NEL “ROSSO” C’E’ TUTTA LA SOSTANZA DEL “ROSA”, SENZA ESSERE MESCOLATO AL “BIANCO”

Oggi è l’8 marzo. Quella che è nata come una giornata di lotta delle lavoratrici di tutto il mondo è diventata la “giornata internazionale della donna”. Come tutti i concetti, anche quello di “donna” risente di una certa dose di astrazione. Ogni concetto va calato nella sua specifica realtà sociale. Di quale donna stiamo parlando? Della donna nella società gentilizia, antica, feudale, borghese? E all’interno della società divisa in classi, di quale donna parliamo? della donna borghese o di quella lavoratrice? Sono la stessa cosa? Ad esempio, possiamo parlare di figli da un punto di vista sociale senza specificare di cosa si tratta nel concreto? Di figli nella società tribale o in quella borghese? In quale contesto sociale concreto assume importanza la differenza tra figli legittimi e naturali? Possiamo parlarne in astratto? E non vale lo stesso per la donna e per l’uomo? A meno che non ci riferiamo al mero dato biologico…

Quando parliamo di donna lavoratrice ci riferiamo alla donna della classe lavoratrice, e in questo insieme consideriamo anche la donna che non svolge direttamente un lavoro produttivo di plusvalore. È cosa fin troppo ovvia che le donne che per esempio svolgono solo un lavoro domestico debbano collocarsi nella classe a cui appartiene il loro nucleo familiare, nella fattispecie alla classe del membro o dei membri della famiglia dal cui reddito dipendono in questo caso i loro consumi. Il salario del proletario, uomo o donna, costituisce il valore della forza-lavoro che deve conservare e riprodurre lui stesso e la sua famiglia. Ci sembra naturale quindi che come la compagna non occupata del lavoratore è interessata all’aumento del salario e quindi non ha interessi contrastanti con il suo compagno, la stessa cosa vale per la moglie casalinga del borghese, interessata all’aumento del reddito familiare proveniente dall’estorsione di plusvalore operaio.

Non ci sogniamo di negare che esista una battaglia di emancipazione di genere, neghiamo però che questa battaglia possa sfuggire alle discriminanti di classe. A meno che non si voglia sostenere che la divisione in classi riguardi solo il genere maschile. L’emancipazione femminile riguarda le donne in generale, ma in maniera differenziata secondo l’appartenenza di classe. Nella società borghese i “diritti” sono, o tendono ad essere, formalmente uguali per tutti. E se non lo sono è bene che lo diventino. Ma è anche bene non dimenticare che sebbene uguali questi stessi diritti hanno un diverso significato per gli individui, un significato che dipende dalla loro collocazione di classe, e la differenza di classe non si risolve nell’eguaglianza dei “diritti”.

L’emancipazione della donna dal punto di vista borghese è la rivendicazione del pieno diritto di sfruttare sia la donna che l’uomo proletari, di esercitare il potere repressivo dello Stato, di rappresentare gli interessi economici e politici della classe dominante, di arrestare, condannare, arruolare, mobilitare i membri della nostra classe, esattamente come l’uomo borghese. Non possiamo condividere questa battaglia. Non ci interessano le quote rosa dello sfruttamento.

La battaglia della donna lavoratrice è un’altra, e tutte le donne, da qualsiasi classe o strato sociale provengano, che vogliano unirsi a questa battaglia sono e saranno sempre le benvenute. Per l’uomo che ricopre tutte quelle professioni che per secoli sono state precluse alle donne, la donna costituisce un concorrente, soprattutto se percepisce il suo stesso reddito, e continua ad esserlo per il borghese anche quando condivide con lui l’interesse nell’estorsione di plusvalore, ma solo e nella stessa identica misura in cui lo è il capitalista di sesso maschile: un concorrente nella spartizione del mercato. Per il lavoratore la donna lavoratrice è un concorrente se il suo salario più basso comprime il salario dell’uomo, ma non è più un concorrente nella misura in cui essa lotta insieme a lui per aumentare il proprio salario al livello dell’uomo e per aumentare quello di entrambi. Ecco che la parità di genere non è uguale per tutte le donne in una società divisa in classi, è parità in una lotta comune su fronti opposti della barricata sociale.

Noi non ci rallegriamo, e neppure brindiamo, se a reprimere le proletarie in lotta e magari, perché no, un domani a mandarci in guerra come soldatesse, ci sarà una Kamala Harris, o una Hillary Clinton. Come non ci siamo mai rallegrate del fatto che fosse Margaret Tatcher a condurre la lotta borghese contro i minatori inglesi in sciopero nel 1984 o a mandare giovani proletari inglesi a morire nelle Falklands nel 1982. Sarebbe lo stesso che rallegrarsi del fatto che il capo supremo della polizia negli USA, che uccideva e uccide i proletari neri, era fino a pochi anni fa il presidente nero Barack Obama. 

Chi critica queste posizioni da un ristretto punto di vista radical-borghese risponderà: “diritti delle donne sì, ma solo se sono lavoratrici!?” e tuonerà contro un intollerabile “classismo” e un cosiddetto “settarismo operaio”.

La nostra risposta rimane: le rivendicazioni di noi donne lavoratrici avvantaggiano tutte le donne, non le chiediamo per noi sole, ma le avanziamo dal nostro punto di vista di classe! Il doppio sfruttamento delle donne lavoratrici è opera del capitale, e non perché il capitale abbia un sesso.

