Articolo pubblicato nel n. 132 di Prospettiva Marxista, novembre 2026.
Il mese di ottobre ha visto il dispiegarsi di vari fenomeni di mobilitazione di piazza in molteplici realtà europee. In Spagna le manifestazioni hanno posto al centro dell’attenzione la questione abitativa. In Francia si è sviluppata una protesta studentesca e giovanile le cui istanze ed espressioni di disagio non possono essere circoscritte in un quadro rivendicativo limitato al miglioramento del sistema scolastico. In Italia, la protesta si è orientata su direttrici diverse ed ha mostrato una fisionomia composita e con tratti differenti a seconda delle varie piazze.
La protesta spagnola si è incentrata su una contraddizione reale – la questione delle abitazioni si pone in Spagna in termini sotto vari aspetti differenti rispetto al contesto dell’Italia, dove la proprietà della casa e il suo utilizzo come fonte di rendita vede una forte prevalenza del tratto piccolo-borghese e rientra nei meccanismi di tenuta del patto fondativo del capitalismo italiano – ma al contempo ha mostrato caratteristiche tali da indicare la sicura presenza di forze organizzate e di interventi politici riconducibili al quadro politico nazionale, alla sua attuale conformazione e alle sue prossime scadenze. Non è stata certamente una mobilitazione dai preminenti caratteri spontanei, espressione di una pura spinta “dal basso”.
In Francia, la formula che riconduce la protesta ad un obiettivo di riforma e rinnovamento del sistema scolastico è in realtà una razionalizzazione riformistica – che ha una sua concretezza politica e che potrebbe concorrere a determinare il punto di caduta effettivo della spinta di piazza nel complessivo quadro politico nazionale – di una manifestazione di disagio che ha significati, condizioni e presupposti più ampi. Dietro la definizione, la semplificazione di protesta “studentesca” e “giovanile” (laddove anche la composizione sociale dei vari istituti scolastici, con i loro differenti indirizzi, coinvolti nella mobilitazione, si presenta come un elemento fondamentale per cercare di comprendere i significati più profondi del fenomeno) sono presenti e agiscono infatti condizioni, contraddizioni, motivazioni, più ampie, articolate che, in maniera indefinita, nebulosa e involuta, pongono profonde e determinanti questioni sociali e di classe. Uno studente adolescente non affronta scontri con la polizia in cui può perdere una mano per il lancio di una granata da parte delle forze dell’ordine o un occhio per un proiettile anti-sommossa solo perché rivendica più investimenti per il patrimonio immobiliare scolastico o un ampliamento del personale docente. La scuola diventa spesso il punto focale, il luogo simbolo sul territorio e il luogo centrale nella concreta “economia” della vita quotidiana di un giovane non ancora alle prese con il mondo del lavoro, di una condizione di malessere, di sofferenza e di incertezza che va oltre, che chiama in causa aspettative e insofferenze dalla forte matrice sociale ma percepita e rielaborata attraverso canoni e forme ideologiche soggettivistiche e mistificanti.
Per certi aspetti differente il contesto di alcune piazze italiane, tra tutte Milano. Nella scintillante città del business e della moda, giovani e giovanissimi delle grige cinture periferiche e della provincia, in molti casi italiani di seconda generazione, per un meccanismo misterioso a loro stessi, hanno infierito per qualche ora su tutto ciò che sono stati educati ad ammirare e ad anelare, in una sorta di saturnale liberatorio in cui la facile promessa a cui non hanno ancora smesso di credere – diventare ciascuno re, colmo di successo, di denaro, fama e gratificazioni per l’essere null’altro che sé stessi: individualità indistinguibili nelle loro aspirazioni standardizzate, fabbricate in serie come le merci che desiderano – potesse essere mantenuta anche soltanto per un giorno.
Re per un giorno: re plebei di una città che li tiene ad aristocratica distanza, che li respinge mentre li attrae con le sue lusinghe, mentre gli scintillanti cristalli che li separano dai simboli dello status diventano improvvisamente fragili sotto un’allegra furia.
Ma dietro quest’esuberante spavalderia serpeggia strisciante il sospetto – che, se fosse certezza, ucciderebbe ogni allegria – che re non saranno mai; che la promessa che occupa ogni loro energia sociale non sarà mai mantenuta.
Ancora solo consumatori, con quanto il magro salario dei loro padri e delle loro madri consente loro, respingono la generazione dei loro genitori perché non è stata in grado di raggiungere ciò che essi sono indotti a porre al centro dei propri desideri: nei padri e nelle madri che faticano vedono il proprio destino, e lo rifiutano senza ancora riconoscervi la propria classe.
Non è un tratto nazionale. Le banlieue del 2005 e del 2023, i quartieri di Londra nel 2011, le periferie di cento altre città hanno messo in scena lo stesso canovaccio, perché se anche i tempi di maturazione di determinate contraddizioni sono sfasati comune è il modo di produzione. Il capitale ha bisogno di consumatori insaziabili e, nello stesso tempo, produce una sovrappopolazione relativa – spesso originaria di altri Paesi – sempre più giovane, precaria o semplicemente superflua. Promette a tutti l’accesso al mondo delle merci e lo nega alla maggioranza; ha dissolto i vecchi legami che contribuivano a riconoscersi in una classe lasciando ciascuno solo davanti alla vetrina.
