Franz Mehring – NIETZSCHE CONTRO IL SOCIALISMO

Nietzsche gegen den Sozialismus. Pubblicato il 20 gennaio 1897 su Die Neue Zeit. Traduzione dal tedesco di Rostrum (dicembre 2021) dalla versione digitalizzata sul sito Sozialistischeklassiker2.0.


Convinti di fare cosa utile ai lettori, riproponiamo quella che ci risulta essere la prima traduzione in italiano di un importante intervento di Franz Mehring sulla filosofia reazionaria di Nietzsche. Mehring fu biografo di Marx, storico della socialdemocrazia tedesca, membro dell’ala sinistra della stessa e fondatore del Partito comunista tedesco (Lega di Spartaco) nel dicembre 1918, insieme a Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e Leo Jogiches. Ci siamo accinti alla traduzione di questo e di altri scritti di Mehring per evidenziare che l’estraneità totale del pensiero di Nietzsche al socialismo scientifico, la sua inutilità sostanziale ai fini e per l’elaborazione di quest’ultimo, non è cosa di oggi e fa parte da sempre del patrimonio teorico marxista. In precedenza abbiamo citato un passo di Lukàcs su Nietzsche, e, come era da aspettarsi, l’assenza di argomenti ha portato dei nostri critici a dirottare la discussione dalla natura e dall’oggettivo ruolo sociale del pensiero nietzscheano alle corresponsabilità di Lukàcs con lo stalinismo, senza peraltro entrare minimamente nel merito della sostanzialmente corretta critica lukacsiana di Nietzsche. Sicuramente si troverà qualcosa per screditare anche Mehring (tutti possono essere “attaccati”, eccetto Nietzsche, lui è intangibile), peccato che Marx non ci abbia lasciato nessuna riflessione sul filosofo dell’Eterno Ritorno… Probabilmente, perfino Engels, se avesse osato sfidare l’importantissimo filologo classico, non sarebbe stato al riparo dalle perplessità dei marxisti che “volano alto”… spesso non più alto delle famose “galline” di Lenin. La difesa appassionata, ostinata, di Nietzsche è, a nostro parere, il prodotto di un “complesso di inferiorità” di intellettuali (non riusciamo a trovare una definizione migliore) intrisi di “cultura” borghese che fondamentalmente sono rimasti affascinati, ipnotizzati dal vigore formale del pensiero di Nietzsche, più chiassoso che solido, più roboante che originale, e in fondo sono intimamente insoddisfatti della asciuttezza del materialismo storico. Costoro, che segretamente adorano Nietzsche perché tocca le loro corde sociali più profonde, perché sono convinti che egli parli direttamente a loro quando si rivolge all’Uebermensch, si dolgono del fatto indiscutibile che lungo tutta l’opera di Nietzsche corra il filo rosso di un attacco colmo di rabbia e disprezzo verso il movimento operaio e verso il socialismo. “Perché”, si chiedono, “Nietzsche odia tanto il socialismo? E perché noi, che siamo Uebermenschen, non possiamo anche essere dei socialisti?” La risposta che si danno è che egli non conosceva quello “vero” di socialismo, il socialismo scientifico, quello che credono sia anche il “loro” socialismo. Hanno il bisogno di farsi “accettare” da Nietzsche e allora provano a rendere compatibile la loro adesione formale al marxismo con il pensiero “rivoluzionario” nietzscheano, riuscendo altresì solo a deformare il socialismo. Non da oggi, non da ieri, da sempre. Non ci siamo messi e non ci metteremo nella falsa posizione di difendere “qualsiasi” tesi sia uscita dalla penna di Lukàcs – probabilmente un intellettuale privo di coraggio politico, disposto a qualsiasi genuflessione al potere pur di vedersi pubblicato (anche se chi lo critica “senza compassione” – a differenza di quella che si è sempre pronti a profondere per il “povero infelice” Friedrich – non lo fa propriamente a rettifilo della mannaia di Damocle staliniana) – ma ci permettiamo di citare a memoria una frase di Amadeo Bordiga [a], forse dimenticata: “una verità è tale non in virtù di chi se ne fa interprete”. E, finora, una verità incontestabile, almeno per i marxisti, è che il pensiero di Nietzsche è reazionario, alla radice, dalla genealogia della morale, alla trasvalutazione dei valori, passando per l’eterno ritorno e approdando all’Uebermensch. Non “salva” Nietzsche il non aver mai preso tessere di partiti della reazione, e meno che mai la “non sistematicità” della sua esposizione (saremmo curiosi di sapere quanto di “sistema” si riscontra nel Mein Kampf e se lo si può definire per questo “pura letteratura”). Il marxismo vola, e vola alto, su ali più solide e ampie delle falde della redingote di Nietzsche. Nietzscheani che vi definite marxisti, “quanta verità siete in grado di sopportare? Quanta verità osa il vostro spirito?”. Ebbene, la verità è che se siete marxisti Nietzsche non sta parlando a voi, se invece vi sentite vellicati, titillati, dalla sua descrizione dell’Uebermensch… allora forse non siete marxisti.


