
A seguito dell’assertività dimostrata nelle istanze di politica estera dal presidente statunitense Donald Trump sin dai primi giorni del suo insediamento il 20 gennaio, l’enfatizzazione mediatica riguardante i rapporti tra potenze e i loro presunti orizzonti strategici, per sua natura ondivaga a seconda delle forze reali e degli interessi che la animano, ha conosciuto una brusca intensificazione. Se il mainstream borghese progressista occidentale è concorde nel narrare l’avvento di Trump e la concretizzazione di alcune delle sue politiche più aggressive (dai dazi, alla volontà di acquisizione di taluni territori e di determinate materie prime, al passaggio alla fase di “incasso” nei confronti dell’Ucraina passando per la riabilitazione di Putin come interlocutore) come un accidente storico, un aborto della democrazia che rischia di porre in pericolo la democrazia stessa, in Italia questa narrazione, che passa giocoforza attraverso la lente del patto fondativo per mezzo del quale alla piccola borghesia ed al parassitismo sono state garantite condizioni di particolare presenza e forza nel tessuto capitalistico, assume caratteristiche peculiari. Tratti e lineamenti che hanno raggiunto l’apice del processo mistificatorio in corrispondenza della proposta da parte della Commissione europea, poi approvata, del piano di riarmo europeo. Sebbene sia ancora troppo presto per valutarne la reale portata e soprattutto in cosa consista l’effettiva concretizzazione, una cosa appare chiara da subito: nello spazio esistente tra realtà e narrazione, trova posto un volume di interessi borghesi pari almeno a quello che s’era pochi anni fa posto alla guida della “svolta green”, la cui enfasi narrativa ed i cui personaggi iconici usciti dal nulla e portati da concreti interessi alle vette della popolarità mediatica, sono stati prontamente riposti in soffitta dal momento in cui tali interessi reali sono venuti meno. Parliamo di volume di interessi poiché sarebbe un errore pensare che a beneficiare dello sblocco a livello europeo degli 800 miliardi di euro del piano sia la sola industria automobilistica ed il suo indotto, per quanto vasto. Certamente, dopo l’effetto boomerang del programmato stop alla produzione del motore endotermico entro il 2035 in favore dell’auto elettrica (che da pietra filosofale per ravvivare un mercato ormai da tempo saturo s’è trasformato, a seguito della maggior reattività del capitale cinese a cogliere tale input, in una pietra al collo per quasi tutto il panorama dell’automotive occidentale, in evidente quanto inedito affanno) tale settore è forse uno dei maggiori stakeholders, assieme al capitale finanziario (degli 800 miliardi sbloccati, 150 sono prestiti agevolati), interessati alle commesse per il riarmo, complice anche una maggior versatilità delle linee produttive che si prestano, come è già avvenuto in passato, ad una conversione dalla produzione civile a quella militare meno complessa rispetto ad altri comparti metalmeccanici. Ma per quanto riguarda l’Italia del patto fondativo, altre forze scalpitano per trarre beneficio dalla narrazione di imminente emergenza bellica che ha fatto da sfondo all’incubazione e all’approvazione del piano. Di fronte, infatti, ad una non certo trascurabile quota di aziende manifatturiere che, per le ridotte dimensioni e per questioni strutturali, non trarrebbero alcun tangibile beneficio da una conversione bellica, v’è un interesse ben più esteso, strisciante e soprattutto unificante acché l’allarme bellico renda accettabile per l’opinione pubblica un vigoroso giro di vite al welfare sociale destinato alla classe lavoratrice. Se infatti il ministro dell’economia Giorgetti avverte che «Il finanziamento della difesa non potrà avvenire a scapito di settori fondamentali come sanità e servizi pubblici», da altri megafoni giunge invece una garanzia opposta. Ernesto Galli della Loggia, intervistato da Giuliano Guida Bardi nel corso della puntata del 9 marzo del programma Il punto G, sull’emittente Giornale Radio, dopo aver rimarcato che «la guerra è il cuore della vita degli Stati» (affermazione dal sapore bismarckiano che fino a pochi mesi fa avrebbe suscitato indignazione e strali, ma accolta oggi, nel clima sempre più infetto da eterno presente, come un assioma al quale andrebbe aggiunto: degli Stati borghesi), sottolinea: «parliamoci chiaro: il riarmo significa meno welfare, meno scuole, meno ospedali, meno assistenza pubblica, meno pensioni». E con il candore dell’intellettuale illuminato abituato a vivere sul “pianeta A” rispetto alla classe di chi lavora per un salario, all’inciso del conduttore, che fa notare come scuole ed ospedali, sì, saranno anche meno, ma almeno saranno protetti da missili e bombardamenti, Galli della Loggia risponde: «assolutamente sì, io sono d’accordo con lei, ma siamo sicuri che le opinioni pubbliche sono pronte ad accettare questo, nel momento in cui andranno alle urne a votare? Io spero di sì, mi auguro di sì, perché penso che il riarmo dell’Europa sia una cosa assolutamente indispensabile». Su il manifesto del 9 marzo, gli fa eco il professor Francesco Strazzari, che citando il Financial Times, scrive che «non è possibile pensare ad un aumento delle spese militari senza ridurre la spesa sociale», per poi spiegare quale warfare state sia quello giusto da perseguire: non certo quello delle destre «dei ‘patrioti’ (pseudo-)sovranisti», che verrebbero rafforzate da piani di riarmo nazionale col risultato di scavare la fossa alla Ue, ma bensì quello della difesa comune europea, che porrebbe fuori gioco proprio quelle forze sovraniste che ostacolano «l’integrazione e la trasformazione della Ue sui fronti dei diritti fondamentali e della transizione ecologica». Negli stessi giorni, una schiera di intellettuali d’area progressista inizia ad aprire il fuoco propagandistico di matrice bellicista. Lo scrittore Antonio Scurati si domanda su la Repubblica dove siano finiti i «guerrieri» d’Europa, quei «giovani uomini (e […] donne, se volete)» pronti «a uccidere e a morire» (e, aggiungiamo noi, a torturare e a farsi torturare, a stuprare e a farsi stuprare, dato che i momenti di eroica immolazione sono forse tra gli scenari meno frequenti in una guerra nel capitalismo). Già, perché dopo 80 anni di anestetizzante pace, i cittadini europei sono stati resi «imbelli», in questo«avanzare regressivo verso forme di vita che estendano a ogni età le cure amorevoli riservate all’infanzia o, addirittura, i privilegi embrionali di protezione e nutrimento. Questa è la civiltà: il grande utero esterno». È legittimo domandarsi se l’abisso della prosa mussoliniana, scandagliato per anni senza meccanismi di risalita rapida, non abbia a sua volta scrutato dentro lo sfornatore seriale di best seller, senza peraltro rendere il suo stile nulla più che una pallida imitazione dell’originale.
Il filosofo Umberto Galimberti, segue a ruota Scurati, rincarando addirittura la dose: «Io guardo i pacifisti con sospetto» perché «la pace intorpidisce». «La pace – oggi – sarebbe un delitto di lesa umanità», avrebbe potuto aggiungere il filosofo, «un desiderio inutile, peggio, un’aspirazione criminale» e concludere: «Per la pace di domani, oggi, bisogna gridare: Abbasso la pace!»[1], dimostrando quanto il secolo dell’imperialismo che ha dato i natali all’“M” scuratiano sia tutt’altro che breve e lontano dall’essere concluso, per quanto le squille nazionaliste di ieri siano ancora trombette abbastanza sfiatate oggi.
Il cantautore Roberto Vecchioni, dal palco della manifestazione euro-riarmista di Roma del 15 marzo, con la sua lectio ispiratissima in cui ha elencato Socrate, Spinoza, Cartesio, Hegel, Marx (sì, persino lui), Shakespeare, Cervantes, Pirandello, Manzoni, Leopardi, come fossero figurine di un album Panini da conteggiare con compiaciuto “ce l’ho, ce l’ho”, e quando ha domandato con sguardo trasognato alla platea plaudente: «ma gli altri le hanno queste cose?» ci ha ricordato gli insegnanti con bacchetta ed elmetto di tutte le scuole di Stato dell’Europa del 1914, e ci ha fatto tornare in mente con un fremito di ribrezzo il proditorio e predatorio scontro ideologico tra Kultur germanica e Civiltà dei popoli latini quando ha aggiunto, severo: «non esiste corrispondenza tra pace e pacifismo. Quelli che la menano in questa maniera o non l’hanno capito o fanno gli gnorri, perché non si può accettare qualsiasi pace. E pacifisti siamo noi perché teniamo alla nostra cultura. Poi questa parola, cultura, dovrebbe finire qui, perché non so come sia, a parte qualche intellettuale, in America. Dovrebbe essere nostra e basta. Certamente è nostra, la cultura. Loro non sanno cosa sia».
