IL VOTO CIPRIOTA E LA NUOVA QUESTIONE SOCIALE

Riceviamo e pubblichiamo il contributo inviatoci da un nostro lettore e corrispondente da Cipro.


Le elezioni parlamentari della Repubblica di Cipro del maggio 2026 rappresentano uno degli avvenimenti politici più significativi degli ultimi anni per comprendere le trasformazioni che attraversano la società greco-cipriota. Più ancora della distribuzione dei seggi, il voto fotografa un cambiamento profondo nelle priorità dell’elettorato, nel rapporto tra questione nazionale e problemi sociali e nella crescente centralità dei temi dell’identità, dell’immigrazione e della sicurezza.

A prima vista il quadro appare relativamente stabile. Il DISY si conferma primo partito con il 27,1% dei voti, mentre AKEL consolida la propria posizione con il 23,9%. Dietro questa apparente continuità, tuttavia, emerge una trasformazione molto più significativa. Il vero vincitore politico della consultazione è ELAM, che passa dal 6,8% al 10,9%, raddoppia la propria rappresentanza parlamentare e diventa stabilmente una delle principali forze politiche della Repubblica.

Parallelamente il centro politico tradizionale esce fortemente ridimensionato. Il DIKO perde consensi, mentre EDEK e DIPA rimangono fuori dal Parlamento. Entrano invece nuove formazioni anti-establishment, come ALMA e Democrazia Diretta, nate dalla crescente sfiducia verso il sistema politico tradizionale e verso la capacità dei partiti storici di affrontare le difficoltà economiche e sociali che interessano una parte crescente della popolazione.

L’affermazione di ELAM costituisce probabilmente il dato politico più rilevante dell’intera consultazione. Non si tratta soltanto della crescita di un partito, ma della definitiva normalizzazione di una forza che fino a pochi anni fa occupava una posizione marginale nel panorama politico cipriota.

Per comprendere questo fenomeno occorre ricordare la storia della Repubblica di Cipro. Dopo il colpo di Stato del luglio 1974 contro l’arcivescovo Makarios, organizzato dalla dittatura militare greca insieme agli ambienti favorevoli all’Enosis, l’intervento militare turco determinò la divisione dell’isola e la nascita della linea di cessate il fuoco che ancora oggi separa la Repubblica di Cipro dalla parte settentrionale occupata dall’esercito turco.

Per decenni quella tragedia produsse una conseguenza politica molto precisa. Gran parte del nazionalismo radicale greco-cipriota venne delegittimata perché identificata con gli eventi che avevano aperto la strada all’invasione turca. Ogni richiamo alle correnti che avevano sostenuto l’Enosis risultava inevitabilmente associato al più grave disastro della storia contemporanea dell’isola.

ELAM è riuscita gradualmente a spezzare questo schema.

Le origini del movimento sono strettamente collegate all’esperienza di Alba Dorata in Grecia. Nel corso degli anni, tuttavia, le due organizzazioni hanno seguito percorsi differenti. Mentre Alba Dorata ha imboccato una strada di crescente radicalizzazione culminata nello scontro con le istituzioni greche e nella sua successiva condanna giudiziaria, ELAM ha scelto una strategia diversa, progressivamente orientata all’inserimento nel sistema politico parlamentare.

Pur mantenendo riferimenti ideologici al nazionalismo ellenico e continuando a richiamarsi simbolicamente all’Enosis, ELAM ha progressivamente abbandonato gli elementi più estremi della propria comunicazione pubblica, presentandosi come un partito impegnato nella difesa dell’identità nazionale, della sicurezza e del controllo dell’immigrazione.

Questa evoluzione è stata favorita anche dalla particolare situazione storica e militare dell’isola. La presenza di circa quarantamila soldati turchi nella parte settentrionale di Cipro continua infatti a rappresentare una realtà concreta con cui ogni governo della Repubblica deve confrontarsi. La permanenza della divisione dell’isola rende più semplice, rispetto ad altri Paesi europei, la costruzione di una narrativa patriottica nella quale la difesa dell’identità nazionale si intreccia con la memoria ancora viva dell’invasione del 1974.

