L’INTIFADA DELL’UNITÀ DI CLASSE O QUELLA DELL’UNION SACRÈE?

È ancora presto per stendere un bilancio esaustivo dei recenti avvenimenti in Palestina, tuttavia, è già possibile delinearne un quadro di massima.

Da quando, tre anni fa, gli USA dell’amministrazione Trump hanno riconosciuto la rivendicazione israeliana di Gerusalemme quale capitale dello Stato ebraico, le manovre e le azioni proditorie della borghesia israeliana per annettere Gerusalemme Est hanno avuto un deciso incremento: nuovi e massicci insediamenti di coloni israeliani attorno alle zone abitate da palestinesi; provocazioni, insulti, aggressioni quotidiane da parte di gruppi di estrema destra che dichiarano di voler “purificare” Gerusalemme Est dagli “arabi” e dalle loro moschee, compresa quella di Al-Aqsa; deliberazioni dei tribunali israeliani che riscoprono “diritti di proprietà” ebraici sui terreni sui quali sono insediate da più di 60 anni 27 famiglie palestinesi e ne deliberano lo sfratto; e, da ultimo, la provocatoria chiusura da parte della polizia israeliana degli accessi ai luoghi di preghiera musulmani durante il Ramadan. È molto probabile che con l’intensificazione di queste prepotenze, che non potevano non scatenare una reazione da parte dei palestinesi, il governo di Benjamin Netanyahu abbia voluto deviare dalle sue difficoltà l’opinione pubblica e i partiti di “opposizione” in Israele, ricompattandoli sotto l’union sacrée per la difesa dallo storico “nemico esterno”. In questo, il gioco di Netanyahu ha avuto pieno successo. Non ha dovuto fare altro che aspettare.

Le violenze dei coloni e della polizia israeliana a Sheik Jarrah e sulla spianata delle moschee contro le proteste palestinesi erano sotto gli occhi di tutti, e non sarebbe stato agevole per la borghesia israeliana presentarsi all’opinione pubblica mondiale come vittima piuttosto che come aggressore. Tra l’altro, fatto inedito, le prepotenze di Israele hanno risvegliato un proletariato arabo-israeliano che da più di 70 anni vive come cittadino di serie B, con salari di serie B, e la cui lingua da pochi anni non è più riconosciuta come ufficiale dallo Stato israeliano – ormai de jure, oltre che de facto, Stato “del popolo ebraico” –; un proletariato arabo-israeliano che in Israele,  primo tra altri strati sociali, sta pagando il peso maggiore dei costi della crisi economica che ha accompagnato la pandemia mondiale.

Non sappiamo se il governo israeliano avesse preventivato di ritrovarsi le proteste in casa. Ma aveva sicuramente contato su un effetto – dovuto tanto alle lotte intestine tra le frazioni della borghesia palestinese quanto alle manovre interimperialistiche nella regione: l’intervento di Hamas.

Dopo aver strappato 15 anni fa, con una sanguinosa guerra civile, il controllo della striscia di Gaza alla rivale Fatah, Hamas, un partito che nel suo statuto del 1988 recitava:

“Il nemico ha programmato per lungo tempo quanto è poi effettivamente riuscito a compiere, tenendo conto di tutti gli elementi che hanno storicamente determinato il corso degli eventi. Ha accumulato una enorme ricchezza materiale, fonte di influenza che ha consacrato a realizzare il suo sogno. Con questo denaro ha preso il controllo dei mezzi di comunicazione del mondo, per esempio le agenzie di stampa, i grandi giornali, le case editrici e le catene radio-televisive. Con questo denaro, ha fatto scoppiare rivoluzioni in diverse parti del mondo con lo scopo di soddisfare i suoi interessi e trarre altre forme di profitto. Questi nostri nemici erano dietro la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa, e molte delle rivoluzioni di cui abbiamo sentito parlare, qua e là nel mondo. È con il denaro che hanno formato organizzazioni segrete nel mondo, per distruggere la società e promuovere gli interessi sionisti”.  

appare sempre più intenzionato ad estendere il proprio controllo anche sulla Cisgiordania, estromettendo i “vecchi tromboni” dell’Autorità palestinese, il cui distacco dalle masse palestinesi è ogni giorno più evidente.

