«Mia figlia comunque lavorava all’orditoio da due anni. Ha rischiato la vita tutti i giorni perché non c’erano misure di sicurezza adeguate. Questo è lo scandalo. (…) Mentre i titolari hanno patteggiato: due anni e un anno e 6 mesi. Con condizionale e pena sospesa non hanno fatto un giorno di galera. Io invece sono all’ergastolo. (…) Da mamma penso che ci sia qualcosa sotto. Le indagini si sono chiuse, frettolosamente, in meno di un anno (…) Se una persona muore perché non ci sono adeguate misure di sicurezza devi pagare caro. Se invece tutto finisce con assoluzioni e patteggiamenti altri si sentiranno tranquilli. Perché alzare i livelli di sicurezza? Tanto ce ne usciamo con poco. Ma così continueremo a vedere ogni giorno morti sul lavoro». A parlare è la madre di Luana D’Orazio, l’operaia morta sul lavoro nel 2021 in una fabbrica tessile in provincia di Prato, a commento della notizia dell’ennesima morte sul lavoro, quella di un giovane operaio di origini senegalesi in provincia di Padova (Corriere della Sera, 24 marzo).
Finita l’ebbrezza referendaria, terminata l’ordalia protetta tra frazioni borghesi intorno ad una “giustizia” che in regime capitalistico non potrà mai essere dalla parte della nostra classe, della sua lotta contro un sistema che la sfrutta e la uccide, si torna alla normalità del rapporto tra questa “giustizia” e la condizione proletaria. Anzi, questa normalità non è mai venuta meno. Nemmeno quando impazzava il carosello dei sì e dei no.
Prospettiva Marxista