Non c’è nulla che possa smentire con la stessa facilità e rapidità gli storici ideologici – i quali attribuiscono alla filosofia un’esistenza autonoma, indipendente o semi-indipendente dalla struttura economica della società – quanto l’esempio fornito dai tre filosofi alla moda che hanno spadroneggiato presso la borghesia tedesca nella seconda metà di questo secolo: Schopenhauer, Hartmann[1] e Nietzsche. Questi tre sapienti, troneggianti su tutti i popoli e su tutte le epoche, i quali, se si presta fede ai loro adoratori, avrebbero risolto l’enigma del mondo in virtù del loro genio creativo, sono radicati con tutte le fibre del loro essere alle varie fasi dello sviluppo economico che la loro classe ha attraversato negli ultimi cinquant’anni.

Per quanto riguarda Schopenhauer, Kautsky ne ha fornito ampiamente prova nove anni fa sulla Neue Zeit. Da allora, molte cose nuove sono apparse su Schopenhauer; i suoi ammiratori hanno lavorato alacremente per mondarlo da ogni macchia, e in un certo senso ci sono riusciti. In un certo senso, anche se difficilmente in un senso che gli convenga. Così, nella sua biografia di Schopenhauer, Grisebach[2] dimostra in modo abbastanza convincente, a nostro avviso, che Schopenhauer, contrariamente all’ipotesi precedente, era la parte meno colpevole nella sua diatriba con sua madre e sua sorella, mentre la madre era la parte più colpevole.

Ma ciò che l’uomo Schopenhauer guadagna, lo perde lo Schopenhauer filosofo. Ammesso che fino ad oggi la famiglia filistea borghese non fosse riuscita a vedersi ritratta nel capitolo di Schopenhauer sulle donne – capitolo che ha contribuito non poco a rendere il suo nome famoso tra i filistei – ora è sufficiente mettere questo capitolo accanto alla biografia di Grisebach per riconoscere al primo sguardo che la donna di tutti i popoli e di tutti i tempi che Schopenhauer vorrebbe ritrarre è la copia fotografica a buon mercato della consigliera aulica Frau Adele Schopenhauer, e che tutto ciò che Schopenhauer vorrebbe di diverso nella posizione giuridica della donna si colora della vivacità di un azzeccagarbugli sulla base dei rancori economici che riteneva di poter serbare nei confronti di sua madre e sua sorella. Certamente, la consigliera aulica Frau Adele Schopenhauer doveva essere la tipica rappresentante di certi ristretti circoli del genere femminile tedesco, segnatamente quello della “ricca vedova” dei té letterari da cortigiane, fatti di pettegolezzo estetico-illuminista, che dilagavano nelle residenze e residenzuole tedesche a cavallo del secolo, e questo può spiegare perché la rappresentazione della femminilità dello Schopenhauer abbia entusiasmato il filisteismo tedesco. Ma quale comica presunzione il voler filosofeggiare a proposito della donna di tutti i popoli e di tutti i tempi partendo da queste miserevoli esperienze di un arretrato angolo della terra.