L’ex direttore di la Repubblica Ezio Mauro, dalle pagine dello stesso quotidiano, esorta – se ce ne fosse bisogno – la sinistra a farsi paladina del riarmo europeo, a porsi alla testa di questa idea, rivendicandola come propria in nome della difesa «della democrazia, dell’Europa, dell’Occidente, tutti e tre sotto attacco». Il giornalista Alan Friedmann, dalle pagine de La Stampa, pone l’accento sul potere taumaturgico delle commesse militari per riavviare, in pressoché ogni settore merceologico, il tanto sofferente motore economico europeo. Ecco dunque – ci viene da pensare – la realizzazione calata nel concreto della linea che l’ex presidente della Bce Mario Draghi aveva presentato durante il suo intervento al Cepr di Parigi il 15 dicembre scorso a proposito della riattivazione del mercato interno europeo, dopo anni di politiche di bassa crescita salariale che avevano privilegiato invece l’export, ora a rischio frenata a causa dei dazi promessi da Trump e dalla minor richiesta di merci europee da parte della Cina. Insomma, la stessa sinistra progressista che cinque anni fa s’era fatta carico del compito di colpevolizzare la classe salariata poiché non correva a comprare l’auto elettrica e a mettere il cappotto termico alla casa, riducendosi magari sul lastrico e indebitandosi per salvare l’ambiente, oggi, coerentemente col suo ruolo politico di latrice degli interessi del grande capitale industriale e finanziario transnazionale, compromesso ovviamente in Italia con l’unica opzione disponibile del patto fondativo, s’è data il nuovo obiettivo: sostenere il riarmo europeo incalzando ideologicamente il proletariato acché capisca che è giusto, in nome dell’Europa e dell’Occidente democratico, rinunciare a ospedali, scuole, pensioni e welfare (che fa regredire perché rende «imbelli» e «intorpidisce») per farsi «guerrieri», pronti ad uccidere e a morire (facile predicare sacrifici a distanza di sicurezza). Inutile sottolineare poi, che si tratta della stessa sinistra progressista che sino a pochi anni fa era solita condannare la guerra come inutile ed inattuale, sorpassato fantasma di novecentesche aberrazioni politiche.
Ora, di fronte a questa deriva è giusto trarre almeno due considerazioni. La prima riguarda i toni della propaganda: quella che abbiamo letto sulle pagine dei quotidiani, che abbiamo sentito in televisione e in radio in questi giorni, non è altro che il pallido riflesso degli armamenti ideologici pesanti che la borghesia ha in serbo per drogare con narcotici e stimolanti il proletariato quando avrà luogo l’effettiva crisi interimperialistica. La seconda riguarda il livello di allarme: se a conti fatti, analizzando la situazione politica internazionale nel concreto dei rapporti di forza, diventa evidente come i toni enfatici e allarmistici a sostegno del piano di riarmo diano una descrizione quantomeno mistificata di ciò che sta effettivamente avvenendo, è altrettanto manifesto come sia in corso una reale e comprovata accelerazione nelle dinamiche di frizione dei rapporti tra potenze, che rende la prospettiva di un futuro scontro armato e diretto tra grandi potenze sempre più nel novero delle aspettative concrete.
A questa prospettiva occorre contrapporre la consapevolezza, l’intransigenza e la determinazione di una prospettiva internazionalista, rivoluzionaria, di una prospettiva marxista.
Prospettiva Marxista – Circolo internazionalista «coalizione operaia»
NOTE
[1] B. Mussolini, Abbasso la pace!, Il Popolo d’Italia, 1° aprile 1915.
