CIPRO E IL MEDITERRANEO ORIENTALE: PROVE DI POSIZIONAMENTO DELLE POTENZE EUROPEE

Riceviamo e pubblichiamo il contributo inviatoci da un nostro lettore e corrispondente da Cipro in merito ai recenti avvenimenti nel Mediterraneo Orientale, collegati alla guerra imperialistica in Iran.


Cipro è tornata al centro della strategia militare delle potenze borghesi europee e statunitense a seguito della guerra in Medio Oriente. L’attenzione si è concentrata soprattutto sugli attacchi alla base di Akrotiri, che hanno fornito un pretesto per l’invio di navi e aerei, ma soprattutto hanno evidenziato l’interesse strategico europeo nell’area e la proiezione di potere nella regione.

In risposta immediata, la Grecia ha schierato fregate e aerei militari F-16, accompagnati dal ministro della Difesa, con un chiaro sottotesto politico: ribadire che non ripeterà gli errori del 1974 e che continuerà a sostenere Cipro, in un gesto che unisce memoria storica e proiezione di potere regionale. La Francia, invece, ha dato un segnale ancora più spettacolare con l’invio della sua nave ammiraglia a propulsione nucleare, la Charles de Gaulle, e la visita in pompa magna del presidente Macron[1]. Il tour ufficiale dell’ammiraglia, tra ispezioni navali, dimostrazioni aeree e incontri con le autorità cipriote, aveva lo scopo non solo di assicurare la protezione dell’isola, ma anche di presentare la Francia come il pilastro della difesa europea, consolidando la propria proiezione imperialistica nell’area[2]. L’Italia, in linea con la sua tradizione di posizionamento intermedio, ha inviato una nave in modo più discreto, bilanciando la volontà di partecipare alla sicurezza regionale con la necessità di non irritare la Turchia, con la quale mantiene un rapporto commerciale significativo, pur non rinunciando alla propria influenza come potenza europea.

Il tentativo, espresso attraverso la sfilata di fregate e la visita di Macron, mira a presentare Cipro come parte della cosiddetta frontiera europea, una dimostrazione di presenza e influenza di fronte al deteriorarsi della situazione regionale. L’obiettivo è quello di evitare di dare l’impressione di passività di fronte agli eventi in corso, sottolineando la volontà delle potenze europee di farsi percepire come garanti della stabilità, pur mostrando allo stesso tempo le difficoltà reali di far valere concretamente le proprie posizioni in un contesto internazionale sempre più complesso e instabile.

In questo contesto, diventa fondamentale analizzare la presenza complessiva dei vari eserciti e forze militari sull’isola, per comprendere come Cipro si stia configurando come un vero e proprio hub strategico e simbolico della proiezione imperialista delle potenze europee e americana.

L’isola di Cipro porta con sé una storia militare complessa, che nei decenni ha visto la presenza di molteplici forze armate straniere e locali, riflesso delle tensioni regionali e delle rivalità internazionali. Fin dalla sua indipendenza nel 1960, Cipro è stata un nodo strategico per potenze che vagheggiavano il controllo del Mediterraneo orientale: in quell’anno furono istituiti i Territori delle Basi Sovrane Britanniche di Akrotiri e Dhekelia, rimasti sotto sovranità britannica dopo l’indipendenza e utilizzati, soprattutto dopo il crollo del Muro di Berlino, come piattaforme operative internazionali per la RAF e le forze statunitensi, fino alle missioni nel Medio Oriente.

Accanto a queste strutture permanenti, l’architettura militare dell’isola ha incluso nel tempo una pluralità di forze. La Forza di Peacekeeping delle Nazioni Unite a Cipro (UNFICYP) fu istituita nel 1964 per prevenire il riemergere di scontri tra comunità greco‑cipriote e turco‑cipriote e mantenere un buffer demilitarizzato lungo la cosiddetta “Green Line”, linea di cessate il fuoco che divide l’isola dal 1974. Contestualmente, sotto il Trattato di Garanzia del 1960, la Grecia era autorizzata a mantenere un contingente militare sull’isola e lo ha fatto attraverso il corpo noto come Hellenic Force in Cyprus (ELDYK), formato da unità addestrate secondo gli standard dell’esercito greco. Il contingente greco si trova a sud e la sua presenza si è inquadrata a lungo nell’idea di protezione della comunità cipriota greca. Sul lato settentrionale dell’isola la situazione è differente: dalla primavera del 1974 la Cyprus Turkish Peace Force Command ha rappresentato la presenza militare turca, inizialmente con decine di migliaia di uomini e ancora oggi con una forza significativa di migliaia di soldati schierati nella cosiddetta “Repubblica Turca di Cipro Nord”, riconosciuta solo da Ankara e non dalla comunità internazionale. A questa si aggiunge la Security Forces Command turco‑cipriota, una struttura militare locale i cui effettivi sono reclutati nella comunità turco‑cipriota, integrata alle forze di Ankara.