Hartmann rappresenta un’altra fase dello sviluppo storico della borghesia tedesca: quello dell’”inconscio”, ovvero la completa rinuncia alla coscienza di classe borghese, con cui il filisteo tedesco ha dovuto comperare la misericordiosa protezione delle baionette prussiane. Schopenhauer conservò sempre il suo orgoglio di filosofo; pretendeva d’essere umile tanto poco quanto il filisteo Vormärz, e considerava la letteratura e la filosofia classica come un “cane morto”. Al contrario, Hartmann è il vecchio “bottone da ghetta” prussiano che sistema ogni questione col frustino delle punizioni corporali. Certamente costui è stato persino peggiore di Schopenhauer, che morì nel 1860; dovette infatti ingerire del socialismo, un alimento letale per tutta la filosofia borghese. I saggi sulla socialdemocrazia che Hartmann, in passato come ora, ha pubblicato sulla Gegenwart, sono tra quelle realizzazioni intellettuali che danno giustamente diritto all’aquila rossa di quarta se non addirittura di terza classe. Altrimenti non avrebbero alcuna utilità.

Infine, Nietzsche, il filosofo del grande capitale, rafforzatosi al punto da poter fare a meno dell’aiuto delle baionette prussiane. Quando sei anni fa spiegammo più dettagliatamente questo punto di vista, i discepoli del “profeta” non sapevano bene se dovevano ignorare i “furfanti socialisti”, come si esprimeva lo Zukunft con i suoi modi “adorabili”, cioè con inaudita volgarità, oppure se questi dovessero essere denunciati per la loro oltraggiosa diffamazione.

In effetti – poiché il grande capitale ha a suo modo un compito rivoluzionario da svolgere nella storia mondiale, ci sono molte frasi di Nietzsche che suonano in certo qual modo rivoluzionarie. Anche le sue invettive contro il proletariato dotato di coscienza di classe, per quanto feroci fossero, potevano essere spiegate con il fatto che odiava troppo la miseria umana per credere nell’auto-liberazione dei poveri e dei miserabili. Ciò che mancava era il confronto filosofico di Nietzsche con il socialismo. Certo, questo costituì un grande errore per un filosofo della fine del XIX secolo, perché un filosofo che non sa come affrontare il movimento più potente del suo tempo è tutto fuorché un filosofo. Ma questa omissione ha lasciato aperta la possibilità di dissimulare la natura grande-capitalista della filosofia di Nietzsche e di sorvolare sul fatto che egli ha combattuto contro la lotta di classe proletaria nello stesso edificante circolo di pensiero del miglior speculatore o del miglior rettile.

Questa lacuna nelle opere di Nietzsche è stata ora colmata da un capitolo sul socialismo, che presto apparirà in un volume dei suoi scritti postumi. Per il momento, è stampato nel Zukunft, che in modo significativo unisce l’entusiasmo per Nietzsche con quello per il “Piccolo Padre” [lo Zar], per Bismarck e per Herr v. Tausch, in un entusiasmo quadridimensionale. Se gli anatemi di Nietzsche contro il socialismo non fossero apparsi in un luogo tanto accreditato, si sarebbe tentati di prenderle per una satira del nietzscheanesimo, una satira concentrata in poche frasi, mordacemente vera ma maliziosa. Nietzsche, come Schopenhauer, e al contrario di Hartmann, compromesso con le aride formule religiose prussiane, era uno stramboide pieno di spirito; il suo destino è un esempio particolarmente strano dell’abisso di insulsaggine, sconsideratezza e ignoranza nel quale l’ingestione di socialismo può precipitare le menti più intelligenti del capitalismo.

