LOMBI STERILI E FIANCHI DI FERRO

«Ah! eccoci al ’93! me l’aspettavo! Una nube s’è ingrossata per millecinquecento anni, e dopo la bellezza di quindici secoli è scoppiata. E voi fate il processo al fulmine». Senza forse nemmeno confessarselo, il vescovo, si sentì in qualche modo colpito. Ma si controllò, e rispose: « […] Il fulmine non deve sbagliare, cadendo». E soggiunse guardando fisso il membro della Convenzione: «Luigi XVII?». Il membro della Convenzione stese la mano e afferrò il braccio del vescovo: «Ebbene, Luigi XVII! vediamo: su chi piangete? Sul bambino innocente? allora piango con voi. Oppure sul rampollo reale? in questo caso riflettete. Per me il fratello di Cartouche, fanciullo innocente appeso per le ascelle in place de la Grève fino a che ne seguì la morte, per il solo delitto di esser stato fratello di Cartouche, non mi fa piangere meno del nipote di Luigi XV fanciullo innocente anch’esso, martirizzato nella torre del Temple per il solo delitto di essere stato nipote di Luigi XV». «Non mi piace vedere accostati certi nomi», disse il vescovo. «Cartouche? Luigi XV? per quale dei due reclamate?» Ci fu un momento di silenzio, in cui il vescovo si pentì quasi di esser venuto mentre tuttavia si sentiva stranamente scosso. […] Il membro della Convenzione cominciava ad ansimare e il rantolo dell’agonia gli troncava la voce: tuttavia conservava una intera lucidità d’animo, visibile negli occhi. E proseguì: «Continuiamo ancora un poco a parlare: lo desidero. Togliendolo fuori dalla Rivoluzione che, presa nel suo insieme, è un’immensa affermazione umana, che cos’è il ’93 se non una risposta? Lo trovate inesorabile. Sfido io! e tutta la monarchia? […] Ah! caro signore, io piango Maria Antonietta arciduchessa e regina; ma piango anche quella povera donna ugonotta che nel 1685, sotto Luigi il Grande, mentre allattava il suo bimbo, fu legata, nuda fino alla cintola, a un palo, e il bimbo tenuto distante. Il petto si gonfiava di latte e il cuore d’angoscia: il bambino affamato e pallido vedeva le mammelle, e gridava agonizzando; e il boia diceva a quella donna: «Abiura!», dandole a scegliere tra la morte del suo piccolo e la morte della sua coscienza. Che ne dite di questo supplizio di Tantalo applicato a una madre? Ricordate bene questo, signore: la Rivoluzione francese ha avuto le sue ragioni. La sua collera sarà assolta dall’avvenire; il suo risultato è un mondo migliore. Dai suoi colpi più terribili, esce una carezza per il genere umano. Abbrevio… anzi, mi fermo: avrei troppe cose da dire. Ma devo morire». E cessando di guardare il vescovo, il membro della Convenzione compì sommessamente il suo pensiero così: «Sì, le brutalità del progresso si chiamano rivoluzioni. Quando sono finite, si vede che il genere umano è stato tartassato, ma è andato avanti».[1]


Ancora 160 anni fa la borghesia stentava a nascondere un legittimo orgoglio per il suo passato rivoluzionario; già diventata classe dominante e reazionaria era però ancora in grado di esprimere grandi pagine di letteratura e pensieri vigorosi. È l’inerzia dei grandi processi storici ormai giunti al termine. Oggi, quella stessa borghesia, diventata imperialista, vive nel timore che il suo luminoso passato bussi alle porte del suo fosco avvenire con i forti pugni di un’altra classe rivoluzionaria: il proletariato. Oggi, quella stessa borghesia, spesso e volentieri, arriva persino a rintanarsi come un paguro nel guscio putrido della stessa feudalità che ha abbattuto, rinnovando ed esasperando i suoi ridicoli rituali e adattandoli alle esigenze del capitale. Oggi, quella stessa borghesia, decadente e dai lombi sterili, non sa esprimere che squallidi lamenti di pennivendoli a un tanto a riga – privi di talento e di pensiero – per la dipartita della nonagenaria esponente di una dinastia parassitaria dall’animo piccolo-borghese, seppure in paludamenti feudali.

Dall’alto del nostro palese e intransigente classismo non possiamo che salutare queste grottesche manifestazioni di cordoglio – non tanto per la persona quanto per il simbolo che incarnava – con il vivido auspicio che il mondo capitalistico senta presto risuonare il passo cadenzato di nuovi “ironsides” proletari.


NOTE

[1] Victor Hugo, I miserabili, Newton Compton, Roma, 1995, pp. 44-46.

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