ZHENG CHAOLIN E LA TEORIA DEL CAPITALISMO DI STATO – VI
Dalla postfazione al testo di Zheng Chaolin Il capitalismo di Stato, Movimento Reale, Roma, gennaio 2023
Nel capitalismo di Stato per come esso si è concretamente manifestato, e del quale la teoria deve spiegare e sistematizzare gli elementi, generalmente lo Stato, in quanto proprietario, affida il capitale ad un dirigente di impresa affinché ne gestisca la valorizzazione. Nella misura in cui questo dirigente sovrintende realmente la produzione, anche se riceve formalmente un salario dallo Stato per la sua attività, nella sostanza la sua remunerazione coprirà la sua attività di “capitalista in funzione”, ovvero sia la sua attività di “direttore d’orchestra” che dirige l’esecuzione, sia quella di “impresario” del teatro (che non possiede) che “si occupa del salario degli altri musicisti”[1].
Arturo Peregalli illustra adeguatamente il funzionamento di questo meccanismo in URSS:
La nazionalizzazione dei mezzi di produzione comportava uno specifico sistema di appropriazione del profitto da parte dell’azienda. A quest’ultima restava una percentuale di quello prodotto, il cosiddetto «fondo del direttore», che era costituito dal 4% del profitto previsto dal Piano e dal 50% del profitto supplementare realizzato dall’impresa, ed era a disposizione del dirigente perché elargisse compensi straordinari ai dipendenti e, soprattutto, a sé stesso. Va da sé che egli era spinto non solo a raggiungere gli obiettivi del Piano, ma a superarli, per incamerare quote sempre maggiori di profitto; più ne aveva a disposizione da reinvestire nel processo produttivo, più potenza acquisiva la sua impresa. Nella trattativa con gli organismi superiori della pianificazione era inoltre indotto a gonfiare le necessità di capitale e di materie prime addizionali e a sottostimare il reale potenziale produttivo della propria unità economica per essere in grado di raggiungere e superare con facilità le quote del Piano da realizzare.[2]
Ciò che appare evidente da questo sintetico e significativo squarcio sul capitalismo di Stato russo è, in primo luogo, che il capitale, pur avendo un unico proprietario giuridico, non è affatto unico ma è molteplice. E non potrebbe essere altrimenti, a meno che il capitale non consti più di una somma di valori di scambio, i quali presuppongono produzione di merci e mercato[3], e dunque non sia più capitale. Il capitale in effetti – anche in presenza di un unico titolare – è sempre molteplicità di capitali, in contrapposizione ai venditori della forza lavoro e in concorrenza gli uni con gli altri[4].
Una seconda considerazione è quella che l’azienda, l’impresa – in URSS tra l’altro dotata di personalità giuridica – è il suo dirigente o il suo collegio di dirigenti. Nel capitalismo di Stato russo il “direttore” è a tutti gli effetti il “capitalista in funzione” che opera con capitale fornito dallo Stato, e che versa a quest’ultimo – il “capitalista monetario” – una quota del profitto (l’interesse) mentre trattiene in azienda l’utile d’impresa, che viene destinato in parte all’allargamento dell’accumulazione e in parte al proprio consumo personale. Dal punto di vista sostanziale, è del tutto indifferente che questo utile d’impresa si presenti apertamente come “fondo del direttore”, che venga contabilizzato nel bilancio della singola azienda come “stipendio” oppure che, come stipendio, risulti fornito direttamente dallo Stato. Ad ogni modo, se la remunerazione di questo “direttore” fosse salario, la sua grandezza sarebbe determinata dal valore di mercato della specifica forza lavoro che egli è in grado di erogare (sovrintendenza e direzione) e non sarebbe invece direttamente proporzionale al plusvalore estorto agli operai sotto la sua direzione[5]. Se poi il famigerato “direttore” riesce a mantenere la propria posizione liberandosi, “con modesta spesa” di capitale variabile, del suo “lavoro di sfruttatore” affidandolo ad un dipendente salariato, ecco che allora la sua figura – per nulla infrequente in URSS – assomiglierà sempre più a quella del businessman e dell’affarista di Bordiga o a quella del “cavaliere della fortuna” di Marx, che, sulla base della produzione capitalistica, sviluppa nelle società per azioni un «nuovo genere di truffa con il salario di amministrazione»:
… poiché accanto e al disopra dell’effettivo dirigente entrano in scena una quantità di consiglieri di amministrazione e sorveglianza, presso i quali amministrazione e sorveglianza diventano in realtà puri e semplici pretesti per saccheggiare gli azionisti ed arricchire sé stessi[6]
Solo che, nel capitalismo statale, i saccheggiati non sono gli azionisti bensì lo Stato, del quale i saccheggiatori continuano a far parte come “dirigenti” aziendali nominali e come membri del partito al potere, senza avere più nessun ruolo nella produzione ma non per questo cessando di rappresentare il capitale – e il suo potere di comando sul lavoro[7] – anche nei confronti del “dirigente effettivo”.
