L’USO PRATICO DELLA CASUALITA’

Dal saggio La scienza probabilistica della rivoluzione, in appendice al testo di Roman Rosdolsky Il ruolo del caso e dei «grandi uomini» nella storia.


Parte V

[…] se è vero che nel campo delle scienze naturali l’attività degli uomini – intesi nella loro generalità – è sempre meno il “trastullo di casi ciechi e fantastici”, si può dire che in campo sociale essi agiscano sempre con gli “occhi aperti”? Lì dove opera quello che Rosdolsky chiama il caso “of our own making”?

Per Marx la storia è il risultato della spontanea risposta associativa dell’uomo alle proprie esigenze di vita nella natura. La spontaneità di questa risposta sottintende che essa non è il parto di una pianificazione ragionata, che la società è un prodotto inconsapevole di bisogni materiali che sempre inconsapevolmente ha continuato a svilupparsi nel corso del tempo. Ciò significa che finora in campo sociale gli uomini hanno agito e agiscono come elementi con interessi contrapposti, i quali, scontrandosi gli uni con gli altri, producono una dinamica che sfuggendo al controllo di ciascuno regola l’agire sociale di tutti [1] . Questo vuol dire che il comportamento sociale è di norma in larga misura condizionato dalla posizione che si occupa nei rapporti sociali. Ne La sacra famiglia Marx scrive:

Ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è che cosa esso è e che cosa esso sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere. Il suo fine e la sua azione storica sono indicati in modo chiaro, in modo irrevocabile, nella situazione della sua vita e in tutta l’organizzazione della società civile moderna.[2]

Ciò significa che un proletario, o anche tutti i proletari, in concorrenza gli uni con gli altri nel rapporto con il capitalista, possono essere annebbiati dai fumi delle ideologie della classe dominante e persino non riconoscersi come classe, possono figurarsi di essere liberi attori in una società di liberi individui autodeterminati piuttosto che membri di una classe sociale, possono persino votare a favore della conservazione del sistema che li sfrutta, convinti che ciò sia nel loro interesse; ma è la loro stessa collocazione nel rapporto sociale con il capitale, in quanto forza-lavoro che da esso viene consumata come valore d’uso per produrre plusvalore, a porli in contrasto inconciliabile con il meccanismo stesso della valorizzazione del capitale. Sono le loro stesse condizioni sociali e le loro esigenze di vita a porli in contrasto con la classe dominante che, da parte sua, agisce contro di essi come contro una classe.

I proletari sono incessantemente sospinti in una quotidiana guerra economica, aperta o sotterranea – che scaturisce dagli attacchi del capitale e dai mutamenti del mercato –, in difesa del loro reale, autentico interesse materiale che si manifesterà  ad  esempio:  nella  contrattazione  del  salario,  che  cresce  in proporzione inversa al profitto del capitale; nell’opposizione all’aumento dei ritmi e dei carichi di lavoro; di fronte al rischio della disoccupazione; davanti alla tassazione penalizzante sui generi di primo consumo; nella minaccia di miseria sempre incombente, e nelle mille altre contraddizioni che gravano sulle loro spalle alleggerendo quelle della classe dominante. Classe dominante che i proletari dovranno combattere, inevitabilmente, con la coalizione operaia, se vogliono cercare di migliorare le proprie condizioni immediate di esistenza [3]. Ecco  il  senso  della  distinzione,  operata  da  Marx  ed  Engels  ne  La  Sacra Famiglia, tra l’essere e l’azione storica ad esso conforme del proletariato, da un lato, e la rappresentazione dall’altro. Ed è qui che entra in gioco la coscienza, che è a sua volta il prodotto del maturare di quelle stesse condizioni storiche che producono l’essere, insieme all’azione, e la rappresentazione ideologica di sé del proletariato.

