Articolo pubblicato nel n. 127 di Prospettiva Marxista, gennaio 2026.
La questione europea, una questione di metodo
La questione di una forma di centralizzazione politica del continente, della tendenza di una potenza europea a cercare di esercitare questo ruolo unificatore e delle forze che, dall’interno e dall’esterno dello spazio europeo, si sono mobilitate per contrastarlo, è ricorrente nella storia. È un tema importante, che non può lasciare indifferenti le soggettività politiche che intendono basarsi sul marxismo nel perseguimento di una strategia rivoluzionaria del proletariato.
Esistono però dei criteri, essenzialmente di matrice ideologica, che possono portare a misurarsi in maniera fondamentalmente errata con tale questione. L’errore di metodo diventa errore di analisi ed errore nell’indicazione politica. Il tipo di errore di cui trattiamo è quello che non considera un processo, una situazione storica nella sua concretezza, non li analizza con il massimo rigore possibile, non sottopone le ipotesi formulate sulla base di un impianto teorico al divenire di questa concretezza. Sostituisce invece questo sforzo con l’adozione di uno schema aprioristico, in base alla quale un esito ipostatizzato risulterebbe sfavorevole o favorevole rispetto agli obiettivi prefissati. Partendo dalla valutazione della preminenza degli effetti favorevoli o di quelli sfavorevoli per la capacità di organizzazione e di lotta del proletariato di un’unificazione politica europea non verificata e analizzata nel reale processo storico, con la complessità delle sue implicazioni e dei suoi effetti nel concreto e determinante tessuto imperialistico globale, ma concepita in una dimensione metafisica di necessità, di “ragione”, ineluttabilmente destinata a trovare rispondenza nella realtà, di schema in vitro da accogliere con favore o contrastare negli esiti che dovrebbero scaturire dalle sue logiche interne. A lungo, nella realtà capitalistica italiana, è stata prevalente la multiforme corrente che sposava la valutazione positiva del processo di formazione di una nuova e superiore entità statuale europea, associando a questa valutazione toni e criteri teleologici. Questa preminenza ha esercitato un influsso anche in ambiti che si richiamano al marxismo. La sconfitta dell’asse renano nel tentativo di porsi alla guida di un’accelerazione della centralizzazione europea, nell’importante confronto politico con gli Stati Uniti in occasione della guerra irachena del 2003, ha chiuso un ciclo del processo di integrazione continentale, della costruzione comunitaria e più in generale della storia della questione europea. Gli effetti di questo esito si sono fatti sentire anche nel dibattito pubblico italiano, nei suoi equilibri. Anche nella sfera politica e ideologica dell’imperialismo italiano sono emerse, hanno guadagnato terreno, hanno raccolto consenso, istanze e formulazioni di aperta contestazione dell’interpretazione europeista precedentemente egemone. Nelle loro declinazioni più sostanziali, esse non hanno rappresentato una reale azione disgregatrice alla radice della costruzione europea, ma piuttosto un’espressione dell’esigenza di frazioni borghesi di ridiscutere – associandosi ad altre istanze resesi sempre più visibili nello scenario politico europeo – determinati criteri, determinati assetti del sistema di integrazione continentale. Anche questo sviluppo confermava come la questione dell’unificazione politica europea non fosse interpretabile come una superiore razionalità comune destinata, prima o poi, a trovare compimento istituzionale, ma piuttosto fosse questione di scontro di interessi e di rapporti di forza.
Le recenti iniziative dell’Amministrazione Trump – la bozza, presentata in novembre, di un piano per interrompere il conflitto in Ucraina e la successiva pubblicazione della National Security Strategy – hanno ulteriormente alimentato il dibattito sul significato e le implicazioni della questione dell’unificazione politica dell’Europa. Nello specifico, hanno anche rilanciato quelle componenti ideologiche vicine alla “classica” impostazione di graduale integrazione, comunitaria e federalista, imposta e marciante sui binari di una necessità storica univoca e ineluttabile, di una consapevolezza della accomunante logicità di questo orizzonte.
