Opuscolo del Workers Party of America (New York, NY, s.d. [1923]). Traduzione dall’inglese di Rostrum, pubblicata su Prospettiva Marxista, n. 131, settembre 2026. Le note contrassegnate da * sono redazionali.
L’opuscolo che qui presentiamo nella sua prima traduzione in italiano, pubblicato nel 1923 dal Workers Party of America, appartiene ad una fase cruciale della storia del movimento comunista statunitense. Nato alla fine del 1921 come espressione legale di un Partito comunista diviso tra fautori di un’organizzazione ancora esclusivamente clandestina – non più necessaria con la fine della “Red Scare” – e sostenitori di un lavoro politico aperto, il Workers Party cercò di intervenire nel quadro politico e sindacale americano collegando la battaglia contro lo sfruttamento capitalistico alla difesa dei lavoratori immigrati, componente decisiva dell’industria statunitense e insieme bersaglio privilegiato della repressione padronale e statale. Ben presto, sotto la direzione di Jay Lovestone e del maggior responsabile della deriva opportunistica del partito americano, il rappresentante del Comintern John Pepper (alias dell’ungherese József Pogány), il movimento comunista negli Stati Uniti verrà dilaniato da scontri di linea e feroci personalismi, subendo al contempo pesanti condizionamenti politici e organizzativi da parte del capitalismo di Stato sovietico.
L’autrice, Clarissa “Cris” Smith Ware, ex moglie di Harold Ware, relatore sulla questione agraria del Partito Comunista d’America, fu una delle poche figure femminili a ricoprire incarichi di rilievo nei primi anni del comunismo americano e una delle voci del partito più impegnate sul tema dell’immigrazione. Nel 1923 aveva ricoperto la carica di responsabile del Dipartimento di Ricerca del Workers Party. I risultati delle sue ricerche furono pubblicati in numerosi articoli apparsi su The Liberator, The Labor Herald, The Worker e sulla stampa sindacale in generale. Il suo bollettino A Review of the Week venne ristampato da decine di giornali sindacali in tutto il Paese. Vittima, stando ad alcune fonti, di una relazione distruttiva con il leader del partito C. E. Ruthenberg e con il suo principale alleato, Jay Lovestone, e corteggiata anche da John Pepper, Ware, quasi certamente sottoposta a pressioni, morì tragicamente il 27 settembre 1923 a causa di un’infezione contratta durante un aborto clandestino. Il Partito rese pubblica la sua morte attribuendola ad un’«operazione per pancreatite» mal riuscita.
Nonostante le difficili condizioni personali e politiche in cui si trovò a operare, Clarissa S. Ware seppe svolgere un importante lavoro politico e cogliere con grande lucidità il nesso tra questione migratoria, composizione della classe operaia e strategia capitalistica della divisione. Nelle pagine del suo opuscolo, l’attacco ai lavoratori nati all’estero non appare come un fenomeno marginale o episodico, ma come un dispositivo essenziale del dominio di classe: colpire il settore più ricattabile del proletariato per abbassare il livello di vita dell’intera classe operaia, alimentando al tempo stesso pregiudizi nazionali e razziali tra gli sfruttati. Da questo punto di vista, il saggio, pur riferito ad un contesto che presenta notevoli differenze rispetto all’Europa di oggi – non ultima la presenza delle masse autoctone afroamericane, vittime nel Sud segregazionista degli Stati Uniti di un’oppressione razziale che Ware non analizza nella sua specificità, e che proprio in quegli anni si spostavano verso il Nord industriale nella “Great Migration” – conserva una sorprendente attualità. Le sordide sirene che oggi, alle nostre latitudini, promettono un brillante “futuro nazionale” cantano sullo spartito di un ben noto passato internazionale, che si concretizzò negli USA con l’Immigration Act del 1924. Il razzismo populista contemporaneo, lungi dall’essere un’assoluta novità figlia di un’abusata “crisi del ciclo di accumulazione”, ripropone motivi già noti nella storia dell’imperialismo: occultare il ruolo dell’offensiva del capitale indicando nello straniero il responsabile del peggioramento delle condizioni della classe operaia. Anche per questo, la lezione politica dell’opuscolo di Ware non riguarda solo l’America degli anni Venti, ma parla ancora al presente e all’esigenza di un lavoro militante capace di attualizzare e riprodurre studi seri e dettagliati come quello che presentiamo, per contrastare politicamente i costanti tentativi di dividere il proletariato tra Natives e Foreign-Born.
CAPITOLO PRIMO
Gli americani nati all’estero – Chi sono e da dove provengono.
Chi sono gli americani?
Sono forse i Carnegie di origine scozzese, gli Schiff di origine tedesca o i Marshall Fields di origine inglese, il cui americanismo ha fruttato loro centinaia di milioni di dollari?
Oppure
Sono forse i molti milioni di lavoratori che, provenienti da terre lontane, hanno estratto il carbone, prodotto l’acciaio, posato i binari ferroviari e azionato i telai tessili — hanno costruito le gigantesche industrie dell’America?
Chi sono i nati all’estero?
I nati all’estero sono 13.894.841, pari al 13,4% della popolazione totale degli Stati Uniti. Oltre il 34% della nostra popolazione ha origini straniere, ovvero è nata all’estero o ha genitori nati all’estero.
Ci sono 6.208.697 persone nate all’estero che hanno più di ventuno anni – dotate di diritto di voto, ovvero il 10% dei cittadini americani. I 17.816.181 cittadini di discendenza straniera costituiscono il 29,2% della popolazione americana potenzialmente votante. Un altro 10% della popolazione di età superiore ai 21 anni è, come ha affermato il Segretario del Lavoro Davis, naturalizzabile. I lavoratori nati all’estero rappresentano il 58% del totale degli occupati nelle industrie americane.
Nelle industrie di base – mineraria, siderurgica, della lavorazione delle carni e dell’abbigliamento – il 60-70% dei lavoratori è nata all’estero.
L’«americanizzazione» dei nati all’estero
Qual è stata la sorte di questi lavoratori americani nati all’estero? Orari di lavoro più lunghi e salari più bassi; alloggi precari e istruzione di scarsa qualità; leggi statali e nazionali discriminatorie nei loro confronti. Questa è stata la sorte di oltre 34 milioni di immigrati giunti negli Stati Uniti negli ultimi cento anni.
Milioni di lavoratori nati all’estero, ammassati nei centri minerari e industriali d’America, hanno, con sudore e sangue, generato profitti favolosi per la classe padronale. E oggi è proprio contro questi lavoratori che la classe padronale sta sferrando una nuova offensiva. Questa offensiva fa parte della campagna organizzata per intensificare l’oppressione e lo sfruttamento di tutti i lavoratori – sia autoctoni che stranieri. I capitalisti mirano a fomentare e perpetuare divisioni artificiali nelle file dei lavoratori, divisioni basate sulla nazionalità.
È compito di tutti i lavoratori, indipendentemente dal loro luogo di nascita, unirsi e presentare un fronte unico contro il nemico comune nella lotta comune – la lotta contro lo sfruttamento di coloro che lavorano da parte di coloro che posseggono – la lotta contro la schiavitù capitalista.
«Siamo una nazione di immigrati» ammette persino quel portavoce del puro americanismo, James A. Emery, del Consiglio Generale dell’Associazione Nazionale dei Produttori, il quale aggiunge: «Nel giro di cento anni abbiamo accolto negli Stati Uniti circa trentaquattro milioni e tre quarti di immigrati».
Paese di nascita dei nati all’estero
Il primo periodo di immigrazione
Dai Paesi dell’Europa nord-occidentale e centrale giunse la prima ondata di immigrazione che portò sulle nostre coste i fondatori delle industrie americane. Secondo il censimento degli Stati Uniti del 1920, il 47,9% dei nati all’estero in America proveniva da quei Paesi che hanno fornito il grosso della prima immigrazione.
La tabella seguente riporta il numero di immigrati provenienti da ciascun Paese dell’Europa nord-occidentale, nonché la percentuale della popolazione totale nata all’estero rappresentata da ciascuna nazionalità.

Le caratteristiche di questo gruppo di lavoratori nati all’estero erano le seguenti:
1) Provenivano da Paesi industrializzati;
2) Parlavano prevalentemente inglese e tedesco;
3) le loro tradizioni, usanze e abitudini erano simili a quelle della popolazione residente negli Stati Uniti.
Per questi motivi e grazie al rapido sviluppo delle industrie americane in quel periodo, essi uscirono rapidamente dalle file dei lavoratori non qualificati; non essendo ostacolati da differenze linguistiche e culturali, era meno possibile sfruttarli come gruppo separato dai lavoratori nati negli Stati Uniti.
Il secondo periodo di immigrazione
Dall’Europa centro-meridionale, meridionale e orientale giunse la seconda ondata che portò la manodopera che sviluppò ed espanse le nostre ferrovie, le miniere e le industrie. Fino al 1890 la maggior parte di questo flusso di stranieri proveniva dai Paesi nordici; nei successivi 25 anni che precedettero la Grande Guerra, i Paesi slavi e quelli dell’Europa meridionale aumentarono il loro flusso migratorio; dal punto di vista economico, lo sviluppo industriale, agricolo, dei trasporti e minerario della nazione procedette in continua dipendenza da un flusso di immigrati costituito da volenterosi lavoratori.
