Nelle prime ore del 3 gennaio le forze armate statunitensi hanno effettuato una serie di attacchi sul territorio venezuelano.
L’azione avrebbe colpito il vertice del regime bolivariano di Caracas, con il prelevamento dello stesso presidente Nicolás Maduro da parte dei militari americani.
È ancora troppo presto per dare una valutazione sugli effetti più significativi di questa mossa negli equilibri internazionali. Sicuramente è possibile constatare alcuni elementi indiscutibili. La pressione da tempo esercitata da Washington sul Venezuela non era liquidabile come una messinscena, per quanto cruenta, destinata a risolversi in un nulla di fatto per l’assetto venezuelano e regionale. La riaffermata attenzione statunitense nei confronti dello storico “giardino di casa” latinoamericano, soggetto da tempo ad una penetrazione economica e ad una crescente influenza di altre potenze dell’imperialismo, Cina in primis, ha prodotto le prime vittime illustri. Mentre non è ancora chiaro quanta sostanza abbia l’eventualità di una qualche resistenza da parte della cerchia di potere appena spodestata in Venezuela, Trump dichiara che gli Stati Uniti si occuperanno direttamente del governo venezuelano finché non sarà raggiunta una “transizione” politica soddisfacente – non è chiaro se per mezzo di quella che costituirebbe a tutti gli effetti un’occupazione militare – con lo scopo esplicitamente affermato di riprendere possesso di infrastrutture estrattive precedentemente nazionalizzate da Caracas, di controllare la destinazione dei flussi di petrolio venezuelano e di assicurare agli USA “governi amichevoli” nel continente americano.
Si tratta dell’ennesima accelerazione di una dinamica di accresciute tensioni nel tessuto imperialistico globale. Chi si appella al diritto internazionale, chi invoca il suo ripristino come antidoto contro le crisi e le guerre che il sistema capitalistico sta generando e ha in grembo, chi chiama in soccorso le istituzioni sovranazionali (Nazioni Unite in testa) non ha capito nulla dell’imperialismo, o si rende funzionale alle sue logiche, mascherandole con altisonanti prese di posizione morali. Chi si limita a denunciare l’indubbia ipocrisia di cui l’azione americana si è ammantata (la presunta lotta al nemico di turno della giustizia e dell’umanità da parte di un imperialismo che non si è mai ritratto di fronte al sostegno a macellai, terroristi, signori della guerra, narcotrafficanti e sanguinari tiranni quando il proprio interesse lo consigliava; vibranti condanne delle altrui invasioni che si tramutano in un istante in appassionate perorazioni a sostegno delle proprie invasioni), senza tenere presente come nella lotta imperialistica tra borghesie le motivazioni etiche, le ragioni del diritto (più o meno fondate giuridicamente) non siano mai state al centro della competizione e dello scontro ma buone tuttalpiù a garantire una copertura ideologica per il consenso interno, non può capire le radici della violenza che attraversa il mondo. Altri sono gli interessi fondamentali in gioco. Altre sono le spinte e le esigenze reali che producono e alimentano i conflitti.
Il tracciato dei confini, l’ampiezza delle sfere di influenza, la conquista dei mercati, delle materie prime, hanno una fondamentale base d’appoggio, superiore a qualunque altro aspetto: la forza. Ma la forza cambia. Gli assetti politici, gli equilibri mondiali, le sfere di influenza si reggono su rapporti di forza capitalistici che non sono e non possono essere cristallizzati una volta e per sempre. Potenze ed economie crescono, altre si indeboliscono o declinano, ma equilibri politici, sistemi di influenza radicatisi nel tempo, non si adeguano in maniera immediata, scontata e passiva. Lo sviluppo ineguale con cui si manifesta l’accumulazione capitalistica mondiale è il reale motore dei conflitti che attraversano oggi le linee di faglia dello scenario globale e che domani conflagreranno in un ancor più vasto scontro, direttamente tra grandi potenze imperialistiche.
Quella dell’Amministrazione Trump è una prova di forza all’interno di un processo di indebolimento. Ha posto di fronte alle altre potenze mondiali una capacità di azione nell’area del Sud America che assai difficilmente esse possono oggi contrastare efficacemente. Suona anche come un’ulteriore conferma: Washington può ancora intervenire direttamente, militarmente o diplomaticamente, nelle crisi di ogni angolo del mondo, dall’Ucraina al Sud Est Asiatico e al Medio Oriente, mentre in America Latina uno spazio paragonabile continua ad essere precluso alle altre potenze. Al contempo l’imperialismo americano deve oggi mettere mano a interventi diretti, aperti, per riaffermare il proprio ruolo nel “giardino di casa”, come ai primissimi tempi della sua ascesa a potenza imperialistica, mentre all’apice della sua forza aveva maggiori margini per muovere le proprie feroci pedine locali. Non contemplare la presenza della possibilità, e della necessità, di fare leva su una forza, ancora reale, per contrastare un processo di indebolimento, realmente in marcia, significa non disporre di quella concezione dialettica che, sola, può consentire un vero sforzo di comprensione di queste grandi e terribili dinamiche storiche.
Oggi in Venezuela, come ieri in Ucraina, affidarsi al distinguo tra aggredito e aggressore non serve a comprendere il cuore dei processi che portano alle guerre dell’imperialismo. Né può servire cercare – in maniera aperta o contraffatta – tra le forze che animano queste dinamiche, tra le centrali dell’imperialismo mondiale, quella meno ingiusta, meno feroce, che conserverebbe ancora una qualche funzione storica progressiva.
Le esplosioni che hanno illuminato i cieli notturni di Caracas e terrorizzato la classe operaia venezuelana sono solo un’anticipazione, ancora ridotta, degli immani conflitti che le classi dominanti di ogni Paese, la loro sete di profitto, stanno incessantemente preparando per il proletariato mondiale.
Non c’è altra risposta possibile, per difendere i destini dell’umanità da questa violenza che scaturisce dall’esistenza stessa del capitalismo, che l’internazionalismo proletario, l’unione dei lavoratori di tutto il mondo contro il sistema che li sfrutta e li utilizza come carne da cannone.
Ogni altro schieramento, ogni altra linea di demarcazione, di appartenenza – nazionali, ideologici, religiosi, etnici – che pretendano di offrire una soluzione, un’alternativa alla barbarie del capitalismo servono solo a contribuire alla perpetuazione di questa barbarie e a contrastare l’unica prospettiva per liberare i lavoratori e l’umanità intera da questo incubo.
Prospettiva Marxista – Circolo internazionalista «coalizione operaia»
