Su Repubblica Ezio Mauro è stato, come al solito, perentorio: «Dopo quasi due secoli di cammino, la sinistra dovrebbe capire immediatamente che le sue città sacre, simboliche, oggi sono Kiev e Teheran». Una scelta obbligata (anche un po’ espiatoria?), «dopo aver venerato i falsi idoli del comunismo del Novecento». La sinistra – prosegue – deve andare oltre la buona amministrazione e in un «mondo fuori controllo», preda di autocrazie e svolte autoritarie, deve ancorarsi alla triade di concetti guida: libertà, Occidente, democrazia. O questo «oppure il capolinea».
Gli risponde, sulla versione italiana dell’HuffPost, lo storico e filologo Luciano Canfora, figura di riferimento di quel che rimane di una sinistra di matrice gramsciana e togliattiana, contestando i toni celebrativi del «famoso Occidente, di cui Mauro e molti sono innamorati» e rilanciando: «Oggi i luoghi in cui si misura la sensibilità degli esseri umani – destra e sinistra sono definizioni superate da tempo – sono il Minnesota e Gaza».
In questo groviglio di sensi di colpa novecenteschi (più che il falso idolo del comunismo era il falso comunismo ad esser feticizzato, ma per arrivare a queste conclusioni occorrevano – e per certi versi occorrono ancora – capacità di applicare coerentemente la teoria marxista, onestà intellettuale e coraggio politico), di logore baruffe tra ideologi sulla permanenza o meno di categorie come “destra e sinistra” o sull’Occidente come valore o disvalore, quello che colpisce è la completa rimozione di un elemento che pure un qualche ruolo l’ha svolto nel definire «quasi due secoli di cammino» del concetto di “sinistra” e le concrete esperienze storiche che sono riconducibili ad esso: la questione sociale, che con lo sviluppo del socialismo è diventata, con maggiore precisione e coerenza, la questione di classe.
Su un aspetto, infatti, i due maȋtre à penser della moderna sinistra (nelle sue declinazioni più o meno dichiarate) concordano. Il loro soggetto di riferimento, il perno del loro ragionamento e delle loro indicazioni è la «nostra condizione di uomini e donne arbitri del proprio destino» (Mauro) e «la sensibilità degli esseri umani» (Canfora). Un essere umano, quindi, separato, astratto dalla formazione sociale in cui pure è inserito e da cui è condizionato, dalle determinazioni di un modo di produzione, dalla reale divisione in classi della società. Ci si potrebbe soffermare sulla portata di un simile regresso del pensiero e del dibattito politico in questa era della storia del capitalismo. Ma preferiamo, di fronte a questa ansia di collegare al proprio modello di “essere umano” la giusta capitale sulla scena internazionale, ricordare che esiste una concezione, un’appartenenza, una coscienza collettiva, anche questa con ormai secoli alle proprie spalle, che non ha mai avuto bisogno di cercare o inventarsi di volta in volta la propria capitale per cercare di dare ancora un senso alla propria identità ideologica o per trovare una funzionalità nel gioco politico delle classi dominanti. Una concezione che ha sempre riconosciuto come propria, come carne della propria carne e sangue del proprio sangue, la condizione degli sfruttati in lotta contro gli sfruttatori, delle classi oppresse contro le classi che le opprimono, del lavoro contro il capitale, dovunque questa lotta si manifesti e si sviluppi.
Questa concezione ha conosciuto momenti storici in cui ha potuto lasciare la sua impronta su ampi e sfaccettati ambienti culturali. Celebre è un’espressione letteraria di questo altro, più profondo, significato di appartenenza e identità sociale e politica. La sua forza emerge splendidamente a fronte della misera corsa alle capitali di riferimento di una sinistra senza più dimensione sociale che non sia la tacita accettazione dell’esistente capitalistico.
«Sarò in tutt’i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. […] sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… be’, io sarò lì».
Discorso di Tom Joad in Furore di John Steinbeck (traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2013).
Per chi si batte contro il mondo del capitale, tutto il mondo è capitale.
