GLI ESAGERATI NECROLOGI DEL CAPITALISMO

La contraddizione è il modo di essere del capitalismo, non è un malfunzionamento accidentale. Le incertezze sul futuro o le guerre in corso non paralizzano né fanno crollare da sé l’economia e le borse, come la realtà sta ampiamente dimostrando.

Su Internazionale dell’8 maggio (“Perché le borse salgono nonostante i conflitti”) possiamo leggere: «Benvenuti nel paradosso del 2026». La giornalista Gillian Tett, del Financial Times,riferisce di una cena elegante a San Francisco dove un commensale, investitore di borsa, di fronte alle preoccupazioni da lei avanzate sulla crisi energetica dovuta al blocco dello stretto di Hormuz, avrebbe risposto semplicemente: «Guarda ai mercati, stanno andando alla grande». L’autrice dell’articolo prosegue ammettendo: «L’economia globale cresce ancora a un ritmo superiore al 3 per cento all’anno; l’indice S&P 500 ha guadagnato più del 3 per cento rispetto a febbraio, cioè dall’inizio della guerra in Iran, e più del 30 per cento su base annua; le borse di Europa, Regno Unito e Giappone hanno seguito un andamento più altalenante ma restano abbastanza dinamiche. In apparenza è un fenomeno sbalorditivo».

Nonostante lo shock energetico in corso, che si sta già riflettendo in rincari sulla benzina e sulle bollette gravando su salari che non tengono il passo dell’inflazione, le borse stanno volando.

Favolosi rendimenti finanziari per grandi imprese quotate in borsa convivono con un’impennata repentina del carovita. In Italia la Codacons prefigura una stangata da 23 miliardi, con un aggravio delle spese di 900 euro a famiglia (Andrea Ducci, Corriere della Sera edizione online, “L’inflazione sale ancora, è al 2,7%. S&P conferma il rating dell’Italia”, 16 maggio).

In Asia si sono già verificate delle proteste dovute ai forti rincari.

La polizia ha lanciato gas lacrimogeni per sedare una protesta di operai di una fabbrica nella periferia di Noida, in India nello Stato dell’Uttar Pradesh, dopo che la mobilitazione è degenerata in violenza il quarto giorno, con veicoli incendiati e lancio di pietre (13 aprile, Aljazeera, “Tear gas fired at India workers demanding higher wages as living costs rise”).

Nella città di Yulin, nella Cina meridionale, migliaia di operai del settore dei giocattoli sono scesi in strada per protestare dopo la chiusura improvvisa di diverse fabbriche, argomentata dai padroni locali con l’impennata dei costi della plastica e i dazi statunitensi (Murphy Zhao e Ruoxin Zhang, The New York Times, “China’s Economy Shows Cracks From Iran War”, 28 aprile).

Nelle Filippine il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale a causa delle interruzioni nelle forniture di petrolio e del raddoppio del prezzo del diesel. Alcuni commentatori avvertono che il rischio di disordini interni sta aumentando man mano che fasce più ampie della popolazione scivolano verso la povertà (Mike Cherney e Recine Cabato, The Wall Street Journal, “Iran War Threatens Food Output”, 29 aprile).

Le borse stanno dunque volando, ma non alla maniera di bianche colombe messaggere di pace. All’orizzonte si addensano cupe nubi e a svolazzare sono solo rapaci avvoltoi borghesi disposti a tutto pur di garantirsi profitti sempre maggiori sulla pelle dei proletari. Milioni di proletari, concentrati nei distretti industriali, nelle “officine del mondo” in cui li colloca una nuova divisione internazionale del lavoro; milioni di proletari dai quali il modo di produzione capitalistico, malgrado le “notizie notevolmente esagerate” sulla sua morte, sta continuando a succhiare ingenti flussi di plusvalore. Che questo plusvalore stia da decenni alimentando una sete di valorizzazione sempre meno estinguibile e che l’inarrestabile crescita di questa sete produrrà conflagrazioni epocali ben prima che le scorte mondiali di lavoro non pagato vadano in riserva è fuori discussione. Meno convincenti diventano allora quelle incrollabili “certezze” secondo le quali oggi una borghesia “con l’acqua alla gola” non avrebbe più alcunché da concedere alle lotte rivendicative del proletariato.