Un ultimo aspetto che risulta evidente dal brano di Peregalli riguarda il rapporto dei singoli capitalisti con gli organi della pianificazione, il quale, lungi dall’essere un puro rapporto di sottomissione delle imprese ai diktat dello Stato, viene descritto realisticamente come una “trattativa”, esattamente quella che intercorre sempre tra la classe dominante e il proprio strumento statale. E non c’è alcuna ragione di credere che tale “trattativa” non avesse in Russia anche carattere specificatamente politico oltre che di politica economica. Come scrive Peregalli, in URSS, alla fine degli anni Venti
Per rafforzare il potere manageriale fu decretato che le organizzazioni di partito non avrebbero dovuto interferire sulla gestione delle unità amministrative ma limitarsi a controllarle. Nel 1937 Stalin affermò che le istituzioni locali del partito non dovevano presumere di «sostituirsi agli organi economici», unici garanti della redditività aziendale, dato che non potevano essere «spersonalizzati».[8]
Ci sembra uno degli innumerevoli esempi concreti forniti dall’URSS della fondamentale subordinazione dello Stato al capitale e alla classe sociale che lo personifica.
Questa subordinazione in URSS non è mai venuta meno, nemmeno all’epoca delle purghe staliniane e delle frequenti epurazioni che colpivano dirigenti politici, ma anche economici ed amministrativi. Non si trattava in effetti di altro che del consueto scontro tra frazioni del capitale che però si dispiegava all’interno di una forma politica autoritaria, caratterizzata dalla fusione dell’apparato statale con il partito unico, nella quale gravi fibrillazioni che in altri contesti si manifestano con giochi parlamentari, mozioni di sfiducia ed elezioni, tendono ad essere risolte in maniera estremamente violenta. In regimi di questo tipo, determinati dalla necessità economica di attribuire allo Stato amplissimi poteri di centralizzazione politica, la sintesi degli interessi delle varie frazioni borghesi si realizza mediante la forte coercizione degli interessi che risultano di volta in volta meno rilevanti. Rappresentante dell’interesse generale del capitale, lo Stato si volge contro le singole frazioni del capitale che, spinte dalla dinamica economica, alterano periodicamente il forzato equilibrio politico.
Nel capitalismo di Stato, in particolare in quello russo, il costante affermarsi del potere centrale contro qualsiasi spinta politica frazionistica che travalicasse – realmente o potenzialmente – determinati limiti era favorito dalla forma specifica che assumeva la classe borghese, la cui posizione sociale passava formalmente attraverso la nomina statale di membri del partito[9]. La classe capitalistica raramente riusciva a cristallizzarsi stabilmente in determinati individui, in quanto tali individui cambiavano frequentemente. Il che non significa che la classe dominante fosse per questo meno stabile[10]. Lo Stato, che non è un’entità astratta ma un insieme di persone, se può possedere il capitale in quanto “persona giuridica”, non può prescindere dalle “persone fisiche” per gestirlo, per gestire i singoli capitali; singoli appartenenti all’apparato statale vengono dunque incaricati di sovrintendere la valorizzazione del capitale loro affidato e incentivati a farlo con una quota del plusvalore estratto o, per meglio dire, con una quota del plusvalore complessivo proporzionale alla grandezza del capitale che singolarmente gestiscono[11]. Dal momento che queste figure sono anche elementi dello Stato e che esso è, «per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante» faranno uso della propria influenza e delle proprie entrature per “trattare” negli organismi economici e politici la propria quota di plusvalore e l’applicazione nonché la ridefinizione delle “regole” che in misura variabile limitano le possibilità di avvantaggiarsi della posizione sociale acquisita e di migliorarla. L’inevitabile contrasto tra interesse immediato e interesse generale, che contraddistingue il rapporto di ogni classe dominante con il proprio Stato, si manifesta anche nel capitalismo di Stato e, al suo interno – date le esigenze economiche che ne hanno determinato l’affermazione e perlomeno finché queste stesse esigenze non risultano soddisfatte – l’interesse generale capitalistico impone un ricambio più o meno frequente che impedisca al consolidarsi di interessi parziali di minare la rigida sintesi politica.