Si è intensificato, quindi, il duello tra europeisti ed euroscettici sovranisti (categorie tutte appartenenti alla sfera ideologica e politica borghese) sulla base di un criterio argomentativo e polemico che non può appartenerci. Gli uni si sono impegnati a spigolare fatti, dati, segnali che confermerebbero la ripresa del fatale processo di unificazione politica continentale, mentre gli altri hanno sistematicamente insistito sui momenti in cui è emersa l’inesistenza di un’entità politica unitaria europea, traendo da questo riscontro l’ennesima occasione per esprimere una sentenza di altrettanto indiscutibile antistoricità di ogni forma e processo di unificazione continentale e di superamento dell’attuale assetto imperniato sugli Stati nazionali. In questo confronto, ogni tentativo di comprendere le reali coordinate di una dinamica storica, con le sue contraddizioni profonde, che derivano in ultima analisi dagli essenziali caratteri del modo di produzione capitalistico e della società borghese, con le sue forme di organizzazione politica, non può che essere posto ai margini e deformato. Gli attori di questa contrapposizione, interna alle logiche e agli apparati della classe dominante, devono servire interessi borghesi, diverse esigenze ma sempre derivanti dal comune tronco di classe. Non devono – come è invece nostro compito – comprendere, con il più severo e radicale approccio critico, una dinamica storica, uno spazio storico per porre le basi in essi di un’azione cosciente della classe estranea ad ogni condizione di conservazione borghese e quindi rivoluzionaria.
Se siamo vincolati allo sforzo di applicare un metodo tanto formidabile quanto esigente, connesso alla responsabilità politica di cercare di contribuire a rappresentare la continuità di una presenza storica marxista, al contempo siamo liberi, nella nostra analisi, da tutte le esigenze derivanti dall’appartenenza ad una qualche frazione borghese, dal condizionamento dettato dalla difesa di un qualche interesse borghese coinvolto nella questione europea. Abbiamo al contempo il dovere e la possibilità di osservare e comprendere un processo storico pienamente inscritto nell’imperialismo, in cui la presenza attiva della nostra classe è assente, senza alcuna necessità di “tifare” per alcuna delle forze che lo sospingono, che intervengono per cercare di imprimerne una direzione, che se ne contendono la guida. Certo, è una condizione di vantaggio che deriva anche da una grave debolezza nei rapporti di forza sociali e politici, ma è una necessità politica quella di cercare di trarre e valorizzare proprio i vantaggi che possono scaturire da una fase di debolezza.
Tentativo di recupero tedesco e spazi di azione americani
Non possiamo, quindi, assolvere il compito di analizzare la questione europea, per comprendere cosa significhino i suoi reali sviluppi dal punto di vista dei compiti, delle possibilità e delle modalità di azione delle soggettività politiche della causa proletaria, riducendoci a registrare le impressioni derivanti da un costante fluire di avvenimenti, non ricondotti a termini di confronto adeguati e chiavi di lettura che possano misurarsi con la portata di tale questione dal punto di vista degli equilibri e delle accelerazioni delle crisi degli assetti imperialistici. Non possiamo imitare gli europeisti per cui ogni avvenimento che sembra andare in direzione del faro dell’Europa unita viene enfatizzato e assolutizzato – soprattutto dopo un periodo di delusioni e di scarsi riscontri – quando non addirittura salutato come il fatale passaggio di una fatidica soglia, oltre la quale la statualità comune europea sarebbe cosa fatta. Abbiamo perso il conto, negli anni, di queste soglie inesorabilmente superate: dalla moneta unica alla Convenzione europea, dall’istituzione di “mister Pesc” al ricorrente dibattito sul seggio comune europeo nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, fino agli innumerevoli parti di un esercito europeo ancora inesistente (e che potrà esistere solo in presenza di un’autorità politica unificata). Così come non possiamo riprodurre il comportamento dei sovranisti, dediti ad annotare di volta in volta ogni segnale di inadeguatezza delle istituzioni comunitarie per sostenere che la questione europea andrebbe derubricata a farsa o a questione talmente inconsistente e sfuocata