
Da L’Azione Comunista, 26 febbraio 1921.
Il 27 febbraio 1921, a poco più di un mese dalla costituzione a Livorno del Partito comunista d’Italia, sezione della Terza Internazionale, una squadraccia fascista penetrava al n. 2 di via Taddea a Firenze, presso la sede del Sindacato ferrovieri, della Lega proletaria dei mutilati, invalidi e reduci di guerra e della Federazione provinciale comunista, irrompeva nell’ufficio di Spartaco Lavagnini – impiegato delle ferrovie, dirigente della sezione fiorentina del Pcd’I e direttore del settimanale L’Azione Comunista – e gli sparava a bruciapelo due colpi al volto, uno al petto ed un quarto alla schiena, uccidendolo sul colpo. Come ultimo segno di scherno gli assassini sistemarono il cadavere sulla sua sedia con una sigaretta accesa tra le labbra esangui.
Lavagnini era alla sua scrivania e lavorava alla successiva edizione del giornale comunista, fedele al suo dovere militante nonostante da un giorno nel capoluogo fiorentino imperversassero le violenze fasciste.
Quello che presentiamo è il suo ultimo, breve articolo, pubblicato il giorno precedente al suo vile assassinio. Un documento attraversato dall’entusiasmo della battaglia per il comunismo, dall’ottimismo del combattente della prima ora che vede i primi segni di crescita e di rafforzamento del Partito della rivoluzione, alla costruzione del quale ha fornito senza riserve il proprio impegno, dalla soddisfazione per i risultati di un duro lavoro collettivo di chiarificazione e di delimitazione dalla palude opportunista e dalle ambiguità massimaliste, sotto il fuoco della reazione ascendente.
L’omicidio di Spartaco Lavagnini, così come quello di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg, dimostra implicitamente la necessità per una classe dominante che vede messa in discussione la stabilità del proprio dominio di interrompere quel processo di «produzione in massa della coscienza comunista» che può avere luogo solamente quando il culmine della contraddizione capitalistica che suscita l’insofferenza ed il moto delle masse proletarie si interseca con la presenza attiva di una preesistente coscienza organizzata, con quell’avanguardia di classe in grado di cogliere il mutamento, di misurare le variazioni della temperatura sociale, di riconoscere l’inevitabile ritardo che il manifestarsi di nuove ed impreviste forme di organizzazione della lotta genera nelle compagini rivoluzionarie. Un ritardo che solo ed esclusivamente una salda e sperimentata padronanza degli strumenti della teoria e del metodo marxista può permettere di recuperare con rapidità, facendo conoscere a più ampi settori del proletariato «la propria coscienza», ridestandolo «dai sogni su sé stesso», spiegandogli «le sue stesse azioni».
Una padronanza che non nasce dal nulla, che non si produce on demand, dal vuoto teorico e politico, che non sorge miracolisticamente nel fuoco della lotta decisiva, ma che si tempra e si modella nel fuoco della lotta e la cui presenza può decidere dell’esito della lotta.
La coscienza teorica è determinata dall’operare delle contraddizioni capitalistiche continuamente, anche nei periodi non rivoluzionari, ma in questi periodi essa non può «prodursi in massa», e se nei periodi rivoluzionari il processo di acquisizione di consapevolezza del proletariato, determinato dal «movimento pratico» ma costantemente messo a repentaglio dalle potenti infiltrazioni ideologiche borghesi, non viene accelerato dall’incontro con la memoria storica di classe, con il programma di classe, con l’analisi di classe del reale che sola rende possibile l’elaborazione di una strategia e di una tattica vittoriose – tutti elementi che hanno necessariamente bisogno di tempo per predisporsi alla riuscita dell’incontro stesso –, la finestra temporale aperta dalla crisi capitalistica dovrà richiudersi per aprire un nuovo ciclo di accumulazione e di sfruttamento o condurre alla definitiva comune rovina della classi in lotta.
Il partito rivoluzionario non sorge dunque dal processo rivoluzionario più di quanto quest’ultimo non sia il prodotto del primo. Il partito rivoluzionario è parte integrante del processo rivoluzionario, lo definisce in quanto tale e si definisce in esso, in un rapporto dialettico in cui le immense riserve di energia della classe operaia «educano l’educatore», che non cessa per questo di «educare» la classe.
Il quadro rivoluzionario Spartaco Lavagnini, assassinato dalla borghesia in quanto «educatore che educa mentre viene educato» (si rassegnino gli allergici alla vituperatissima parola “educazione”, che, assai significativamente, non riescono a concepire se non nel limitato senso del rapporto scolastico borghese) ce lo ricorda con le sue ultime parole: «Opera di preparazione è quella che ci aspetta. Preparazione degli animi, preparazione delle coscienze, preparazione del braccio», un’opera che, se intesa nel suo senso materialistico e dialettico, non ha in sé alcunché di “idealistico” o di “illuministico”, come suole opinare chi «copre il vuoto col pistolotto o ritiene di aver esaurito il proprio compito allorquando è riuscito a suscitare l’applauso» od un “like” nelle vetrine di qualche social media, concionando sull’“apocalisse” rivoluzionaria, sulla sua forza elementale, primigenia, refrattaria a qualsiasi “direzione” e che trionferà immancabilmente «fottendosene di teorie e di rivoluzionari»… comoda deresponsabilizzazione che consente di non smettere il piumaggio “ortodosso” che aggiunge quel tanto di trasgressione “sulfurea” ai cenacoli intellettuali e che permette in buona coscienza di negare un ruolo – serio, impegnativo, sistematico – per autoassolversi anticipatamente dal non averlo assolto.