I dati del censimento del 1920 degli Stati Uniti mostrano che oggi il 46,3% della popolazione nata all’estero proviene da questi Paesi del Sud e dell’Est.

I lavoratori nati all’estero e che venivano da questi Paesi, differivano notevolmente dal primo gruppo. Per lo più contadini provenienti da Paesi agricoli, conoscevano poco o nulla dei moderni metodi industriali o dei macchinari. Isolati dalle differenze di lingua, di costumi e di religione, divennero più facilmente preda della classe padronale e oggi costituiscono la fascia più sfruttata e oppressa della classe operaia americana.
L’immigrazione recente
Durante la guerra mondiale, il flusso di immigrati tornò dalle industrie americane ai campi di battaglia europei.
Nel 1920-21, tuttavia, 668.000 immigrati sbarcarono negli Stati Uniti. Temendo un’invasione di elementi politicamente non ortodossi, il Congresso, come espressione di una classe capitalista in preda al panico, approvò la cosiddetta Legge di limitazione del tre per cento*. Da allora sono stati considerati ammissibili circa 356.995 nati all’estero.
Tale numero è ripartito, secondo la legge, tra i diversi Paesi di provenienza sulla base del 3% del numero di ciascun gruppo etnico presente negli Stati Uniti, secondo il censimento del 1910. Durante quest’ultimo periodo di immigrazione non si sono verificati cambiamenti nella composizione della classe operaia.
Sono giunte da ogni angolo della terra, persone forti e robuste, desiderose di realizzare la libertà e la felicità nella terra promessa. Sono giunte sperando in una vita nuova e migliore, in cui la miseria e le sofferenze del passato avessero fine. Invece scoprono che negli Stati Uniti sono disprezzati portatori di fardelli, che, svolgendo il lavoro più duro e sgradevole, sono condannati a vivere nello squallore e nella povertà mentre creano ricchezza per la classe che servono.
CAPITOLO SECONDO
L’importanza dei nati all’estero come fascia della popolazione, come forza elettorale e come esercito industriale
Proporzione dei nati all’estero rispetto alla popolazione totale.
Come illustrato dal grafico n. 1, i nati all’estero e le persone di discendenza straniera costituiscono il 34,8% della popolazione totale degli Stati Uniti. Secondo un’analisi dei dati del censimento del 1920, i nati all’estero rappresentano il 13,4% della popolazione totale. Le persone di discendenza straniera, ovvero i cui genitori sono nati all’estero, costituiscono il 21,4%. I neri nati negli Stati Uniti rappresentano un ulteriore 9,8%, mentre i bianchi nati negli Stati Uniti da genitori bianchi autoctoni costituiscono il restante 55,3% della popolazione. È quindi evidente che la popolazione di origine straniera costituisce oltre un terzo della popolazione totale.

Percentuale dei nati all’estero di età superiore ai 21 anni rispetto alla popolazione totale di età superiore ai 21 anni
Secondo una dichiarazione rilasciata di recente dal presidente del Consiglio esecutivo della Federazione Civica, «su 54 milioni di aventi diritto al voto negli Stati Uniti, sono stati espressi solo 26 milioni di voti, pari al 48%». Oggi ci sono oltre 6 milioni di cittadini nati all’estero naturalizzati aventi diritto al voto – ovvero un nono, ovvero oltre l’11%, del numero totale degli elettori negli Stati Uniti. Il potere politico che questo singolo gruppo potrebbe esercitare è suggerito dal fatto che esso rappresenta quasi un quarto del numero di voti espressi nelle ultime elezioni. Tuttavia, a causa della privazione generalizzata del diritto di voto inflitta ad ampi settori della classe operaia, in particolare alle masse nere nel Sud, e a causa della tendenza di molti elettori aventi diritto a non avvalersi del voto, è possibile effettuare un’analisi più accurata prendendo come base l’intera popolazione di età superiore ai ventuno anni che costituisce l’elettorato potenziale.
Il grafico n. 2 mostra la composizione di questa popolazione. Solo il 50% è costituito da bianchi autoctoni di discendenza bianca, il 9,5% da neri e il 39,5% da persone nate all’estero o di discendenza straniera. In realtà, il 19% è di discendenza straniera e il 10,3% è, come ha sottolineato il Segretario del Lavoro Davis, naturalizzabile.

Si può quindi constatare che i gruppi più sfruttati, i neri e i lavoratori di discendenza straniera, dispongono di un potenziale elettorale pari al 40% del totale del corpo elettorale e, se a questo gruppo si aggiungono i nati all’estero naturalizzabili, tale percentuale eguaglia il peso elettorale dei bianchi autoctoni con genitori entrambi bianchi. Naturalmente, i numerosi ostacoli che sono stati creati intenzionalmente per impedire a questi lavoratori di partecipare alle elezioni rendono difficile la possibilità che essi esprimano efficacemente la propria forza attraverso il voto.
I lavoratori nati all’estero nell’industria
Tuttavia, è quando si considerano i lavoratori nati all’estero dal punto di vista del loro ruolo nella vita industriale della nazione che diventa evidente l’importanza fondamentale che essi rivestono nella vita di questo Paese.
Lauck e Sydenstricker forniscono dati che dimostrano che il 58% della forza lavoro industriale americana è costituito da lavoratori nati all’estero. Nel loro libro Conditions of Labor in American Industries [Condizioni di lavoro nelle industrie americane], presentano una tabella che mostra come tra il 60 e il 70% dei lavoratori nei settori dell’abbigliamento, dell’estrazione mineraria, della siderurgia, della lavorazione della carne e della lavorazione del cuoio siano nati all’estero.
L’Associazione Nazionale dei Produttori, nel suo organo ufficiale American Industries, afferma che i lavoratori nati all’estero sono presenti nelle industrie di base secondo la seguente tabella:

Passando alla distribuzione geografica dei “nati all’estero” negli Stati Uniti, si riscontra che 11 milioni dei 13 milioni si trovano nell’Est e nel Centro-Nord, ovvero nelle aree industriali.
Un confronto tra la popolazione bianca autoctona, quella nera e quella nata all’estero nei diversi distretti mostra che nei centri industriali del Nord-Est e del Centro, così come nei distretti minerari dell’Ovest, la percentuale di persone nate all’estero è elevata e quella della popolazione nera è bassa. In questi distretti i lavoratori nati all’estero costituiscono la principale fonte di manodopera a basso costo e non qualificata.
D’altra parte, nel Sud, dove i neri sono i cosiddetti lavoratori non qualificati meno pagati, la percentuale di immigrati è bassa e quella dei neri è di conseguenza elevata.
La tabella seguente, elaborata sulla base dei dati del censimento degli Stati Uniti del 1920, mostra la distribuzione degli immigrati, dei bianchi autoctoni e dei neri, sia in termini di numero che di percentuale della popolazione:

New England e zona centro-nord-orientale
Nel Maine, nel New Hampshire, nel Vermont, nel Massachusetts, nel Rhode Island e nel Connecticut, dove i nati all’estero rappresentano il 25,3% della popolazione totale, i settori principali sono l’industria tessile e la produzione di stivali e scarpe, e in questi settori i lavoratori nati all’estero sono quelli che lavorano per il maggior numero di ore a fronte dei salari più bassi. Negli Stati del Medio Atlantico – New York, Pennsylvania e New Jersey – dove i 4.960.418 nati all’estero rappresentano il 22,1% della popolazione totale, l’industria dell’abbigliamento, quella siderurgica e le miniere, così come l’industria manifatturiera in generale, impiegano la maggioranza dei lavoratori nati all’estero.
Lo stesso vale per il distretto Centro-Nord orientale – gli Stati del Michigan, del Wisconsin, dell’Illinois, dell’Indiana e dell’Ohio. Il signor S. L. Lawton di Hancock, nel Michigan, dichiarò durante le audizioni dinanzi alla Commissione per la Naturalizzazione e l’Immigrazione della Camera dei Rappresentanti, nel gennaio 1923: «Il 98% di tutti gli uomini che lavorano nelle miniere (del Michigan) è nato all’estero».
Anche il signor J. M. Larkin, assistente del presidente della Bethlehem Steel Company, nelle audizioni dinanzi alla Commissione per la Naturalizzazione e l’Immigrazione della Camera dei Rappresentanti, nel gennaio 1923, ha affermato: «Dal 40 al 45% dei dipendenti delle società controllate dalla Bethlehem Steel Corporation sono persone nate all’estero. Appartengono, principalmente, alle seguenti nazionalità: austro-ungarici, slavi, russi, italiani, svedesi, polacchi, greci, portoghesi e spagnoli, provenienti per lo più dai Paesi dell’Europa centrale e meridionale».
Il presidente: «Ritiene che sia una buona idea continuare a far arrivare qui un flusso costante di stranieri per lavorare in turni di 12 ore in un settore così duro?»
Signor Larkin: «Risponderò dicendo che, se l’industria deve progredire e funzionare, dobbiamo disporre di questa classe di manodopera o di una classe analoga».
Oggi, se l’industria siderurgica deve «progredire», se si vogliono pagare i dividendi, se l’industria deve continuare a incassare milioni di profitti, i capitalisti devono poter contare sui lavoratori nati all’estero e devono intensificarne lo sfruttamento e aumentarne la spietata oppressione. Oppure devono disporre di una «classe analoga» per i medesimi scopi.
