IRAN, UNA GUERRA DEL RELATIVO INDEBOLIMENTO AMERICANO

Articolo pubblicato su Prospettiva Marxista, n. 128, marzo 2026.


L’intervento militare di Washington e del suo alleato regionale israeliano contro Teheran è avvenuto a ridosso di un momento apicale nella lunga e intensa storia di proteste e repressioni in Iran. Le vaste mobilitazioni di contestazione, sviluppatesi dalla seconda metà di dicembre dell’anno scorso, e la durissima repressione che ne è seguita, si collocano ormai all’interno di una sequenza di manifestazioni di crisi nel rapporto tra la struttura economico-sociale iraniana, con le sue trasformazioni e i suoi sviluppi, e l’involucro politico del regime islamico. Per lo meno dalla seconda metà degli anni ‘90 del secolo scorso si sono susseguiti momenti di acuto conflitto sociale e politico, che hanno di volta in volta spinto in primo piano (almeno per quanto riguarda la copertura mediatica internazionale e le letture ideologiche prevalenti) specifiche tematiche e particolari questioni: le istanze riformiste sostenute dalla gioventù istruita e urbana, un diffuso disagio economico acuitosi in connessione con specifici fenomeni di rincaro di beni e prodotti essenziali, le condizioni delle minoranze etniche (che nella composizione della società iraniana hanno un peso significativo in determinate aree), la condizione femminile. Ma il fattore che attraversa nel profondo tutti questi momenti è la tensione tra dinamiche, contraddizioni ed esigenze capitalistiche di un Paese dalla matura conformazione industriale, con una popolazione superiore a quella della Germania, e l’ordinamento dello Stato con i confini, gli equilibri della sintesi politica che ha storicamente incardinato. La classe operaia continua ad essere una delle forze sociali, uno dei soggetti che si muovono e che animano queste proteste e spinte al cambiamento, ma non è contemplabile che lo specifico segno di classe proletario si possa imporre “naturalmente” come elemento capace di egemonizzare e guidare un movimento di protesta e di contestazione in cui sono presenti anche forze sociali non meno estranee ed ostili al suo interesse storico di quanto lo siano le frazioni borghesi che si riconoscono nel regime.

Questa difficoltà nella capacità di “tenuta” del sistema istituzionale e politico iraniano è stata aggravata dal ridimensionamento – in corso da tempo ma ulteriormente accentuato dagli esiti del confronto con l’asse Stati Uniti-Iran, poi evolutosi in prolungata azione volta a colpire su ampia scala i vertici stessi della Repubblica Islamica – della proiezione, dell’influenza, del ruolo dell’Iran nella regione.

La crisi del regime iraniano non è il collasso dei retorici “palazzi del potere” circondati da un oceano di manifestanti in cui si identificherebbe pressoché tutta la popolazione iraniana. È invece la crescente precarietà di un patto sociale in cui, ad oggi, continuano comunque a riconoscersi componenti non indifferenti della popolazione complessiva del Paese. Questo dato, una volta che dovesse risultare gravemente incrinato l’ordinamento vigente, potrebbe essere alla base di una difficile ricomposizione di un assetto politico e nazionale unitario. Ne potrebbe risultare l’apertura di un maggiore spazio di intervento e di intromissione di molteplici potenze regionali e centrali imperialistiche in una realtà dal peso economico, dalla conformazione e dalla collocazione (da più punti di vista: geografico, storico, etnico, religioso, politico) cruciale nella regione mediorientale e nella sua specifica area posta a cerniera con la regione del Caspio e l’Asia centrale. Un nuovo e particolarmente rivelatore banco di prova per l’azione americana, volta a contrastare il proprio relativo indebolimento nel complesso dei rapporti imperialistici globali: il primo riflesso immediatamente ed empiricamente percepibile dell’inesorabile dinamica asincrona dei ritmi dell’accumulazione capitalistica mondiale.

Con la loro azione diretta, in sinergia con Israele e attualmente in sintonia con i suoi specifici interessi regionali, gli Stati Uniti – come già avvenuto negli ultimi anni, in forme e in situazioni differenti, con l’utilizzo della guerra in Ucraina e con l’intervento in Venezuela – cercano di sfruttare due fattori, interconnessi, per contrastare il consolidamento e la crescita di schieramenti, configurazioni, poli imperialistici rivali: la forza di cui ancora dispongono quale potenza egemone ma in relativo indebolimento; il tempo entro cui esercitare questa forza senza che i rivali possano ancora agire direttamente per contrastarla.