Sul piano ideologico ELAM continua a richiamarsi all’Enosis, cioè all’unione politica tra Cipro e Grecia. Fattore ancora capace di esercitare un forte richiamo identitario in ampi settori della società. Allo stesso tempo numerosi riferimenti culturali del partito rinviano alla Megali Idea, il grande progetto nazionalista greco dell’Ottocento che immaginava la riunificazione di tutte le popolazioni elleniche all’interno di un unico Stato.

Naturalmente questi richiami non coincidono con un reale progetto politico immediatamente perseguibile. Essi svolgono soprattutto una funzione simbolica e identitaria. Sarebbe però sbagliato considerarli completamente estranei alla cultura politica greco-cipriota. La memoria dell’Enosis, il forte legame con la Grecia e la diffidenza verso la Turchia costituiscono elementi presenti, seppure in forme molto più moderate, anche in una parte significativa dell’elettorato dei partiti tradizionali.

La crescita di ELAM, tuttavia, non può essere spiegata soltanto attraverso il nazionalismo.

La vera novità della campagna elettorale del 2026 è rappresentata dal fatto che, per la prima volta dopo molti anni, il dibattito pubblico è stato dominato molto più dall’immigrazione, dal costo della vita, dalla crisi degli alloggi e dalla sfiducia verso le istituzioni che non dalla prospettiva della riunificazione dell’isola.

Questo non significa che la questione nazionale abbia cessato di essere importante. La divisione di Cipro continua a rappresentare uno dei principali problemi irrisolti del Mediterraneo orientale e una larga parte della popolazione greco-cipriota continua a respingere concessioni considerate eccessive alla Turchia in materia di sicurezza, presenza militare e futuro assetto costituzionale dell’isola.

Tuttavia, molti cittadini ritengono ormai i negoziati bloccati da anni e difficilmente destinati a produrre risultati nel breve periodo. La conseguenza è che il voto parlamentare ha finito per concentrarsi soprattutto sui problemi della vita quotidiana, lasciando sullo sfondo la riunificazione.

È proprio in questo spazio politico che ELAM ha costruito gran parte della propria crescita, trasformando il tema dell’immigrazione nella principale questione identitaria della campagna elettorale.

Negli ultimi anni la Repubblica di Cipro ha registrato una pressione migratoria molto elevata se rapportata alle dimensioni della propria popolazione. Nei quartieri piccolo-borghesi e in numerosi centri urbani è cresciuta la percezione di una competizione per gli alloggi, per alcuni servizi pubblici e per le risorse destinate al welfare. Questa percezione, indipendentemente dal fatto che corrisponda sempre ai dati oggettivi, ha assunto un peso politico rilevante e ha contribuito a spostare il confronto elettorale.

Una parte consistente dell’opinione pubblica manifesta particolare diffidenza verso l’immigrazione proveniente dal Medio Oriente e dall’Africa. Il dibattito sui richiedenti asilo, sulle politiche di accoglienza e sui sussidi pubblici è diventato uno degli argomenti più presenti nella campagna elettorale. Allo stesso tempo esiste una contraddizione che raramente trova spazio nella discussione politica: molti immigrati sono impiegati nei lavori più pesanti e meno retribuiti dell’economia cipriota, dall’agricoltura agli allevamenti, fino ad alcuni comparti dell’edilizia e della piccola manifattura, occupazioni che sempre più spesso i greco-ciprioti tendono a rifiutare.

Questa contraddizione merita di essere analizzata con attenzione. Da un lato cresce il timore che l’immigrazione possa modificare l’equilibrio demografico e culturale dell’isola; dall’altro l’economia continua a richiedere una forza lavoro straniera per svolgere attività essenziali ma scarsamente retribuite. Si crea così una frattura tra il bisogno economico di manodopera e la crescente inquietudine di una parte della popolazione.

Alla luce di queste dinamiche risulta particolarmente significativo il racconto riferito da un nostro compagno residente a Cipro. Non si tratta naturalmente di un riscontro statistico, ma di una testimonianza che permette di osservare concretamente alcuni meccanismi sociali che attraversano oggi la società greco-cipriota. Il racconto ruota attorno ad una donna greco-cipriota anziana, profondamente patriottica e religiosa, appartenente a quella generazione che ha vissuto direttamente il trauma dell’invasione del 1974. Il padre era un sacerdote ortodosso che, secondo il suo racconto, venne decapitato da un miliziano turco-cipriota durante i mesi del conflitto. Da allora la donna ha sempre conservato un forte sentimento nazionale e non ha mai nascosto il proprio risentimento verso la Grecia, ritenuta responsabile di non essere intervenuta militarmente in difesa dei greco-ciprioti, anche al prezzo di uno scontro aperto con la Turchia.

