Seconda parte del saggio biografico Louis C. Fraina e la nascita del movimento comunista negli Stati Uniti d’America, pubblicato in: Louis C. Fraina – Il Socialismo Rivoluzionario – e altri scritti 1911-1921, Movimento Reale, Roma, 2026.
In seguito alla manifesta incapacità del Socialist Labor Party di raccordarsi efficacemente alle intense lotte operaie del periodo ed al sostanziale fallimento dell’organizzazione sindacale emanazione del partito (gli “IWW” di Detroit) Louis Fraina si persuade, insieme a Solon De Leon, il figlio maggiore di Daniel, che, nella sua critica contro il blando riformismo interno al Socialist Party e contro il conservatorismo sindacale dell’American Federation of Labor, il SLP abbia ormai esaurito la propria funzione di “organizzazione educativa” della classe operaia americana. In un documento preparatorio per la Convention del partito del gennaio 1913 Fraina propone la virtuale dissoluzione dell’organizzazione mediante una fusione con il SPA sulla base di una piattaforma condivisa per trasformare quest’ultimo in un’autentica organizzazione rivoluzionaria. La posizione di Fraina rimane tuttavia isolata all’interno del SLP e, dopo il gennaio 1913, questi lascia la redazione del giornale di partito.
Nel luglio 1913 Fraina si unisce alla redazione di The New Review, una rivista vicina al SPA con manifeste simpatie per gli IWW ma gestita privatamente da ex membri del SLP e che di fatto diventa il primo organo non ufficiale dell’Ala Sinistra del Socialist Party. Nel comitato redazionale figurano tra gli altri W. E. B. Du Bois, Floyd Dell, Walter Lippmann, Isaac Hourwich e la rivista ospita importanti contributi di William D. Haywood, Austin Lewis, Anton Pannekoek e Rosa Luxemburg. Ben presto Fraina, oltre che principale collaboratore della rivista, a cui imprime una ben precisa linea editoriale, diventa anche membro del suo consiglio di amministrazione, segretario della casa editrice e responsabile commerciale. In uno dei suoi articoli Fraina, che in questo periodo convive in un appartamento a Brooklyn con l’insegnante e militante del SLP Jeannette Pearl, analizza, primo nel movimento socialista americano, il significato sociale del movimento Futurista e ne conclude:
Per il socialista non c’è ispirazione nel Futurismo. È sorprendente che molti socialisti americani salutino la Nuova Arte come qualcosa di meraviglioso, epocale. Sospetto che siano stati ingannati dalla sua fraseologia magniloquente. Come può il socialista trovare ispirazione in un’arte completamente e superbamente capitalista? Che, mentre esprime il potere del capitalismo, esprime allo stesso modo tutto ciò che è malvagio e degradante? Dobbiamo quindi ammettere che il socialista è generalmente soltanto un rivoluzionario dal punto di vista economico e che trova ispirazione nell’arte “rivoluzionaria” borghese?[1]
Sempre influenzato dall’elaborazione di De Leon, Fraina si occupa della differenza tra il “sindacalismo-rivoluzionario” di matrice europea e l’“unionismo industriale” americano, criticando il primo per l’assoluta inadeguatezza teorica e tattica, per l’irrazionalismo di matrice soreliana e per il suo rifiuto dell’“azione politica” in quanto tale; mentre il SPA viene criticato per la sua limitazione della lotta politica alla sola competizione elettorale. Facendo coincidere la propria concezione di “unionismo industriale”, che considera espressione del più avanzato sviluppo capitalistico, con la prassi concreta degli IWW, Fraina tende però a non riconoscere alcune delle caratteristiche tipicamente “sindacaliste-rivoluzionarie” dell’organizzazione americana.
Giunto ad una definitiva rottura politica con De Leon, all’inizio del 1914 Fraina lascia il SLP, ritenendo tuttavia vano aderire individualmente al SPA. Nel corso dello stesso anno, riassumendo in un rispettoso e commosso necrologio del suo “mentore” appena scomparso le ragioni della sua rottura con il SLP, il marxista americano mostra di condividere ancora con De Leon tutta una serie di concezioni, tra cui la tesi di una progressiva crescita della forza “economica” del proletariato all’interno dei rapporti capitalistici di produzione per mezzo dell’organizzazione sindacale per “rami d’industria”: una forza “economica” che si rifletterebbe peraltro nella formazione di una sorta di nuovo Stato della classe operaia, ordinato secondo una “rappresentanza industriale”, all’interno ed in contrapposizione al vecchio Stato borghese organizzato territorialmente:
L’unionismo industriale non soltanto organizza le lotte immediate e quotidiane del proletariato, ma prepara la struttura della società futura, organizza lo Stato socialista all’interno dello Stato capitalista, pronto ad assumere il controllo della società. In altre parole, l’atto rivoluzionario sarà compiuto dal proletariato organizzato industrialmente; e l’unionismo industriale non solo sarà la forza più potente nel rovesciare la società capitalista, ma costituirà la base della società socialista del futuro.[2]
In questo periodo, dunque, Fraina riprende pienamente dal deleonismo una concezione solo superficialmente marxista della rivoluzione proletaria. Una concezione ancorata allo schema delle rivoluzioni borghesi, che non tiene conto delle specifiche caratteristiche di classe della borghesia e del proletariato e delle profonde differenze tra il modo di produzione feudale, ai margini del quale si erano potuti sviluppare e avevano potuto coesistere i rapporti capitalistici di produzione – e dunque la corrispondente “forza economica” di una borghesia che poteva limitarsi a sancire sul terreno politico la propria ascesa a classe socialmente dominante –, e il modo di produzione capitalistico pienamente affermato, all’interno del quale la classe operaia, una classe totalmente espropriata, non ha alcun margine di conquista di una “forza economica”, essendo il modo di produzione di cui è storicamente rappresentante – il comunismo – del tutto incompatibile ed antitetico con i rapporti capitalistici. Se all’interno del capitalismo si sviluppano infatti le forze produttive che rendono possibile il trapasso ad una superiore forma sociale, quest’ultima, per potersi affermare, necessita dell’abbattimento del potere politico della classe dominante borghese, come ineludibile premessa per lo smantellamento degli antitetici rapporti di produzione capitalistici.