Washington ha puntato a sfruttare uno spazio temporale in cui è possibile colpire alcuni gangli di un sistema di alleanze e di cooperazione in divenire, in cui realtà regionali impossibilitate, se considerate singolarmente, a costituire una sfida all’egemonia statunitense, possono diventare invece problematiche se connesse all’azione ed alla forza espansiva di talune centrali imperialistiche.

È successo in Venezuela ed è successo precedentemente in Ucraina, laddove l’azione americana è stata indiretta, giocando di sponda con l’offensiva dell’imperialismo russo, di per sé non in condizioni di rappresentare una minaccia strategica allo status americano, per colpire i legami economici e politici di Berlino con Mosca; per determinare una situazione internazionale in cui favorire un allentamento delle relazioni tra Berlino e Pechino e per accentuare le difficoltà di leadership dell’imperialismo tedesco in Europa.

Colpendo direttamente il cuore del sistema istituzionale e politico iraniano, l’imperialismo statunitense è intervenuto negli equilibri di uno Stato che ha sviluppato importanti legami energetici, e in generale economici, con la Cina, anche se nettamente sbilanciati, con Teheran molto più dipendente da questo interscambio di quanto lo sia Pechino. Nel 2021 Cina e Iran hanno siglato un accordo di cooperazione definita strategica e nel 2023 la Cina ha reso evidente l’incremento del suo ruolo regionale con l’intesa, firmata a Pechino, con cui Iran e Arabia Saudita hanno ripristinato le relazioni diplomatiche.

Con la sua mossa militare, Washington non solo colpisce un tramite importante dell’irradiazione dell’influenza imperialistica cinese in Medio Oriente ma lancia un messaggio ad ampio raggio. Come già ha fatto, in un contesto certo assai diverso ma con una logica di fondo non dissimile, con il Venezuela. Il segnale è chiaro e concreto: infittire, approfondire i legami con la Cina, orientarsi verso la crescente capacità espansiva di Pechino, è un’opzione che non può essere adottata, in determinati spazi e crocevia dell’assetto imperialistico, senza tenere conto che sugli sviluppi di questo legame pesa la possibilità di un intervento americano.

Nella dimensione imperialistica, nelle sue dinamiche, non c’è una forza “vera”, assolutizzante – quella rilevabile con i criteri statistici della concezione borghese di economia (che si esprime attraverso parametri estremamente più ristretti, limitati, parziali e unilaterali del concetto marxista di «produzione e riproduzione della vita reale» e di «essere sociale») – che si imporrebbe secondo le proprie “naturali” e non influenzabili leggi di mercato e di sviluppo, a cui si aggiungerebbero, come aspetto accessorio e scarsamente significativo, categorie secondarie di forza etichettabili come “politica” (comprendendo in essa la capacità militare). La forza di una potenza dell’imperialismo e i rapporti di forza tra centrali imperialistiche non sono l’immediata, meccanica traduzione degli andamenti di questa concezione di “economia”. La forza di una potenza dell’imperialismo si basa, certo, sulle capacità produttive di cui dispone, sul suo grado di sviluppo capitalistico (concentrazione, composizione organica del capitale in rapporto con la capacità concorrenziale, condizioni della dimensione finanziaria, ampiezza e caratteristiche del bacino della forza-lavoro di riferimento etc.) ma questi elementi fondamentali si intrecciano profondamente, interagiscono con una complessità di fattori, di processi, di condizioni riconducibili ai caratteri dello Stato, alla sua storia, ai suoi specifici legami e nessi con i rapporti sociali, con la popolazione e con la sua suddivisione in classi, alle tradizioni e ai tratti delle sue dirigenze, alle risorse (istituzionali, culturali, ideologiche) che possono essere mobilitate nel confronto internazionale, alle rendite di posizione che una condizione di forza ha consentito di acquisire nel tempo. La forza di una potenza dell’imperialismo è un concetto dinamico, non statico, che si snoda costantemente in un equilibrio in divenire tra passato e presente. Quanto la forza acquisita dagli uni consente di mettere in discussione equilibri, gerarchie e spartizioni derivanti da fasi precedenti? Quanto la forza attuale e mantenuta degli altri consente di preservarli, di rafforzarli? Quanto gli elementi persistenti di una condizione di supremazia consentono di esercitare un surplus di forza per contrastare le spinte che minacciano ed erodono questa stessa supremazia? Queste sono le coordinate storiche di fondo entro cui si collocano anche le guerre del relativo indebolimento americano.