Come molti appartenenti alla sua generazione, guarda inoltre con preoccupazione ai cambiamenti demografici dell’isola e teme che una forte immigrazione possa, nel tempo, alterare il carattere ellenico della Repubblica di Cipro, soprattutto in un Paese già diviso territorialmente e segnato dalla presenza dell’occupazione militare turca.

Eppure proprio questa donna, insieme al marito, manifestava una sincera indignazione davanti alle condizioni di lavoro di un immigrato egiziano impiegato in un allevamento con una retribuzione di appena seicento-settecento euro al mese, nonostante giornate lavorative estremamente pesanti con temperature elevate. Più volte cercò di convincerlo a cercare un’altra occupazione o a pretendere un salario più dignitoso.

L’uomo, cristiano (probabilmente copto), rispondeva che nelle vicinanze del luogo di lavoro vi era una chiesa dedicata alla Madonna e che, dopo le difficoltà affrontate nella propria vita e nel percorso migratorio, preferiva accettare quella situazione ed essere vicino a quel luogo di culto piuttosto che rischiare di perdere anche quel poco che aveva conquistato e quello spazio spirituale per lui.

Al di là di importanti tematiche inerenti agli effetti nel presente di sedimentazioni culturali e ideologiche, che questo aneddoto suggerisce e che non è possibile affrontare in questo nostro breve contributo, ciò che colpisce è la reazione della coppia greco-cipriota. Pur mantenendo convinzioni nazionali molto forti, riconosceva immediatamente in quell’uomo una persona sottoposta a una evidente ingiustizia sociale da parte di un suo connazionale. La comune appartenenza al cristianesimo sembrava contribuire a costituire un elemento capace di favorire un’immediata identificazione umana.

Naturalmente un singolo episodio non consente di trarre conclusioni generali sull’intera società cipriota. Tuttavia suggerisce una riflessione di carattere sociologico e di classe che è valida in parte anche in altre latitudini. Le relazioni tra gruppi diversi non sono determinate esclusivamente da quelle tematiche economiche che si impongono in un momento del dibattito politico o che risultano prevalenti nella più diffusa percezione ideologica. Intervengono anche altri elementi culturali, religiosi, storici e simbolici che possono facilitare oppure rendere più difficile il riconoscimento reciproco.

È plausibile ritenere che la condivisione di alcuni riferimenti culturali e religiosi abbia contribuito, in questo caso, a creare un rapporto di empatia tra la coppia greco-cipriota e il lavoratore egiziano. Questo non significa che una persona di diversa religione sarebbe stata necessariamente considerata con minore umanità, ma mostra come l’esistenza di codici simbolici e antropologici-religiosi condivisi possa incidere sulle modalità attraverso cui gli individui percepiscono l’altro.

Non intendiamo con questo sostenere che il senso di appartenenza religiosa rappresenti una tappa necessaria o uno stadio che non debba essere superato nel processo di formazione della coscienza di classe. Piuttosto ci sembra che l’episodio testimoni la complessità di una dimensione sociale, storica, umana, che non può essere ridotta agli slogan e alle schematiche, riduttive coordinate della politica borghese, dei suoi linguaggi e delle sue scadenze elettorali. La questione dell’identità, di come comunità, realtà collettive ed individui si percepiscono e si autorappresentano nel loro interagire sociale e politico, è questione importante e complessa, costantemente in divenire nel processo storico. La teoria marxista, materialistica e dialettica, la coscienza dell’essenziale e determinate realtà della divisione in classi, ci consente di affrontare tale questione su una base solidissima, non mistificante, coerente, come nessuna ideologia borghese – laica o religiosa, liberale o populista – può consentire di fare. Ci fornisce le fondamenta per lo sviluppo di un’identità che non nasconde o distorce, nella rielaborazione ideologica, i nodi, gli antagonismi e i conflitti del nostro tempo, che non porta alla subalternità ad interessi sociali non individuati. Un’identità che, anzi, si impernia sulla possibilità di svolgere un ruolo cosciente e attivo, sulla capacità di spiegare realmente le radici delle contraddizioni e dei conflitti di un’epoca e di porre le basi per individuare le prospettive con cui affrontarli e superarli.

