LA GUERRA IMPERIALISTA INTORNO ALLA “LINEA DI FAGLIA” UCRAINA

Pubblichiamo e condividiamo un articolo dei compagni di “Prospettiva Marxista” sulla guerra in Ucraina, guerra la cui natura imperialistica diventa ogni giorno più evidente agli operai coscienti e a tutti coloro che si riconoscono nell’internazionalismo proletario. Ogni giorno in più di questa guerra approfondisce il solco che divide coloro che tentano di tradurre l’implicita assuefazione alle argomentazioni dell’assordante campagna ideologica borghese nel linguaggio della propria personale incomprensione e mistificazione del materialismo storico – in fin dei conti figlia di interessi di classe estranei a quelli del proletariato – da coloro che si sforzano di fare propria l’esigenza del proletariato di applicare alla realtà un metodo di comprensione effetiva e di intervento nella realtà stessa. Il marxismo, ha detto qualcuno, è generoso con chi non gli volge le spalle, certamente non può esserlo con chi, in questa guerra, si mette oggettivamente sul mercato del basso servizio all’uno o all’altro dei campi imperialistici contrapposti, segnatamente a quello del nemico di casa propria. Ancor meno generosa sarà la classe operaia. Di questo siamo certi.


Guerra dell’imperialismo e nell’imperialismo

La guerra in Ucraina è una guerra imperialista. L’essenza di questa definizione non ha nulla di sloganistico, ma risiede nel rilevamento del tratto fondamentale, del carattere determinante del conflitto. Si possono cogliere, in questo fenomeno, in questo passaggio storico, molti altri elementi, molteplici fattori e risvolti. Ma i loro reali spazi di azione, i loro influssi e il peso delle loro interazioni non possono essere compresi con un tasso di approssimazione adeguato a sorreggere una coerente analisi di classe, se non sono ricondotti alla dinamica di fondo del divenire dell’assetto imperialistico, dei rapporti e del confronto tra centrali imperialistiche. Lo spazio ucraino è tornato a mostrarsi chiaramente come snodo nevralgico, come linea di faglia del confronto imperialistico, e certo non solo a partire dal 24 febbraio, giorno dell’avvio dell’offensiva russa su vasta scala. Le operazioni militari condotte dalle forze russe hanno segnato il passaggio di questo confronto su di un piano militare più aperto, diretto e ampio. Lo spazio ucraino è ormai da decenni tornato ad assumere con aspra evidenza la sua storica condizione di “terra irrisolta” nel processo di definizione delle sfere di influenza e dei raggi di azione delle potenze impegnate nella regione. Un’evidenza che si è palesata anche nel settore agricolo, fondamentale per un Paese che nel 2018 contava, sull’insieme del proprio territorio, il 71,2% di terre agricole e il 56,1% di terre arabili [1], assommando un’area equivalente ad 1/3 della terra arabile nell’Unione europea [2]. L’Ucraina, secondo i dati del dipartimento statunitense dell’agricoltura, fornisce il 12% dell’export mondiale di grano, il 16% di quello di mais e il 40% di olio di girasole [3]. Un rapporto del 2015 dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (parte di un progetto cofinanziato dalla Ue e dal Governo svedese) indicava come, pur in presenza di fattori di instabilità,  limiti  e  freni,  il  settore  agricolo  ucraino  possedesse  notevoli  potenzialità  di sviluppo e concorrenzialità e fosse già stato interessato dagli investimenti e dal rafforzamento della presenza di vari giganti dell’agribusiness e di gruppi finanziari europei e americani, a cui si erano aggiunti investitori cinesi e dei Paesi del Golfo [4]. Anche importanti imprenditori del settore agricolo indiano, soprattutto dello Stato del Punjab, si sono negli ultimi anni orientati verso l’Ucraina: Jaswinder Singh è solo uno degli investitori indiani nelle campagne ucraine, di cui ha acquistato circa 5mila ettari [5]. Il processo di penetrazione, di estensione dell’influenza di centrali imperialiste nel tessuto dell’economia e nei centri istituzionali dell’Ucraina ha conosciuto nel tempo momenti addirittura clamorosi.