Senza tenere conto di questa complessità, di questa interazione che vanno a comporre il concetto di forza non si comprende veramente come, in determinati momenti storici, la pura e semplice registrazione della forza “economica” negli equilibri politici internazionali possa non aver luogo; non si può comprendere realmente la guerra come fenomeno necessario nel modo di produzione capitalistico. Basti pensare a come una situazione da questo punto di vista esemplare, quel grande e terribile passaggio della storia capitalistica mondiale costituito dalla guerra civile americana della metà del XIX secolo, non possa essere altrimenti compresa sia nel suo necessario scoppio che nel suo procedere e nel suo necessario esito.  

L’intervento americano e israeliano contro l’Iran non può che riverberarsi su più fronti dell’assetto e del confronto imperialistici globali. È troppo presto per un serio, autentico, bilancio. Finora è possibile rilevare come l’offensiva e la reazione iraniana abbiano avuto come effetto una accentuazione – non sappiamo oggi stabilire quanto profonda e duratura – della distanza e della divergenza tra Teheran, i suoi alleati regionali e i Paesi del Golfo (una dinamica esattamente all’opposto rispetto all’azione diplomatica cinese nei confronti di Iran e Arabia Saudita) e come una posizione di netta contrapposizione alla mossa di Washington sia stata adottata in Europa sostanzialmente dalla sola Spagna. Per capire ulteriormente come, in un arco di tempo significativo, siano cambiati i termini della questione europea nel tessuto imperialistico globale, occorrerà – tenendo conto di molteplici e rilevanti differenze tra i due momenti storici – commisurare l’evoluzione e gli esiti delle reazioni e delle scelte dei Paesi europei nei confronti degli sviluppi dell’attuale conflitto al precedente, principale momento di confronto, sempre intorno alla linea di faglia mediorientale, tra una grande iniziativa militare di Washington e una spinta a compattare autonomamente la realtà degli Stati europei sulla scena internazionale: l’opposizione dell’asse renano all’intervento contro l’Iraq nel 2003.

Anche sul piano più direttamente attinente al confronto militare, ovviamente non considerabile come un piano separabile dai condizionamenti dell’insieme della situazione imperialistica globale in cui è inserito, lo svolgimento delle operazioni potrà dire qualcosa di rilevante circa lo stato della potenza imperialista americana e delle sue capacità di contrasto del proprio relativo indebolimento.

Sostanzialmente – in una configurazione esplicativa ed ipotetica che sconta necessariamente una certa dose di schematismo, laddove la situazione reale tenderà in una qualche misura a combinare i vari modelli interpretativi (e sarà proprio la concretizzazione di questa misura e di questa combinazione a fare la differenza) – si possono oggi indicare tre possibili evoluzioni:

– finora l’attitudine bellica di Stati Uniti e Israele si è conformata, per quanto su una scala molto maggiore, e con la necessaria opera di ridimensionamento dei dispositivi di difesa di cui uno Stato come l’Iran dispone, sulle operazioni mirate – cinicamente comprensive di atroci “danni collaterali” tra la popolazione civile – volte a condizionare l’evoluzione degli equilibri e degli assetti politici di un campo avverso formato da organizzazioni politiche e paramilitari (come Hamas ed Hezbollah, per quanto tra queste due formazioni sussistano notevoli differenze in termini di risorse e rango politico). Evidente è come la manifestazione di piazza a Teheran dei sostenitori del regime all’indomani dell’uccisione della guida suprema Ali Khamenei abbia indicato che le operazioni di bombardamento non costituivano (o non ancora?) una campagna aerea simile a quelle dei conflitti imperialistici che nella storia (anche recente, seppure in un’area limitata come la Striscia di Gaza) hanno martellato e devastato intere città e costretto i loro abitanti, rimasti nell’area urbana, a spostarsi in massa o ad inabissarsi in maniera pressoché costante nei rifugi sotterranei. Se questo tipo di operazioni riuscirà a incidere sul processo di selezione e ricambio della leadership iraniana (e questo esito potrebbe manifestarsi, attraverso scelte concrete e verificabili, con tempi molto più lunghi del ricambio imposto in Venezuela) in un quadro di sostanziale tenuta di un potere centrale e dell’unità nazionale, il risultato ottenuto da Washington e dal suo alleato israeliano costituirebbe una dimostrazione di forza notevolissima, capace di incidere (per quanto oggi sia difficile prevedere quanto e per quanto tempo) sull’evoluzione dei rapporti di forza nel quadrante mediorientale e non solo. Una potenza regionale come l’Iran, che ha nutrito ambizioni di stabilire una forte e crescente influenza nella regione (per quanto già messa a nudo nelle sue fragilità con operazioni come l’uccisione, a Baghdad nel 2020, del generale Qassem Soleimani, figura chiave delle operazioni iraniane all’estero), avrebbe ricevuto così un trattamento simile a quello di organismi non statuali o semi-statuali (e comunque, come nel caso di Hezbollah, fortemente dipendenti dallo stesso Iran). Una clamorosa lezione impartita agli altri predoni imperialisti, oltre che la dimostrazione che taluni rapporti di forza, a lungo generalmente interpretati in maniera distorta e sbilanciata, necessitano di un banco di prova effettivo per essere più correttamente valutati.

–  Le operazioni mirate si rivelano, invece, il preludio di un più vasto impegno militare, con consistenti operazioni di terra, condotte da forze locali alleate degli Stati Uniti o direttamente da truppe statunitensi (evidente che anche questa differenza non sarebbe priva di significato). Se comunque questa campagna dovesse ottenere un cambio di regime o un cambio nel regime favorevoli a Washington (e a Tel Aviv) andrebbe a costituire una prova di forza, ma la sua concretizzazione avrebbe richiesto un impiego di mezzi e truppe ben superiore a quello di una serie di operazioni selettive e comunque di portata inferiore ad una guerra convenzionale capace di interessare, con una costante intensità, ampie zone dell’Iran. Lo sforzo americano e israeliano ne risulterebbe evidentemente accresciuto e, con esso, le possibilità che eventuali difficoltà e battute d’arresto vadano a influire sulla situazione politica interna a questi Paesi.

– La tenuta del regime iraniano (non solo nel senso di un mantenimento formale delle forze e degli assetti politici attualmente vigenti, ma di una continuazione della loro effettiva azione politica) con il sostanziale smacco dell’iniziativa statunitense-israeliana. Questo scenario assai difficilmente potrebbe realizzarsi senza un’evoluzione del quadro imperialistico globale in cui talune potenze regionali o grandi potenze dell’imperialismo optino per un intervento, non necessariamente sul piano direttamente militare ma anche dal punto di vista di una “sponda” economica o di una azione di “alleggerimento” su altri piani, tale da mettere l’Iran nelle condizioni di reggere il confronto e acuire i problemi di sostenibilità (anche politica) delle operazioni degli Stati Uniti e di Israele.

Anche in quest’ultimo caso, la guerra con l’Iran si rivelerebbe un banco di prova, importante e drasticamente rivelatore, per le condizioni attuali e per i ritmi degli sviluppi della sfida dell’imperialismo americano di fronte al proprio relativo indebolimento.

Un ulteriore scenario è quello di una disgregazione dello Stato iraniano e di una guerra civile che, date le dimensioni demografiche del Paese, il peso degli interessi borghesi consolidati in gioco e la vasta e materialmente determinata base di consenso del regime, potrebbe prefigurarsi come estremamente lunga e sanguinosa. Quest’ultimo possibile scenario costituirebbe altresì il banco di prova – ad oggi purtroppo tragicamente saturo di incognite – per il soggetto storico a cui sempre fa riferimento l’analisi marxista: la classe operaia mondiale. Per il suo giovane reparto iraniano: nella sua capacità di non cedere alle sirene della sacra unione nazionale, di esprimere forme di lotta classiste, nella capacità delle sue avanguardie coscienti di sapersi collegare al movimento complessivo; per i suoi contingenti delle vecchie metropoli dell’imperialismo: nella loro capacità di non farsi mobilitare dalle imprese di potenza del nemico in casa propria e di non farsi deviare verso opzioni più o meno apertamente campiste e socialimperialiste.

M. I.

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