L’unica «classe analoga» è quella dei lavoratori neri. Negli Stati del Sud i neri – un gruppo privato dei diritti civili – lavorano nelle fabbriche tessili, nelle miniere e nelle acciaierie in condizioni di discriminazione, degrado e sfruttamento molto simili a quelle che sono il destino degli immigrati nei centri industriali e minerari più a nord.
Atlantico meridionale
Nel distretto dell’Atlantico meridionale – Maryland, Distretto di Columbia, Virginia e Virginia Occidentale, Carolina del Nord e del Sud, Georgia e Florida – i neri rappresentano il 30,9% della popolazione totale e gli immigrati solo il 2,3%. Un gran numero di neri sono braccianti agricoli e mezzadri, ma è anche vero che, laddove vi è uno sviluppo industriale, i neri sono i cosiddetti operai non qualificati.
Centro-Sud orientale e Centro-Sud occidentale
Nel Centro-Sud orientale, che comprende Kentucky, Tennessee e Mississippi, dove i neri rappresentano il 28,4%, i lavoratori nati all’estero costituiscono solo lo 0,8%. In questi Stati i neri lavorano nelle miniere, nelle acciaierie e nelle fabbriche in condizioni di lavoro, orari e salari molto simili a quelli prevalenti per i lavoratori nati all’estero in settori simili.
Lo stesso vale sostanzialmente per la zona Centro-Sud occidentale, che comprende gli Stati del Texas, dell’Oklahoma, dell’Arkansas e della Louisiana. In questi Stati i neri sostituiscono i lavoratori nati all’estero come la fascia più oppressa della classe operaia.
Distretti montani e del Pacifico
Nel distretto montano – gli Stati del Montana, del Wyoming, dell’Idaho, del Nevada, dello Utah, del Colorado, dell’Arizona e del New Mexico – così come nel distretto del Pacifico – gli Stati di Washington, dell’Oregon e della California – dove la popolazione nera scende a meno dell’1%, la percentuale dei lavoratori nati all’estero sale al 13,6% per il distretto montano e al 18,6% per quello del Pacifico.
I lavoratori nati all’estero trovano nuovamente posto nelle miniere – a estrarre carbone e metalli, al lavoro nelle fonderie e nelle raffinerie di petrolio.
Centro-Nord occidentale
Il distretto del Centro-Nord occidentale – Dakota del Nord e del Sud, Nebraska, Kansas, Minnesota, Iowa e Missouri – Stati non manifatturieri, presenta la più alta percentuale di bianchi autoctoni riscontrabile in qualsiasi distretto, pari all’86,5%. La percentuale di persone nate all’estero – pari al 10,9% – è impiegata in gran parte nelle miniere. Vi è, tuttavia, un fattore degno di nota riguardo a questo distretto: esso comprende 200.000 agricoltori nati all’estero – più di un terzo del numero totale di agricoltori nati all’estero negli Stati Uniti.
***
Queste cifre dimostrano che i lavoratori nati all’estero occupano una posizione nell’industria americana che li rende il gruppo più essenziale per la creazione della ricchezza prodotta negli Stati Uniti. Il loro lavoro ha creato le grandi fortune dei loro sfruttatori. Frederick J. Haskin ha ben descritto il loro ruolo nella vita dell’America nella sua poesia The Immigrant:
Ho portato sulle mie spalle il fardello dell’uomo tuttofare americano.
Contribuisco per l’ottantacinque per cento a tutto il lavoro
nei settori della macellazione e della lavorazione della carne;
svolgo i sette decimi dell’estrazione del carbone bituminoso.
Svolgo il settantotto per cento di tutto il lavoro nei lanifici.
Contribuisco con diciannove ventesimi a tutta la produzione di abbigliamento.
Produco più della metà delle scarpe.
Costruisco i quattro quinti di tutti i mobili.
Produco metà dei colletti, dei polsini e delle camicie.
Produco i quattro quinti di tutta la pelle.
Produco metà dei guanti.
Raffino quasi i diciannove ventesimi dello zucchero.
Produco metà del tabacco e dei sigari.
Eppure, sono io il grande problema americano.
Quando riverso il mio sangue sul vostro altare del lavoro,
e offro la mia vita in sacrificio al vostro dio della fatica,
e non suscito più attenzione di quanta ne susciti la caduta di un passero.
Ma la mia forza fisica è intessuta nell’ordito e nella trama del tessuto della vostra nazione.
I miei figli saranno i vostri figli
e la vostra terra sarà la mia terra,
perché il mio sudore e il mio sangue
cementeranno le fondamenta dell’America di domani.
(Ripubblicata dal Dipartimento delle Missioni e dell’Espansione Ecclesiale della Chiesa Episcopale nel loro opuscolo intitolato Americans All)
CAPITOLO TERZO
L’oppressione dei lavoratori nati all’estero
Condizioni di vita
Il lavoratore nato all’estero si trova in una situazione sfavorevole fin dal momento del suo arrivo. Le condizioni di vita nei nostri quartieri poveri, nelle città industriali e nei campi minerari sono orribili. Thomas Burgess, in The Foreign-Born Americans and Their Children [Gli americani nati all’estero e i loro figli], descrive così la loro vita in America:
Un lavoro durissimo e una vita durissima hanno segnato l’inizio della maggior parte di loro nel loro Paese d’adozione, e spesso sono continuati fino alla fine.
Dura, terribilmente dura è la sorte dei poveri bambini – quelli che sopravvivono alla vita nei caseggiati popolari delle nostre grandi città, vivendo in case di circa due stanze con le loro numerose famiglie, spesso mescolate senza distinzione con altri inquilini. Ci sono due isolati nell’East Side di New York che coprono in tutto meno di nove acri, ma che ospitano ottomila anime.
Intere famiglie si logorano lavorando duramente per tutta la vita; cucendo tutto il giorno e fino a notte fonda in caseggiati maleodoranti, rifinendo capi di abbigliamento per una miseria, realizzando miriadi di fiori artificiali, cravatte e simili.
Le condizioni di vita sono ancora peggiori nelle città minerarie e nelle località con le fabbriche. Qui l’azienda funge anche da negoziante e vende il cibo e i beni di prima necessità per la famiglia a prezzi esorbitanti. Spesso è in atto un sistema di addebiti e controaddebiti, per cui i salari versati dall’azienda tornano nelle sue tasche e i lavoratori sono tenuti costantemente indebitati, sempre nella paura dello sfratto e sempre alle prese con lo spettro della disoccupazione, che significa fame.
Un gran numero di lavoratori nati all’estero si ritrova a lavorare nelle miniere. È impossibile fornire un quadro adeguato di com’è la vita di un minatore, ma il seguente estratto tratto da un libro recente, The Government – Strike Breaker [Il Governo – spezza-scioperi] di Jay Lovestone, ce la descrive:
L’irregolarità del lavoro è uno dei peggiori mali che affliggono la vita del minatore. Per lui significa una forma aggravata di disoccupazione. Il minatore non può sapere oggi se domani ci sarà lavoro per lui. Molte volte, al suono del fischio che annuncia l’inizio del “lavoro” la sera e la mattina, il minatore si alza alle 4 del mattino, si prepara per andare al lavoro, percorre a piedi più di cinque miglia fino alla miniera, per poi sentirsi dire che non c’è nulla da fare perché la compagnia ferroviaria non ha fornito vagoni vuoti.
Gli uomini che lavorano in questo distretto (Crooksville) non hanno mai l’opportunità di raddrizzarsi o di distendere la schiena durante il giorno fino a quando non escono dalla miniera la sera, a meno che non scelgano di sdraiarsi distesi sul pavimento o sul fondo della miniera. Entrano in miniera al mattino e talvolta devono camminare per miglia in posizione ricurva per raggiungere il proprio posto di lavoro. Sono spesso costretti ad attraversare fango e acqua per raggiungere il proprio posto di lavoro. (Cong. Record, vol. 62, pag. 5698)
La polmonite, la tubercolosi e i raffreddori non sono rari tra i minatori. Sono costantemente esposti a esplosioni di gas e polvere, alla caduta di scisti e carbone, ai gas di miniera, agli incendi, all’annegamento e alla folgorazione. La privazione della luce del sole e dell’aria fresca accompagna il salario da fame del minatore nella sua dura sorte.
Nel 1921, nonostante la grave disoccupazione, il bilancio delle vittime nelle miniere fu di 1.973, secondo il rapporto dell’Ufficio delle Miniere.
Lo sfruttamento dei nati all’estero
La forma di sfruttamento dei lavoratori nati all’estero varia a seconda delle località, ma esistono alcune pratiche generali che si riscontrano ovunque vi sia un numero elevato di lavoratori nati all’estero.
