesse nel fornire servizi pubblici che le costano complessivamente meno di quanto le costerebbe pagare nel salario il costo di questi servizi, necessari alla riproduzione della forza lavoro, se fossero gestiti privatamente.

Se, come oggi, il ciclo non è espansivo, se il movimento operaio è disarticolato, in virtù di quale forza, che il proletariato non è ancora in grado di esprimere, la borghesia dovrebbe rinunciare a ridurre le quote di plusvalore “investite” attraverso il suo Stato in questa direzione?

La tara di fondo del ragionamento della TIR è la sua concezione del ruolo dello Stato e quello della spesa pubblica, vista come un risultato politico diretto delle “mobilitazioni” degli sfruttati e non come ricaduta, vantaggiosa soprattutto per la borghesia, della lotta economica del proletariato.

Ovviamente, anche nelle fasi critiche del ciclo capitalistico, la spesa per i servizi pubblici non può essere azzerata o ridotta di colpo dallo Stato, e proprio in queste circostanze la borghesia deve cercare di garantire un minimo di stabilità sociale, magari anche grazie ad una patrimoniale che, come storicamente avvenuto, risponderebbe a tale esigenza con elemosine ben dosate e con l’ampliamento dei ranghi degli strati improduttivi, vero strato sociale-cuscinetto.

Motivi per i quali, la battaglia politica sul fisco impostata dalla Tendenza internazionalista rivoluzionaria:

  • Può, ipoteticamente, solo unire gli operai (i proletari), e anche i non sindacalizzati, in un unico fronte egemonizzato dagli strati sociali intermedi che vivono di plusvalore estorto al proletariato;
  • Se non si limita ad una petizione di principio, porta inevitabilmente alla ricerca di un referente tra i partiti parlamentari, che soli, al di là delle belle frasi sull’imposizione delle “mobilitazioni sociali”, si trovano nella posizione di proporre ed eventualmente rendere esecutive modifiche dell’ordinamento fiscale, secondo l’iter istituzionale;
  • nasconde i rapporti reciproci tra tutte le classi, ad esempio confondendo le diverse realtà che si celano dietro la generalizzazione della forma del salario, e mistifica il ruolo dello Stato borghese. L’idea di costringere lo Stato borghese a funzionare nell’interesse del proletariato ha un nome storicamente definito: riformismo. Le formule roboanti, il lessico rivoluzionario, le manifestazioni di piazza che si sostituiscono alla scheda elettorale, connotano questo riformismo al massimo come radicale, ma anche questa prassi ha un nome storicamente definito: massimalismo;
  • oltre a non spostare necessariamente sui padroni il peso del debito pubblico accumulato a dismisura nella crisi, non aumenta in nessun modo il salario reale degli operai;
  • permette certamente di coinvolgere un numero più ampio di strati sociali rispetto a quelli che oggi lottano per difendere/migliorare il proprio salario in quanto, se realizzata, può permettere l’ampliamento dei ranghi dei fruitori di spesa pubblica a spese del proletariato, senza ridurre l’estorsione di plusvalore;
  • impedisce di fare avanzare la coscienza dei lavoratori coinvolti e delle loro avanguardie come “classe per sé”, oltre che nel rapporto operaio/padrone anche e soprattutto nei confronti delle altre classi e dello Stato, dipinto come “recuperatore di bottini”.

La borghesia può avere paura della lotta di classe (che è lotta politica), non certo della richiesta di una patrimoniale, e infatti la può persino adottare per i propri scopi, depotenziando oggettivamente la lotta operaia. Gran bel risultato sarebbe quello di trasmettere al movimento operaio una prospettiva politica che ha come risultato il depotenziamento della lotta stessa.

In sostanza il documento della TIR afferma che, dal momento che “la lotta per il salario è oggi inesistente o limitata” (a parte nei settori in cui i suoi rappresentanti hanno un ruolo, quasi a sottintendere un rapporto causale) affinché lotta ci sia la classe operaia ha bisogno della carota di una parola d’ordine “politica”, “unificante” e trainante.

È una concezione diffusa, che implica l’idea che il proletariato sia un cane da corsa davanti al quale agitare il coniglio meccanico di un programma intermedio o di una “piattaforma” per farlo muovere sul terreno politico. Finché, una volta messo in moto, quando verrà il momento, il coniglio verrà messo da parte schiudendo davanti agli occhi del levriero proletario i vasti orizzonti della rivoluzione e del socialismo.

Lo confessiamo, abbiamo un’altra concezione del proletariato, della lotta di classe e del ruolo dei rivoluzionari in essa. Preferiamo partecipare alle lotte degli operai, al loro fianco, partendo dal loro livello di consapevolezza e dalle loro rivendicazioni per provare a favorire il loro processo di presa di coscienza dei propri interessi di classe, immediati e storici, delimitati e contrapposti a quelli delle altre classi e strati sociali; per provare a favorire la loro organizzazione in classe e con ciò in partito politico, contrapposta all’organizzazione politica della classe borghese: lo Stato.