Ai tempi del Governo guidato da Petro Poroshenko (2014-2019), l’incarico di ministro delle Finanze andò a Natalie Jaresko, statunitense di origini ucraine, «emanazione diretta del dipartimento di Stato americano», che ottenne la cittadinanza ucraina «tre ore prima della nomina a ministro» [6]. Queste dinamiche hanno incontrato e si sono rapportate con una classe borghese nazionale che, in un Paese descritto da vari indicatori come tra i più poveri del continente europeo, ha spregiudicatamente edificato imperi economici inscrivendosi lungo le direttrici di questa spartizione imperialistica. La produzione nel 1999 era inferiore al livello del 1991 e, dopo qualche anno caratterizzato da segnali di ripresa, nel 2009 la performance economica dell’Ucraina è stata una delle peggiori al mondo; tra il 2010 e il 2013 l’economia – dominata dalle figure dei cosiddetti “oligarchi” – è cresciuta lentamente rimanendo indietro rispetto alle altre realtà regionali e dopo l’annessione russa della Crimea e il conflitto nella parte orientale del Paese, con le relative tensioni commerciali con Mosca, la situazione è ulteriormente andata degradando [7]. La valutazione di un recente studio italiano sulla storia dell’Ucraina, ristampato alla vigilia dell’attacco russo, non lascia molti dubbi su come le travagliate vicende della società ucraina non abbiano sostanzialmente messo in discussione il potere locale di una borghesia al contempo subalterna e complice nella disputa internazionale per la spartizione e il controllo del Paese. «Allo stato attuale, infatti, l’ancien régime oligarchico non solo è sopravvissuto alla tempesta rivoluzionaria che ne prefiggeva la scomparsa, ma tira ancora le redini del sistema economico nazionale che in Ucraina, fin dall’era  Kučma, coincide in  misura  pressoché  totale con  quello  politico» [8]. I prestiti  e i finanziamenti delle istituzioni internazionali hanno costituito una potente leva per esercitare influenza   e   controllo   sul   quadrante   ucraino. Nel marzo   2014   il   Fondo  Monetario Internazionale ha varato un piano di prestiti per 17,5 miliardi di dollari [9] e la condizione di guerra sull’intero territorio ucraino non ha fatto che rilanciare questa forma di intervento. Dopo circa due settimane di conflitto, il Fmi ha accordato una nuova tranche di 1,4 miliardi di dollari. Quali siano i conti, i calcoli alla base di questi interventi  lo mostrano eloquentemente le preoccupazioni e i ragionamenti ospitati dal Financial Times a commento della notizia del «rapido  finanziamento»  accordato  dal  Fmi:  eventuali  mutamenti  territoriali  dell’Ucraina potrebbero costituire una diminuzione della sua capacità economica e, quindi, di essere solvibile, la possibile perdita di aree portuali come quelle di Odessa e Kherson potrebbe però anche sollecitare un’ampia revisione delle direttrici commerciali, con nuove rotte attraverso la Polonia [10]. D’altronde il consigliere economico del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Oleg Ustenko, riportando, nella prima metà di marzo, alcuni dati circa i costi causati dagli attacchi delle forze russe  – danni alle infrastrutture per 100 miliardi di dollari – non ha solo indicato la portata delle distruzioni e delle sofferenze della popolazione, ma, nei fatti, ha anche evocato gli spazi economici e le occasioni politiche di una futura ricostruzione [11]. Nella seconda metà di aprile, inoltre, la direttrice del Fmi Kristalina Georgieva ha aperto allo scenario, evocato dal ministero delle Finanze ucraino, di finanziare il crescente disavanzo fiscale di Kiev (un finanziamento da tenere distinto dagli investimenti necessari per la ricostruzione) con una somma vicina ai 5 miliardi di dollari al mese in un arco prefigurato di tre mesi [12]. Non solo la guerra è la continuazione della lotta politica intorno allo snodo ucraino ma gli strumenti specifici della guerra non hanno fatto che aggiungersi alle altre armi di questa spartizione imperialistica già in azione da tempo. E non è da escludersi che, ancora una volta, l’imperialismo – in questo caso quello russo – che ha messo mano per primo su ampia scala ad operazioni militari, sia in definitiva l’imperialismo più in difficoltà e in affanno in questo confronto.

