AUSTRIA 1934 – LA VERSIONE RADICALE DEL RIFORMISMO SOCIALDEMOCRATICO

Dall’introduzione al testo di Kurt Landau La guerra civile in Austria


Parte III

Diversi e interessanti sono gli spunti di riflessione che si concentrano nel pur breve scritto di Landau. Il testo getta sufficiente luce sulla dinamica degli eventi che hanno condotto il proletariato austriaco a sollevarsi spontaneamente contro le prevaricazioni delle organizzazioni fasciste e del governo. E getta altrettanta luce su come un proletariato molto combattivo sia stato costretto a bypassare – purtroppo solo dopo essere stato indebolito e disarmato, politicamente e materialmente – l’inerzia e il tradimento dei suoi dirigenti socialdemocratici, gettandosi nella battaglia in condizioni imposte dall’avversario di classe, senza una direzione rivoluzionaria e nella totale latitanza del Partito comunista, ridotto alla condizione di setta asservita alle esigenze del Komintern stalinizzato.

In passato si è tentato di scindere le responsabilità dell’austromarxismo “massimalista” dai crimini della socialdemocrazia tedesca “classicamente” riformista, magnificando le realizzazioni del primo in materia di edilizia popolare[1] e di assistenzialismo sociale nel periodo della cosiddetta “Vienna rossa” (l’amministrazione municipale socialdemocratica della capitale austriaca). Si è poi contrapposta l’efficace e concreta politica di conquiste “concrete” della socialdemocrazia austriaca al “salto nel buio” rivoluzionario, la scolarizzazione alle velleità insurrezionali comuniste, i libri e la “cultura per tutti” alle pallottole della violenza bolscevica. Si è voluto vedere nella bellezza del Karl Marx-Hof[2], dei quartieri-falansterio della classe operaia viennese e negli edifici comunali – con annesse scuole d’infanzia, consultori per le giovani madri proletarie, cliniche e campi sportivi, caffetterie e biblioteche – il tentativo di creare una comunità socialista “alternativa” ma “affiancata” alla società borghese, in “competizione” ma non “contrapposta” ad essa.

Ancora oggi la pericolosa illusione di costruire le più disparate piazzeforti di “contro-società” all’interno dei rapporti sociali capitalistici è dura a morire e nei casi più eclatanti arriva ad esaltare come “dualismo di potere” talune forme di mutualismo della miseria e della rassegnazione che testimoniano semmai – tristemente – la debolezza del movimento operaio. Nella descrizione che ne dà Landau, i colpi di cannone che spazzano via le realizzazioni del “socialismo municipale” rappresentano la severa risposta borghese alle illusioni del riformismo opportunista, più o meno radicale.

Un riformismo radicale – che anche l’Italia ha sperimentato nella corrente massimalista maggioritaria del PSI – che, come ci illustra Landau, in Austria è stato persino in grado di organizzare una milizia armata unica nel suo genere, forte di decine di migliaia di operai inquadrati militarmente, addestrati ed equipaggiati. A dimostrazione del fatto che l’organizzazione, per quanto efficiente, capillare, estesa e perfino armata, non sia affatto garanzia ipso facto di un indirizzo politico rivoluzionario. Non è un caso, infatti, che nei violenti giorni del febbraio 1934, come scrive Landau:

Nella misura in cui si può parlare di una direzione centrale essa consistette nel tentativo di Otto Bauer e di Deutsch di trasformare il sollevamento armato non in un’insurrezione ma in una manifestazione armata senza possibilità di successo.

Al contrario, si tratta della tipica manifestazione della prassi massimalista: l’organizzazione e la forza devono essere esibite in coreografiche parate al solo scopo di esercitare una mera pressione su una classe dominante della quale non ci si sogna nemmeno di abbattere il dominio. Gli organizzati, nel partito o nel sindacato affiliato, la sfera di influenza, il proletariato, sono concepiti come massa di manovra per combinazioni politiche, parlamentari o meno, estranee ai loro interessi di classe. Tra gli strumenti di mobilitazione c’è, come ci ricorda Landau, l’uso del “linguaggio rivoluzionario”, il moltiplicarsi delle più diverse “parole d’ordine”, alle quali si cerca con ansia di conferire una dignità teorica “marxista”, sempre e in ogni caso a posteriori, per giustificare una già avviata prassi dall’apparenza radicale ma nella sostanza riformista.

Landau ci offre peraltro degli accenni materialisticamente penetranti a proposito del comportamento tipico di un “partito operaio-borghese” “di sinistra” – persino nel caso in cui esso sia stato “per lungo tempo respinto all’opposizione” – quando, nei momenti di crisi dell’ordine borghese, viene posto di fronte alla necessità di mutare le sue forme di lotta. I dirigenti massimalisti, politici e sindacali, rimangono abbarbicati alle loro conquiste, ai risultati ottenuti in termini di riforme e di spazi organizzativi, magari in anni di battaglie anche radicali, e diventa difficile, se non penoso, rinunciare a credere che quello borghese sia un mondo nel quale il proletariato può comunque continuare ad ottenere qualcosa, e con il quale, in certi snodi storici nei quali quel qualcosa, e anche di più, viene brutalmente ripreso dalla classe dominante, è necessario rompere.

Certamente oggi, l’intrusione nel movimento operaio di interessi attinenti alle mezze classi e agli strati sociali intermedi è facilitata dalla disgregazione di una classe operaia da generazioni all’interno di una lunga fase di riflusso, disabituata alla lotta, nel corso di un ciclo dell’accumulazione che inizia a mostrare la corda e nel quale la borghesia colpisce sempre più pesantemente le condizioni di esistenza del proletariato.

Anche all’epoca di Landau erano tuttavia presenti quegli elementi di demoralizzazione di cui si fanno sempre portavoce i rappresentanti della piccola borghesia intellettuale che orbitano attorno al movimento operaio e che oggi trovano il loro palcoscenico nei resti del frammentato ambiente politico di una “sinistra” sempre più generica. Elementi di demoralizzazione ben individuati da Landau:

Il dubbio ed il pessimismo si mascheravano dietro nuove teorie, come il “neo-socialismo”, la ricerca di idee nuove, di forme nuove, e infine di “nuovi strati sociali” che si facessero carico della missione storica del proletariato.

È sorprendente notare quanto in realtà siano “vecchi” gli spasmodici e compulsivi ricercatori del “nuovo”, gli ideatori di un “nuovo movimento operaio” e coloro che illustrano la necessità per la classe operaia di farsi carico di “nuove” tematiche, ovviamente mettendo la sordina a quelle “vecchie” come se fossero risolte e non tragicamente attuali. Il tutto, ovviamente, a spese del proletariato e a tutto beneficio della classe dominante, che può persino permettersi di strizzare l’occhio a tematiche che in fondo non scuotono minimamente il suo dominio, se non addirittura di farle proprie e di imporle a tutte quelle “opposizioni” incapaci di stabilire un’agenda politica autonomamente e su criteri di classe.


NOTE

[1] A Vienna vennero costruiti più di 64.000 appartamenti, assegnati con un sistema a punti. Il denaro necessario fu reperito attraverso la tassazione dei redditi e la tassa sulle costruzioni introdotta nel 1923.

[2] Uno degli edifici popolari costruiti nella periferia di Vienna. Distrutto dai nazisti, è stato riedificato dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

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