Se il tema, la questione dell’identità viene lasciato invece esclusivamente alle forze nazionaliste, il rischio è che le divisioni culturali ed etniche finiscano per rafforzare anche la frammentazione della classe lavoratrice. Al contrario, la costruzione di una solidarietà concreta tra lavoratori di diversa origine può rappresentare uno degli strumenti più efficaci per impedire che le differenze nazionali vengano utilizzate come fattore di divisione.

Se i lavoratori immigrati restano confinati nei settori più duri e peggio retribuiti, senza un’organizzazione sindacale che non solo li difenda dallo sfruttamento, ma li unisca anche concretamente ai lavoratori greco-ciprioti occupati nei livelli superiori del mercato del lavoro, il capitale finirà inevitabilmente per trasformare la differenza di origine in uno strumento di divisione della classe lavoratrice. La funzione storica del sindacato consiste invece proprio nel costruire un terreno comune di lotta, di solidarietà e di basilare coscienza di classe, capace di superare le barriere nazionali, etniche e religiose senza cancellare le identità individuali, ma ricomponendole nella comune condizione di appartenenza alla classe sfruttata.

In questo senso la questione dell’immigrazione non riguarda soltanto le politiche di controllo delle frontiere o l’integrazione culturale. Essa investe direttamente il modo in cui viene organizzato il mercato del lavoro e il rapporto di forza tra capitale e lavoro. Dove prevalgono isolamento e concorrenza tra lavoratori, cresce anche il terreno sul quale prosperano le paure identitarie e i rifugi ideologici. Dove invece esistono organizzazioni collettive capaci di unificare le rivendicazioni sociali, diventa più difficile trasformare le differenze di origine in conflitti permanenti tra le componenti della nostra classe.

Su questo terreno il ruolo del movimento sindacale, e in particolare del PEO, storicamente legato ad AKEL, appare finora insufficiente. Il sindacato ha certamente continuato a svolgere una funzione di tutela di componenti del mondo del lavoro, ma non è riuscito a costruire una strategia capace di organizzare in maniera sistematica la crescente forza lavoro immigrata presente nei settori più poveri e precari dell’economia cipriota. Le ragioni sono probabilmente molteplici. Da un lato pesa una crisi organizzativa che interessa ormai gran parte del movimento sindacale dell’Europa occidentale; dall’altro non si può escludere che abbia inciso anche la volontà di evitare un conflitto troppo aspro con quei settori della piccola e media imprenditoria che, pur ricorrendo spesso a manodopera immigrata a basso costo, continuano in parte a rappresentare un bacino di consenso e di interlocuzione per AKEL.

Una riflessione analoga può essere svolta anche sul rapporto con i lavoratori turco-ciprioti. Le difficoltà oggettive di operare sindacalmente nella parte settentrionale dell’isola sono evidenti e dipendono dalla stessa divisione politica e territoriale di Cipro. Tuttavia, accanto alle dichiarazioni di solidarietà tra lavoratori delle due comunità, sarebbe auspicabile sviluppare iniziative più incisive di cooperazione sindacale e di rivendicazione comune, capaci di coinvolgere sia i lavoratori greco-ciprioti sia quelli turco-ciprioti. La costruzione di una comune coscienza di classe tra le due comunità non rappresenterebbe soltanto un progresso sul piano rivendicativo e di immediata difesa degli interessi di classe, ma potrebbe costituire anche un importante presupposto perché si possa, nel quadro di eventuali future tensioni regionali o contrapposizioni tra Stati, contrastare il coinvolgimento del proletariato dell’isola in conflitti che rispondono a interessi ben diversi dai loro.

AKEL mantiene i propri risultati migliori nei grandi centri urbani, risultando particolarmente forte nei distretti di Nicosia e Limassol, aree che storicamente rappresentano i principali insediamenti elettorali della sinistra greco-cipriota e nelle quali il partito conserva una significativa presenza nel mondo del lavoro organizzato.

ELAM registra invece risultati particolarmente significativi nel distretto di Famagosta e consolida la propria presenza anche nei distretti di Larnaca e Nicosia. Il dato relativo a Famagosta assume un valore particolare. Gran parte del territorio storico del distretto si trova infatti sotto occupazione turca dal 1974, ma gli elettori residenti nelle aree controllate dalla Repubblica di Cipro e le migliaia di sfollati originari delle località occupate continuano a partecipare alla vita politica della Repubblica. In queste comunità la memoria della guerra, dell’espulsione dalle proprie case e della divisione dell’isola rimane particolarmente viva e continua a influenzare il comportamento elettorale.