Sfruttamento nell’ottenimento di un lavoro
“Agenzie di collocamento”
Il rapporto della Commissione per le Relazioni Industriali del 1915 afferma:
L’intero settore è pervaso da frodi, estorsioni e abusi flagranti di ogni genere. L’addebito di commissioni sproporzionate rispetto ai servizi resi, la discriminazione nelle tariffe applicate a diversi richiedenti per lo stesso lavoro, l’invio di manodopera a lunghe distanze solo per scoprire che nessuno l’aveva richiesta. La spartizione delle commissioni con capisquadra e sovrintendenti, che induce i capisquadra ad assumere e licenziare più spesso del necessario per far sì che un maggior numero di lavoratori venga assunto tramite l’agente; false dichiarazioni relative all’impiego e alle condizioni di lavoro; lo sfruttamento da parte di connazionali nell’ambito del cosiddetto sistema del “padrone”**, in base al quale i nati all’estero vengono reclutati e sfruttati da agenti di collocamento della loro stessa etnia.
Sfruttamento da parte di capisquadra e sovrintendenti dopo l’ottenimento del lavoro
Il caposquadra, i suoi superiori e i suoi subordinati formano talvolta una vera e propria gerarchia di sfruttamento di cui l’immigrato ignorante è la “vittima”. Spesso gli immigrati sono costretti a versare bonus mensili a un superiore per mantenere il proprio posto di lavoro. Ne è un esempio il caso di 19 operai lituani che avevano firmato dichiarazioni giurate in cui affermavano di versare regolarmente parte del proprio salario a un caposquadra per mantenere il posto di lavoro; entro due settimane dalla presentazione della dichiarazione giurata al presidente della società, i 19 uomini furono licenziati. (Relazione della Commissione sull’Immigrazione del Massachusetts, 1914, pagina 40).
Salari
Secondo Lauck e Sydenstricker in Conditions of Labor in American Industries, le statistiche sui guadagni annuali mostrano una condizione economica notevolmente inferiore per i lavoratori nati all’estero rispetto a quelli nati nel Paese, sia uomini che donne. Nelle miniere del Michigan, che impiegavano quasi esclusivamente manodopera nata all’estero, oltre l’80% dei minatori guadagnava tra i 700 e gli 800 dollari all’anno.
Trattenuta dei salari
Un’indagine condotta per conto della Fondazione Carnegie per il Progresso dell’Insegnamento da Reginald Heber Smith ha rilevato che «centinaia di migliaia di lavoratori, molti dei quali immigrati, non erano riusciti a riscuotere i salari onestamente guadagnati».
La pratica della trattenuta dei salari è una di quelle in cui i lavoratori nati all’estero nei settori non sindacalizzati cadono facilmente preda. Con il pretesto di essere apprendisti, spesso vengono pagati molto meno del salario normale per quel tipo di lavoro. Con il pretesto di aver rovinato il materiale o di aver commesso un furto, i salari vengono trattenuti. La promessa retribuzione degli straordinari spesso non viene corrisposta con la motivazione che non è stato stipulato alcun contratto scritto. Gli archivi della New York Legal Aid Society sono pieni di casi di questo tipo. Ad esempio, quello di «una donna russa impiegata a 7 dollari la settimana come ricamatrice di asole a cui, dopo la prima settimana, fu detto che avrebbe dovuto lavorare senza retribuzione per quattro settimane prima di ricevere qualsiasi salario» (The Immigrant’s Day in Court).
Il lavoratore nato all’estero e i tribunali
A causa della scarsa conoscenza della lingua inglese, delle nostre leggi e delle nostre procedure giudiziarie, il lavoratore nato all’estero è vittima di frodi e disonestà da parte di agenti di polizia, avvocati e giudici scorretti e senza scrupoli.
Avvocati e loro “galoppini”.
Nei corridoi dei nostri tribunali e delle sedi di giustizia si aggirano i procacciatori d’affari degli avvocati, che procurano lavoro, solitamente del tipo più spregevole, ai loro padroni.
Nel 1918 l’Ufficio per l’Immigrazione del Massachusetts condusse un’indagine che rivelò:
Ogni giorno venivano individuate oltre venti persone nei corridoi adiacenti alla Prima e alla Seconda Sezione del Tribunale Penale Municipale di Boston, intente a procurare lavoro agli avvocati e a fornire cauzioni per le persone arrestate.
Questi intermediari si rivolgevano principalmente a persone nate all’estero, ignare delle nostre usanze, della nostra lingua e delle nostre procedure legali. Fingendo di avere grande influenza sui tribunali, sulla polizia e sul procuratore distrettuale, erano pronti a garantire il rilascio degli imputati, indipendentemente dal fatto che fossero innocenti o colpevoli, previo pagamento di una commissione a loro o all’avvocato che rappresentavano. D’altra parte, minacciavano di pene severe, lunghi periodi detentivi o pesanti multe le persone accusate anche di reati minori, per i quali in ogni caso la pena sarebbe stata lieve, qualora non avessero ingaggiato gli avvocati raccomandati dagli intermediari.
Questa forma di intimidazione, ricatto e truffa è perpetrata da avvocati che in molti casi sono direttamente al soldo dell’accusa.
Esempi di compensi
I tribunali di giustizia, come quelli esistenti in molti Stati, in particolare in Ohio, Illinois e Pennsylvania, vedono nei lavoratori nati all’estero una fonte illimitata di guadagni. I giudici di tali tribunali non devono conoscere alcuna legge e non sono funzionari stipendiati, ma dipendono dagli onorari, dalle spese processuali e dalle multe riscosse nei casi loro sottoposti. Tali giudici, disponendo di un potere praticamente illimitato, con la connivenza dei loro agenti di polizia e scagnozzi, radunano gli stranieri, accusandoli falsamente di reati minori, e riscuotono le spese processuali che vengono divise tra il giudice e l’agente. Questo sfruttamento è il tipo di giustizia inflitta ai nati all’estero.
Secondo The Immigrant’s Day in Court di Claghorn,
In Pennsylvania la magistratura si era alleata con alcuni investigatori delle ferrovie per arrestare donne immigrate con l’accusa di aver rubato carbone dai binari. Il valore del carbone rubato in molti casi non superava i dieci o quindici centesimi, ma le donne venivano condotte in gran numero davanti al giudice per essere processate e dovevano pagare da 20 a 25 dollari di multe e spese processuali. Poiché le donne raramente erano in grado di pagare l’intero importo in un’unica soluzione, il pagamento veniva suddiviso in rate settimanali da 1 a 2 dollari, e per molto tempo era comune vedere una fila di 20-25 donne in attesa fuori da questi tribunali per pagare le rate settimanali delle loro multe.
Nei tribunali municipali prevalgono le stesse condizioni. In Pennsylvania, ad esempio, esiste una legge statale sulla caccia in base alla quale allo straniero non è consentito possedere né armi da fuoco né un cane. La legge in questo caso prevedeva una multa di 25 dollari per ogni infrazione, metà della quale andava all’informatore, il resto ai giudici, agli agenti di polizia, ecc., citando ancora:
In molti casi lo straniero veniva multato perché i suoi figli possedevano un cagnolino da compagnia – ovviamente non un cane da caccia – e, per quanto riguarda le armi da fuoco, è noto che gli agenti di polizia abbiano arrestato in base a questa legge diversi residenti nati all’estero perché i loro figli stavano giocando con pistole giocattolo.
Claghorn afferma:
I consiglieri comunali, come i giudici, sono retribuiti con onorari, e i loro redditi sono del tutto sproporzionati rispetto ai servizi che prestano. A Pittsburgh, proprio di recente, è stato stimato che un consigliere comunale ricevesse oltre 10.000 dollari all’anno in onorari, un altro oltre 20.000. In nessun caso un consigliere comunale percepisce meno di 5.000 dollari all’anno. I consiglieri comunali sono per la maggior parte uomini di capacità e risultati mediocri, privi di formazione giuridica, e nei loro tribunali si riscontrano i soliti mali delle corti di giustizia.
Quando si presenta in tribunale in relazione ad uno sciopero o a qualsiasi forma di vertenza sindacale, il lavoratore nato all’estero si trova di fronte a un atteggiamento espresso da un magistrato di New York, il quale affermò di credere nella contrattazione collettiva, ma che gli stranieri ammessi in questo Paese dovevano «essere riconoscenti, obbedire alla legge e tenere la bocca chiusa». Nello sciopero dei lavoratori dell’abbigliamento a Cincinnati nel 1919, dove una grande percentuale degli scioperanti era nata all’estero, l’avvocato degli scioperanti affermò che in nessun caso era stato loro concesso un processo equo e che il fatto stesso di essere nati all’estero li condannava di fatto prima ancora che i loro casi fossero discussi in tribunale.
La storia delle intimidazioni e delle violenze perpetrate dalla polizia, dai cosacchi*** e dalle truppe, a seconda dei casi, durante lo sciopero tessile a Lawrence, a Passaic e a Paterson nel 1919, così come il grande sciopero siderurgico del 1919, costituiscono testimonianze sanguinose dei metodi di “americanizzazione” impiegati dalla classe capitalista americana. In ciascuno di questi casi la maggioranza degli scioperanti era nata all’estero.
La storia della vera e propria schiavitù dei lavoratori nati all’estero è stata raccontata più e più volte nella storia del movimento operaio degli Stati Uniti. Le condizioni a cui i lavoratori nati all’estero erano costretti a sottostare nell’industria siderurgica, mineraria e tessile non sono che esempi eclatanti della sorte di questi lavoratori nell’industria in generale.