da scomparire di fatto dall’orizzonte politico. Al posto di una simile analisi politica che vivacchia giorno per giorno al servizio di una presunta, costante conferma dei propri preconcetti, dobbiamo saper esprimere e sviluppare certo una capacità di tenere conto dello svolgimento dei fatti, di seguire con costanza e attenzione il decorso degli avvenimenti ma riconducendoli a ipotesi solide, a criteri interpretativi coerenti. Il momento della verifica di tali ipotesi e di tali criteri non è dato dalla mera “somma”, dalla registrazione, che in assenza di applicazione del metodo fornito dal marxismo non può che essere viziata da influenze ideologiche borghesi, di fatti in un senso o nell’altro. I processi storici producono esiti che mostrano la loro effettiva profondità, il loro significato più reale e determinante al cospetto di momenti particolari, che vanno colti. Non senza una ragione derivante dalla profonda comprensione del capitalismo e della sua maturazione imperialistica, la scuola marxista ha visto spesso nella guerra uno dei momenti della verità più rivelatori e significativi. Una lunga e rilevante fase di effettivo procedere del percorso di integrazione, di sviluppo della costruzione comunitaria, tra la fine degli anni ‘80 del Novecento e i primi anni del nuovo secolo, ha prodotto esiti e condizioni la cui reale possibilità di costituire un presupposto sufficiente al passaggio di una centralizzazione politica europea, neutralizzando l’azione degli Stati Uniti come potenza europea, è stata messa alla prova nel tornante del 2003. La guerra in Ucraina, quasi vent’anni dopo, ha costituito un altro momento importante per verificare lo stato reale, la condizione effettiva della questione europea. Questo conflitto – lo abbiamo più volte constatato – ha potuto svilupparsi nelle dimensioni e nei significati raggiunti essenzialmente in ragione dell’intervento statunitense volto a utilizzare lo scontro con la Russia – scontro mai condotto fino a sfiorare la possibilità di un eccessivo ridimensionamento o addirittura di una destabilizzazione di questa realtà imperialistica, che in sé si conferma, per deficit di forza e per molteplici ragioni di proiezione economica, politica, storica, più un partner oggettivo che un nemico strategico per Washington – in chiave anti-tedesca, contro cioè la potenza che rimane centrale e ineludibile in ogni credibile scenario di centralizzazione politica europea.
L’imperialismo tedesco ha sostanzialmente subito lo svilupparsi della guerra in Ucraina, pagando un prezzo importante tanto in termini direttamente economici quanto in relazione al proprio status politico europeo e globale.
Il Governo del cancelliere Friedrich Merz ha cercato di far uscire la Germania dall’angolo sviluppando un marcato attivismo internazionale, anche in risposta alle iniziative adottate dall’Amministrazione Trump. Ma lo scenario interno della Ue non solo mostra ancora importanti spazi di azione per la potenza europea statunitense, ma anche segnali che indicano alcune rilevanti differenze rispetto al 2003. Esplicitando una sintonia con Mosca e calcando i toni della contrapposizione nei confronti di una determinata configurazione europea, l’Amministrazione Trump ha indubbiamente confermato tratti peculiari. Al contempo, la storica linea di fondo degli Stati Uniti potenza europea non strategicamente ostile alla Russia e invece avversa ad una centralizzazione politica europea, opzione che non può che chiamare in causa direttamente la Germania, non mostra alcuna netta deviazione. Anzi, Washington, nelle forme e nei codici del linguaggio trumpiano, ha mostrato di voler ancora insistere sui vantaggi e sugli spazi di manovra ottenuti e ribaditi con gli sviluppi del conflitto ucraino. Il programma Purl (Prioritised Ukraine Requirements List) ne è una chiara dimostrazione. Questo programma, coordinato dalla Nato e lanciato a luglio, prevede l’acquisto dagli Stati Uniti di armi per l’Ucraina e ha incontrato un quadro europeo in cui alcuni dei maggiori Stati hanno assunto posizioni diverse. Se la Germania, il 13 agosto, ha finanziato da sola il terzo pacchetto da 500 milioni di dollari, la Francia è rimasta al di fuori del programma, provando a intensificare a livello bilaterale le forniture militari a Kiev, mentre l’Italia sembra aver assunto una posizione attendista[1].