Lanciando i suoi razzi artigianali contro Tel Aviv, Hamas ha ottenuto due risultati politici: accreditarsi presso i palestinesi di tutti i territori come l’unica forza politica in grado di predisporre una difesa militare contro l’oppressione israeliana, in contrapposizione all’inerzia o peggio al “collaborazionismo” di Fatah; rinsaldare, sotto i feroci bombardamenti di Israele che hanno prodotto circa 250 morti di cui 61 bambini, il consenso interno a Gaza e cementarlo nell’odio.

Appare evidente che benché balisticamente fossero indirizzati a Israele, dove hanno fatto 12 morti di cui due operai thailandesi e due arabo-israeliani, i 4300 razzi partiti da Gaza (il 90% dei quali intercettati in volo) erano politicamente diretti contro l’ex OLP di Gerusalemme Est dove, fatto significativo, sono state viste sventolare bandiere di Hamas.

Da queste beghe tra frazioni borghesi palestinesi, tanto putride da usare i civili massacrati come carta politica, trae senza dubbio vantaggio l’imperialismo israeliano e il suo attuale capo del governo, che può di nuovo contare tanto sull’appoggio diplomatico internazionale alle sue misure militari “difensive” contro l’attacco proditorio ai danni dei suoi cittadini, quanto su una “brillante” vittoria contro i “nemici della patria” da esibire ad uso dell’opposizione politica interna.

Come di consueto, in questo carnaio provano ad infilare le loro sudicie mani anche altre potenze regionali, che da sempre utilizzano le miserie e la rabbia delle masse palestinesi per i loro giochi di influenza, così come le centrali imperialistiche che si contendono lo scacchiere mediorientale. Mentre in Palestina volano le bombe, a Vienna in effetti sono in corso i negoziati tra Usa e Iran sul nucleare. Nel frattempo, gli USA continuano a vendere forniture militari ad Israele – il più affidabile alleato statunitense in Medio Oriente, determinato a mantenere il primato atomico nella regione – e non sembrano intenzionati, nonostante il cambio di amministrazione, a recedere dall’aperto sbilanciamento pro-Israele inaugurato da Trump. L’Iran, che, oltre alle sanzioni statunitensi, sta subendo una serie di attacchi e di sabotaggi da parte dell’intelligence israeliana contro ingegneri ed installazioni nucleari, ha incassato i ringraziamenti di Hamas per avergli fornito le componenti tecniche dei suoi razzi: una pubblica sviolinata per Teheran a fronte di un mediocrissimo investimento. Approfittando dei suoi legami con l’Iran, con cui ha stipulato un accordo di cooperazione globale che prevede investimenti in cambio di petrolio a prezzo di favore, la Cina si propone come intermediario per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, mettendo storicamente un piede imperialistico in Medio Oriente. A questi giochi, con risultati ancora da verificare, non sono ovviamente estranee Turchia e Russia.

Riassumendo: in Medio Oriente le potenze imperialistiche si servono di potenze regionali che a loro volta utilizzano le frazioni della borghesia palestinese, che, dal canto loro, strumentalizzano le sofferenze e gli eccidi delle masse palestinesi, le uniche che ancora non riescono a far valere la loro voce in maniera indipendente.

Di fronte a questo tragico e complesso quadro, siamo assordati dalla chiassosa superficialità di chi, alle nostre latitudini, vede da un lato Israele come un blocco monolitico in cui è cancellata ogni distinzione tra sfruttati e sfruttatori, tra classe operaia e borghesia dominante, e dall’altro un altrettanto monolitico “popolo” palestinese, in cui sotto la definizione di “oppresso” viene meno qualsiasi contrasto di interessi di classe, qualsiasi valutazione oggettiva della composizione sociale palestinese, qualsiasi analisi dei rapporti di forza tra le classi a livello regionale e qualsiasi allargamento dello sguardo sullo scenario internazionale.