La classe nei confronti del capitale è la classe agita dal capitale, è la massa proletaria  accomunata  e  delimitata  dall’esercizio  dello  sfruttamento capitalistico e del potere politico della classe dominante; mentre la classe per sé stessa è quella che, sotto la spinta delle determinazioni sociali, agisce contro la classe dominante, dapprima spontaneamente, poi, in determinate contingenze storiche, con maggiore consapevolezza della natura di quelle determinazioni e delle  proprie  possibilità  di  emancipazione.  In questo  senso  per  Marx  il proletariato si “forma” in classe e con ciò (und damit) in partito politico. [4]

Dunque, il compito storico della classe per sé stessa – che è il compito che secondo Marx ed Engels i rivoluzionari comunisti devono facilitare al movimento proletario [5] – è di comprendere la natura del proprio agire, comprendere a cosa questo agire tende, quindi comprendere la misura della possibilità del comunismo e, in base a questa consapevolezza, intervenire per aumentare le sue probabilità, facendo – come dice Havemann – “uso pratico della casualità”.

I rivoluzionari comunisti non possono permettersi di considerare il comunismo un dato certo, scontato dell’avvenire, una mèta della storia autorealizzantesi. Il comunismo è necessario perché possibile e possibile perché razionale, ma può realizzarsi solo con un determinato grado di probabilità. Si può considerarlo ineluttabile solo a patto di ritenere la società una roulette in cui si punti tutto su un numero, attendendo che esca dopo che tutte le possibilità si siano realizzate, senza barare. Il problema è che al gioco come nell’azione sociale il tempo e la posta non sono illimitati, e la realizzazione di certe possibilità ne allontana altre [6].

Se   il   passaggio   al   comunismo   fosse   assicurato   esso   si   realizzerebbe automaticamente, quale che sia l’attitudine di chi è consapevole della sua necessità, ma se è vero che anche questa consapevolezza è determinata e che ha un ruolo da svolgere, questo ruolo è proprio quello di intervenire attivamente per cercare di aumentare il grado di probabilità di una particolare direzione del possibile. In questo senso la consapevolezza storica è inseparabile dall’assunzione di responsabilità storica. Anche perché la storia non è neanche un laboratorio nel quale si possa ripetere a piacimento un esperimento senza particolari conseguenze, e  verificare  così  tutte  le  diverse  probabilità  dello spettro. La perdita di un’occasione storica, come ci mostra Rosdolsky a proposito della Germania degli anni ‘30, spesso si paga cara.

Havemann illustra molto efficacemente il corretto rapporto tra le istanze della volontà e quelle delle condizioni oggettive:

Io credo che di fronte alla natura e al mondo in cui viviamo noi uomini ci comportiamo come un giocatore d’azzardo, e precisamente come un giocatore d’azzardo che bara. Barare al gioco vuol dire aumentare in qualche modo le possibilità di vincita. […] Prendo la pallina della roulette, naturalmente senza che nessuno se ne accorga, e v’introduco un nucleo di ferro. Sotto il disco della roulette sistemo un elettromagnete. Poi punto su numeri che si trovano vicini all’elettromagnete. Così potrò annientare qualsiasi banco, anche se la pallina non si fermerà sempre dove l’attira il magnete. Avrò pur sempre aumentato enormemente la probabilità di vincere. Così noi facciamo nei confronti della natura e del mondo. Lavoriamo con palline di ferro e elettromagneti, e con molte altre cose raffinate. Dirigiamo il caso sulla via della nostra fortuna. Giochiamo alla roulette, ma bariamo. [7]

Già solo in quanto membri della società, i rivoluzionari comunisti non sono spettatori esterni, comodamente seduti in poltrona a godersi lo spettacolo del teatrino sociale – magari in posti di ultima fila, opportunamente vicini all’uscita di sicurezza in caso di “pericolo” – ma effettivi coefficienti sociali, e il peso della loro azione – come quello di chiunque altro – non sarà mai = 0; ma mentre il singolo individuo, la generalità dei membri della società, gioca al tavolo della roulette sociale perlopiù senza conoscere le probabilità del possibile, o senza avere i mezzi per alterarle significativamente a proprio vantaggio tramite l’azione collettiva, i rivoluzionari comunisti possono, come il baro, giocare con consapevolezza, orientare l’azione di classe verso l’ottenimento di un risultato – entro certi limiti – voluto, previsto e… far saltare il banco.