Porre la questione di genere in termini di classe non è la stessa cosa che aderire alla questione di genere da un punto di vista aclassista o interclassista, e quindi borghese, appiccicandoci un’etichetta “rivoluzionaria” o genericamente “anticapitalista”. Anche la lotta per il divorzio e per l’aborto non erano battaglie per generici “diritti”, estranee alla divisione in classi. Prima che venissero legalizzate entrambe le cose, la donna proletaria in moltissimi casi non poteva sciogliere la dipendenza economica che la costringeva a subire violenze fisiche e morali all’interno di un matrimonio, mentre nella maggior parte dei casi la donna borghese poteva separarsi con meno problemi; e se la donna proletaria era costretta a rischiare la vita o la salute rivolgendosi alle mammane, la donna borghese poteva liberarsi di una gravidanza indesiderata recandosi all’estero o presso cliniche clandestine il cui costo poteva permettersi. Quindi è vero che tutte le donne si sono avvantaggiate di quelle riforme, ma è anche vero che esse avevano un’importanza ed un significato ben diverso a seconda della classe di appartenenza: da un lato questione di vita o di morte, dall’altro un allargamento dei diritti della donna borghese sul suo patrimonio. Ed è in quest’ottica di classe che collochiamo la nostra vigilanza per il mantenimento di queste conquiste e il nostro incondizionato sostegno alle lotte delle lavoratrici in quei paesi del mondo in cui queste conquiste non sono state ancora raggiunte, come in Arabia Saudita, Iran e altri, o laddove sono messe in discussione, se non sono già state cancellate, come in Polonia, in alcuni stati americani come l’Alabama, e in molti altri ancora.

Un punto di vista classista rivoluzionario non può che essere per la parità di genere, e chi pensa il contrario è in malafede, ma la vera parità di genere sarà possibile solo quando avremo eliminato le cause strutturali dell’attuale disparità, quando avremo abbattuto la società divisa in classi. A meno che non pensiamo che la divisione dei sessi e l’oppressione siano qualcosa di connaturato al genere umano o un mero schema culturale svincolato dai rapporti reali. Se condividiamo l’idea che la liberazione del proletariato è la liberazione di tutta l’umanità, allora solo la liberazione della donna lavoratrice è la liberazione di tutte le donne.

Una completa parità di genere all’interno dei rapporti sociali capitalistici, ammesso che sia raggiungibile, significherebbe in ogni caso mantenere la divisione tra la donna proletaria e quella borghese. A meno che non si ritenga che la divisione in classi poggi sull’asservimento sociale, fisico, morale e culturale della donna e non il contrario.

Per questo pensiamo che prima dell’abbattimento della società divisa in classi la parità di genere è ottenibile solo come parità della donna e dell’uomo della classe operaia nella comune lotta contro la donna e l’uomo della classe borghese. Questa parità di genere all’interno della classe operaia nella lotta contro il capitalismo è quello per cui dobbiamo impegnarci oggi, immediatamente e instancabilmente, contrastando in maniera decisa ogni discriminazione di genere da parte dei padroni e ogni cedimento ideologico sessista negli uomini della classe operaia. Nella consapevolezza che la brutalità e la violenza fisica e morale verso la donna all’interno della famiglia del lavoratore sono nella stragrande maggioranza dei casi il prodotto dell’abbrutimento a cui lo relega lo sfruttamento capitalistico o dell’alienazione, sociale o religiosa, conseguenza di un’umanità scissa. Alienazione che trova la sua sanzione nell’ideologia e nei costumi borghesi dominanti.

Senza per questo pensare anche solo un momento di rinunciarvi, non dobbiamo esagerare a noi stesse il risultato di un’opera di “educazione” dei proletari nei confronti delle donne. Nel capitalismo educare l’uomo in genere ad un rapporto umano e non brutale con la donna significherebbe educare l’uomo ad un rapporto umano e non brutale con sé stesso, educarlo come uomo socialista nel capitalismo. L’idealismo di una simile posizione, che non tiene conto delle determinazioni sociali che formano la coscienza individuale e collettiva degli individui nella società divisa in classi, sarebbe lampante. E’ solo sul terreno della lotta di classe, affrontata fianco a fianco da proletari e proletarie, che i pregiudizi di genere – sedimentati in millenni di società classiste, filtrati nelle rappresentazioni culturali e religiose e alimentati strumentalmente dalle ideologie delle classi di volta in volta dominanti – possono e debbono essere concretamente e più facilmente combattuti.

Dobbiamo riconoscere e intervenire in tutte le contraddizioni del sistema capitalistico, ma per ricondurle e farle confluire nell’unica contraddizione interna al sistema che possiede la potenzialità di farla saltare, ovvero la contrapposizione tra lavoro salariato e capitale nella quale si esprime la contraddizione fondamentale tra le forze produttive e i rapporti sociali di produzione. Vagheggiare di una equivalente potenza rivoluzionaria di tutte le contraddizioni capitalistiche senza ricondurle a quella fondamentale significa convogliare il movimento della classe operaia in lotte che non mettono in discussione il sistema, da parte di forze interne al sistema stesso.

Ovviamente non abbiamo nessuna pretesa di aver detto l’ultima parola, o anche soltanto di aver affrontato esaurientemente un argomento che ha impegnato diverse generazioni di marxisti rivoluzionari, sarebbe ridicolo pretenderlo. Questo piccolo contributo vuole solo testimoniare la nostra convinzione che conquisteremo il futuro solo se, donne e uomini, saremo uniti nella nostra identità di classe.

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