TRA IL GALLETTO FRANCESE E IL LUPO TURCO: LA CIVETTA GRECA

Riceviamo e pubblichiamo il contributo inviatoci da un nostro lettore e corrispondente da Cipro.


Il recente incontro tra Emmanuel Macron e Kyriakos Mitsotakis ad Atene si colloca nella fase di ristrutturazione militare del blocco imperialista francese nello spazio europeo e mediterraneo, dove la moltiplicazione delle forniture d’armamento testimonia il tentativo di Parigi di presentarsi come garante e protettrice del nazionalismo “ellenico”. La visita congiunta alla fregata HS Kimon, unità della classe FDI/Belharra costruita da Naval Group, non rappresenta un semplice gesto simbolico, ma la condensazione materiale di una proiezione imperialistica in quadrante geografico di scontro tra diverse potenze borghesi pronte a scannarsi in caso di un relativo ritiro o allentamento dell’arbitrato americano nella regione.

L’enfasi attribuita all’incontro conferma quanto avevamo già sostenuto nel precedente articolo su Cipro dopo gli attacchi alla base britannica di Akrotiri: il dispiegamento in grande stile di unità navali greche e francesi, la presenza della portaerei Charles de Gaulle e l’arrivo in pompa magna di Macron, che dichiarò che “chi attacca Cipro attacca l’Europa”, ricorrendo alla consueta retorica europeista, indicano che il messaggio non era rivolto principalmente a Hezbollah o all’Iran, bensì alla Turchia, rivale di Parigi nel Mediterraneo orientale non soltanto sul piano energetico, ma nell’equilibrio complessivo dell’influenza di potenza in uno scacchiere regionale importante.

Dal punto di vista ideologico, Macron ha sottolineato la vicinanza storica tra Francia e Grecia nell’Ottocento, epoca in cui entrambi i Paesi condividevano un forte spirito rivoluzionario: la Francia con i suoi ideali illuministi e la Grecia con la lotta per l’indipendenza dal dominio ottomano, sostenuta proprio da intellettuali e filelleni francesi. Un legame che, secondo il presidente francese, continua ancora oggi a essere profondamente sentito in entrambe le nazioni. Ci riserviamo di approfondire questo aspetto in un prossimo articolo, perché incarna perfettamente la demagogia di un passato rivoluzionario che è stato rivisitato in chiave imperialistica molte volte e che viene adattato alle esigenze della borghesia contemporanea contagiando anche la nostra classe in Francia come in Grecia.

Sul piano delle forniture, il dispositivo franco-ellenico ha raggiunto una densità senza precedenti dalla fine della Guerra fredda. La Grecia ha acquisito 24 caccia Rafale F3R/F4, con un pacchetto integrato di armamento aria-aria MICA e meteor e capacità di attacco profondo SCALP-EG. A ciò si aggiunge la commessa per 3 fregate FDI “Belharra”, con opzione per una quarta unità, dotate di sistema Aster 30, sonar avanzati e missili antinave Exocet MM40 Block 3C. Il valore complessivo delle acquisizioni navali e aeronautiche supera stabilmente i 5,5 miliardi di euro, ma le stime di ciclo di vita, manutenzione, munizionamento, aggiornamenti, portano l’esposizione reale verso una soglia molto più elevata, prossima ai 10 miliardi.

La Grecia si inserisce nel circuito della produzione bellica europea come parziale terminal di assorbimento strutturale degli investimenti in armamenti francesi. Il capitale francese, attraverso Naval Group e Dassault Aviation, cerca di inquadrare il Mediterraneo orientale in un’area di smistamento della propria produzione bellica, con la Grecia che acquista i Rafale di Dassault Aviation (inclusi velivoli nuovi e usati, più armamenti e supporto logistico) e le fregate FDI/Belharra di Naval Group, rafforzando il partenariato politico-militare franco-greco. Questi accordi, stipulati a partire dal 2021, collocano il capitale francese in una posizione dominante nel mercato della difesa greco e, oltre a generare un riscontro economico per le casse francesi, permettono alla Francia di dare maggiore peso alla sua postura antiturca nel Mediterraneo orientale, consolidando al contempo una rete di influenza imperialistica nella regione