Questa dinamica oggettiva, in URSS, si manifestava nell’interesse dell’apparato a non farsi sostituire, senza però distruggere le proprie basi economiche, e nell’interesse dei capitalisti individuali ad appropriarsi più a lungo possibile di plusvalore, senza però compromettere le fondamenta dello Stato che li collocava individualmente nella posizione di “capitalisti in funzione” e che, esercitando la sua violenta pressione sulla classe operaia, consentiva il più o meno sereno svolgimento di quella funzione.
L’intercambiabilità del personale umano che di volta in volta personificava i singoli capitali non impediva tout court al capitale di personificarsi, nel più o meno breve periodo in cui queste figure assolvevano la funzione di valorizzazione del capitale e si appropriavano del prodotto[12].
Una classe, per quanto rapidamente possano mutare i suoi singoli componenti, è sempre una classe, composta da persone fisiche portatrici di interessi. Soltanto un ragionamento metafisico e non dialettico può concepire l’essere esclusivamente come permanenza, può separare l’essere dal divenire, e se questo è vero per le scienze naturali lo è tanto più nel campo delle scienze sociali e in particolare quando queste si trovano ad affrontare il concetto di classe, che è di per sé un concetto dinamico e non statico.
Il rapido turnover dei capitalisti nel capitalismo di Stato – la cui reale effettività e velocità non deve essere in ogni caso esagerata – non implica la scomparsa della classe borghese, nemmeno in termini “sociologici”.
Per quanto possa risultare fluida, se osserviamo la classe fotograficamente, in ogni singolo momento essa si presenta come un insieme di figure concrete; e, se la osserviamo nella dinamica temporale, i capitalisti che non lo erano ieri e che non saranno più tali domani, lo sono oggi, benché ieri e domani altri individui ricoprano quel ruolo. Ieri, oggi e domani la classe dominante nel capitalismo di Stato è sempre composta da figure concrete. Se i loro interessi immediati sono costretti ad essere temporalmente circoscritti, quelli generali si esprimono in quello stesso Stato che li rimpiazza di continuo. Lo Stato rappresenta la continuità di questi interessi.
Può risultare complesso individuare questa classe, può risultare difficile distinguerla da tutte le altre figure sociali che beneficiano del rapporto capitalistico (ad esempio da tutti quegli strati sociali intermedi che rappresentano il principale bacino di reclutamento per la burocrazia e per la funzione capitalista), eppure, così come nella fisica astronomica le forze agiscono le une sulle altre, e il moto dei corpi celesti è determinato e correlato a quello di altri, nel capitalismo di Stato la classe capitalistica, la borghesia – per usare l’espressione di Marx –, è un pianeta nascosto del quale si deduce l’esistenza dai suoi effetti gravitazionali sui satelliti visibili che lo circondano, dunque la sua esistenza risulterà inequivocabilmente dal moto relativo delle sovrastrutture di cui essa si serve.
È certamente vero che nel capitalismo di Stato il rapporto sociale capitalistico trova immancabilmente i suoi sostenitori e difensori – tutta la schiera di servitori che esistono socialmente in virtù del funzionamento del rapporto stesso –, e che sono esattamente questi ultimi – più che il capitalista in quanto tale – gli elementi con i quali il proletariato si scontra politicamente; ma questo è vero sempre, anche nelle forme di capitalismo privato o semi-privato, nelle quali la difficoltà di individuare la classe dei capitalisti in funzione è relativamente minore.
Come rileva correttamente Bordiga, per la teoria marxista la definizione delle classi sociali non ha il senso di una compilazione di tipo classificatorio (malgrado l’etimo) o naturalistico. Non si tratta di riempire le pagine di un Systema Naturae per Regna Tria Naturae, secundum classes, ordines, genera, species…[13], di “censire” statisticamente un insieme quantitativamente fluido o di registrare l’anagrafe di un gruppo mutevole nei suoi tratti individuali; si tratta però di individuare in una data formazione economico-sociale dal carattere antagonistico gli interessi e le forze che contrapponendosi ne determinano il funzionamento.