La borghesia non acconsente mai a ridurre i propri profitti e sovraprofitti a beneficio di una parte del proletariato sulla base della mera constatazione della loro maggiore o minore “disponibilità”. La borghesia, da questo punto di vista, non cede un emerito… nulla, se non dietro aspra, pressante, poco amichevole sollecitazione della classe operaia. E se oggi a questo… nulla fa altresì da pendant, in molteplici realtà dell’imperialismo mondiale, un pesante attacco borghese alle condizioni di esistenza del proletariato è proprio perché da decenni sono venute meno non soltanto le sue capacità offensive in campo rivendicativo ma persino quelle di resistenza.

È anche e soprattutto la politica riformista di passate stagioni di lotta che va ringraziata per questa situazione. Un riformismo che è utile alla borghesia quando la lotta c’è e deve essere irregimentata, incanalata, depotenziata. Un riformismo che serve meno di una scarpa vecchia – e che come tale è messo da parte – quando nel complesso il proletariato subisce passivamente l’iniziativa di una borghesia tesa a riprendersi tutto ciò che è stata costretta a cedere in passato… e anche di più. Un riformismo la cui utilità per il capitale non deriva da implausibili “conti della serva” borghesi sul profitto disponibile, ma dall’esigenza di contenere l’insorgere di vaste e generalizzate lotte rivendicative del proletariato, di prevenire il pericolo del suo riconoscersi collettivamente come classe e che dunque può ripresentarsi, seppure in forme inedite. Un riformismo la cui eventuale riedizione la classe operaia dovrà saper riconoscere, se vuole evitare di rimanerne impaniata mentre c’è chi si gingilla a decretarne l’impossibilità.

Anche con “l’acqua alla gola” alla borghesia rimarrà sempre qualcosa – risorse economiche, leve politiche, influenze ideologiche – per tentare di corrompere una parte del proletariato e spezzare un fronte di classe che si faccia seriamente minaccioso. Che ne vada della sua sopravvivenza sociale ha storicamente dimostrato di saperlo comprendere, agendo di conseguenza. È essenzialmente in questo frangente critico che il riformismo dell’era imperialista può assolvere alla sua funzione fondamentale: trarre in salvo il capitalismo con l’acqua alla gola, garantirgli quella dilazione necessaria a permettere che la distruzione di valore non si risolva in rivoluzione ma al contrario nella possibilità di una rinnovata produzione di valore con cui poi tornare ad alimentare concretamente l’illusione di un progressivo e costante miglioramento della condizione operaia all’interno del capitalismo.

È anche per questo che la formazione economico sociale capitalistica non crollerà mai da sé. È anche per questo che Marx riconduceva severamente la “merda economica” alla lotta politica delle classi. È anche per questo che Lenin riteneva che non esistessero situazioni di per sé “prive di via d’uscita” per il capitalismo, senza peraltro escludere l’orrendo esito della «comune rovina della classi in lotta». È anche per questo che la coscienza rivoluzionaria comunista del proletariato deve saldarsi con le sue lotte rivendicative, che si risolvono in “riformismo” solo se a questa specifica influenza ideologica organizzata vengono abbandonate. E non c’è modo migliore di abbandonare queste lotte al riformismo che negando la possibilità che il capitalismo, messo alle strette dal proletariato, possa concedere qualcosa alle sue rivendicazioni immediate.

Riconoscere infatti che nel capitalismo le conquiste in termini di miglioramenti salariali o più in generale delle condizioni lavorative e di esistenza dei proletari non siano mai durature e vengano costantemente rimesse in discussione – dato d’altra parte connaturato al capitalismo, non nuovo e che dunque non può sorprendere – è un conto. Altra faccenda è affermare, in ossequio a feticci ideologici più rinsecchiti di una mummia, che non esistano margini per tali conquiste, illudendosi di iniettare idealisticamente dosi massicce di “voglia di comunismo” nel proletariato in attesa che un chimerico capitalismo “nel vicolo cieco” faccia la grazia di rendergli di per sé evidente l’“inutilità” delle sue lotte materialisticamente determinate, finendo peraltro per trovarsi senza nemmeno accorgersene in oggettiva sintonia con una borghesia che piange quotidiana miseria per giustificare ogni attacco alla nostra classe, proprio mentre i suoi bollettini economici registrano profitti stratosferici e bonus per i funzionari del capitale equivalenti ai salari di diverse generazioni di lavoratori.

Affermare che il capitalismo sia “morto” è ammissibile solo se lo si paragona ad un vampiro, la cui peculiare attività di “ricerca alimentare” non si arresta di certo in osservanza di formali esequie, e che “muore davvero” non tanto se gli si obietta che è morto, ma quando gli si trafigge energicamente il cuore.

Prospettiva Marxista – Circolo internazionalista «coalizione operaia»

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