Lo specchio della guerra

La continuazione con mezzi militari del confronto imperialistico intorno all’Ucraina non poteva che manifestare pienamente i caratteri di una radicatissima presenza, di una pervasiva influenza, di una determinante azione delle centrali imperialistiche e dei loro interessi. E, anche da questo punto di vista, sul versante specificatamente militare, si tratta di presenze e determinazioni in azione da anni. Le milizie separatiste delle repubbliche del Donbass – Donetsk e Luhansk – schierate con le forze russe (unità composte da oltre 35mila uomini, a cui si aggiungono circa 4mila regolari russi, anche con compiti di addestramento), oltre ad essere armate ed equipaggiate dalla Russia (anche con carri armati, semoventi per le unità di artiglieria, cannoni e sistemi missilistici per la difesa aerea) sono coordinate da un centro di comando operativo istituito nel 2016 a Donetsk con il supporto di Mosca [13]. Presentando il suo rapporto annuale per il 2021, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha confermato che l’Alleanza Atlantica ha addestrato «nel corso degli anni» decine di migliaia di soldati ucraini e che, quindi, le forze di Kiev «sono ora più grandi, meglio equipaggiate, meglio addestrate e meglio comandate, di quanto lo siano mai state precedentemente» [14]. Il ruolo dell’Alleanza nel rafforzare l’esercito ucraino, trasformandolo rispetto al 2014, quando le forze russe poterono muoversi agevolmente in Crimea e nel Donbass, è un dato considerato acquisito dall’analista geopolitico Dario Fabbri: «Nel frattempo l’esercito ucraino è stato armato e addestrato dalla Nato, ha imparato a muoversi come una formazione di guerriglieri anziché di truppe regolari, ha accolto il sostegno dell’opinione pubblica, pronta ad affrontare le avversità» [15]. Nelle prime due settimane di guerra le forze ucraine hanno mostrato di aver efficacemente appreso le tattiche a cui sono state formate dal 2014 in poi soprattutto con l’intervento della missione di addestramento a guida statunitense e con significativo apporto britannico. La missione (avviata nel 2015 e chiusa alla vigilia dell’avvio dell’offensiva russa), basata sul centro di addestramento di Yavoriv (non a caso colpito da missili russi il 13 marzo), nell’Ovest ucraino ai confini con la Polonia, ha seguito la formazione e l’addestramento di una media di 5 battaglioni all’anno di Esercito e Guardia Nazionale ucraini [16]. Il generale americano in congedo Wesley K. Clark (ai vertici dei comandi europei della Nato durante la guerra in Kosovo) ha recentemente avuto modo di ricordare il corso tenuto ad una classe di generali ucraini a Kiev nel 2016 [17].

Già nel corso del conflitto in Donbass, l’esercito ucraino aveva ricevuto qualche centinaio di mezzi ruotati blindati da Stati Uniti e Gran Bretagna e missili controcarro Javelin [18].

Il 25 febbraio, il giorno successivo all’avvio dell’invasione russa, la Casa Bianca ha approvato un pacchetto di 350 milioni di dollari in armi ed equipaggiamento compresi sistemi anticarro e antiaerei spalleggiabili come Javelin e Stinger [19].

Il numero di aprile di RID, ha indicato, per quanto riguarda le forniture militari americane all’Ucraina, la cifra (sommando gli aiuti già stanziati e quelli decisi dopo l’attacco russo) di oltre 3 miliardi di dollari [20]. Nelle forniture di armi di aprile figurano anche obici, elicotteri Mi-17 e veicoli blindati [21]. Per limitarsi ai fornitori più significativi, si possono ricordare anche i sistemi  controcarro  forniti  dal  Regno  Unito  nell’ordine delle varie migliaia [22] mentre una specifica  considerazione  va  riservata  alle  forniture  di  droni  Bayraktar  dalla  Turchia [23]. All’inizio del conflitto, gli ucraini hanno potuto trasferire gli aerei più vulnerabili (come i velivoli da trasporto) in Paesi alleati come Polonia e Romania [24].