Leggi discriminatorie nei confronti dei nati all’estero
L’immigrato non è vittima di discriminazioni solo nell’ambito dei procedimenti giudiziari, ma nei codici di molti Stati sono presenti leggi che limitano i diritti e le libertà dei nati all’estero. Esistono, ad esempio, leggi in quattordici o quindici Stati che limitano in qualche modo il loro diritto di acquisire e possedere beni immobili. Davis, nel suo recente libro The Russian Immigrant, descrive alcune di queste leggi come segue:
Nello Stato dell’Oregon, gli stranieri non hanno il diritto di leggere giornali e riviste che non siano stampati in inglese. La stessa legge è stata proposta negli Stati del Maryland, del Kentucky e di New York.
Nello Stato della Pennsylvania, gli stranieri non hanno il diritto di tenere cani.
Negli Stati del Michigan, del New Hampshire, del Tennessee e di Washington, gli stranieri non hanno il diritto di insegnare. La stessa legge è in fase di approvazione nello Stato del Massachusetts.
Negli Stati di New York, New Jersey, Connecticut, Washington, Nebraska, Kansas, Maryland, Oregon e New Hampshire, in caso di incidente, uno straniero non riceve i risarcimenti spettanti a un cittadino americano in un caso simile. Questa legge esiste, nonostante il fatto che tra gli stranieri si verifichino molti più incidenti che tra gli americani.
Negli Stati della Pennsylvania, dell’Illinois, del New Jersey, della California, dell’Arizona, del Rhode Island, dell’Idaho, del New Mexico e del Wyoming, gli stranieri non possono essere assunti per lavori pubblici. In Arizona, se uno straniero tenta di eludere questa legge, viene multato di 1.000 dollari, o condannato a sei mesi di reclusione, o a entrambe le pene.
Negli Stati del Massachusetts e dell’Oregon, la stessa legge è all’esame del legislatore. Negli Stati del Massachusetts, di New York, di Washington, dell’Illinois, dello Utah e della Louisiana, uno straniero viene assunto per lavori pubblici solo se non si trova un americano che possa ricoprire quel posto.
Nello Stato dell’Idaho, lo straniero viene assunto per lavorare in una fabbrica solo se è in possesso dei documenti relativi alla sua cittadinanza d’origine.
Negli Stati dell’Illinois, della California, del Minnesota, dell’Idaho, del Texas, del Missouri, del Nebraska, dell’Indiana, del Montana, dell’Arizona, dell’Oklahoma, del Kentucky, dell’Iowa e del Mississippi, gli stranieri non hanno il diritto di possedere proprietà immobiliari, oppure tale diritto è limitato a un periodo compreso tra i cinque e i venti anni. In molti luoghi, agli stranieri è consentito possedere non più di 320 acri, oppure non godono del diritto di successione.
Nello Stato del Maryland, è stato proposto di vietare del tutto agli stranieri di esercitare attività commerciali.
Nello Stato della Louisiana, agli stranieri è vietato svolgere qualsiasi attività di stampa pubblica.
Oltre a ciò, vi sono molte usanze offensive nell’atteggiamento americano nei confronti degli stranieri. Da tutto ciò risulta evidente che il rapporto con gli stranieri non è molto cordiale. Gli stranieri, dovendo sopportare tutto questo, non possono scrivere a casa lettere molto entusiastiche sull’America e, naturalmente, vogliono andarsene il prima possibile.
Se il lavoro dello straniero è apprezzato, se è necessario nelle miniere, nella costruzione della metropolitana e per il lavoro nelle fabbriche e nelle fattorie, bisogna garantirgli i diritti umani e non offenderlo ad ogni passo.
Alcune delle peggiori leggi statali sono le seguenti:
Kansas: A meno che lo straniero non abbia presentato una dichiarazione di intenzione di diventare cittadino, i suoi beni saranno devoluti allo Stato in caso di decesso[1].
Michigan: Le persone che non sono cittadini possono insegnare nelle scuole pubbliche solo se hanno presentato la loro intenzione di diventare cittadini[2].
Nebraska: Tutte le riunioni pubbliche – incontri politici o convegni, il cui scopo e oggetto siano l’esame e la discussione di argomenti politici o non politici di interesse generale, o relativi al benessere di qualsiasi classe o organizzazione – devono essere condotte esclusivamente in lingua inglese; fermo restando che le disposizioni della presente legge non si applicano alle riunioni o ai convegni tenuti a scopo di insegnamento, istruzione o culto religioso, né alle organizzazioni massoniche[3].
Agli stranieri è vietato ricoprire qualsiasi carica pubblica nello Stato[4].
Gli stranieri non possono insegnare in nessuna scuola pubblica, privata o parrocchiale[5].
È illegale per gli stranieri possedere, detenere o avere in proprio possesso armi da fuoco[6].
Nevada: Solo un cittadino degli Stati Uniti o una persona che abbia dichiarato la propria intenzione di diventarlo potrà essere assunto nella realizzazione di opere pubbliche in qualsiasi ufficio o dipartimento dello Stato. Si fa eccezione nel caso dei detenuti e degli istruttori in scambio presso l’Università, provenienti dai Paesi del Nord e del Sud America[7].
Nuovo Messico: È vietato il possesso di fucili a canna liscia o a canna rigata, nonché la caccia di uccelli selvatici, selvaggina o pesci, da parte di residenti non naturalizzati e nati all’estero[8].
Oregon: È illegale esporre, diffondere o mettere in vendita qualsiasi giornale o periodico che non sia in lingua inglese, a meno che non sia esposta in modo ben visibile una traduzione letterale[9].
La classe padronale sta creando per legge una classe di lavoratori salariati che può essere costretta ad accettare salari bassi e condizioni di lavoro precarie, per poi utilizzare questi lavoratori oppressi e sfruttati al fine di distruggere le organizzazioni e ridurre il tenore di vita sia degli autoctoni che dei nati all’estero.
Sperano, attraverso leggi restrittive e oppressive rivolte ai lavoratori nati all’estero, di creare una classe di lavoratori incapace di reagire, indebolendo e distruggendo così l’intero movimento operaio.
CAPITOLO QUARTO
La nuova offensiva contro i nati all’estero
Ora si propone di aggiungere a queste leggi statali, che discriminano i lavoratori nati all’estero, leggi federali oppressive attraverso le quali lo sfruttamento dei lavoratori nati all’estero possa essere intensificato.
In un Manifesto pubblicato il 10 gennaio [1923], il Workers Party of America ha esposto la questione con una semplicità e una schiettezza che non potrebbero essere migliori:
LAVORATORI AMERICANI!
PROTEGGETE I LAVORATORI NATI ALL’ESTERO
CONTRO GLI ATTACCHI DEI CAPITALISTI E DEL GOVERNO
Manifesto del Workers Party of America
I capitalisti, con l’aiuto del Governo, stanno sferrando un nuovo attacco contro i lavoratori di questo Paese.
Si stanno preparando, attraverso leggi oppressive, a rendere impossibile per i lavoratori nati all’estero lottare contro l’open shop**** e per salari e condizioni di lavoro migliori.
Sperano che, riducendo in schiavitù i lavoratori nati all’estero, riusciranno a imporre l’open shop e a abbassare i salari sia ai lavoratori autoctoni che a quelli nati all’estero.
I lavoratori nati all’estero hanno sofferto per molti anni in questo Paese a causa della loro incapacità di parlare la lingua e della loro scarsa conoscenza del Paese. I capitalisti ne hanno approfittato per derubare e opprimere i lavoratori nati all’estero in modo ancora più grave di quanto derubino e opprimano i lavoratori autoctoni.
Hanno costretto i lavoratori nati all’estero ad accettare salari bassi. Hanno mantenuto basso il tenore di vita dei lavoratori nati all’estero e li hanno costretti a vivere nelle peggiori condizioni possibili. Nelle regioni minerarie, nei distretti siderurgici e in molti altri centri industriali, i lavoratori nati all’estero sono stati ammassati in baraccopoli, senza vita sociale, senza svaghi, semplici schiavi dei padroni.
Negli ultimi anni i lavoratori nati all’estero si sono uniti a quelli autoctoni nella lotta contro i padroni, l’open shop e i salari bassi. I padroni hanno capito che non possono più usare i lavoratori nati all’estero per abbassare il tenore di vita di tutti i lavoratori americani. Lo ha dimostrato il grande sciopero siderurgico del 1919. Lo hanno dimostrato i ripetuti scioperi dei minatori di carbone, nella cui organizzazione sono presenti molti lavoratori nati all’estero. Lo ha dimostrato lo sciopero dei lavoratori dell’abbigliamento e dei tessili, i cui sindacati sono composti quasi interamente da lavoratori nati all’estero.
Per fermare il movimento dei lavoratori nati all’estero che si uniscono a quelli autoctoni nella costruzione di sindacati forti, in grado di tutelare gli interessi sia dei lavoratori nati all’estero che di quelli autoctoni, i capitalisti e il governo stanno proponendo l’approvazione di leggi oppressive dirette contro i nati all’estero e volte a mantenerli schiavi privi di speranza dei capitalisti.
I LAVORATORI NATI ALL’ESTERO DEVONO ESSERE REGISTRATI. DEVONO ESSERE SOTTOPOSTI AL RILEVAMENTO DELLE IMPRONTE DIGITALI E FOTOGRAFATI COME CRIMINALI. SE NATURALIZZATI, VERRANNO PRIVATI DEI LORO DOCUMENTI DI CITTADINANZA SE LA LORO CONDOTTA NON È DI GRADIMENTO DEI PADRONI. VERRANNO ESPULSI SE PARTECIPANO A SCIOPERI O TENGONO DISCORSI DURANTE LE RIUNIONI DI SCIOPERO.