Le esercitazioni congiunte rafforzano questo schema. Le manovre “Eunomia” e le esercitazioni aeronavali nel quadro di cooperazione trilaterale Grecia-Cipro-Francia, insieme alla partecipazione francese a “Iniochos”, configurano una normalizzazione operativa della presenza militare francese nell’Egeo allargato. In parallelo, la presenza di unità francesi in missioni NATO nel Mediterraneo centrale e orientale consolida una doppia funzione: integrazione formale nell’alleanza atlantica e autonomia operativa selettiva nei teatri regionali.

La Francia, dal canto suo, sta implementando la Legge di Programmazione Militare 2024-2030, che prevede circa 413 miliardi di euro complessivi per la difesa. Questo incremento si traduce in una modernizzazione simultanea di tutte le componenti: aggiornamento della componente Rafale F4, produzione dei sottomarini nucleari classe Barracuda, sviluppo del missile ASN4G per la deterrenza aerea nucleare, e potenziamento del sistema SCORPION per le forze terrestri. Tuttavia, questa espansione avviene in un contesto di crescente rigidità fiscale, in cui il solo servizio del debito supera i 60 miliardi annui, comprimendo progressivamente gli spazi di manovra del bilancio statale.

La borghesia francese sembra tentare così di sostenere una proiezione simultanea su più assi. Nel Mediterraneo orientale sostiene la Grecia; nel Sahel mantiene, pur ridimensionata, una capacità residuale di intervento post-coloniale; nell’Indo-Pacifico preserva basi e presenza navale; sul fronte interno europeo contribuisce alle missioni NATO di contenimento verso est; sul piano nucleare conserva una capacità autonoma di deterrenza strategica. Questa molteplicità di fronti se non ha una struttura produttiva-finanziaria all’altezza delle proprie ambizioni rischia di trasformarsi in una dispersione come è avvenuta per l’imperialismo italiano nel secondo conflitto mondiale

Il contrasto con la Germania risalta nei numeri. Berlino, attraverso il programma “Zeitenwende”, ha attivato un fondo straordinario da 100 miliardi di euro, concentrato però su un asse relativamente lineare: il fronte orientale europeo (almeno per il momento). L’acquisizione di circa 35 caccia F-35 per la condivisione nucleare NATO, l’ammodernamento dei Leopard 2A7V, e l’introduzione del sistema IRIS-T SLM delineano una strategia di concentrazione funzionale. La Germania non vuole disperdersi, nelle intenzioni iniziali, su quadranti multipli, ma costruisce una profondità operativa principalmente sul fianco orientale cercando di dettare la linea dei Paesi dell’Europa orientale che hanno una postura antirussa.

La Francia, al contrario, vuole presentarsi e operare come principale potenza europea con una presenza sul piano internazionale sovraesposta: moltiplica mediaticamente i teatri dove vuole rimanere e operare senza possedere una base fiscale proporzionata. L’apparato militare-industriale francese è costretto a sostenersi attraverso esportazioni continue e commesse estere, come quella greca, che assumono una funzione di stabilizzazione interna del complesso bellico nazionale. C’è anche da considerare il fallimento del programma FCAS/SCAF – il progetto franco-tedesco-spagnolo da oltre 100 miliardi di euro destinato alla realizzazione di un sistema integrato di guerra aerea di sesta generazione. Prova ulteriore del fatto che, allo stato attuale, il cosiddetto “imperialismo europeo unitario” non esista realmente, ma rappresenti piuttosto un fragile e indefinito tavolo di coordinamento generale entro il quale si muovono, in maniera competitiva e contraddittoria, le diverse borghesie nazionali europee in fase di declino.

Nel Mediterraneo orientale, questa dinamica franco-ellenica si scontra con la pressione turca, strutturata attorno alla dottrina della “Mavi Vatan”. Le esercitazioni navali turche nel mar Egeo e nel Mediterraneo orientale, insieme alle operazioni di esplorazione energetica, costituiscono la contropressione diretta a questo dispositivo franco-ellenico. La contraddizione non è diplomatica ma materiale: controllo delle rotte energetiche, accesso alle piattaforme offshore, definizione delle zone economiche esclusive.