L’ignoranza di Nietzsche è già evidente dal fatto che fa della “giustizia” il “principio dei socialisti”. Indubbiamente costui non ha mai avuto fra le mani uno scritto del socialismo scientifico. Egli attinge la sua scienza del socialismo da scritti politicamente e socialmente reazionari che, come i pamphlet di Leo e Treitschke[3], sono apparsi venti o addirittura quarant’anni fa. Persino la primissima frase di Nietzsche contro il socialismo è un plagio di Leo. Nietzsche scrive:

Come spettatori, ci si inganna sulle sofferenze e le privazioni delle classi inferiori del popolo, perché le si misura involontariamente secondo la misura del proprio sentimento, come se ci si mettesse nella loro posizione con il proprio cervello altamente irritabile e capace di soffrire.

In pratica, le sofferenze e le privazioni aumentano con la crescita della cultura dell’individuo, le classi più basse sono le più ottuse: migliorare la loro situazione significa renderle maggiormente capaci di soffrire. Questa è letteralmente la teoria di Leo della “pelle callosa”, che renderebbe sopportabile per i poveri ciò che è insopportabile per i ricchi. Certo, sono già passati trent’anni da quando Albert Lange[4] denunciò in tutta la sua falsità questa teoria in un eccellente capitolo del suo eccellente La questione operaia, e da allora gli studiosi borghesi che hanno ancora un po’ di amor proprio si sono vergognati di portarla avanti; persino un economista dalla mentalità ristretta come Roscher si è mobilitato contro questa teoria. Ma poiché tutti gli speculatori e tutti i rettili si aggrappano all’idea che Rothschild, Stumm e Krupp, in quanto salvatori dell’umanità, diventano ogni giorno più “capaci di soffrire”, Nietzsche non smette di dispensare la sua benedizione filosofica a questo culto di Mammona.

Molto più di Leo, è Treitschke ad essere saccheggiato da Nietzsche. L’opinione di Treitschke, secondo la quale ci sarebbe pura gioia nel mondo terreno se soltanto il proletariato si decidesse a intonare un coro di lodi alla sua “allegra povertà”, è resa da Nietzsche così:

“Non è modificando le istituzioni che si accresce la felicità sulla terra, ma facendo morire il temperamento cupo, debole, risentito e servile. La condizione esterna conta poco a favore o contro di ciò. Nella misura in cui i socialisti hanno per lo più questo tipo di temperamento malvagio, essi diminuiscono la felicità sulla terra in ogni circostanza, anche se dovessero riuscire a stabilire nuovi ordini”.

Allo stesso modo le opinioni di Treitschke sulla divisione aristocratica della società, sulla fede della socialdemocrazia come fede di una prostituta, sulla mancanza di qualsiasi fertile pensiero originale nella socialdemocrazia, vengono così riecheggiate da Nietzsche:

“Solo all’interno della convenzione, del costume tradizionale, e nella limitazione risiede il benessere nel mondo; i socialisti sono associati a tutte le forze che distruggono la convenzione, il costume, la limitazione; nuove facoltà costruttive non sono ancora diventate visibili in loro”.

Come si può vedere, Nietzsche è sempre un poco più insipido e prolisso di Treitschke, ma questo è il destino di tutti gli epigoni.

Ma in tutto ciò Nietzsche non è un semplice plagiario. Dopo tutto, il suo compito è quello di conferire alle tradizionali chiacchiere capitaliste una tinteggiatura capitalista più raffinata o anche più grossolana. Quando Nietzsche scrive:

“Se non si considera il benessere dell’individuo, ma gli scopi dell’umanità, è molto discutibile se in quelle condizioni ordinate che il socialismo esige, possano risultare simili grandi risultati dell’umanità quali sono state prodotti dalle disordinate condizioni del passato. Probabilmente il grande uomo e la grande opera crescono nella libertà del deserto. L’umanità non ha altri obiettivi che i grandi uomini e le grandi opere”.

