LA SEPARAZIONE DELLA PROPRIETA’ DALLA FUNZIONE CAPITALISTICA

Dalla postfazione al testo di Zheng Chaolin Il capitalismo di Stato, Movimento Reale, Roma, gennaio 2023


Nel suo breve saggio Zheng Chaolin, sulla scorta di Marx e di Engels, inquadra correttamente la tendenza generale del capitalismo a separare la proprietà del capitale dalla funzione di valorizzazione del capitale stesso e dalla direzione effettiva della produzione, in un processo che passa attraverso lo sviluppo delle società anonime fino ad arrivare, in determinate condizioni, alle punte estreme dell’assunzione ad ampio raggio della proprietà del capitale da parte dello Stato.

Zheng, tuttavia, non sfugge alla concezione – peraltro comune a quasi tutti i teorici marxisti dalla II Internazionale in avanti – che considera il capitalismo di Stato una “nuova fase dello sviluppo capitalistico”, una sua tendenza irrevocabile, un gradino che necessariamente preceda la rivoluzione socialista. Il trascorrere del primo secolo dell’imperialismo ha ormai ampiamente dimostrato che, pur nella costanza del processo di concentrazione capitalistica e della tendenza al monopolio statale, l’assunzione di gran parte o di tutto il capitale da parte dello Stato è un fenomeno che si realizza in specifiche congiunture del ciclo dell’accumulazione: nei Paesi capitalisticamente maturi può manifestarsi in presenza di profonde crisi economiche, o rispondere all’esigenza politica di fronteggiare gravi crisi belliche[1]; in quelli arretrati come unico strumento in grado di imprimere una potente accelerazione allo sviluppo industriale.

Nel suo saggio Zheng mostra comunque di aver colto la distinzione tra proprietà privata individuale e lo specifico carattere sociale, per quanto ancora di classe, della proprietà capitalistica, individuato da Marx ed Engels già nel 1847:

Il capitale non è, quindi, una potenza personale: esso è una potenza sociale.

Se il capitale, dunque, viene trasformato in proprietà comune che appartiene a tutti i membri della società, non è perciò una proprietà personale che si trasforma in proprietà sociale. È solo il carattere sociale della proprietà che cambia. Essa perde il suo carattere di classe.[2]

E la notevole assimilazione della lezione di Marx da parte del rivoluzionario cinese si rivela ulteriormente nell’interessante parallelo storico con la Chiesa cattolica nel Medioevo, in cui cardinali e vescovi sono parte della “classe feudale possidente” non in quanto individualmente proprietari della terra, ma in quanto membri della Chiesa come proprietario terriero collettivo. Già in passato, dunque, la proprietà privata individuale è stata abolita pur preservandone il carattere di classe.

Dallo scritto di Zheng, che rileva acutamente come nel capitalismo – ancor più che nella società feudale – la proprietà di classe non debba necessariamente accompagnarsi alla proprietà individuale, traspare peraltro un’evidente sintonia con alcune osservazioni di Amadeo Bordiga, i cui lavori difficilmente potevano essere noti nella Cina della fine degli anni ’40:

Il sorgere dell’economia capitalistica si presenta non come una instaurazione, ma come una larghissima abolizione dei diritti di proprietà privata.[3]

Anche dal punto di vista della trasformazione della figura sociale del capitalista, che, da proprietario e gestore dei mezzi di produzione operanti come capitale, si scinde da un lato in puro proprietario di azioni e titoli sul capitale, e, dall’altro, in puro agente della valorizzazione del capitale – da lui non posseduto – che si appropria del plusvalore estorto allaforza lavoro, delegando spesso la gestione dei mezzi di produzione e della forza lavoro a impiegati salariati, la riflessione di Zheng è in continuità con quella di Engels:

Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati. Il capitalista non ha più nessuna attività sociale che non sia l’intascar rendite, il tagliar cedole e il giocare in borsa, dove i capitalisti si spogliano a vicenda dei loro capitali. Se il modo di produzione capitalistico ha cominciato col soppiantare gli operai, oggi esso soppianta i capitalisti e li relega, precisamente come gli operai, tra la popolazione superflua, anche se in un primo tempo non li relega tra l’esercito di riserva industriale.[4]

Il capitalismo tende a “soppiantare” la vecchia figura sociale del capitalista, relegandolo in quanto proprietario e in quanto agente della valorizzazione del capitale – cioè in quanto imprenditore – tra la “popolazione superflua”, ovvero esterna al processo produttivo, e trasferendo le sue “funzioni sociali” produttive a impiegati salariati. Zheng tiene anche a rimarcare il carattere meramente parassitario, di “cancro sociale”, assunto dal capitalista in quanto proprietario, azionista, rentier, tagliatore di cedole; un carattere che, con lo sviluppo della tendenza alla separazione di proprietà e gestione, Marx ci illustra essere sempre più appannaggio anche del “capitalista in funzione”.

Continua…


NOTE

[1] In effetti a suo tempo Engels non sembra aver attribuito un carattere definitivo o irrevocabile alla tendenza al capitalismo di Stato: «Tanto il periodo di grande prosperità nell’industria con la sua illimitata inflazione creditizia, quanto lo stesso crac con la rovina di grandi imprese capitalistiche, spingono a quella forma di socializzazione di masse considerevolmente grandi di mezzi di produzione, che incontriamo nelle diverse specie di società anonime. Molti di questi mezzi di produzione e di scambio sono sin dal principio così enormi da escludere, come ad es. avviene nelle strade ferrate, ogni altra forma di sfruttamento capitalistico. Ad un certo grado dello sviluppo, neanche questa forma è più sufficiente; il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve assumerne la direzione […] Io dico: deve. Infatti, solo nel caso in cui i mezzi di produzione o di comunicazione si sono effettivamente sottratti al controllo delle società anonime, in cui quindi la statizzazione è diventata economicamente inevitabile, solo in questo caso essa, anche se viene compiuta dallo Stato attuale, rappresenta un progresso economico, il raggiungimento di un nuovo stadio preliminare nella presa di possesso di tutte le forze produttive da parte della società», e aggiunge: «Se lo Stato belga per motivi politici e finanziari assolutamente correnti ha costruito direttamente le sue principali strade ferrate, se Bismarck senza nessuna necessità economica ha statizzato le principali linee ferroviarie della Prussia, semplicemente per poterle dirigere e sfruttare meglio in caso di guerra, per trasformare i ferrovieri in gregge elettorale governativo e principalmente per procurarsi una nuova fonte di entrate indipendente dalle decisioni del parlamento: queste non sono state per nulla misure socialiste né dirette né indirette, né consapevoli né inconsapevoli». F. Engels, Antidühring, Lotta comunista, Milano, 2003, pp. 334-335. Dal canto suo, Bordiga scrive: « La direzione economica da parte dello Stato risponde, più o meno efficacemente nei vari tempi e luoghi, con ondate di avanzate e ritorni [corsivo nostro], alle molteplici esigenze di classe della borghesia: scongiurare o superare le crisi di sotto e sovrapproduzione, prevenire e reprimere le ribellioni della classe sfruttata, fronteggiare i paurosi effetti economico-sociali delle guerre di espansione, di conquista, di contesa pel predominio mondiale, e lo sconvolgimento profondo dei periodi che le seguono». Proprietà e capitale, Prometeo, n. 1, novembre 1950 [scritto però nel 1946-49].

[2] K. Marx – F. Engels, Manifesto del partito comunista, Lotta comunista, Milano, 1998, p. 45.

[3] A. Bordiga, Proprietà e capitale, Gruppo della Sinistra Comunista, Torino, 1972, p. 34.

[4] F. Engels, Antidühring, Lotta comunista, Milano, 2003, p. 335.

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