Non esistono momenti storici nei quali il fattore soggettivo non può ottenere assolutamente nulla. Abbiamo visto che per il materialismo storico l’attività quotidiana e inconsapevole dei singoli individui costituisce una grandezza non uguale a zero che, interagendo con tutte le altre volontà individuali, viene a formare quell’intreccio, quella risultante non voluta ed estranea ad ogni volontà singola che è la storia sociale. Dal momento che la storia sociale è il prodotto dell’azione (finora inconsapevole) di tutti gli elementi che la costituiscono è evidente che l’azione deve produrre sempre un risultato. Sviluppare l’elemento cosciente in questa dinamica significa conoscere che cosa può essere ottenuto in un momento dato, in condizioni date, mediante un certo tipo di azione cosciente e agire, conseguentemente [8]. Sostenere il contrario è puro e semplice quietismo che giustifica la propria indisponibilità all’azione con le condizioni avverse che non la permetterebbero o non la renderebbero sufficientemente proficua, consolandosi con la certezza che la “necessità storica” prima o poi farà… venire la montagna a Maometto. Come rileva Antonio Labriola, c’è un che di bottegaio in questa attitudine, che non è certamente quella dei rivoluzionari comunisti:

La pratica dei partiti socialistici, a confronto d’ogni altra politica fino ad ora esercitata, è ciò che più risponde, non dirò alla scienza, ma ad un procedimento razionale. È la dura prova di una costante osservazione, e di un adattamento da tentar di continuo; – è la dura prova d’indirizzare sopra una linea di moto  unitario  le  tendenze, spesso  difformi  e spesso  antagonistiche, del proletariato; – è lo sforzo di condurre ad esecuzione dei disegni pratici col sussidio della chiara visione di tutti i rapporti che legano, con complicatissimo intreccio, le varie parti del mondo in cui viviamo. […] Pur troppo gli è vero, in fatto, che in tutto il socialismo contemporaneo c’è sempre latente un certo che di neoutopismo; come è il caso di coloro, che, ripetendo di continuo il dogma della necessaria evoluzione, […] dicono che sarà perché deve essere, – e quasi dimenticano, che cotesto futuro devono pur produrlo gli uomini stessi, e per la sollecitazione dello stato in cui sono, e per lo sviluppo delle attitudini loro. Beati costoro, che il futuro della storia e il diritto al progresso misurano quasi alla stregua di un certificato di assicurazione su la vita! [9]

continua…


NOTE

[1] “… la storia si fa in modo tale che il risultato finale scaturisce dall’urto di molte volontà singole, ciascuna determinata ad essere quella che è da condizioni particolari di vita. Esistono dunque innumerevoli forze che si intersecano, un gruppo infinito di parallelogrammi delle forze da cui esce una risultante, l’evento storico, che a sua volta può essere considerato come il prodotto di una forza agente come tutto in modo inconscio e involontario. Infatti ciò che ogni singolo vuole è impedito da ogni altro, e quel che ne risulta è qualcosa che nessuno voleva. Così la storia procede, finora, a guisa di processo naturale e soggiace sostanzialmente alle medesime leggi di movimento”. F. Engels, Lettera a J. Bloch 21 settembre 1890, Lettere sul materialismo storico, Iskra, 1982, pp. 25-26.

[2] K. Marx – F. Engels, La sacra famiglia, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1972, Vol. IV, p. 38.

[3]  Marx, nella Miseria della Filosofia, chiarisce bene questo passaggio: “I primi tentativi degli operai per associarsi tra loro assumono sempre la forma di coalizioni. La grande industria raccoglie in un solo luogo una  folla di persone sconosciute le une alle altre.  La  concorrenza  le divide, nei  loro interessi. Ma il mantenimento del salario, questo interesse comune che essi hanno contro il loro padrone, li unisce in uno stesso proposito di resistenza: coalizione. Così la coalizione ha sempre un duplice scopo, di far cessare la concorrenza degli operai tra loro, per poter fare una concorrenza generale al capitalista. Se il primo scopo della resistenza era solo il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora di quello del salario. Ciò è talmente vero, che gli economisti inglesi rimangono stupiti a vedere come gli operai sacrifichino una buona parte del salario a favore di associazioni che, agli occhi di questi economisti, erano state istituite solo a favore dei salari. In questa lotta – vera guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia imminente. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico”. K. Marx – F. Engels, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1973, Vol. VI, pp. 223-224.