Tutte queste misure volte a mantenere i lavoratori nati all’estero sotto il controllo dei datori di lavoro vengono ora proposte dalle autorità governative.
Il Segretario del Lavoro Davis, nella sua relazione annuale, ha sostenuto la registrazione annuale di tutti i nati all’estero, affermando:
Devono dimostrarsi degni dell’alto privilegio della cittadinanza negli Stati Uniti. Per farlo dobbiamo sapere chi sono e che cosa sono. A tal fine propongo di registrare lo straniero che varca le nostre porte. Per conoscerlo, per aiutarlo a diventare un vero americano se ne è degno, o per rimandarlo da dove è venuto se si dimostra indegno.
Il presidente Harding, nel suo messaggio al Congresso del 9 dicembre***** [1922], dichiarò:
Sono in discussione progetti di legge per la registrazione degli stranieri giunti sulle nostre coste. Auspico che l’approvazione di tale legge possa essere accelerata… Prima di ampliare le quote di immigrazione, faremmo meglio a provvedere alla registrazione degli stranieri, sia quelli già presenti qui sia quelli che continuano a premere per l’ammissione, e a istituire una nostra commissione d’esame all’estero per assicurarci che vengano ammessi solo i candidati idonei.
Il fatto che il governo si limiti a eseguire le istruzioni della classe padronale è dimostrato dalla somiglianza tra le raccomandazioni del Segretario del Lavoro e del Presidente degli Stati Uniti e la richiesta avanzata dall’Associazione Nazionale dei Produttori in una lettera ai propri membri:
Che gli Stati Uniti facciano valere il diritto di registrare, distribuire, istruire e altrimenti supervisionare lo straniero durante il periodo in cui è considerato tale.
Che i piani per la registrazione, il rilevamento delle impronte digitali e la catalogazione dei nati all’estero non siano altro che un passo verso la registrazione e la catalogazione di tutti i lavoratori è dimostrato dal fatto che recentemente è stato presentato un disegno di legge presso la Legislatura dello Stato del Michigan che prevede:
Che ogni persona nello Stato del Michigan sia tenuta a registrarsi una volta all’anno presso le autorità, fornendo informazioni relative a nome, sesso, età, data e luogo di nascita, colore della pelle, nazionalità, cittadinanza, indirizzo attuale e precedente, occupazione e una o più impronte digitali.
Questo disegno di legge vieta inoltre a qualsiasi azienda o organizzazione di assumere chiunque non sia registrato. (Detroit Labor News, 12 gennaio 1923).
La nuova politica sull’immigrazione
Per oltre mezzo secolo la classe padronale ha incoraggiato l’immigrazione di massa in questo Paese. Le grandi organizzazioni industriali avevano i propri rappresentanti in Europa per dipingere un quadro roseo delle condizioni negli Stati Uniti, al fine di indurre i lavoratori europei a venire qui. I datori di lavoro esortavano i lavoratori nati all’estero a venire negli Stati Uniti per assicurarsi una fonte inesauribile di manodopera a basso costo.
I lavoratori nati all’estero, che giunsero in questo Paese a milioni in seguito a tale propaganda dei datori di lavoro, non comprendevano le usanze del Paese. Non avevano diritti politici. Erano stranieri in terra straniera. Di conseguenza, potevano essere oppressi e sfruttati, ricevere salari bassi ed essere sottoposti a condizioni di lavoro pessime, senza poter opporre una resistenza efficace. In questo modo i datori di lavoro ricavarono ingenti profitti da questi lavoratori nati all’estero.
Durante il periodo della guerra in Europa, il flusso di immigrazione verso questo Paese fu arginato. I lavoratori nati all’estero già presenti qui acquisirono maggiore familiarità con la vita del Paese. Già prima della guerra si erano verificate grandi ondate di protesta da parte dei lavoratori nati all’estero non sindacalizzati. Lo sciopero tessile di Lawrence, nel Massachusetts, lo sciopero dei lavoratori siderurgici a McKees Rocks e le grandi lotte nell’industria mineraria dimostrarono che i lavoratori nati all’estero erano insofferenti alle condizioni oppressive di cui soffrivano. Alla fine della guerra ci furono i grandi scioperi dei lavoratori siderurgici e dei minatori, la grande maggioranza dei quali erano lavoratori nati all’estero. Queste lotte dimostrarono ai datori di lavoro che i lavoratori nati all’estero non erano più schiavi docili, ma erano pronti a unirsi ai lavoratori autoctoni nella lotta per un tenore di vita più elevato e migliori condizioni di lavoro.
Con la fine della prosperità bellica e l’avvento di tempi difficili, con milioni di disoccupati, i datori di lavoro non avevano più bisogno di immigrati nati all’estero e fu approvata la legge che limitava l’immigrazione. Ora, tuttavia, con l’attenuarsi della crisi economica, i datori di lavoro stanno pianificando di assicurarsi manodopera a basso costo in una nuova forma.
Consapevole del pericolo e delle opportunità offerte da una legge sull’immigrazione volta a opprimere e asservire ulteriormente i lavoratori, anche l’Associazione Nazionale dei Produttori ha impartito le seguenti istruzioni:
Il Segretario del Lavoro dovrebbe essere autorizzato, previa presentazione di prove soddisfacenti di una carenza persistente di manodopera di una particolare classe o tipologia, ad ammettere stranieri fra gli ammissibili in eccesso rispetto alla quota, fino a quando, a suo giudizio, tali condizioni non saranno migliorate.
Perley Morse, un investigatore governativo, sul quotidiano The World del 3 dicembre 1922******, si spinge ancora oltre. Egli sostiene un’attenta selezione in Europa e una distribuzione in America da parte di una commissione:
Questa commissione dovrebbe distribuire in modo intelligente gli immigrati in tutti gli Stati Uniti, senza consentire a nessuno di stabilirsi nelle nostre grandi città. Inoltre, dovrebbe essere suo dovere assicurarsi che rimangano nelle campagne e non si rechino nelle città. Ciò dovrebbe essere obbligatorio per un periodo di dieci anni, trascorso il quale, se l’immigrato si è dimostrato degno sotto ogni aspetto, dovrebbe diventare automaticamente cittadino degli Stati Uniti e gli dovrebbe essere concesso un certificato di cittadinanza.
Questa raccomandazione è stata una delle antesignane della Legge Colt sull’immigrazione, presentata nell’ultimo Congresso. Sebbene non sia stata intrapresa alcuna azione per modificare la legge sull’immigrazione, sono stati presentati molti disegni di legge. Tutti sono stati però accantonati a favore del disegno di legge del Senato S 4303 – un disegno di legge volto a consentire l’introduzione di MANODOPERA A CONTRATTO.
Oggi la classe padronale si trova di fronte a questo dilemma: L’esercito industriale di riserva deve essere rafforzato con un nuovo afflusso di manodopera generica, pesante e meccanica. Esso è stato depauperato dalla cessazione dell’immigrazione e dalla conseguente crescente omogeneità della manodopera americana. Secondo il Segretario del Lavoro Davis siamo “tornati alla normalità” con la carenza di manodopera e 1.500.000 disoccupati ufficiali. Dal punto di vista industriale, quindi, i datori di lavoro vogliono manodopera immigrata proveniente dai Balcani e dall’Europa meridionale. Dal punto di vista politico, tuttavia, tale immigrazione è ancora “pericolosa”. Questi Paesi sono in uno stato di instabilità. Il loro futuro politico è incerto. I lavoratori provenienti da questi Paesi sono considerati una fonte di contagio rivoluzionario. D’altra parte, i lavoratori politicamente “più sicuri” e “più equilibrati” provenienti dall’Europa settentrionale e occidentale non riescono a soddisfare le esigenze industriali della nostra classe imprenditoriale. Inoltre, anche se questi lavoratori potessero soddisfare le esigenze industriali, lasciarli entrare e convincerli a venire sono due questioni distinte. Dal punto di vista politico, i datori di lavoro vogliono lavoratori nord-europei; dal punto di vista industriale, li rifiutano. Dal punto di vista industriale, devono avere lavoratori dell’Europa meridionale; dal punto di vista politico, devono rifiutarli. Il senatore Colt ha presentato la vera soluzione nel suo disegno di legge del Senato S. 4303, che recita quanto segue:
Il Segretario del Lavoro può, previa presentazione di prove soddisfacenti dell’esistenza di una carenza persistente di manodopera di un particolare tipo o classe che, dopo ragionevoli sforzi, non sia stata reperita tra i disoccupati negli Stati Uniti, autorizzare contratti con manodopera straniera altrimenti ammissibile e l’ammissione della stessa nella misura in cui, a suo giudizio, ciò soddisfi tale carenza accertata… nonostante il fatto che tali stranieri così autorizzati possano superare le quote delle rispettive nazionalità attualmente ammissibili ai sensi della presente legge.
Babson ha consigliato a tutti i datori di lavoro di adoperarsi affinché tale disegno di legge venga sostenuto, poiché la soluzione del problema dal punto di vista dei datori di lavoro risiede nell’importazione di manodopera schiavizzata su base contrattuale.