Questa è la nota dominante delle stesse frasi già intonate da Treitschke! Anche Treitschke combatte il socialismo con l’obiezione che gli scopi dell’umanità hanno la precedenza sul benessere dell’individuo, ma conservando la “giustizia” prima di ogni cosa: venti anni fa il capitalismo non era così onesto come lo è oggi. Al contrario di Nietzsche, Treitschke afferma che il capitalismo crea condizioni “ordinate”, mentre il socialismo crea “condizioni disordinate”, e comunque crede che l’umanità abbia altri “scopi” che produrre i “grandi uomini” Rothschild, Krupp e Stumm e le loro “grandi opere” cresciute nella “libertà del deserto”. Ammette persino che l’umanità ha visto giorni più belli di quelli in cui “grandi uomini” e “grandi opere” crescono nella “libertà del deserto” capitalista.

O quando Nietzsche dice:

“Poiché si deve fare una grande quantità di lavoro duro e grossolano, bisogna anche ottenere uomini che si facciano carico di questo lavoro, nella misura in cui le macchine non possono risparmiarlo.”

Questa frase è addirittura letteralmente strappata a Treitschke. Ma mentre Treitschke vi vedeva, per così dire, un tragico destino della razza umana, Nietzsche conosce la seguente ingegnosa via d’uscita:

“Si potrebbe forse pensare a un’introduzione in massa di popoli barbari dall’Asia e dall’Africa, in modo che il mondo non civilizzato si ponga continuamente al servizio del mondo civilizzato”.

Negli anni Settanta, il grande capitalismo non conosceva ancora, o non conosceva ancora così ferocemente come negli anni ottanta e novanta, l’ardente desiderio di importare coolies cinesi. Nietzsche, naturalmente, conferisce la sua benedizione filosofica a questa splendida idea solo per “liberare dal lavoro” gli operai europei “eccessivamente sofferenti”, mentre sull’ingenuità del loro fedele cantore i “grandi uomini” rideranno fino alla morte nelle loro “grandi opere”.

Oppure un altro esempio, il più eclatante di tutti! Treitschke inizia il suo pamphlet con la dichiarazione che il socialismo trascura la “patente disuguaglianza tra gli uomini”, e Nietzsche segue fedelmente le sue orme. Treitschke prosegue dicendo che questa patente disuguaglianza è sempre esistita, ma che essa cresce con la crescita della cultura; e scrive:

“Certamente il selvaggio differisce in misura minore dal selvaggio di quanto noi uomini di cultura differiamo l’uno dall’altro, poiché esso ha sviluppato solo poche delle potenzialità della sua natura.”

Il che è storicamente abbastanza corretto, per quanto sbagliata possa essere la conclusione che ne trae Treitschke nel senso che la crescente disuguaglianza tra gli esseri umani renderebbe impossibile il presunto egualitarismo del socialismo. Ora, però, un terribile sospetto si è insinuato gradualmente nel capitalismo: ovvero che il socialismo non trascuri affatto la patente ineguaglianza tra gli esseri umani – il che sarebbe straordinariamente sciocco da parte sua –; che, da un lato, nella misura in cui essa è di origine naturale, nella misura in cui essa distingue l’uomo dalla donna, il bambino dal vecchio, ecc., la riconosce senza alcuna contraddizione; e che, dall’altro, nella misura in cui invece essa è di origine sociale e si è configurata come un terribile ostacolo sulla strada di ogni progresso umano, fornisce al socialismo le sue più potenti argomentazioni. Il profeta Nietzsche fa eco a questo fatale sospetto affermando che il socialismo trae “la sua forza motivatrice” dalla decisione di trascurare le differenze tra gli uomini, di considerare la loro effettiva disuguaglianza come “suscettibile di mutamento”. Quindi come si trae dall’impaccio? Scrive letteralmente:

“Rispetto all’immagine dell’uomo che ci restituiscono i tempi lontani delle palafitte”, il socialismo “ha certamente ragione: noialtri, uomini di quest’epoca siamo essenzialmente uguali”.

Bello, sebbene completamente falso, ma quale effettiva disuguaglianza il socialismo “trascura”? Nietzsche scrive ancora, letteralmente:

“La differenza tra bene e male, tra intelligente e stupido.”

