APRÈS LE DÉLUGE, MOI

Secondo quanto riportato dal Financial Times del 6 agosto 2026 l’imprenditore informatico argentino-spagnolo Martin Varsavsky e altri cinque facoltosi soci, tra i quali il miliardario Dan Lubetzki, fondatore del produttore di snack Kind, e l’imprenditore tecnologico Alec Oxenford, attualmente ambasciatore argentino negli Stati Uniti, si sono uniti nell’acquisto di un ranch di 32.000 ettari ai piedi delle Ande argentine (che comprende anche una montagna alta 5000 metri) ed avrebbero già investito quasi 10 milioni di dollari nel progetto di un’infrastruttura autosufficiente, in previsione di una guerra nucleare o di una catastrofe climatica globale. I milionari che hanno dato vita al “progetto Wamani” (dal nome della remota località scelta per il sito) ritengono l’Argentina e in generale il Cono Sud un’area relativamente “sicura” in caso di conflitto termonucleare. Il Paese inoltre possiede un ampio settore agricolo, sufficienti reti idriche e notevoli risorse energetiche. L’idea è quella di creare un “rifugio” in grado di funzionare con un grado minimo di dipendenza dal mondo “esterno” e di sviluppare una sorta di rete internet autonoma alimentata con pannelli solari per mantenere quantomeno l’accesso ad un insieme limitato di strumenti digitali qualora l’infrastruttura globale dei server smettesse di funzionare.

Sembra la sceneggiatura – vista e rivista – di una pellicola postapocalittica nella quale, prima della fine del mondo, un gruppo di saggi previdenti e con molti mezzi a disposizione decide di costruire un’“arca” di salvezza per la specie aprendo le prevendite dei biglietti d’ingresso con diritto di prelazione per le “migliori menti dell’umanità”, capaci di ricostruire la “civilizzazione” après le deluge.

È del tutto inutile specificare quali figure sociali vengano costantemente rappresentate come il “sale della terra” da preservare per la “rinascita”: imprenditori visionari, magnati dell’Hi-Tech, audaci capitani di ventura; e poi grandi scienziati, intellettuali, filosofi, letterati, giuristi, luminari della medicina, affermati psicologi, abili professionisti… e giusto un pugno di “tecnici” per garantire la manutenzione dei servizi necessari, ampiamente automatizzati. Non sia mai che, in caso di guasto alla sentina, le “menti” superiori abbiano ad infilare il braccio nel proprio sterco. Gli esclusi dalla triste necessità del numerus clausus – imposto, ça va sans dire, dalla limitatezza delle risorse disponibili – dopo che i “migliori” hanno convenientemente stipato nell’arca, nel bunker o nell’astronave di turno le loro splendide famigliole, i loro devoti servitori e persino i loro inseparabili “amici a quattro zampe”, sono, manco a dirlo, i membri della classe operaia. Sulle scialuppe di salvataggio del Titanic non c’è spazio per tutti. È una dura realtà…

In questo impareggiabile rovesciamento semantico, le gonfie zecche che hanno distrutto il mondo vengono raffigurate come coloro che possono ricostruirlo – dopo il diluvio, ancora loro! – mentre i lavoratori produttivi, coloro che rendono possibile l’immensa ricchezza sociale, una ricchezza a cui non hanno accesso e che viene utilizzata proprio per salvaguardare chi svolge la sola fatica di appropriarsene, vengono rappresentati come un’inutile zavorra da scaricare. Non senza una lacrimuccia di rito versata da qualche “sentimentale” che in un moto di irrazionale compassione – rapidamente superato – vorrebbe per un istante “soccorrere” i condannati nell’ottica della carità ai “bisognosi”.

Sul finire della rivoluzione industriale, alcuni tra gli elementi più illuminati di una borghesia ancor fresca di sovversione antifeudale coltivavano l’ingenua – ma generosa – illusione di “salvare” il mondo creando colonie utopistiche e falansteri. Oggi i decadenti parassiti che rappresentano la quintessenza dell’imputridimento borghese, e che solo leccapiedi d’indole e mestiere possono definire “illuminati”, scavano tane per salvarsi dal mondo, dalle conseguenze del loro dominio di classe.

A chi, nel venire a conoscenza di episodi come il “progetto Wamani” dovesse esaltarsi al punto di definire i borghesi “terrorizzati” da un mondo che non controllano più, è il caso di rammentare che la classe dominante nei rapporti sociali capitalistici non ha mai potuto “controllare” l’anarchia del modo di produzione che rappresenta. A ciò si aggiunga che, di norma, il “panico” esclude l’organizzazione precauzionale, e che, a quanto pare, le personificazioni del capitale come rapporto sociale hanno un interesse molto personale a continuare a godere dei propri privilegi, quandanche fossero ridotti al solo privilegio di salvare la pelle.

Invece di suscitare compiacimento per una presunta Grande Peur dei “signori della terra”, la protervia con cui, dopo averlo provocato, questi parassiti pretenderebbero persino di scampare al cataclisma, lasciandoci ad agonizzare tra le macerie del mondo, dovrebbe piuttosto ravvivare con una salubre fiammata di rabbia classista la determinazione ad abbatterne la signoria. Loro si preparano… e noi?

Accontentarsi dell’opinabile “certezza” che la crisi globale saprà scovare il borghese anche nei più reconditi anfratti fa venire in mente chi, sul transatlantico che rischia di finire inghiottito dai flutti, invece di provare a fermare i passeggeri di prima classe che si accaparrano le scialuppe dopo che i loro “timonieri” hanno condotto il bastimento sugli scogli, si limiti a schernirli, ammonendoli che la tempesta ingoierà “pure loro”, quando invece l’unica certezza è che le scialuppe sono prenotate… Si tratta della “speranza” di chi, magari senza nemmeno avvedersene, ha già dato per sconfitta la nostra classe; dell’autoconsolatorio anatema di chi ha introiettato l’attuale impotenza degli sfruttati proiettandola nell’avvenire. La fidente aspettazione dell’apocalisse che saprà ricompensare i giusti e punire i malvagi.

Non è affatto scontato che una «comune rovina delle classi in lotta» non debba risparmiare qualche ben rincantucciato elemento della classe capitalistica, a riprova di quell’assunto della teoria dell’evoluzione secondo il quale anche il più lurido verme ematofago sopravvissuto ad un evento di estinzione di massa può risultare paradossalmente “il più adatto”. Se la specie umana dovesse davvero finire per essere rappresentata da questi rimasugli, ci sarebbe davvero da augurarsi che debbano condividere ciò che resta del pianeta con il sano appetito dei “morlock”.

Il crollo di questo immondo sistema sociale e dei suoi difensori non avverrà per misurabile esaustione capitalistica accompagnata da miracolose epifanie di consapevolezza proletaria, ma si compirà quando all’inevitabile sopraggiungere della sua crisi, il proletariato saprà opporre la propria organizzazione cosciente alla difesa organizzata e feroce del privilegio borghese. Non è dinamica che si costruisca all’occasione, tantomeno che si prepari con un futile esercizio di “tremendismo profetico”, né con discutibili “misurazioni” della circolazione sanguigna del capitale che lo diano quotidianamente per spacciato mentre tiene ancora ben saldo il ferreo calcagno sul collo della nostra classe.

Lascia un commento