Un’estrema superficialità può condurre persino a non rendersi conto che lo storico sciopero generale del 18 maggio (che ha coinvolto per la prima volta da 85 anni anche i lavoratori arabo-israeliani) ha visto i partiti, le cricche e le consorterie politiche della borghesia palestinese tentennare prima di aderirvi, non senza cercare di metterci immediatamente sopra il proprio “cappello”. È quello che appare con sufficiente evidenza anche dai volantini distribuiti a ridosso e durante lo sciopero, uno dei quali, a firma “palestinesi del 1948”, afferma:

“Questa Intifada sarà lunga, sarà un’intifada della coscienza più profonda. Spazzeremo via le scorie della sottomissione e del disfattismo e forgeremo le generazioni al coraggio e al principio che la Palestina è una. Sarà nostro nemico chiunque acuisca e resti devoto alle divisioni tra le élite sociali e politiche.”

È difficile non accorgersi che volantini di questo tipo non sono rivolti ad un pubblico estraneo ai conflitti interni alla borghesia palestinese. Come è difficile non leggervi un appello all’union sacrée sotto la guida di una forza unificante – è altamente improbabile che ci si riferisca al proletariato palestinese – che, se è valida l’identificazione dell’ex-OLP, dell’Autorità palestinese e di Fatah con le vecchie “élite sociali e politiche”, per gli estensori del volantino potrebbe essere rappresentata da “partiti” borghesi rivali.

Chi si balocca schematizzando semplificatoriamente le prese di posizione di Marx o di Lenin sulla questione dell’autodeterminazione nazionale, applicandole sic et simpliciter a situazioni spesso solo apparentemente analoghe a quelle da loro affrontate, dimostra soltanto di conoscere (approssimativamente) le parole della canzone senza conoscerne la musica, di riproporre meccanicamente la lettera per incomprensione del metodo.

Non è sulla base di considerazioni astratte che abbiamo ribadito la nostra ferma presa di posizione internazionalista nei riguardi del conflitto in Palestina. Lo abbiamo fatto sulla base di una valutazione materialistica della forza del proletariato palestinese e del proletariato mediorientale, di quella della borghesia palestinese e di quella israeliana, degli interessi delle potenze regionali e imperialistiche nell’area. Abbiamo quindi subordinato le nostre valutazioni al solo principio che ci guida, che non è calato dall’iperuranio della purezza teorica ma che è a sua volta il distillato della comprensione delle leggi fondamentali del modo di produzione capitalistico: l’interesse immediato e storico della classe operaia.

Sarebbe un pio desiderio pensare che il proletariato palestinese possa condurre una lotta indipendente confinandosi sul piano dell’autodeterminazione nazionale. Un pio desiderio che in Palestina è smentito da diversi decenni di fatti concreti. In Palestina la lotta contro l’oppressione israeliana passa per l’indipendenza e l’unità di classe, non il contrario.

Il nostro richiamo alla necessità dell’unità di classe del proletariato palestinese con quello israeliano – arabo ed ebraico – e con quello di tutto il Medio Oriente, non deflette minimamente quando, per tacciare l’internazionalismo di “utopica fantasticheria” ci vengono contrapposte notizie riguardanti l’attuale soggezione del proletariato israeliano alle ideologie della sua classe dominante. Conosciamo bene la forza dell’ideologia nazionalista su entrambi i lati del conflitto, nutrita e irrigata da odi quasi secolari, difficilmente estirpabili e periodicamente rinfocolati. Ma pur non facendoci troppe illusioni sulla facilità del compito delle future avanguardie di classe in Medio Oriente, sappiamo che la contrapposizione degli interessi di classe è destinata ad erompere facendo saltare qualsiasi involucro ideologico e riteniamo addirittura impossibile una qualsiasi altra soluzione del conflitto che non passi per l’azione internazionalista e rivoluzionaria del proletariato di tutta la regione.

Più di cento anni fa, Antonio Labriola – in un contesto per molti versi differente –, di fronte ad un eccidio di proletari italiani immigrati da parte di altri proletari francesi ad Aigues-Mortes, scriveva:

“In tanto scoppio di patri sentimenti offesi, in tanto agitarsi delle passioni popolari per le vittime di Aigues-Mortes, i socialisti non possono rimanersene in silenzio. Tacere è come darsi la taccia di utopisti, che all’urto delle cose non resistono, e ad ogni caso inaspettato allibiscono.