In base alle disposizioni di questo disegno di legge, i datori di lavoro potranno far entrare nel Paese lavoratori nati all’estero vincolati da contratto a lavorare per salari bassi e in condizioni di lavoro che nessun lavoratore, sia esso autoctono o nato all’estero, in questo Paese accetterebbe. In questo modo i datori di lavoro intendono sferrare un nuovo colpo al tenore di vita dell’intera classe operaia degli Stati Uniti.
Revoca dei documenti di cittadinanza
Il Segretario del Lavoro Davis, dopo aver proposto di selezionare, rilevare le impronte digitali e distribuire i lavoratori nati all’estero, sostiene, come passo finale per la sicurezza della dittatura dei capitalisti, che:
La legge che autorizza il Governo ad avviare procedimenti per la revoca dei certificati di naturalizzazione ottenuti con frode o illegalmente dovrebbe essere ampliata in modo che il Governo abbia l’autorità di revocare tali certificati a causa di grave cattiva condotta o slealtà verificatesi successivamente alla naturalizzazione. Lo scopo di questa proposta è talmente evidente che ulteriori commenti o argomentazioni a suo favore sembrano superflui.
Forse, come afferma il Segretario del Lavoro, non servono commenti. Indubbiamente il Congresso degli Stati Uniti, a cui egli rivolgeva i propri suggerimenti, sapeva esattamente cosa intendesse. La domanda è: lo sanno i 14 milioni di persone nate all’estero che vivono negli Stati Uniti? Lo sanno i 36 milioni di persone nate all’estero o i cui genitori sono nati all’estero?
Oppure i 6 milioni di cittadini nati all’estero naturalizzati si rendono conto dell’attacco che viene sferrato contro la loro cittadinanza?
Questi 6 milioni di cittadini nati all’estero naturalizzati rappresentano un nono, ovvero oltre l’11%, dell’elettorato. È vero, la maggior parte di essi sono lavoratori, ma il Segretario Davis si spinge ben oltre nell’attaccare in questo modo i lavoratori nati all’estero. Che sia la classe operaia americana a dare la sua risposta.
CAPITOLO QUINTO
Abbiamo visto che le potenti industrie americane sono state in gran parte costruite da milioni di lavoratori nati all’estero.
Abbiamo visto che i lavoratori nati all’estero costituiscono dal 60 al 75% degli occupati in settori fondamentali quali il carbone, l’estrazione mineraria, l’acciaio, l’abbigliamento e il tessile.
Abbiamo visto che i nati all’estero, la cui stragrande maggioranza è costituita da lavoratori, rappresentano una quota consistente della nostra popolazione totale e di quella avente diritto di voto.
Pertanto, i problemi e le difficoltà dei milioni di lavoratori nati all’estero rivestono la massima importanza industriale e politica per i lavoratori autoctoni.
Le meravigliose immagini dipinte dai rappresentanti della classe padronale per incoraggiare l’immigrazione di massa in America sono del tutto false. La classe capitalista ha approfittato dell’ignoranza dei lavoratori nati all’estero riguardo alla lingua, ai costumi e alle istituzioni del Paese, nonché della loro mancanza di diritti politici, per imporre loro le retribuzioni più basse, gli orari di lavoro più lunghi e le condizioni di lavoro peggiori.
E oggi la classe padronale sta raddoppiando la forza e lo slancio con cui normalmente opprime e sfrutta i lavoratori nati all’estero.
Alcune domande per i lavoratori americani
Perché la classe capitalista ha lanciato una nuova offensiva contro i lavoratori nati all’estero? Cosa significa questo nuovo attacco per i lavoratori autoctoni? Per l’intera classe operaia, sia autoctona che nata all’estero?
Perché tutti i lavoratori devono unirsi contro i datori di lavoro in questo nuovo attacco alle masse lavoratrici nate all’estero?
Cosa devono fare i lavoratori per sconfiggere questa offensiva degli sfruttatori?
Come devono organizzarsi i lavoratori contro i capitalisti?
Perché questa nuova offensiva contro i lavoratori nati all’estero?
I capitalisti del petrolio, i re della finanza, i baroni del rame, i magnati dell’acciaio e i signori dell’industria della carne e tessile stanno unendo le loro forze. Ne sono testimonianza le gigantesche fusioni tra la Anaconda e la Chile Copper Cos., la fusione tra l’Industrial Bank e la Manufacturers’ Trust Co. di New York, l’alleanza da 250 milioni di dollari tra la Consolidated Textile Co. e la Woolen Trust, e la fusione da 600 milioni di dollari tra le società di lavorazione della carne Armour e Morris.
Per imporre a tutti i lavoratori salari più bassi, orari di lavoro più lunghi, condizioni di lavoro indicibili e un costo della vita più elevato, i datori di lavoro stanno unendo le proprie forze e cercano di dividere la classe operaia.
La lotta tra la classe operaia e la classe padronale, indipendentemente dalla nazionalità, dalla razza o dalla religione, è una guerra. In questa guerra, la guerra di classe, come in tutte le altre guerre, un esercito sceglie il settore più debole del fronte nemico come primo punto d’attacco. Questo è il modo più rapido e facile per sfondare e abbattere l’intera linea di difesa nemica.
La classe padronale ha scelto i lavoratori nati all’estero come primi bersagli da attaccare perché sono i più deboli politicamente, i più oppressi industrialmente e i più svantaggiati socialmente. Non conoscendo la lingua e le istituzioni del Paese ed essendo spesso vittime del pregiudizio e dell’odio fomentati dai capitalisti tra i lavoratori autoctoni, i lavoratori nati all’estero rappresentano il bersaglio più facile per la classe padronale.
Pertanto, l’offensiva degli sfruttatori contro i lavoratori nati all’estero è soltanto un cuneo iniziale per spaccare in due l’esercito della classe operaia, sia autoctona che nata all’estero. L’obiettivo dei datori di lavoro è mettere una parte della classe operaia contro l’altra.
Con salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori imposti ai molti milioni di lavoratori nati all’estero, la sconfitta dei lavoratori autoctoni, meglio organizzati e meglio retribuiti, è assicurata. Il successo dei capitalisti nell’imporre salari più bassi, orari più lunghi e condizioni di lavoro intollerabili ai lavoratori autoctoni è quindi solo una questione di tempo.
Significato del nuovo attacco ai lavoratori autoctoni
È chiaro che l’attuale campagna della classe padronale contro i lavoratori nati all’estero è solo preliminare e parte integrante della nuova offensiva che si sta preparando contro l’intera classe operaia – sia i lavoratori autoctoni che quelli nati all’estero. I capitalisti americani hanno già utilizzato tali tattiche in passato.
In preparazione alla loro “Grande Offensiva” – la grande campagna per l’open shop del 1920-21 – i datori di lavoro lanciarono dapprima una feroce offensiva contro i lavoratori nati all’estero. Instaurarono un regime di sfrenata brutalità nei confronti di questi lavoratori. Centinaia di loro furono picchiati, gettati in prigione e deportati durante le famigerate «retate rosse del 1919-20». Per separare i lavoratori autoctoni dai loro fratelli nati all’estero, per instillare in loro pregiudizi contro questi ultimi, i capitalisti e il loro governo sollevano allarmi ridicoli e falsi riguardo alla rivoluzione. La lotta degli operai siderurgici contro la giornata lavorativa di 12 ore e la schiavitù industriale fu bollata come una cospirazione «ROSSA». E lo sciopero dei minatori in difesa dei loro miseri salari fu spezzato da un’ingiunzione governativa!
Con un numero così elevato di lavoratori intimiditi, i capitalisti si sentirono al sicuro nel lanciare la loro campagna per l’open shop contro l’intera classe operaia. I lavoratori divisi furono quindi facilmente schiacciati dai capitalisti uniti. Un sindacato dopo l’altro subì la sconfitta. I salari furono ridotti all’osso. I lavoratori – sia autoctoni che nati all’estero – persero molte delle conquiste ottenute in anni di aspre lotte.
La strategia dell’attacco capitalista è astuta. Innanzitutto, gli sfruttatori impongono condizioni di lavoro e di vita abominevoli ai lavoratori nati all’estero. Poi, la stessa classe padronale accusa e condanna i lavoratori nati all’estero davanti ai lavoratori autoctoni per le condizioni intollerabili che essa stessa ha costretto i lavoratori nati all’estero ad accettare. Gli sfruttatori e la loro stampa diffondono la sfacciata menzogna secondo cui i lavoratori nati all’estero sono una minaccia per il tenore di vita americano. La classe capitalista nasconde così la propria colpa scaricando la responsabilità sui lavoratori nati all’estero.
In questo modo l’ostilità dei lavoratori autoctoni nei confronti dei capitalisti – che sono i veri responsabili del calo del tenore di vita americano – viene distolta da questi sfruttatori e rivolta invece contro i lavoratori nati all’estero. Così la classe padronale induce in errore i lavoratori autoctoni facendogli credere che i loro fratelli nati all’estero siano responsabili dell’abbassamento dei salari e dell’allungamento dell’orario di lavoro. I lavoratori americani vengono così divisi lungo linee artificiali di nazionalità. Una disastrosa sconfitta per la classe operaia è assicurata e la vittoria capitalista è garantita.