Tenendo conto che nel linguaggio americano il termine politics si riferisce quasi esclusivamente all’attività parlamentare in quanto tale, in questo periodo Fraina è debitore verso De Leon anche dell’impostazione del rapporto tra lavoro politico e sindacale del partito rivoluzionario:
All’epoca della STLA [Socialist Trade and Labor Alliance], la concezione dell’unionismo rivoluzionario di De Leon era filopolitica. Aderiva ancora alla vecchia teoria socialista secondo cui il movimento politico doveva dominare i sindacati, come in Germania (in seguito De Leon fece marcia indietro e concepì correttamente il movimento politico come pro-industriale, cioè l’unionismo rivoluzionario deve dominare il movimento politico.[3]
In realtà De Leon, essenzialmente sostenitore della lassalliana “legge bronzea dei salari”, manifestò sempre un interesse relativo per le rivendicazioni immediate del proletariato. Dal momento che «grazie al suffragio universale la rivoluzione socialista, definitiva e incruenta, si sarebbe realizzata nell’urna elettorale»[4], il leader del SLP iniziò a mostrare interesse per l’unionismo industriale solo nella misura in cui ritenne di scorgervi un mezzo per meglio organizzare il voto della classe operaia. La convergenza di De Leon con le posizioni dei primi IWW fu il frutto di un suo progressivo avvicinamento alle concezioni “industrialiste”, ma la rilevanza che continuava ad attribuire al momento “politico” (sebbene concepito dal mero punto di vista elettorale) non poteva che essere respinta da coloro tra i Wobblies che rifiutavano qualsiasi “politica” e ritenevano di poter giungere al socialismo mediante l’“azione diretta”, identificando immediatamente l’espropriazione economica della borghesia da parte della classe operaia organizzata industrialmente con la presa del potere.
Come De Leon, anche Fraina concepisce ancora la lotta politica come sola agitazione elettorale, ancorché “rivoluzionaria”, e tende dunque a considerare in termini fortemente limitanti il ruolo del partito rivoluzionario:
Il movimento politico socialista è puramente agitatorio; la sua missione non è la “politica costruttiva”, ma sferzare i partiti borghesi con una politica aggressiva, riscaldare lo spirito rivoluzionario degli operai e sviluppare coraggiosamente il sentimento necessario ad un unionismo industriale rivoluzionario. Solo su questa base l’azione politica è giustificabile.[5]
Influenzato indubbiamente dalla sua scelta di operare politicamente all’interno del più vasto ambito del SPA e dell’unionismo industriale, Fraina rileva nondimeno nel SLP la propensione ad uno sterile dottrinarismo autoreferenziale che, non tenendo in sufficiente conto la dinamica reale del capitalismo e del movimento operaio americani, lo condanna non solo e non tanto all’ininfluenza presso la classe, quanto alla pigra ripetizione di formule astratte ed alla formazione di un ambiente di partito sempre più asfittico:
La concezione intransigente del movimento rivoluzionario di De Leon fu un ostacolo all’organizzazione di un grande partito. I numerosi gruppi economici non proletari in rivolta che gravitano lentamente verso il socialismo e l’immaturità del proletariato hanno reso impossibile un partito rivoluzionario come quello concepito da De Leon. Di conseguenza, le idee rivoluzionarie in questa fase sono potenti solo all’interno di un movimento ampio e vasto, come forza educativa; non come base di un movimento indipendente.