La merce esposta è insieme l’idolo e il nemico: la si adora e la si saccheggia nello stesso gesto. Il saccheggio non nega la logica del mercato; la spinge al suo limite, appropriazione immediata senza la mediazione del denaro, ma sempre dentro l’orizzonte del possesso individuale. È la rivolta del consumatore escluso, non ancora quella del produttore che prende coscienza di sé, del suo ruolo, delle sue possibilità.
Le bercianti lagne per il decoro, l’ordine e soprattutto per la “roba”, violati e calpestati per poche ore, non ci commuovono minimamente. Specie quando provengono da quelle mezze classi che non osano emettere un fiato quando interi centri storici vengono sequestrati alla collettività per le private esigenze di miliardari paganti, da cui sperano di poter annusare qualche spicciolo. Il loro “ordine” è una tetra diga che vorrebbe trattenere in eterno le conseguenze di un caos da cui traggono i propri benefici. Il loro “decoro” è la squallida e ipocrita divisa con cui chi possiede la “roba” si riconosce. La loro roba è il frutto di fatiche altrui mal retribuite, e che rivendicano con tutta l’arrogante ferocia che suscita la cattiva coscienza.
La vetrina infranta occupa le prime pagine per giorni. Il ragazzo morto in un cantiere, il migrante annegato nel Mediterraneo, la famiglia sfrattata, le città rase al suolo dalle guerre che le stesse borghesie alimentano non suscitano che un’indignazione di circostanza. Nella migliore delle ipotesi. È la violenza quotidiana, “legale” e “decorosa” del capitale: quella che non fa notizia perché è norma, legge di natura.
Anche in Italia le proteste, le loro forme concrete, pongono la questione di una decifrazione politica da parte delle soggettività che si propongono di ricondurre le varie, oggettive manifestazioni di disagio capitalistico ad un processo di formazione della coscienza che possa provare a conferire ad una spontanea e primaria reazione i caratteri di un impegno politico coerentemente rivoluzionario.
La valutazione delle piazze italiane – oltre a scontare nella maggior parte dei casi una genericità che non coglie la fisionomia diversificata delle singole manifestazioni allo stesso livello nazionale – si presenta divisa tra chi limita la propria analisi alla radiografia della composizione di classe di queste manifestazioni in attesa di una purezza che non è, né può essere, nella natura delle cose e coloro che – come scriveva Antonio Labriola – «non possono mettere il loro tempo psicologico (vale a dire la pazienza e lo spirito di osservazione) all’unisono coi ritmi del tempo delle cose»[1], regredendo ad una religione della spontaneità che, a tratti, indulge in una vera e propria estetica soreliana della “violenza rigeneratrice” di “masse primigenie”. Un culto inservibile ai fini della comprensione del fenomeno e del tutto inadeguato a intercettarne, malgrado le proclamate velleità in tal senso, le radici sul piano delle reali possibilità politiche. Se la critica allo schematismo non dialettico di chi attende il verificarsi di anti-storiche condizioni “ideali” del moto di classe ha come obiettivo un reale ed effettivo travisamento del marxismo, nondimeno, nel campo di coloro che celebrano l’adeguamento passivo e acritico alla spinta sociale primigenia, questo accenno critico diventa il paravento della negazione del momento dell’analisi, dello sforzo di comprensione, dell’applicazione del metodo dialettico del marxismo come condizione per un’azione, per una prassi efficaci e coerenti in una prospettiva storica di classe.
Abbiamo accennato, da questo punto di vista, ad un fenomeno di regresso. Non si tratta di una forzatura retorica, è un dato reale. La formazione e lo sviluppo del marxismo come teoria della rivoluzione, teoria necessaria alla rivoluzione proletaria, si inscrive – punto culminante, salto qualitativo e superamento rispetto ai suoi presupposti storici – nel processo di maturazione, attraverso l’ascesa rivoluzionaria della borghesia e l’Illuminismo, della concezione dell’azione umana nella storia come possibilità cosciente data dall’avanzamento della conoscenza, dall’approfondimento della comprensione del reale. Il marxismo ha portato questo corso storico, attraverso il nesso dialettico con la formazione della classe proletaria e con le sue manifestazioni di azione e di lotta, alla dimensione scientifica. Adesso, le fiammate di una protesta di piazza lette come avvento di una tanto attesa condizione di conflittualità sociale rigeneratrice hanno dato la stura a fenomeni, talvolta addirittura orgogliosamente rivendicati, di negazione e rinnegamento di questa raggiunta dimensione storica. L’esaltazione di masse “barbariche”, considerate risolutive nella loro incontaminata purezza distruttrice e palingenetica; la scomunica di ogni tentativo di comprendere potenzialità e limiti di un fenomeno di protesta che, invece, andrebbe soltanto sostenuto e celebrato mediante attestazioni di fede “sciamanica”; l’idea che il suo significato sia tanto più rivoluzionario quanto più resta incontaminato da richiami riconducibili alla deprecabile sfera di una qualche preoccupazione “teorica”: di fronte a tutto questo, parlare di regresso non è davvero fuori luogo. Anche quando questo processo regressivo si manifesta in forme “scientiste” (le incontaminate masse primordiali assolveranno da sé il compito rivoluzionario che la Storia ha assegnato loro perché nel solco fatale del compimento della fine del capitalismo per inarrestabile ed automatico disfacimento) si tratta nei fatti di un abbandono dello stadio più elevato del pensiero e della coscienza rivoluzionari, dei più alti conseguimenti teorici delle lezioni delle rivoluzioni e delle contro-rivoluzioni per tornare agli albori del rapporto tra soggettività ed esperienza politica, tra sforzo teorico e realtà oggettiva della lotta di classe.