L’importanza di questa individuazione è strettamente intrecciata all’esigenza del marxismo di fondare su basi rigorosamente materialistiche la contrapposizione storica tra capitale e lavoro salariato, di trovarne la radice in forze sociali reali e non ideali. Queste forze sociali reali sono le classi[14], sono reti di interessi materiali, e solamente nell’astrazione questi interessi materiali possono essere separati dai materialmente interessati.
Esattamente come soltanto nell’astrazione si può negare che degli interessi materiali siano anche “personali”. Gli interessi sono sempre personali. L’interesse del proletariato a non morire di fame, a ottenere un salario adeguato al valore della sua forza lavoro, a lavorare in sicurezza, a dare un tetto ai propri figli, a non farsi massacrare in una guerra imperialista, si configura per gli appartenenti alla classe operaia, che ne siano consapevoli o meno, come un interesse decisamente personale. Tanto quanto il godere dei frutti della produzione sociale e conservare la propria posizione di privilegio è concreto e personale interesse dei capitalisti e in generale di chi beneficia del rapporto di produzione capitalistico[15].
Quando Marx descrive il capitalista non come colui che “accumula piaceri” ma come colui che “ricava piacere nell’accumulare” intende affermare che solo nella misura in cui il capitale viene accumulato, e accumulato in misura crescente, il capitalista può garantire la propria posizione sociale e assicurarsi la quota di plusvalore destinata al suo consumo individuale[16], non certo che il capitalista non abbia alcun interesse “personale” nel farsi ingranaggio del meccanismo della “produzione per la produzione”.
L’impersonalità del capitale acquisisce il suo significato solamente se viene intesa materialisticamente come reificazione di dati rapporti sociali – che sono rapporti tra persone e non tra cose[17] – i quali si impongono come una irresistibile forza esterna, con la forza di leggi naturali, agli individui nei quali questi stessi rapporti si personificano. La volontà di questi individui sarà allora determinata e condizionata dai loro interessi, e i loro interessi dalla loro rispettiva posizione all’interno dei rapporti sociali dati. Senza questi individui in carne ed ossa, tuttavia, non esisterebbero nemmeno quei rapporti.
Ciò che Engels scrive a proposito della storia è tanto più valido per i rapporti sociali, le «condizioni particolari di vita» che della storia umana sono la sostanza:
… la storia si fa in modo tale che il risultato finale scaturisce dall’urto di molte volontà singole, ciascuna determinata ad essere quella che è da condizioni particolari di vita. Esistono dunque innumerevoli forze che si intersecano, un gruppo infinito di parallelogrammi delle forze da cui esce una risultante, l’evento storico, che a sua volta può essere considerato come il prodotto di una forza agente come tutto in modo inconscio e involontario. Infatti ciò che ogni singolo vuole è impedito da ogni altro, e quel che ne risulta è qualcosa che nessuno voleva. Così la storia procede, finora, a guisa di processo naturale e soggiace sostanzialmente alle medesime leggi di movimento.[18]
Va da sé che per Engels la «la forza agente come tutto» non può fare a meno di essere una risultante di «molte volontà singole», determinate, ma non per questo meno reali.
Dunque se il lavoro vivo deve essere personificato nell’operaio, il lavoro passato, morto, che si drizza di fronte all’operaio come una cosa estranea a cui non batte il cuore, per poter vivere come vampiresca divinità capitalistica deve personificarsi, ha bisogno di sacerdoti che pensino, parlino, agiscano in sua rappresentanza e che si occupino dei sacrifici votivi[19]. Lo Juggernaut, il Moloch o Baal, non esistono se non nell’azione di chi di volta in volta li rappresenta, come espressione di un rapporto sociale tra sacerdoti e credenti che si è autonomizzato e che impone le proprie leggi ad entrambi i gruppi, seppure con una ben differente suddivisione di costi e benefici. Non crediamo che la spersonalizzazione del capitale abbia in Marx il significato di una sua “depersonificazione”.