L’analisi territoriale mostra quindi come il consenso a ELAM non possa essere interpretato esclusivamente come un voto di protesta economica né soltanto come un voto nazionalista. Esso nasce dall’intreccio tra memoria storica, insicurezza sociale, timori legati all’immigrazione, aumento del costo della vita e crescente sfiducia nei confronti delle forze politiche tradizionali. A cui si aggiunge l’attuale assenza nel quadro politico cipriota di una forza, radicata nel proletariato e riconoscibile da esso, capace di fornire una coerente risposta di classe alle crescenti contraddizioni sociali.

Particolarmente significativo appare anche il ridimensionamento del centro politico. Il DIKO perde ulteriormente terreno, mentre la scomparsa dal Parlamento di EDEK e DIPA rappresenta uno dei cambiamenti più importanti dell’intera consultazione.

Il caso dell’EDEK, partito socialista storico dell’isola, possiede un significato che va ben oltre la perdita della rappresentanza parlamentare.

Fondato negli anni della lotta anticoloniale, EDEK aveva rappresentato per decenni una delle esperienze più originali nello scenario politico della Repubblica di Cipro. Il partito cercò infatti di coniugare il richiamo ad un modello socialdemocratico con il patriottismo greco-cipriota, tentando di tenere insieme una vocazione alla rappresentanza degli interessi del mondo del lavoro, ovviamente all’interno dell’orizzonte della conservazione capitalistica, e la questione nazionale. Negli anni successivi all’indipendenza sostenne il presidente Makarios e organizzò proprie strutture di autodifesa contro i tentativi di destabilizzazione provenienti dagli ambienti favorevoli al colpo di Stato e all’imposizione dell’Enosis con la forza.

La sua uscita dal Parlamento sembra segnare simbolicamente la crisi di quella tradizione politica che aveva cercato di saldare, nel contesto politico borghese e in chiave socialdemocratica, la questione sociale con quella nazionale. Una parte del suo elettorato sembra si sia progressivamente orientata verso AKEL, nell’astensione e, non è da escludere, addirittura verso la stessa ELAM.

Nella specificità cipriota, le preoccupazioni legate all’immigrazione non riguardano soltanto questioni di ordine pubblico o di gestione urbana. In una parte dell’opinione pubblica esse assumono anche una dimensione legata alla sicurezza nazionale e alla particolare condizione di un Paese ancora diviso. Una parte dei flussi migratori proviene infatti da Paesi a maggioranza musulmana, tra cui la Siria, e proprio i profughi siriani sono spesso al centro del dibattito pubblico e della cronaca. Nel linguaggio comune, soprattutto nei contesti informali, non è raro che alcuni cittadini esprimano il timore che, in un’eventuale futura crisi con la Turchia, la comune appartenenza religiosa possa tradursi in un fattore di vulnerabilità per la Repubblica di Cipro. Si tratta, ancora una volta, di una percezione che non coincide necessariamente con la realtà dei fatti, ma che contribuisce a orientare una parte del dibattito politico e del comportamento elettorale.

La questione nazionale non scompare. Cambia però la sua collocazione nel dibattito pubblico. Se per decenni il principale terreno identitario era costituito dal rapporto tra greco-ciprioti e turco-ciprioti e dalla prospettiva della riunificazione, oggi una parte crescente della discussione politica ruota intorno all’immigrazione, ai cambiamenti demografici e alla tutela dell’identità culturale della Repubblica di Cipro.

È all’interno di questa trasformazione che va collocata l’avanzata di ELAM.

Ridurre il successo del partito alla sola etichetta dell’ennesima formazione di estrema destra abile nel capitalizzare elettoralmente diffuse pulsioni irrazionali rischia infatti di spiegare molto poco. Più utile è interrogarsi sulle condizioni sociali che ne hanno favorito la crescita. Quando una parte della popolazione percepisce che le istituzioni, l’alternarsi delle tradizionali formazioni elettorali, non riescono più a garantire in prospettiva sicurezza economica, salari adeguati, servizi pubblici efficienti e una gestione ordinata dei fenomeni migratori, aumenta inevitabilmente lo spazio per quelle forze politiche che fanno dell’identità, della sicurezza e della difesa della comunità nazionale, del presentarsi come “anti-sistema”, il centro della propria proposta.