A noi si muove il rimprovero, che mentre annunciamo e predichiamo la fratellanza universale dei proletari, e su quella fondiamo le idee e le speranze della Internazionale dei lavoratori, ci tocchi poi di vederci smentiti dai proletari stessi, che per gare di concorrenza economica, e per profondi e covati odi di nazione, trascorrono ai barbarici atti di rappresaglia e di violenza, di cui si ebbe in Francia così triste e recente esempio. A noi si fa il biasimo di essere sognatori, perché dei proletari, degli sfruttati, ossia dei salariati, ci crediamo rappresentanti e difensori, e i nostri rappresentati e difesi a noi si ribellano, e le nostre idee e i nostri metodi rigettano, né a parole soltanto, ma anzi con atti, che agli avversari nostri paiono amara e feroce ironia per noi.

[…] La risposta è pronta, è precisa.

Al di sopra e d’intorno ai barbaramente trucidati e ai barbari trucidatori di Aigues-Mortes, non sta soltanto di qua l’Italia, di là la Francia, come due sistemi di politica, secondo il misero e ovvio senso di tale parola. Al di sopra dei trucidati e dei trucidatori, come al di sopra di Francia e d’Italia insieme, sta il sistema capitalistico tutto intero, contro del quale sono rivolti gli atti e i pensieri, i sentimenti e le parole di noi socialisti.

[…] Aigues-Mortes non ismentisce, ma anzi conferma le nostre idee, ci dà nuova lena, giustifica innanzi alla coscienza universale il principio dell’opera nostra. Ora più che mai possiamo esclamare: “Il salariato è forma di schiavitù; – il salariato deve finire; – il salariato finirà”.

Né noi abbiamo mai affermato, che l’Internazionale dei lavoratori sia un fatto bello e compiuto. Se ciò fosse, la borghesia coi suoi sistemi economici e politici sarebbe oramai da gran tempo nel mondo dei trapassati. L’Internazionale dei lavoratori è una tendenza, che si svolge fatalmente dai contrasti e dalle contraddizioni del presente sistema economico, – e trae alimento e trova rinforzo, da quello e in quello appunto, che alla prima ha maggiore apparenza d’indebolirne lo sviluppo, o di sviarne il cammino.

Noi socialisti ne siamo i precursori.  

[…] Su la faticosa strada che percorriamo, non ci accade soltanto di incontrare l’opposizione aperta dei sostenitori inermi o armati dell’ordine economico presente; ma anche l’inconsapevolezza, l’ignoranza, l’inconseguenza, le mutue antipatie, le scambievoli gelosie delle vittime stesse, ossia degli sfruttati, ossia dei salariati. Di tale inconsapevolezza, ignoranza e inconseguenza, di tali antipatie e gelosie noi facciamo carico agli attuali detentori dei pubblici poteri per conto del presente sistema economico; e sappiamo, che senza tali debolezze e passioni di una parte del proletariato, il sistema capitalistico-borghese non si reggerebbe un giorno solo. […]

La classica esortazione: “Proletari di tutto il mondo, unitevi”, non è precetto di morale astratta, né l’annunzio della improvvisa, subitanea, inconscia rivolta. Quel motto è l’enunciazione di cosa che si svolge e matura, di fatto che tuttodì si fa, di un fatto che di continuo diviene.

Sereni di tale coscienza, noi socialisti non siamo né predicatori di utopie, né disseminatori di discordie; ma dalle discordie presenti, che non sono né merito né colpa nostra, noi tiriamo consiglio e forza a combattere le cause di ogni discordia, perché ogni discordia finisca, col cessare del governo di una classe sull’altra, e col cessare del salariato.

E con tali sentimenti e con tale animo mandiamo anche noi il nostro rimpianto alle vittime di Aigues-Mortes; perché quelle sono per noi, per noi solo veramente, le vittime della tragedia del lavoro.[1]

Se proprio volessimo costringerci a riproporre la “lettera” del socialismo scientifico alla situazione attuale, preferiremmo scegliere queste parole di Labriola, e chiediamo al lettore, tenendo conto di tutte le differenze di contesto, di chiudere gli occhi per un momento e di provare a sostituire alla parola trucidati: proletari palestinesi; alla parola trucidatori: proletari israeliani fanatizzati; alla parola Aigues-Mortes: Gaza e Gerusalemme Est.

Non abbiamo altro da aggiungere.


[1] A. Labriola, Aigues-Mortes e l’Internazionale, in Scritti filosofici e politici, Einaudi, 1973, Vol. II, pp. 189-191.

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