Nel 1972 uscì nelle sale italiane San Michele aveva un gallo, interessantissimo e profondo film dei fratelli Taviani. La trama si incentra sulla parabola appassionata e tragica di un rivoluzionario libertario della seconda metà dell’Ottocento che, dopo un lungo periodo di detenzione in isolamento, viene in contatto con il movimento operaio, nel frattempo sviluppatosi, organizzatosi, divenuto politicamente più maturo, che non può non condannare come irrimediabilmente superato il suo generoso ma inadeguato volontarismo. Oggi c’è chi, spesso con toni profetici e sguaiatamente saccenti, vorrebbe insegnarci che la parola definitiva sul problema della rivoluzione e dei suoi compiti è nel ripercorrere all’indietro la traiettoria storica esemplificata nella vicenda del protagonista del film.
Chi celebra – spesso senza condividerne i rischi – le “masse primigenie” non vede, o finge di non vedere, che quella delle piazze con la fisionomia vista a Milano il 17-18 ottobre non è una lingua con cui i rivoluzionari possano illudersi oggi d’interloquire e dalla quale farsi intendere; non può ancora esserlo. Chiunque costeggi questo torrente impetuoso non può entrarvi senza esserne respinto, oppure senza farsene travolgere e trascinare fino ad infrangersi contro il solido muro del dominio di classe o a rifluire, esaurendosi nei mille rivoli dell’accomodamento individuale. Ma la critica del culto della spontaneità non può diventare, a sua volta, l’alibi per un’indifferenza paludata da rigore teorico. Analizzare la natura di classe di questi fenomeni è indispensabile; trasformare quell’esame in una tassonomia che giustifichi l’aspettativa che movimenti con un predominante carattere di classe proletario possano un domani esplodere ed esplicarsi in condizioni ideali, scevri da confusione ideologica e contaminazioni sociali, è soltanto un altro modo di disattendere i propri compiti. Ogni lotta reale della classe operaia si manifesta mescolata alle illusioni, ai pregiudizi e ai residui dell’ideologia dominante; ed è dentro quella mescolanza, non al riparo da essa, che i comunisti sono chiamati a lavorare.
Da un lato l’esaltazione mistica del movimento in sé, che si risolve nell’adesione autodissolvente ad esso; dall’altro lo schematismo di una vana ed autoassolutoria aspettazione di un impossibile scenario “ottimale”. Si tratta, a ben vedere, delle due facce di una stessa medaglia, accomunate dalla negazione del problema della reale dinamica di un intervento cosciente delle soggettività rivoluzionarie.
La partecipazione emotiva dei rivoluzionari comunisti non può che inclinare verso le espressioni di un malessere sociale che erompe dalle contraddizioni capitalistiche. Ma sarebbe grave danno trasformare tale sentimento in indirizzo politico.
La forza del proletariato non sta nella capacità di mandare in frantumi qualche vetrina per un pomeriggio, ma nel posto che occupa nella produzione e nella circolazione: dove si ferma il lavoro, si ferma il capitale. Se non si riconosce questo, si può essere ciò che si vuole, ma certamente non marxisti. Una gazzarra di giovani inconsapevolmente insofferenti ad un destino proletario può spaventare per qualche notte; una classe che si riconosce e si organizza può mettere in discussione il dominio borghese.
Domani la strada della ripresa del movimento di classe incrocerà con ogni probabilità alcuni o anche la maggior parte dei giovani casseur o “maranza” di oggi, ma in altre vesti, con un altro ruolo sociale, assai più in grado di impensierire le classi dominanti e tutto il loro repellente servidorame. Né quell’incontro avverrà in condizioni ideali: anche allora porteranno con sé le scorie di ciò che sono stati abituati a desiderare e a rispettare. Il compito dei comunisti non sarà quello di “depurarli” prima di riconoscerli come propri, ma di lottare al loro fianco e, se necessario, anche contro le loro illusioni, educando il movimento nel momento stesso in cui si educheranno al suo vivificante contatto.
NOTE
[1] A. Labriola, A proposito del libro di Bernstein, 1899, in Saggi sul materialismo storico, Editori Riuniti, Roma, 1977, p. 298.