Circolo internazionalista «coalizione operaia» – Prospettiva Marxista
Noi non abbiamo dubitato, neppure per un istante, che il Partito Comunista non fosse riuscito a raccogliere intorno a sé il consenso entusiastico delle folle lavoratrici. La purezza delle sue origini, la chiara visione delle sue finalità, la esatta valutazione del periodo che attraversiamo e dei mezzi dei quali occorre far uso perché tale periodo sia felicemente superato, la sincerità stessa con la quale il Partito si è presentato al proletariato che non vuole né debilitare, né illudere, costituivano altrettanti sicuri elementi di successo. Taceremmo tuttavia il vero se non dichiarassimo che questa prima presentazione – avvenuta ad un mese appena di distanza dal congresso costitutivo del Partito, in un periodo, cioè, in cui esso attende ancora alla sua intera organizzazione – ha scritto negli annali del movimento comunista italiano una pagina di così fulgida gloria che ha superato di gran lunga ogni nostra legittima speranza, ogni nostra più rosea aspettazione.
Noi ci siamo presentati sulle piazze, nei teatri, nelle sedi delle nostre organizzazioni con un tema obbligato: quello di propagandare il programma comunista, quello di chiedere aiuti affinché il nostro movimento possa degnamente assolvere il compito che si è assegnato. Occorreva far conoscere le origini della scissura, le ragioni della creazione di un nuovo Partito, i propositi, insomma, che ci animano e per i quali lottiamo. L’eco di quelle che erano state le discussioni avvenute in seno al Partito socialista doveva ripercuotersi da un capo all’altro d’Italia per essere sottoposto all’esame della folla che è poi quella che deve dare anima e corpo al nostro movimento ed ha quindi pieno ed incontrastato diritto di esprimere il proprio parere, il proprio definitivo giudizio. Nulla avevamo da tacere, nulla da occultare. E quel che ieri dicemmo, oggi abbiamo ripetuto. Senza sottintesi e senza veli. Alla luce del sole. Al cospetto della massa. Ed il nostro maggior conforto è stato appunto quello di poter constatare che la massa è accorsa ad affollare le nostre riunioni, ad incoraggiare, con la sua presenza e con la sua approvazione, l’opera nostra.
I comizi non erano di quelli nei quali all’oratore è dato di poter liberamente spaziare con l’immaginazione e di trasfondere negli ascoltatori, attraverso i lenocini della forma, ondate di sentimento e di entusiasmo. La parola che gli uomini nostri hanno portato in mezzo al popolo non era quella che copre il vuoto col pistolotto o ritiene di aver esaurito il proprio compito allorquando è riuscita a suscitare l’applauso. Il Partito comunista è andato alla ricerca della coscienza rivoluzionaria. Ha voluto parlare alla ragione più che al sentimento perché la rivoluzione è tale atto e tale opera che richiede, per il suo trionfo, saldezza di mente, robustezza di braccio, consapevolezza di sacrificio. Il Partito comunista non ha fatto rosee promesse, né socchiuso gli occhi dei lavoratori alla visione di sogni dorati: ha parlato della necessità della lotta, delle asperità della lotta. L’azione rivoluzionaria – necessariamente violenta, necessariamente sanguinosa – è azione che può rendere sublime il sacrificio, ma che il sacrificio vuole, esige, impone. Noi non siamo venditori di fumo. Siamo partito d’azione.
Nella precisione stessa di queste dichiarazioni è tutta la grandezza del nostro grande successo: successo nelle adunate di popolo, successo nelle organizzazioni che andiamo strappando alla socialdemocrazia. Sia lode a voi, proletari d’Italia, che ai rintocchi che vi chiamavano a raccolta siete accorsi, pieni d’entusiasmo e di fede, a confortarci con la vostra presenza e col vostro numero; ad assicurarci – con la solennità di un giuramento – che se gli uomini tradiscono, non voi tradite la causa dei lavoratori di tutto il mondo. Lode a voi che vi siete resi conto della attuale situazione, delle gravità e delle necessità dell’ora.
Opera di preparazione è quella che ci aspetta. Preparazione degli animi, preparazione delle coscienze, preparazione del braccio. Per il periodo della lotta e per quello della ricostruzione. Il supremo cimento al quale voi vi siete dichiarati disposti altro non è che l’urto di due forze armate. Occorre che la nostra sappia superare per qualità e per numero la forza avversaria. Soltanto così sarà possibile salutare – con le bandiere che ancora ieri portavate, simbolo purissimo di purissima aspirazione, nei vostri cortei – l’avvento della Repubblica dei Consigli per la quale hanno echeggiato, nella nostra prima adunata, le note degli inni ribelli, e si sono elevati i vostri plausi caldi e sinceri.
Spartaco Lavagnini