A nostro avviso, nonostante il tentativo da parte della TIR di riformulare il precedente pastrocchio fiscale con una tinta maggiormente “classista”, il risultato è un pastrocchio fiscale ritinteggiato. La rivendicazione della patrimoniale è e resta tutto fuorché un elemento di rafforzamento della consapevolezza di classe del proletariato e della sua organizzazione sul piano politico.

Circolo internazionalista “coalizione operaia”

[1] Il marxismo e la “questione fiscale”

5 pensieri riguardo “PER DELLE RIVENDICAZIONI DI CLASSE SUL TERRENO DI CLASSE – Il marxismo e la “questione fiscale”

  1. La serietà di una proposta di legge patrimoniale, presuppone la creazione di un’anagrafe patrimoniale, che può essere realizzata solo se, come propone Piketty, le informazioni sui conti bancari vengono automaticamente condivise tra le autorità di tassazione di tutti i paesi del mondo: visti i vincoli di privacy attuali e l’interesse a proteggere con l’anonimato conti e patrimoni,non mi pare una soluzuone percorribile. Ancora ci si illude di poter colpire i grandi patrimoni e le grandi ricchezze a colpi di proposte di legge!
    E’ un passo indietro clamoroso. Non si può screditare il SI COBAS in questa maniera. Non vogliamo un’altra Rifondazione Comunista. Abbiamo già dato.

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  2. Ciao Monica, grazie del tuo intervento. Siamo completamente d’accordo. In questa rivendicazione non c’è alcuna comprensione del nesso reale tra lotta di classe, condizione di forza della classe e livello della spesa pubblica.
    E pensare che siamo stati etichettati come “principisti”, dottrinari incapaci di calare le formule nella realtà, da chi ha una visione totalmente astratta della realtà sociale e dell’azione politica in essa. Da chi pretende di egemonizzare le lotte, in un momento in cui l’iniziativa è di altri strati sociali, con delle rivendicazioni che concretamente, oggettivamente, rispondono agli interessi di questi altri strati sociali, alla cui coda si finirebbe per trascinare il proletariato.

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  3. La patrimoniale come tutti gli studi hanno dimostrato, consentirebbe di ottenere un gettito irrisorio e non colpirebbe affatto le vere ricchezze, le quali sono ben nascoste al fisco e protette dall’anonimato. Il Si Cobas, facendo sua questa rivendicazione da riformismo socialdemocratico d’accatto, sta perdendo la la concretezza che lo ha caratterizzato sin dalla nascita. Faccio fatica a capire come i dirigenti si siano fatti trascinare dietro l’ingenuità di una simile proposta. Il tema dovrà esser posto alle prossime assemblee. Forse è ora che qualche professorone faccia un passo indietro e lasci parlare gli operai.

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  4. Ciao Serafino, grazie per il tuo contributo in larga parte condivisibile. È importante distinguere il SI. Cobas dalla cosiddetta Tendenza internazionalista rivoluzionaria (TIR), benché molte, troppe, proposte di questo raggruppamento politico abbiano trovato accoglienza presso la direzione del sindacato.

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  5. Cari compagni,
    con non poco stupore, ho constatato che il SI Cobas da tempo ha fatto ormai propria la parola d’ordine di una tassazione più equa che colpisca il 10% dei più ricchi. Vorrei provare a fare delle osservazioni.
    Intanto, nel nostro paese esiste già l’Imu. Dunque, il ricorso a forme aggiuntive di prelievo patrimoniale dovrebbe riferirsi a manifestazioni di ricchezza diverse dal patrimonio immobiliare. Nello specifico, bisognerebbe colpire le ricchezze finanziarie e i beni mobili di particolare valore (imbarcazioni, gioielli o beni d’antiquariato). Ora, le prime sono accertabili: Il grosso di questa ricchezza è infatti nelle mani di intermediari finanziari che sono già sottoposti a obblighi di comunicazione alle autorità tributarie:se si volesse colpirli, il SI Cobas dovrebbe chiedere al parlamento di investire in tal senso, magari rafforzando le commisioni di controllo, oppure istituendo degli organismi ad hoc. Non dimentichiamo le assunzioni nella Guardia di Finanza. Fondamentali.
    Le partecipazioni in società – attive o di mero godimento – sono invece del tutto sconosciute. IL SI Cobas e il Pungolo Rosso, in questo caso, dovrebbero proporre una legge che obblighi a segnalarle all’anagrafe patrimoniale. Ma qui la difficoltà sarebbe duplice perché, occorrerebbe obbligare i soggetti fiscalmente residenti in Italia a dichiarare la loro partecipazione in società nazionali oppure estere: proposta del SI Cobas e del Pungolo Rosso in tal senso? Nessuna ovviamente.
    La mia impressione, è che questa parola d’ordine, non supportata da uno studio che indichi con chiarezza le quantità
    e gli importi, i sia soltanto una sparata propagandistica. Dozzinale aggiungerei. Peccato che i dirigenti del SI Cobas stiano prestando il loro fiato e il loro prestigio per sostenere tale aria fritta. Peccato.

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