Dal punto di vista marxista, se non è sbagliato affermare che non esiste capitalismo senza classe capitalista è però un grave errore identificare il capitalista nel proprietario privato dei mezzi di produzione. Un errore che conduce inevitabilmente a negare i rapporti di produzione capitalistici laddove scompaia il capitalista-proprietario, impedendosi così di individuare anche il capitalista in funzione contrapposto al proletario. Tuttavia, è un errore anche presumere che il capitalismo possa esistere senza capitalisti, in quanto personificazioni del capitale operante come tale. In realtà, in termini rigorosamente marxisti, il capitale è sia prodotto che riproduttore dei due estremi della sua essenza di rapporto sociale: l’operaio e il capitalista; è un rapporto sociale che riproduce sé stesso riproducendo i due termini del rapporto:
Dal processo di produzione e di valorizzazione risulta infine soprattutto la riproduzione e la nuova produzione del rapporto tra capitale e lavoro stesso, tra capitalista e operaio. Questo rapporto sociale, rapporto di produzione, si presenta in effetti come un risultato del processo che è ancora più importante dei suoi risultati materiali. Nell’ambito di questo processo cioè l’operaio produce sé stesso come capacità lavorativa e il capitale che gli sta di fronte, così come d’altra parte il capitalista produce sé stesso come capitale e la capacità lavorativa vivente che gli sta di fronte. Ognuno riproduce sé stesso in quanto riproduce il suo altro, la sua negazione. Il capitalista produce il lavoro come lavoro altrui, il lavoro produce il prodotto come prodotto altrui. Il capitalista produce l’operaio e l’operaio produce il capitalista ecc.[20]
Per il marxismo la rivoluzione proletaria non è mai consistita nell’andare a cercare i singoli capitalisti “casa per casa”, bensì nella socializzazione dei mezzi di produzione, da essi posseduti e/o gestiti come classe, in seguito all’abbattimento del loro Stato, un raggruppamento di persone fisiche separato dalla collettività, eretto a difesa dei rapporti che consentono alla classe dominante di rimanere tale. Un raggruppamento armato, che si frappone violentemente tra il proletariato ed il potere di socializzare i mezzi di produzione dopo aver instaurato la propria dittatura, dall’esercizio della quale sono esclusi tutti coloro che non appartengono al proletariato.
I proletari ungheresi che nel 1956 sono insorti contro il capitalismo di Stato e che hanno formato i propri consigli operai non hanno avuto bisogno di conoscere l’indirizzo dei vari capitalisti-senza proprietà che li sfruttavano. Hanno però indirizzato senza esitazioni le proprie armi contro gli odiati membri dello Stato che per quei capitalisti costituiva la possibilità di esistere come tali e che al tempo stesso esisteva in quanto rappresentante dei loro interessi capitalistici; uno Stato che era il loro sostegno, il loro strumento ed il loro baluardo.
Affinché il proletariato indirizzi la propria lotta rivoluzionaria contro i rapporti sociali capitalistici, senza ricondurla alle buone o cattive intenzioni delle singole, individuali personificazioni del capitale, è del tutto superfluo – oltre che errato – negare l’esistenza del capitalista in funzione in quanto persona fisica. Si arriverebbe ad immaginare una contrapposizione tra il “capitale in sé” e il proletariato, ma il “capitale in sé”, lo ripetiamo con Marx, è un rapporto sociale e se qualsiasi rapporto presuppone almeno due elementi che interagiscano tra di loro, un rapporto sociale presuppone che questi elementi siano “persone”. E il fatto che il rapporto tra capitalista e proletario possa non essere diretto ma altresì mediato da numerose altre “figure” non invalida questo assunto. Ad ogni modo, dal momento che non può esistere uno degli estremi del rapporto senza l’altro, ci viene il dubbio che, stando a questa interpretazione “depersonificante”, il “soggetto rivoluzionario” contrapposto alla “cosa” capitalistica molto difficilmente potrebbe coincidere con il proletariato, mentre potrebbe benissimo comprendere all’interno della suggestiva quanto in questo caso inappropriata categoria di “specie umana” anche quella classe capitalistica di cui si nega l’esistenza; assieme ad ampi strati intermedi. Un’ulteriore opzione potrebbe essere quella di defraudare tout court la classe operaia del suo ruolo di soggetto rivoluzionario, per attribuirlo ad una qualche entità formale il cui legame con la classe e con i suoi interessi sarebbe solo idealisticamente proclamato, ovvero indimostrabile.
