VIOLENZA DI SISTEMA

Negli ultimi tempi, a seguito delle proteste avvenute a Milano e in altre città, il dibattito pubblico sul disagio e sulla violenza giovanile si è riacceso con forza. Tra le varie posizioni, spicca quella espressa da editorialisti come Federico Rampini sul Corriere della Sera (“Il vizio di processare la società”, 25 ottobre), secondo cui non sarebbe la povertà materiale in sé a generare le dinamiche violente tra le nuove generazioni. Il riferimento alla povertà rischierebbe, secondo l’editorialista del quotidiano milanese, di processare non i singoli comportamenti ma la società nel complesso con il pericolo che il tentativo di spiegare possa diventare tentazione di giustificare. Se è vero che il semplicistico determinismo economico secondo cui se sei povero diventi necessariamente violento non spiega da solo la complessità del fenomeno, limitarsi a questa constatazione rischia di svuotare il problema della sua vera natura strutturale. Il nodo centrale non è la sola privazione economica assoluta, bensì il sistema di contraddizioni capitalistiche in cui i giovani sono immersi ogni giorno. I giovani di oggi non vivono solo una potenziale ristrettezza di mezzi, ma una strutturale svalutazione del proprio valore sociale e lavorativo. Lo sfruttamento lavorativo mascherato da flessibilità, i tirocini non retribuiti, i salari d’ingresso insufficienti e l’impossibilità di pianificare il futuro creano uno stato costante di frustrazione e alienazione.
Il capitalismo propone ritmi di consumo e modelli di successo fortemente escludenti. Attraverso i media e le piattaforme digitali viene veicolata un’immagine di realizzazione basata sull’ostentazione e sul potere individuale. Chi rimane ai margini di questi standard, pur non versando necessariamente in uno stato di miseria, percepisce una profonda privazione relativa. Non si può analizzare gli episodi di violenza giovanile isolandoli dal contesto globale. Viviamo in un mondo in cui gli apparati statali fanno un uso spregiudicato della forza, della guerra, della sopraffazione economica per risolvere le proprie controversie. Quando la violenza viene legittimata dall’alto come strumento efficace per ottenere risultati, si trasmette un messaggio secondo cui il potere si misura sulla capacità di imporsi sull’altro.
Riconoscere le radici strutturali del disagio giovanile non significa affatto giustificare o glorificare ogni manifestazione di aggressività. È fondamentale ribadire con chiarezza che la violenza insensata, disorganizzata, nichilista e priva di sbocchi politici non offre alcuna soluzione.
La violenza che si manifesta come mero atto distruttivo, sfogo individuale o delinquenza sradicata da una critica strutturale non destabilizza il capitalismo; al contrario, ne costituisce un elemento funzionale. Rimane infatti confinata sul piano degli effetti senza mai intaccare le cause, i rapporti di produzione e la reificazione di quelle relazioni sociali che generano costantemente disuguaglianza, alienazione, marginalità. Senza una visione politica orientata al superamento dell’ordine esistente, la violenza finisce per essere riassorbita dal sistema stesso, diventa il pretesto per rafforzare l’apparato repressivo dello Stato e giustificare l’involuzione securitaria.
La violenza incapace di farsi prassi rivoluzionaria e che non mette in discussione le basi economiche della società capitalistica, non fa che perpetrare e riprodurre all’infinito il ciclo dell’oppressione da cui essa stessa è scaturita.

A. G.

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