Con il deteriorarsi della crisi in Medio Oriente, la presenza militare straniera sull’isola ha assunto un nuovo slancio. Come risposta ai mezzi di Atene-Parigi e Roma, Ankara ha risposto rendendo nota l’intenzione di inviare 6 caccia F 16. Anche la dichiarazione della Turchia di voler difendere la parte nord di Cipro nasconde la preoccupazione di non apparire minacciosa sull’isola e nella regione.

Le basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia, delle quali storicamente RAF e forze USA utilizzano gli aeroporti e le infrastrutture per operazioni nel Medio Oriente o di sorveglianza regionale; alle stesse aree sono connesse attività logistiche e di sorveglianza congiunte con forze statunitensi a supporto delle operazioni più ampie. Questo intreccio di forze, esercito cipriota nel sud, contingenti greci, forze turche e turco‑cipriote nel nord, missione di pace dell’ONU e attività britanniche e statunitensi nelle basi sovrane, trasforma Cipro in un mosaico militare unico. La borghesia cipriota ed ellenica, pur lamentando nella propria narrazione nazionalista tradimenti storici, da Smirne nel 1922 alla crisi del 1974 e alla profonda crisi del debito del 2010, continua a guardare verso Occidente[3]. Questa scelta è in parte dettata dalla volontà di assicurare sbocchi marittimi e commerciali e dalla cooperazione strategica con paesi come Israele in materia di difesa, piuttosto che affidarsi a un vago piano di difesa dell’Unione Europea.

Il quadro emerso finora mostra chiaramente che lo schieramento di forze militari a Cipro non è un semplice esercizio di presenza simbolica, ma riflette tensioni e rivalità che potrebbero sfociare in uno scontro diretto tra Israele e Turchia, con l’isola e l’Egeo come possibili teatri di conflitto. Tel Aviv non intende permettere che Cipro cada completamente sotto l’influenza di Ankara, mettendo a rischio il controllo delle rotte marittime e degli sbocchi energetici nel Mediterraneo orientale. La questione non è puramente militare, ma anche economica: recentemente, la visita del presidente cipriota Christodoulides in Italia, con incontri ufficiali con il presidente dell’Eni, ha messo in evidenza l’importanza della partita energetica e dei gasdotti regionali. Il ricordo della vicenda del 2018, quando una nave dell’Eni venne bloccata dalla marina turca e Roma non reagì, sottolinea quanto siano delicate le dinamiche tra interessi nazionali e rivalità regionali.

Accanto a queste tensioni di natura strategica e commerciale, non va trascurata la dimensione interna dell’isola. Le manifestazioni di protesta della popolazione cipriota legata ai movimenti di sinistra o che si richiamano alla classe operaia hanno avuto in questi giorni una certa rilevanza, sebbene la copertura mediatica europea sia stata limitata[4]. Tra tutti spicca Akel, il principale partito stalinista sedicente comunista: formalmente anti-Nato e antisraeliano, ha però in passato, nel 2013, definito Israele un alleato strategico, provocando irritazione tra le sue basi. I piccoli partiti che si richiamano al trotskismo non hanno una presa significativa sulla classe operaia.

Ripercorrere l’intera storia travagliata di Cipro e degli errori delle sue avanguardie operaie richiederebbe uno spazio che va oltre quello disponibile in questo articolo. Vale tuttavia la pena ricordare piccole esperienze di, lotta come l’organizzazione guidata negli anni Quaranta da un poeta-operaio locale, Giorgos Himarides, che cercò di combattere allo stesso tempo sia il nazionalismo dell’Eoka sia il falso internazionalismo di Akel, mostrando una prospettiva autenticamente operaia nella lotta contro la dominazione coloniale. Oggi più che mai, questa memoria appare rilevante: la divisione e la lotta di classe a Cipro rimangono intrecciate con le dinamiche politiche internazionali e con la proiezione di potere delle potenze occidentali e locali, a conferma che i conflitti contemporanei non possono essere compresi senza considerare insieme interessi economici, strategici e le tensioni sociali interne.