Peraltro la tesi feticistica del capitale depersonificato, del capitale come “cosa”, ad un esame approfondito che vada oltre il suo fascino seducente, rivela un’allarmante contiguità con la concezione ideologica tipica dell’economia borghese che tende a presentare le contraddizioni inerenti ai rapporti sociali capitalistici come “catastrofi naturali”, come uragani, terremoti, siccità, ecc., sul verificarsi delle quali l’intervento umano può poco o nulla.
Se la concezione borghese dei rapporti sociali conduce alla rassegnazione, ovvero a ritenere che le crisi economiche, le fibrillazioni politiche, le guerre non siano altro che catastrofi naturali che è illusorio tentare di eliminare e che occorre sopportare pazientemente limitando i danni, la sua versione per così dire “rivoluzionaria”, portata alle sue estreme conseguenze, ritiene sufficiente attendere che le catastrofi naturali conducano esse stesse, esclusivamente in virtù della loro meccanica interna – e, ovviamente, senza nessuna intromissione di volgarissimi elementi “attivi”, trattandosi di fenomeni naturali, di “cose” –, ad una situazione nella quale non si verifichino più.
Dal punto di vista delle argomentazioni e dell’autorappresentazione, le differenze tra le due concezioni possono essere le più svariate, per la classe dominante, che si nasconde molto volentieri dietro gli impersonali e assolutori “algoritmi”, il risultato è il medesimo.
Tratte le debite somme, riteniamo che il marxismo non abbia bisogno di un simile “arricchimento”.
Continua…
NOTE
[1] «[Nel 1934], Ordzhonikidze, allora commissario dell’Industria pesante, parlando ad una conferenza di direttori dell’industria pesante, disse: “Come direttori, dirigenti amministrativi, sovrintendenti, vi dovete occupare personalmente dei salari in tutti i loro dettagli concreti e non affidare ad alcuno questa materia così importante. I salari sono l’arma più potente nelle vostre mani”. Poco tempo dopo, Andreev, un membro dell’Ufficio politico, dichiarò: “La scala salariale deve essere lasciata interamente nelle mani dei dirigenti dell’industria. Sono loro che devono stabilire le regole”. Si creò così la situazione anomale in cui la Commissione per i salari a cottimo ed i conflitti, pur conservando il suo nome, venne specificatamente esclusa dall’intervenire nel fissare la quota dei salari e gli standard produttivi!». T. Cliff, Capitalismo di Stato in Russia, Prospettiva edizioni, 1999, p. 13.
[2] A. Peregalli, Stalinismo, nascita e affermazione di un regime, Graphos, Genova, 1993, p. 125.
[3] In URSS «Le aziende, sebbene fossero formalmente proprietà dello Stato e subissero l’azione di coordinamento degli organi della pianificazione e della Banca di Stato, rimasero entità autonome, che si sviluppavano di fatto indipendentemente le une dalle altre. La loro produzione era produzione di merci e lo scambio rimaneva alla base dei rapporti reciproci tra le varie unità di produzione e distribuzione». A. Peregalli, Ibidem, p. 125.
[4] «Concettualmente la concorrenza non è altro che la natura interna del capitale, la sua determinazione essenziale che si presenta e si realizza come interazione reciproca dei molti capitali, la tendenza interna come necessità esterna. (Il capitale esiste e può esistere soltanto nella forma di molti capitali, per cui la sua autodeterminazione appare come loro interazione)». K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica – Grundrisse, Manifestolibri, Roma, 2012, p. 276.
[5] «[In Russia il capitalista] si comporta esattamente come l’agente del capitale che è, come agente del lavoro morto alienato all’operaio e che lo opprime. Anche la differenza di classe tra i due, che i russi definiscono eufemisticamente “funzionale”, si esprime esteriormente in maniera non diversa che sotto il capitalismo tradizionale, dove l’uno vive nel lusso e l’altro nella miseria. È vero che in Russia l’agente del capitale non “possiede” la fabbrica. Ma la proprietà personale viene riconosciuta nel diritto illimitato di acquistare buoni fruttiferi, case sontuose, dacie ed effetti personali. Le obbligazioni di Stato, per quanto alto sia il loro ammontare, non sono soggette alla tassa di successione o di donazione. Tutte le forme di proprietà personale possono essere lasciate in eredità ai discendenti diretti. Gli istituti di istruzione superiore, le cui tasse scolastiche li rendono inaccessibili al proletariato, danno il benvenuto ai figli di questi direttori di fabbrica privi di proprietà, e questo assicura ai loro rampolli delle buone posizioni come si confà ai figli o alle figlie della classe dirigente. Questo, comunque, è del tutto secondario rispetto ai rapporti di fabbrica. […] L’operaio russo sa che il lavoro del direttore di fabbrica non è […] puramente “funzionale”. Il direttore di fabbrica si comporta come un padrone perché è un padrone». Raya Dunayevskaya, La natura dell’economia russa, in A. Peregalli – R. Tacchinardi, L’URSS e la teoria del capitalismo di Stato, Pantarei, Milano, 2011, pp. 219-222.