Tutti i lavoratori devono unirsi per fermare questo attacco
I milioni di lavoratori nati all’estero impiegati nelle industrie di base e in altri settori possono costituire una fonte di grande forza o di terribile debolezza per l’intera classe operaia nella sua lotta contro la classe capitalista.
Quando questi milioni di lavoratori nati all’estero sono oppressi, non organizzati e separati dai lavoratori autoctoni, costituiscono una fonte di debolezza e pericolo – sia politico che industriale – per l’intero movimento operaio.
Ma se questi lavoratori nati all’estero sono organizzati e uniti, sia a livello industriale che politico, con il resto dei lavoratori americani – i lavoratori autoctoni – allora la classe operaia può respingere con successo l’attacco capitalista. Di fronte a una classe operaia unita, i datori di lavoro sono destinati a fallire nella loro campagna volta a spezzare i sindacati, tagliare i salari, allungare l’orario di lavoro e abbassare il tenore di vita di tutti i lavoratori americani – sia autoctoni che nati all’estero.
Nella lotta di classe contro gli sfruttatori, i lavoratori nati all’estero sono splendidi combattenti. Chi ha dimenticato l’eroica lotta condotta da molte migliaia di lavoratori siderurgici nati all’estero contro l’avido Steel Trust nel Grande Sciopero dell’Acciaio del 1919? E furono proprio la valorosa resistenza e l’ispirante solidarietà dei lavoratori tessili e dei minatori nati all’estero nei loro grandi scioperi del 1922 a contribuire in modo determinante a frenare la campagna dell’open shop volta a distruggere i sindacati e a tagliare i salari di tutti i lavoratori!
Se i lavoratori americani vogliono salvarsi dalla schiavitù capitalista, se vogliono conquistare la libertà dallo sfruttamento e dall’oppressione da parte della classe padronale, allora tutti i lavoratori, sia autoctoni che nati all’estero, devono unirsi nella lotta comune. Le eroiche forze combattenti dei lavoratori nati all’estero devono diventare parte integrante dell’intero esercito della classe operaia. Un fronte diviso dei lavoratori crollerà di fronte alla prima ondata capitalista del potente esercito capitalista unito, finanziato da miliardi di dollari e comandato dalle forze militari e giudiziarie del governo più potente.
Come i lavoratori possono sconfiggere gli sfruttatori
1. Tutti i lavoratori devono unirsi e condurre una forte campagna per l’abolizione di tutte le leggi di eccezione esistenti contro i lavoratori nati all’estero.
2. Tutti i lavoratori – sia nati all’estero che autoctoni – devono unirsi per impedire l’emanazione di nuove leggi contro i lavoratori nati all’estero.
3. I sindacati devono condurre una forte campagna di sindacalizzazione tra tutti i lavoratori non sindacalizzati, specialmente tra i lavoratori nati all’estero non sindacalizzati nelle industrie di base.
4. Tutti i lavoratori devono condurre una campagna attiva per sradicare i pregiudizi alimentati dalla classe padronale nei confronti dei nati all’estero e per coinvolgere sempre di più i milioni di lavoratori nati all’estero nella vita politica del Paese.
Un piano per organizzare la campagna dei lavoratori
Dovrebbe essere costituito un Consiglio per la tutela dei lavoratori nati all’estero, che inviti i lavoratori di ogni luogo a organizzare consigli locali per la tutela dei lavoratori nati all’estero. Questi dovrebbero essere composti da delegati dei sindacati, delle organizzazioni politiche dei lavoratori e delle associazioni dei lavoratori nati all’estero, quali le società di mutuo soccorso, i Turnvereine******* e organizzazioni simili.
Forma organizzativa e finalità del Consiglio per la tutela dei lavoratori nati all’estero
1. Lo scopo del Consiglio per la tutela dei lavoratori nati all’estero dovrebbe essere quello di condurre una campagna contro ogni legislazione ostile ai lavoratori nati all’estero e contro ogni altra forma di discriminazione. Dovrebbe adoperarsi per far comprendere ai lavoratori nati all’estero la necessità di iscriversi ai sindacati e di partecipare alle lotte politiche di questo Paese, combattendo così fianco a fianco con i lavoratori autoctoni nella lotta contro l’oppressione politica e per un tenore di vita più elevato e migliori condizioni di lavoro.
2. Il Comitato Nazionale del Consiglio per la tutela dei lavoratori nati all’estero dovrebbe essere composto da rappresentanti delle organizzazioni nazionali dei sindacati, delle federazioni sindacali statali, degli organismi sindacali centrali, delle organizzazioni politiche dei lavoratori e delle organizzazioni di nati all’estero composte prevalentemente da lavoratori, quali le società di mutuo soccorso, i Turnvereine e organizzazioni simili.
3. I Consigli locali per la tutela dei lavoratori nati all’estero dovrebbero essere costituiti, sulla stessa base del Comitato Nazionale, dalle sezioni locali di organizzazioni quali quelle sopra menzionate.
4. L’attività del Consiglio per la tutela dei lavoratori nati all’estero sarà finanziata tramite contributi volontari delle organizzazioni affiliate.
La classe capitalista – il nostro nemico comune
I lavoratori americani sono impegnati in una lotta contro la classe capitalista meglio organizzata e più potente del mondo.
In America, più che in qualsiasi altro Paese al mondo, i lavoratori devono, indipendentemente dal luogo in cui sono nati – sia quelli nati all’estero che quelli autoctoni – unirsi contro il loro nemico comune, la classe sfruttatrice. I lavoratori autoctoni e quelli nati all’estero sono oppressi dalla stessa classe padronale. La classe capitalista che smantella i sindacati – dei ferrovieri autoctoni – è la stessa classe padronale che sfratta i minatori nati all’estero in sciopero. Il comitato esecutivo della classe capitalista, il Governo, che emana infami ingiunzioni antisciopero contro gli operai delle officine ferroviarie in sciopero, è lo stesso Governo che ha emesso ingiunzioni e inviato soldati con baionette e mitragliatrici contro i lavoratori tessili, i minatori e gli operai siderurgici nati all’estero.
Tutti i lavoratori americani – autoctoni e nati all’estero – hanno un solo nemico: la classe capitalista che li sfrutta e li opprime.
Denunciamo le leggi dirette contro i nati all’estero. Denunciamo la registrazione, il rilevamento delle impronte digitali e la fotografia come pratiche antiamericane e intollerabili, che rendono le vanterie sulla libertà una menzognera beffa in qualsiasi Paese in cui vengono messe in atto. Non si deve permettere un’ulteriore schiavizzazione dei lavoratori salariati nati all’estero come sotterfugio dei padroni per distruggere il tenore di vita del popolo lavoratore americano. La migliore risposta possibile del movimento operaio a questo attacco è una maggiore unità tra lavoratori autoctoni e nati all’estero e un movimento operaio organizzato in modo più forte.
Conclusione
Abbasso le leggi che opprimono e schiavizzano i lavoratori, sia quelli nati all’estero che quelli autoctoni!
Via gli scandalosi piani capitalisti di registrare, rilevare le impronte digitali e fotografare i lavoratori nati all’estero come se fossero criminali!
Il nemico dei lavoratori è la classe padronale.
La lotta è tra coloro che lavorano per guadagnarsi da vivere e coloro che possiedono; tra i lavoratori e gli sfruttatori!
Tutti i lavoratori, sia autoctoni che nati all’estero, devono unirsi come classe contro il loro nemico comune: la classe capitalista!
Tutti per l’unità dei lavoratori contro l’unità degli sfruttatori!
Tutti per la solidarietà dei lavoratori contro la solidarietà degli sfruttatori!
Che ci sia un unico potente esercito del lavoro!
Il Fronte Unito dei Lavoratori contro il Fronte Unito dei Capitalisti!
Un unico fronte contro l’unico nemico: la classe padronale che deruba e opprime tutti i lavoratori!
NOTE
* Three Percent Restriction Act.
** In italiano nel testo originale. Il sistema è analogo quello che oggi in Italia viene chiamato “caporalato”.
*** Nomignolo dispregiativo usato dal movimento operaio americano nei confronti della polizia di Stato della Pennsylvania.
**** L’“open shop” (officina aperta) era un luogo di lavoro in cui non era obbligatorio essere iscritti a un sindacato né per essere assunti né per mantenere il posto.
***** Il discorso al Congresso americano di Warren G. Harding fu in realtà tenuto l’8 dicembre 1922.
****** Nell’originale viene riportata erroneamente la data del 3 dicembre 1923.
******* Club ginnici e centri socio-culturali fondati da immigrati tedeschi.
[1] Leggi del Kansas, 1921, p. 278.
[2] Stato del Michigan, Legge generale sull’istruzione (1919), Legge n. 220, p. 111.
[3] Leggi del Nebraska (1919), cap. 234, p. 991.
[4] Ibid., cap. 171, p. 383.
[5] Ibid., cap. 250, p. 120.
[6] Ibid., cap. 140, p. 606.
[7] Leggi del Nevada (1919), cap. 168, p. 296.
[8] La lettera del Procuratore Generale del New Mexico all’autore cita: Stato del New Mexico, Session Laws, 1921, cap. 113.
[9] Leggi generali dell’Oregon, 1920, cap. 17.