[4] A questo riguardo è chiaro che classe e partito non sono due processi distinti aprioristicamente, come se fossero entità metafisicamente separate, dove i proletari sarebbero relegati alla lotta economica e i comunisti a quella politica. Il partito è altresì un momento nella dinamica di questa costituzione dei proletari in classe, è il momento della rottura teorica e politica della classe, della piena presa di coscienza di sé dei proletari, all’interno del processo nel quale essi si costituiscono come classe. È il precipitato specifico dell’assunzione di significato politico della coalizione operaia, è quell’organizzazione dei proletari in classe che “[…] viene ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi [ma che] risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più potente […].” K. Marx – F. Engels, Manifesto del partito comunista, Opere complete, Editori Riuniti, Vol. VI, p. 495. Le specifiche strutture formali con le quali la coscienza proletaria si organizza, non sono scolasticamente date e preordinate una volta e per sempre, ma sono il prodotto delle determinazioni storiche del movimento reale, delle specifiche fasi della lotta del proletariato contro il capitale e il suo Stato. Solo nel carattere processuale e contraddittorio di questo movimento reale il partito diventa realmente la forma organizzata cosciente della classe, senza per questo coincidere immediatamente con essa.

[5] “… i comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che sempre spinge avanti; dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato pel fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario. Lo scopo immediato dei comunisti è quello stesso degli altri partiti proletari: formazione del proletariato in classe, rovesciamento del dominio borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato. Le posizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto sopra idee, sopra princìpi che siano stati inventati o scoperti da questo o quel rinnovatore del mondo. Esse sono soltanto espressioni generali dei rapporti effettivi di una lotta di classe che già esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi”. K. Marx – F. Engels, Manifesto del partito comunista, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1973, Vol. VI, pp. 498-499.

[6]  Nell’azione storica spesso non esiste la formula: “ritenta sarai più fortunato”. A volte la possibilità di “giocare una partita” viene rinviata per molto tempo e in casi estremi può essere addirittura cancellata.

[7] R. Havemann, Dialettica senza dogma – marxismo e scienze naturali, Einaudi, Torino, 1967, p. 128.

[8]  “Per essere socialista non basta sapere, né volere, che verrà il socialismo, occorre agire per affrettarlo, e porlo innanzi ad ogni cosa. […] Si badi che qui è quasi ovvio per gli avversari tentare di chiuderci nella contraddizione. Se noi sosteniamo che la base di ogni fatto sociale è nell’assetto materiale economico della produzione, secondo il marxismo, come poi parliamo di idealismo e di eroismo di classe? Se noi annunziamo il socialismo come risultato necessario dell’evoluzione delle forme di produzione, perché poi lo predichiamo come atto di volontà delle masse lavoratrici? I nostri avversari non sanno mai se accusarci di materialismo o di idealismo, si danno ad una critica pedante del socialismo marxista e di fronte alla marcia dell’esercito proletario che non esita e non si arresta per le loro elucubrazioni filosofiche… pagate, si riducono a dire indispettiti che “il socialismo è una religione”. Ora il marxismo non ha mai detto che gli uomini siano delle marionette automatiche. Solo esso deduce, dall’esame della storia, dei rapporti strettissimi tra il fatto economico – collettivo – e l’assetto sociale. Come poi in ciascun individuo si determini questo rapporto di cause ed effetto tra il suo bisogno economico e la sua azione politica, non è possibile determinarlo”. A. Bordiga, La nostra missione, “L’Avanguardia“, 2 febbraio 1913.

[9] A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, Saggi sul materialismo storico, Editori Riuniti, 1977, p. 271.

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