[6] K. Marx, Il capitale, UTET, Torino, 2009, Libro III, p. 491. Aggiunge Marx: «“Quanto guadagnino banchieri e commercianti partecipando alla direzione di otto o nove compagnie, si può vedere dall’esempio che segue: il bilancio privato del sign. Timothy Abraham Curtis, esibito al tribunale dei fallimenti quando egli fece bancarotta, mostrava un reddito annuo di 800-900 Lst. sotto la voce: attività direttive. Poiché infatti il sign. Curtis era stato direttore della Banca d’Inghilterra e della Compagnia delle Indie Orientali, ogni società per azioni si stimava fortunata di poterselo assicurare come direttore” (pp. 81-82). […] L’onorario dei direttori di tali società per ogni seduta settimanale è di almeno una ghinea (21 marchi). I dibattimenti in sede di tribunale mostrano che il salario di sorveglianza sta, di norma, in ragione inversa alla sorveglianza effettivamente esercitata da questi nominali direttori». Ibidem, p. 492.
[7] «La trasformazione del lavoro (come attività vivente indirizzata a un fine) in capitale, è in sé il risultato dello scambio tra capitale e lavoro, in quanto dà al capitalista il diritto di proprietà sul prodotto del lavoro (e il comando sul lavoro). Tale trasformazione viene posta solo nel processo di produzione stesso. È quindi assurdo chiedersi se il capitale sia o non sia produttivo. Il lavoro stesso è produttivo solo in quanto assunto nel capitale, dove il capitale costituisce la base della produzione, e quindi il capitalista comanda la produzione». K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica – Grundrisse, Manifestolibri, Roma, 2012, p. 198.
[8] A. Peregalli, Stalinismo, nascita e affermazione di un regime, Graphos, Genova, 1993, p. 124.
[9] Nel 1923, il 29% dei direttori di fabbrica era nel partito. «Dal 1925 […] il 73,7% dei componenti dei consigli di amministrazione dei trust, l’81,5% dei componenti dei consigli di amministrazione dei consorzi, e il 95% dei direttori delle grandi imprese, erano iscritti al partito; nel 1927, le cifre corrispondenti erano 75,1%, 82,9% e 96,9%. Nel 1936, apparteneva al partito tra il 97,5% e il 99,1% di questo tipo di personale, e la cifra dei presidenti dei trust era il 100%». T. Cliff, Capitalismo di Stato in Russia, Prospettiva edizioni, 1999, p. 87.
[10] «… il fatto, tanto ammirato dagli apologeti economici, che un uomo senza patrimonio, ma con energia, solidità, destrezza e conoscenza degli affari, possa così trasformarsi in capitalista [corsivo nostro] […], sebbene porti continuamente in campo, a fronte dei capitalisti individuali già esistenti, tutta una schiera non gradita di nuovi cavalieri di fortuna, rafforza il dominio dello stesso capitale, ne allarga le basi, e gli permette di reclutare al proprio servizio forze sempre nuove dagli strati inferiori della società. Non diversamente, il fatto che nel Medioevo la chiesa cattolica costituisse la sua gerarchia mediante le teste più fini del popolo, senza badare a stato, nascita e censo, fu uno dei mezzi principali di consolidamento del potere dei preti e di oppressione dei laici. Quanto più la classe dominante è capace di accogliere nel proprio seno gli uomini più eminenti delle classi dominate, tanto più solido e pericoloso è il suo dominio». K. Marx, Il Capitale, UTET, Torino, 2009, Libro III, p. 748.