Ciò non significa necessariamente che la società greco-cipriota stia diventando più radicale o più ostile nei confronti degli immigrati. Significa piuttosto che una parte crescente dell’elettorato considera ELAM una forza ormai pienamente legittimata all’interno del sistema politico della Repubblica, non più confinata alla marginalità che aveva caratterizzato il nazionalismo radicale nei decenni successivi al 1974.

Per il movimento operaio questa evoluzione pone interrogativi che non possono essere ignorati.

Liquidare il tema dell’identità solo come un superficiale artificio retorico, un volgare espediente per ottenere consenso,  significherebbe non comprendere una delle principali preoccupazioni che attraversano oggi una parte consistente dei lavoratori greco-ciprioti. L’impostazione di matrice liberale tende a presentare le contraddizioni della società capitalistica come fenomeni “naturali” e inevitabili, il giusto prezzo da pagare (e che in genere viene fatto pagare in massima parte ai proletari) per vivere nel migliore dei mondi possibili. Tale impostazione – che rimuove la questione delle ragioni profonde, intrinseche  alle dinamiche essenziali della società capitalistica, dell’ascesa attuale del nazionalismo e del populismo – non può che risultare inadeguata di fronte al compito di andare alla radici di queste contraddizioni, di contrastare le reazioni ideologiche ad esse e, oggi più che mai, di fornire ad esse risposte che possano suonare convincenti per una quota consistente del proletariato. Allo stesso tempo, la risposta nazionalista e xenofoba non può che risultare, manifestando così l’appartenenza ad un altro versante del comune quadro politico borghese, funzionale all’esigenza di dividere, indebolire, il proletariato e renderlo vulnerabile alla sirene che oggi contribuiscono al suo evidente arretramento nei rapporti di forza rispetto al capitale e che domani tenteranno di aggiogarlo al carro delle varie borghesie nei vasti conflitti imperialistici che vanno maturando.

La sfida consiste nel ricondurre le manifestazioni di queste contraddizioni, i fenomeni ad esse connessi, all’interno di una prospettiva di classe.

Per il movimento dei lavoratori la sfida è e sarà sempre più quella di impedire che le paure sociali vengano trasformate in una contrapposizione permanente tra lavoratori locali e immigrati, costruendo invece un terreno comune di organizzazione e di lotta capace di affrontare insieme lo sfruttamento, la precarietà e le disuguaglianze, affermando, in alternativa alle multiformi identità funzionali ai molteplici interessi borghesi, l’identità coerente con l’appartenenza di classe, con una prospettiva di solidarietà e di emancipazione collettiva dei lavoratori.

GLOSSARIO

DISY (Raggruppamento Democratico): partito cristiano-conservatore, membro del Partito Popolare Europeo.

AKEL (Partito Progressista dei Lavoratori): principale partito della sinistra cipriota, di orientamento comunista (stalinista) e progressista socialdemocratico. Fondato nel 1926, sostenne in diverse fasi della storia cipriota l’arcivescovo Makarios III, pur mantenendo una propria identità politica. È favorevole alla riunificazione di Cipro sulla base di una soluzione federale, bicomunale e bizonale.

EDEK (Movimento per la Socialdemocrazia): partito cipriota di orientamento socialdemocratico e nazionalista, fondato nel 1969. Anch’esso sostenne politicamente Makarios III e la sua linea sulla questione cipriota. Tradizionalmente difende l’indipendenza e l’integrità territoriale della Repubblica di Cipro ed è stato storicamente più intransigente rispetto ad AKEL sulla questione della riunificazione.

ELAM (Fronte Popolare Nazionale): partito cipriota di estrema destra nazionalista, fondato nel 2008. Rivendica ideologicamente l’Enosis, cioè l’unione di Cipro con la Grecia, e utilizza nella propria propaganda riferimenti alla Megali Idea, il progetto nazionalista greco, in senso storico, volto all’espansione dello Stato greco e alla riunione delle popolazioni greche dei territori considerati parte della Grecia storica. È inoltre fortemente contrario alla presenza turca a Cipro e all’immigrazione.

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