Iniziativa tedesca e confronto sugli asset russi
Significativa è stata anche la vicenda del tentativo, condotto principalmente da Berlino in sintonia con la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen, di utilizzare gli asset russi per finanziare il prestito a Kiev. La decisione raggiunta al Consiglio europeo del 18-19 dicembre ha alle spalle un cammino tortuoso, che ha visto persino il controverso ricorso ad una clausola d’emergenza volta ad aggirare il voto all’unanimità per congelare gli asset della Banca centrale russa di fatto a tempo indeterminato. Ungheria e Slovacchia hanno votato contro questo passaggio, mentre Belgio (dove ha sede la società Euroclear in cui sono depositati 185 dei 210 miliardi di euro di asset russi), Italia, Malta e Bulgaria hanno sottoscritto una dichiarazione in cui hanno espresso riserve sull’operazione e soprattutto su un eventuale futuro utilizzo delle riserve russe[2]. Infine, alla resa dei conti del vertice dei Capi di Stato e di Governo, quella che era stata presentata come la prima opzione ha lasciato il posto ad un prestito di 90 miliardi di euro attraverso l’emissione di debito garantito dal bilancio Ue.
Intorno a questo esito si sono riformate sostanzialmente le due grandi correnti interpretative del mondo borghese rispetto alla questione europea. Chi ha messo in risalto l’ennesima manifestazione di fratture tra i Paesi dell’Unione[3] e chi ha salutato il ricorso all’emissione di debito pubblico comune come, ancora una volta, la manifestazione di un salto qualitativo verso il traguardo dell’unificazione compiuta dell’Europa.
Proprio di fronte a questa polarizzazione dalla pesante connotazione ideologica, occorre ribadire alcuni aspetti essenziali dell’accordo raggiunto a Bruxelles e soprattutto l’ancoraggio di metodo nell’interpretare simili sviluppi.
Il piano di prestito deciso per l’Ucraina – risultato di uno schiacciante rifiuto da parte degli Stati di addossarsi l’onere di garanzie nei confronti del Belgio nel caso di adozione della, complessa e non priva di rischi, opzione di utilizzo degli asset russi[4] – sarà garantito da parti del bilancio Ue non utilizzate, senza impatto sulle finanze nazionali[5]. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca si sono viste riconosciute un’esenzione da ogni obbligo di rimborso legato all’emissione del debito[6]. Non solo, quindi, non si è assistito a nulla di simile ad un risolutivo spostamento delle dinamiche europee dal piano delle trattative tra Governi nazionali e piano comunitario. Ma soprattutto occorre che sia chiaro il metodo di fondo con cui ci si approccia alla questione europea. Non siamo mai stati convinti – e oltre vent’anni di storia europea hanno ulteriormente confermato la nostra valutazione – che il problema dell’unificazione politica continentale potesse essere risolto dall’attivazione di un “meccanismo” istituzionale, inveramento della superiore ragione collettiva europea, capace di svuotare la dimensione degli Stati nazionali, riempiendo al contempo sempre più la dimensione delle istituzioni comuni. Non abbiamo mai ritenuto che la formazione di un’istituzione, di uno spazio, di una prerogativa comuni, per quanto importanti – e iniziammo a mettere al vaglio questa nostra convinzione nei tempi di forsennato entusiasmo europeista che accompagnarono il varo della moneta unica – potessero fare da innesco istituzionale, in assenza di una forza costituita da uno Stato e o da un’alleanza di Stati in grado di imporre la propria concezione di unificazione europea, per ulteriori, inesorabili passaggi fino al compimento del trasferimento di tutte le essenziali prerogative statuali a livello continentale.