[11] «Il singolo agente del capitale non ha mai realizzato direttamente il plusvalore estratto nella sua fabbrica specifica. Ha partecipato alla distribuzione del plusvalore nazionale nella misura in cui il suo capitale individuale era in grado di esercitare una pressione su questo capitale complessivo. In Russia tale pressione non viene esercitata mediante la concorrenza, bensì attraverso la pianificazione statale». Raya Dunayevskaya, La natura dell’economia russa, in A. Peregalli – R. Tacchinardi, Op. cit., p. 218.
[12] «… il capitale per sé stante è il capitalista. I socialisti hanno un bel dire: noi abbiamo bisogno del capitale, ma non del capitalista. In tal caso il capitale figura come semplice cosa, non come rapporto di produzione che, riflesso in sé, è appunto il capitalista. Io posso benissimo separare il capitale da questo singolo capitalista, ed esso può passare nelle mani di un altro. Ma perdendo il capitale, egli perde la sua qualità di capitalista. Il capitale può quindi benissimo esser separato dal singolo capitalista, ma non dal capitalista che come tale si contrappone all’operaio. Allo stesso modo anche il singolo operaio può cessare di essere l’essere-per-sé del lavoro; può ereditare denaro, rubarlo ecc. Ma allora cessa di essere operaio. […]» K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica – Grundrisse, Manifestolibri, Roma, 2012, pp. 194-195.
[13] Riferimento ad un’opera del naturalista svedese Carl von Linné (1707-1778).
[14] Nel suo studio sui Grundrisse Roman Rosdolsky afferma che «il risultato più essenziale della Critica dell’economia politica di Marx» è «la dimostrazione che l’economia tratta “non di cose, ma di rapporti fra persone e, in ultima istanza, fra classi”, ma questi rapporti “sono sempre legati a cose e appaiono a loro volta come cose” (Engels). L’importanza rivoluzionaria di questo riconoscimento balza agli occhi. Poiché solo per questa via Marx poteva sostituire alle categorie reificate della economia borghese una “vera comprensione del processo di produzione sociale” nel senso della bella frase di Galiani: “La vera ricchezza (…) è l’uomo istesso”. E solo così la scienza economica poteva essere trasformata in una vera scienza della società». R. Rosdolsky, Genesi e struttura del capitale di Marx, Laterza, Bari, 1975, p. 509.
[15] «L’esistenza del capitale contrapposto al lavoro esige che il capitale per sé stante, il capitalista, possa esistere, vivere in quanto non-operaio». K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica – Grundrisse, Manifestolibri, Roma, 2012, p. 204.
[16] Se “consuma troppo” egli “froda” l’accumulazione, ovvero il presupposto del suo consumo in quanto capitalista.
[17] «In capitale-profitto, o meglio ancora capitale-interesse, terra-proprietà fondiaria, lavoro-salario, in questa trinità economica come nesso fra gli elementi del valore e della ricchezza in generale e le loro fonti, trovano il loro coronamento la mistificazione del modo di produzione capitalistico, la reificazione dei rapporti sociali, l’immediato concrescere dei rapporti materiali di produzione e della loro determinatezza storico-sociale: il mondo stregato, distorto e capovolto in cui Monsieur le Capital e Madame la Terre conducono la loro fantasmagorica esistenza [corsivi nostri], come caratteri sociali e insieme, come semplici cose. Il grande merito dell’economia classica è di aver dissolto questa falsa apparenza ed illusione, questa autonomizzazione e fossilizzazione reciproca dei diversi elementi sociali della ricchezza, questa personificazione delle cose e reificazione dei rapporti di produzione…» K. Marx, Il capitale, Op. cit., Libro III, p.p. 1023-1024.
[18] F. Engels, lettera a Joseph Bloch, 21 settembre 1890, in Lettere sul materialismo storico, Iskra, Firenze, 1982, pp. 25-26.
[19] «… l’autonomo essere per sé del valore di fronte alla capacità lavorativa vivente – e quindi il suo esserci in quanto capitale, – l’indifferenza oggettiva in sé mantenentesi, l’estraneità delle condizioni di lavoro oggettive rispetto alla capacità lavorativa vivente, estraneità che giunge fino al punto che tali condizioni si contrappongono alla persona dell’operaio nella persona del capitalista – come personificazioni, con una propria volontà e un proprio interesse […]». K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica – Grundrisse, Manifestolibri, Roma, 2012, p. 305.
[20] Ibidem, p. 310.