Noi comunisti internazionalisti, siamo consapevoli che la presenza di basi e navi militari sull’isola, non soltanto non garantisce alcuna sicurezza reale, come invece viene propagandato, ma al contrario acuisce le tensioni presenti e future[5]. La lotta dei lavoratori ciprioti sarebbe molto più forte se la classe non fosse divisa dalle rispettive borghesie nazionali. L’unificazione del proletariato dell’isola rappresenterebbe un potente e chiaro segnale alla classe operaia regionale — in Israele, Turchia e Grecia: le divisioni etniche sono strumenti del comune nemico: la borghesia, che utilizza conflitti e frontiere per consolidare i propri interessi economici e politici.

Un passo in questa direzione sarebbe un maggiore impegno del sindacato PEO, non solo per unire i lavoratori greco‑ciprioti e turco‑ciprioti, ma anche per sostenere quelli stranieri presenti sull’isola, spesso soggetti a disorientamento in momenti di tensione e crisi. Solo attraverso l’unità della classe operaia, superando divisioni etniche e nazionali, sarà possibile costruire una lotta autonoma contro gli interessi imperialisti che dominano la regione

È chiaro che le potenze europee non stanno difendendo Cipro né i ciprioti per interesse reale verso la popolazione locale. Se fosse stato solo per questo, come dimostra la storia dell’invasione turca del 1974, l’avrebbero abbandonata senza esitazioni. La loro mobilitazione attuale ha invece meno nobili motivazioni: si tratta di tentare di mostrare i muscoli su una scacchiera internazionale in cui la potenza americana, nel fronteggiare il suo relativo indebolimento tende a ribadire con estrema assertività il proprio ruolo. Essere presenti militarmente significa anche avere voce nelle decisioni strategiche regionali, inclusi i rapporti con Israele e la gestione dei flussi energetici.

Da una prospettiva marxista, è fondamentale sottolineare che ad oggi non esiste un unico “imperialismo europeo” come entità autonoma e coerente. Quello che osserviamo è piuttosto un insieme di potenze imperialistiche, ciascuna con interessi propri e spesso contraddittori, che si presentano sotto la veste della difesa “europea” per consolidare influenza, proiezione militare e potere negoziale nella regione. Francia, Grecia, Italia e altri Stati europei non agiscono per solidarietà europea o in protezione dei piccoli Stati, ma per tutelare posizioni strategiche e commerciali, tentando di non perdere terreno in un Mediterraneo orientale sempre più conteso. In questo senso, la vicenda cipriota diventa uno specchio delle tensioni tra potenze, degli interessi mercantili e della competizione per il dominio regionale, mostrando che le dichiarazioni di protezione e le manovre militari sono sempre funzionali a interessi di classe e di Stato, più che a quelli dei “popoli” coinvolti.

Vicer Gregos


NOTE

[1] https://cyprus-mail.com/2026/03/09/macron-mitsotakis-visit-a-show-of-solidarity-in-practice?utm_source=chatgpt.com.

[2] https://in-cyprus.philenews.com/local/macron-mitsotakis-cyprus-visit-european-solidarity-regional-conflict-live/?utm_campaign=philenews_block&utm_medium=phil_feed&utm_source=chatgpt.com.

[3] Continuando però a fare affari con la Russia di Putin tramite la sua marina mercantile che aggira le sanzioni.

[4] Contesto delle proteste — Oltre ai cortei a Nicosia, organizzazioni civiche, sindacati e collettivi vari hanno manifestato contro la presenza militare straniera sull’isola, chiedendo che Cipro mantenga la sua neutralità e non sia utilizzata come piattaforma operativa nelle guerre regionali.

[5] Manifestazioni anti‑militariste — alcuni attivisti hanno denunciato la militarizzazione dell’isola e l’uso delle basi come “trampolino di guerra”, contestando la narrativa ufficiale sulla “sicurezza”.

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