Il SLP ignorava la psicologia degli operai in lotta; la sua propaganda si esprimeva in formule astratte; così come il suo spirito settario sviluppò una sorta di idea subconscia che l’attività rivoluzionaria consistesse nell’enunciare formule. Questo spirito settario produceva dogmi, affermazioni intemperanti e una tendenza generale alle idee caricaturali e all’azione caricaturale, e scoraggiava gli uomini di talento dall’aderire al SLP.[6]
Peraltro, Fraina, avendo già ben chiaro da un punto di vista rigorosamente materialistico quanto il capitale sia un rapporto sociale tra persone e che la storia non è un processo meccanico in cui le persone si muovono a guisa di marionette, evidenzia l’importanza dei fattori “psicologici” nella lotta rivoluzionaria e non nega tout court la funzione individuale, criticando il marxismo caricaturale di quei socialisti
… che agivano nella convinzione che il movimento dovesse occuparsi principalmente delle forze sociali, mentre le influenze individuali avevano un’importanza minima. Trascuravano la psicologia individuale, supponendo che per tutti gli scopi pratici fosse sufficiente sapere che l’ambiente sociale condiziona la psicologia. Ma questo non è sufficiente. Condizionata socialmente, la psicologia individuale diventa tuttavia un fattore indipendente nel complesso del processo sociale, obbediente a leggi e motivazioni proprie: leggi e motivazioni che gli uomini impegnati nell’organizzazione delle forze umane devono comprendere se vogliono avere successo.[7]
Ad ogni modo, Fraina riconosce che De Leon
… è stato il primo socialista americano ad insistere affinché il movimento americano si adattasse alle condizioni della vita americana – si americanizzasse, non in senso jingoista o opportunistico, ma nello spirito dettato dal marxismo, cioè dalla necessità economica e politica. […] De Leon ne concluse quindi che la tattica del partito tedesco avrebbe potuto influenzare solo lontanamente il movimento americano, che non aveva una rivoluzione borghese da portare a termine. Gli Stati Uniti sono unici, dal punto di vista politico, perché non hanno residui di feudalesimo; unici, dal punto di vista economico, perché sono i più sviluppati dal punto di vista capitalistico; gli americani hanno tradizioni e psicologia diverse dagli europei. E De Leon cercò di adattare la teoria e la tattica a queste condizioni. […] Condizioni diverse impongono tattiche diverse.[8]
Continua…
NOTE
[1] L. C. Fraina, Il significato sociale del futurismo, dicembre 1913.
[2] L. C. Fraina, Daniel De Leon, luglio 1914.
[3] Ibidem.
[4] The People, 16 ottobre 1892, cit. in P. Renshaw, Wobblies, il sindacalismo rivoluzionario negli Stati Uniti, Massari editore, Viterbo, 2013, pp. 74-75.
[5] L. C. Fraina, Daniel De Leon, luglio 1914. Circa un anno prima Amadeo Bordiga era giunto a conclusioni teoriche decisamente più avanzate: «Il principio di una rivoluzione nelle forme sociali di produzione, pur trovando innegabilmente la sua logica base nei primi movimenti operai diretti al miglioramento immediato, deve svolgersi e completarsi in un piano superiore all’ambiente sindacale. È qui che scaturisce la necessità di un partito politico rivoluzionario di classe. Occorre dire che politico non significa soltanto elettorale? L’azione sindacale è indispensabile all’ascensione proletaria, purché affermi nello svolgere le sue tappe parziali la tendenza al fine politico, sostenuto sul terreno politico dal Partito di classe. Il Partito dev’essere dunque l’acceleratore dei movimenti operai nel senso rivoluzionario, dovrebbe dare vita e colore all’azione operaia, che per sé stessa non è rivoluzionaria nel modo automatico sostenuto dai sindacalisti, e che non deve essere prettamente neutrale come i riformisti pretendono». A. Bordiga, Lo sciopero di Milano, 15 giugno 1913, in Scritti 1911-1926, Graphos, Genova, 1996, vol. I, p. 266.
[6] L. C. Fraina, Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
BIBLIOGRAFIA
- Paul M. Buhle, A Dreamer’s Paradise Lost. Louis C. Fraina/Lewis Corey (1892-1953) and the Decline of Radicalism in the United States, Humanities Press, Atlantic Highlands, NJ, 1995.
- Serena Tait, Alle origini del movimento comunista negli Stati Uniti: Louis Fraina teorico della azione di massa, in Primo Maggio, n. 1, giugno-settembre 1973, pp. 17-39.
- Theodore Draper, The Roots of American Communism, Transaction Publishers, New Brunswick, 2003.
- Esther Corey, Lewis Corey (Louis C. Fraina), 1892-1953: A Bibliography with Autobiographical Notes, articolo pubblicato su Labor History, vol. 4 (primavera 1963), pp. 103-131.
- James P. Cannon, I primi dieci anni del Partito Comunista Americano, Jaca Book, Milano, 1977.
- James P. Cannon, The History of American Trotskysm, 1928-1938, Pathfinder Press, Canada, 2002
- Jacob Zumoff, The Communist International and US Communism, 1919-1929, Brill, Boston, 2014.
- Tony Cliff, L’internazionalismo rivoluzionario in Palestina, 1937-1946, coalizioneoperaia.com