In questo quadro, il triangolo Grecia-Cipro-Israele funziona come piattaforma tecnica di coordinamento militare, ma è la Francia a svolgere il ruolo di garante politico simbolico dell’intero dispositivo. Parigi mediaticamente e storicamente è maggiormente presentabile come alleato rispetto a Tel Aviv, visti i tragici fatti in corso in questi anni. Tuttavia, aldilà delle dichiarazioni restano ancora dubbi, anche negli stessi apparati greci, se alla prova dei fatti L’Eliseo sia pronto ad entrare in campo con le proprie truppe a difesa del nazionalismo “ellenico”. Atene, sotto l’aspetto operativo di maggior deterrenza, sembra puntare all’alleanza con Israele e a tessere un quadro di alleanze con Arabia Saudita e Paesi arabi che sia un cordone di contenimento verso l’espansionismo della Turchia. Il tutto senza mai accantonare l’ambizione di presentarsi come la potenza garante della regione agli occhi della NATO, e quindi degli interessi statunitensi, a discapito dei “lupi turchi”. Si tratta però di un obiettivo che, fino a oggi, non si è mai realmente concretizzato, anche se una parte degli apparati greci continua a nutrire questa speranza, soprattutto alla luce delle ambizioni della “Patria Blu” turca, considerate una minaccia anche per Israele, storico alleato degli Stati Uniti

Con molta probabilità, Atene tenta, come spesso ha fatto in passato, di mettere in mostra una rete di alleanze allo scopo di ottenere maggiori concessioni dal suo rivale turco nell’Egeo. Questo spiega il consueto alternarsi di tensioni e dialogo che caratterizza i rapporti tra i due Paesi sin dai drammatici giorni del terremoto di alcuni anni fa. Passata alla cronaca locale come “diplomazia del terremoto”.

Il problema è che, in molte occasioni, la borghesia greca, illudendosi di essere una civetta in grado di essere più lungimirante dei propri avversari, ha portato avanti questo gioco politico salvo poi ritrovarsi scoperta quando, alla prova dei fatti, non disponeva di una base di potenza adeguata alle proprie ambizioni. A testimoniarlo sono diversi episodi del Novecento, dalla guerra greco-turca fino all’invasione di Cipro del 1974. Provocando, con i suoi errori di calcolo e i suoi crimini antiturchi, sofferenze enormi al proletariato di etnia ellenica, esponendolo alle deportazioni, ai massacri e portando persino alla cancellazione da parte dell’esercito turco delle comunità millenarie dell’Asia minore e di Cipro Nord, contribuendo ad approfondire le divisioni nazionali ed etniche del proletariato della regione.

Infine, vogliamo sottolineare come molti esperti evidenzino che, in caso di un conflitto aperto su larga scala, non solo il rifornimento della Grecia rappresenterebbe una sfida significativa, ma anche le stesse truppe francesi soffrirebbero della mancanza di una produzione bellica adeguata e di una linea di approvvigionamento realmente sicura. Anche per questo è fondamentale che il proletariato, soprattutto nelle sue avanguardie, sviluppi una conoscenza precisa delle potenzialità e della struttura del tessuto produttivo nei diversi settori, unita a una corretta lettura del quadro internazionale per poter contrastare al meglio le nuove politiche di burro e cannoni degli imperialismi nazionali.

Che la borghesia francese faccia pure il galletto, che la Turchia si creda ancora il lupo delle steppe asiatiche, che la Grecia reciti la parte della sapiente civetta. L’avanguardia del proletariato sa bene quale sia il suo compito. Come insegnava Marx, la talpa della rivoluzione scava in silenzio sotto le fondamenta di questo ordine putrescente. E un giorno, la terra tremerà. Allora l’Europa intera sarà costretta a gridare: «Ben scavato, vecchia talpa!».

Gregor Vecis

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