La questione europea è questione di rapporti di forza, di politica e di lotta tra Stati. Anche questi recenti sviluppi, quindi, vanno letti innanzitutto su questo piano. La vicenda degli asset russi costituisce una battuta d’arresto nel tentativo dell’imperialismo tedesco di riprendere forza e centralità dopo aver subito gli effetti dell’utilizzo americano della guerra in Ucraina. Da più parti è stato indicato, anche in questo confronto, un ruolo esercitato dalla potenza europea statunitense, ancora una volta in contrasto con l’azione di Berlino[7]. Sul Financial Times si sono concentrati giudizi circa il disallineamento della Francia, che avrebbe fatto mancare il proprio sostegno alla Germania, avvicinandosi, su questo dossier (così come sul rinvio della firma dell’accordo commerciale tra Ue e Mercosur) alle posizioni del Governo italiano[8]. Non siamo di fronte ad una novità legata solo a queste ultime, specifiche tematiche. Il confronto imperialistico che ruota intorno alla guerra in Ucraina ha visto l’imperialismo francese assumere una posizione, rispetto allo storico partner tedesco, molto diversa da quella mantenuta nel 2003. Allora constatammo come l’asse renano mostrasse un significativo mutamento degli equilibri interni. Affrontò la sfida posta dall’intervento americano in Medio Oriente cercando di rispondere all’iniziativa dell’imperialismo statunitense ponendosi alla guida di un’intensificazione della capacità dei Paesi dell’Unione europea di proiettarsi come blocco unitario. Quello che definimmo allora asse tedesco-franco, proprio ad indicare come al suo interno fossero mutati i rapporti di forza, la suddivisione dei compiti e persino i caratteri della visibilità all’esterno, dovette incassare gli effetti della persistente capacità americana di agire lungo linee di divisione in Europa e di esercitare ancora una decisiva influenza su molteplici Stati europei. Ma l’asse renano resse l’urto e fu in grado di condurre una importante battaglia politica, pur non riuscendo a vincerla. La crisi ucraina ha mostrato finora questa notevole differenza: intorno alla Germania, principale obiettivo dell’utilizzo americano del conflitto, non solo non si è attivato alcun cordone di protezione europeo, ma la stessa Francia non ha mancato di assumere posizioni, ad esempio in termini di rilancio dell’impegno militare a sostegno di Kiev e alzando ripetutamente l’asticella di un coinvolgimento internazionale nel conflitto di fronte a cui Berlino manifestava chiari segni di disagio, che sono parse più tese a trarre un vantaggio rispetto allo storico partner europeo negli equilibri continentali che a venirgli in soccorso. Il tentativo dell’imperialismo tedesco di recuperare terreno dopo i colpi ricevuti con la guerra ucraina non si potrà fermare certo di fronte a questi recenti scacchi. Ma nella prospettiva di questo necessario tentativo rimane fondamentale riacquistare un sostegno in Europa che assai difficilmente potrà prescindere dal recupero di un saldo rapporto con Parigi su nodi essenziali. È forse troppo presto per trarre un compiuto bilancio della crisi ucraina come momento di verifica delle condizioni e dei termini attuali e concreti della questione europea. Ma questa sensibile differenza, rispetto alla crisi irachena del 2003, nello storico asse trainante del processo di integrazione continentale, insieme alla riaffermata capacità dell’imperialismo statunitense di attivarsi risolutamente come potenza europea, costituiscono elementi essenziali per comprendere il presente e i possibili scenari futuri della questione europea.
NOTE
[1] Marco Bresolin, “L’Europa torna a comprare armi Usa Sì della Spagna, l’Italia prende tempo”, La Stampa, 17 novembre 2025.
[2] Francesca Basso, “La Banca centrale russa fa causa sugli asset”, Corriere della Sera, 13 dicembre 2025.
[3] Su questo registro si sono espressi non solo i fogli della pancia sovranista e populista. Basti pensare al giudizio apparso sul New York Times: «una dimostrazione di divisione che ha rischiato di far apparire l’Unione europea indecisa in un momento chiave» (Jeanna Smialek, “Europe’s plan to fund Ukraine”, The New York Times, International Edition, 20-21 dicembre 2025).
[4] Claudio Tito, “Nella notte scatta la trappola isolati Merz e von der Leyen”, la Repubblica, 20 dicembre 2025.
[5] Anne-Sylvaine Chassany, Henry Foy, Adrienne Klasa, “Merz runs into Macron roadblocks on Ukraine”, Financial Times, 22 dicembre 2025.
[6] Henry Foy, Paola Tamma, Laura Dubois, Barbara Moens, “Merz plan for Ukraine loan using frozen Russian assets collapses”, Financial Times, 20-21 dicembre 2025.
[7] In questo senso si è espressa anche Yevheniia Kravchuk, deputata ucraina considerata molto vicina al presidente Volodymyr Zelensky, che ha parlato di «segnali chiari» arrivati da Washington anche ai «governi europei amici» (Fabio Tonacci, «Kravchuk “Gli Usa hanno frenato l’esproprio dei soldi di Mosca”», la Repubblica, 20 dicembre 2025).
[8] Anne-Sylvaine Chassany, Henry Foy, Adrienne Klasa, “Merz runs into Macron roadblocks on Ukraine”.