Lo stesso profeta capitalista che ha scritto un libro proprio per dimostrare che la “morale dei padroni”, del “superuomo” capitalista, non concepisce la differenza tra il bene e il male, che essa si situa “al di là del bene e del male”, nella sua lotta contro il socialismo finisce con il riproporre la vecchia barzelletta secondo la quale l’eguaglianza umana si realizza nella “libertà del deserto” capitalista, con la piccola riserva che i buoni e gli intelligenti diventano capitalisti, i cattivi e gli stupidi diventano proletari.

Forse è quasi un insulto peggiore per gli speculatori e per i rettili dire che essi combattono il socialismo negli stessi circoli di pensiero di Nietzsche.


NOTE

[a] Il quale, tra l’altro, a condanna dei futuri… niccio-marxisti scrisse: “Non diremo quindi che vi è una filosofia marxista, ma nemmeno diremo che il marxismo non è una filosofia o che il marxismo non ha una filosofia: ciò darebbe luogo ad un equivoco e ad un pericolo gravissimo: quello di credere che il marxismo si ponga su un terreno “estraneo” a quello che i filosofi hanno da millenni ipotecato. E se ne potrebbe con deviazione grave dedurre che il militante marxista resti libero, accettate alcune direttive di azione politica e sociale, e “confessate” alcune teorie economiche e storiche, di dichiararsi per una delle tante filosofie: realismo o idealismo, materialismo o spiritualismo, monismo o dualismo, o come volete.” Comunismo e conoscenza umana, da “Prometeo” II serie, n. 4 del 1952.

[1] [N. d. C.] Hartmann, Eduard von (Berlino 1842 – Gross-Lichterfelde, Berlino, 1906). Filosofo tedesco. Dedicò tutta la vita al completamento del suo sistema filosofico, esposto nelle linee essenziali nella Philosophie des Unbewussten (1869; trad. it. Filosofia dell’inconscio).

[2] [N. d. C.] Grisebach, Eduard (Gottinga 1845 – Berlino 1906). Scrittore tedesco e diplomatico di carriera, girò varie parti del mondo prima di ritirarsi a Berlino nel 1889. Pubblicò una raccolta di liriche facili e melodiose, di gusto heiniano e d’impronta schopenhaueriana (Der neue Tannhäuser, 1869), e il poema Tannhäuser in Rom (1875). Curò edizioni di vari classici tedeschi e pubblicò varî saggi critici, fra i quali Die deutsche Literatur seit 1770 (1876), Das Goethe’sche Zeitalter der deutschen Dichtung (1891)e Arthur Schopenhauer:Sämtliche Werke in sechs Bänden. Reclam, Leipzig 1891–1895.

[3] [N. d. C.]Leo, Heinrich (19 marzo 1799, Rudolstadt, 24 aprile 1878, Halle). Storico. Professore straordinario di storia dal 1825 a Berlino, passò nel 1830, come ordinario, a Halle, ove insegnò per tutta la sua vita. Dal 1863 fu membro della Camera dei signori di Prussia; e per quanto non avesse mai parte notevole nelle vicende politiche del suo tempo, pure s’interessò continuamente di politica, aderendo nella piena maturità al partito conservatore, mentre nella giovinezza aveva fatto parte della romantico-liberale Burschenschaft. Treitschke, Heinrich von (Dresda 1834 – Berlino 1896). Storico di orientamento liberal-nazionale, vide nella Prussia l’elemento determinante dell’auspicata unificazione tedesca. La sua ideologia politica antidemocratica trova compimento espressivo in Deutsche Geschichte im 19. Jahrhundert (5 voll., 1879-94).

[4] [N. d. C.] Lange, Friedrich Albert (Wald, Solingen, 1828 – Marburgo 1875). Filosofo. Appartenente all’ala moderata del socialismo di Stato. Frutto delle sue intense battaglie per la questione sociale furono la Arbeiterfrage (1865; quinta ed. 1894) e John Stuart Mills Ansichten über die soziale Frage und die angebliche Umwälzung der Sozialwissenschaft durch Carey (1866).

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