In particolare, la Polonia ha assunto fin dalle prime fasi della guerra un ruolo di primo piano. È in riferimento alla sua funzione che l’ex generale e ambasciatore americano presso la Nato, Douglas Lute, ha parlato di territori di Stati appartenenti all’Alleanza che devono essere «il Pakistan» dell’Ucraina, richiamando la cruciale funzione svolta da Islamabad a supporto dei talebani in Afghanistan [25]. La Polonia infatti ha assunto la funzione di «hub logistico» per le forniture militari all’Ucraina [26]. Circa l’effettiva valenza operativa dei volontari stranieri arruolatisi dalla parte dell’Ucraina (Mosca, da parte sua, ha schierato reparti composti da combattenti siriani) esistono giudizi discordanti, ma si può indicare come un dato politico comunque significativo il fatto che l’appello di Zelensky per la formazione di un’unità di combattenti stranieri abbia ricevuto una tempestiva risposta favorevole da parte delle autorità del Regno Unito, della Danimarca, del Canada, della Repubblica Ceca, della Lettonia e dei Paesi Bassi [27].

Quella in Ucraina è e non può essere oggi altro che una guerra imperialista perché le dinamiche, gli interessi, le leve dell’imperialismo hanno steso una fitta, dura, profonda rete di legami, influenze, costrizioni nella società, nella sfera politica dell’Ucraina. Solo due forze, due realtà storiche potrebbero lacerare questa rete e imprimere un nuovo segno complessivo, determinante  al  conflitto:  una  borghesia  nazionale  capace  di  scuotersi  di  dosso  tutto  il groviglio di vincoli e collegamenti del quadro imperialistico o di subordinarlo alla persecuzione di propri specifici interessi nazionali; un proletariato forte e organizzato, guidato da un elevato grado di coscienza di classe, in grado di strappare alla borghesia ucraina e ai suoi referenti imperialistici la direzione della mobilitazione bellica, reimpostando così le direttrici politiche dello sforzo militare verso obiettivi rivoluzionari giocoforza di respiro internazionale e con una drastica svolta in direzione di una impostazione di classe e internazionalista anche nei confronti delle forze occupanti russe. Il primo soggetto è, se non ormai del tutto storicamente impossibile, sicuramente del tutto irreale nel contesto attuale ucraino. Ma anche le condizioni perché oggi in Ucraina possa svilupparsi un movimento di classe capace di strutturarsi organizzativamente e politicamente, nel fuoco della guerra, per superare  i  condizionamenti  nazionalistici,  mettere  in  discussione  realmente,  con  effetti tangibili e significativi, la direzione borghese e i suoi collegamenti e sostegni internazionali – per di più in un momento in cui da nessun altro Paese può giungere un aiuto, un supporto, un benché minimamente influente contributo politico proletario e internazionalista – sono drammaticamente assenti. La guerra in Ucraina è una guerra imperialista. Da questo dato di fatto, accettato e affrontato senza illusioni o illusorie scorciatoie, occorre ripartire per ricostruire, con tenacia, una risposta di classe e internazionalista.


NOTE

[1] Dati online CIA-The World Factbook.

[2] OECD Eurasia Competitiveness Programme, “Sector Competitiveness Strategy for Ukraine – phase III”, Review of Agricultural Investment Policies of Ukraine –  Project Report, December 2015.

[3] Chris Giles, Jonathan Wheatle, “Billions given in aid to help prop up devastated economy”, Financial Times, 11 marzo 2022.

[4] OECD Eurasia Competitiveness Programme, “Sector Competitiveness Strategy for Ukraine – phase III”, Review of Agricultural Investment Policies of Ukraine –  Project Report, December 2015.

[5] KG Sharma, “Punjabi farmers look to Ukraine for a profitable harvest”, Asia Times (online), 22 giugno 2018.

[6] Carlo Cambi, “Usa-Cina, la posta è Kiev”, Panorama, 16 marzo 2022.

[7] Dati online CIA-The World Factbook.

[8] Giorgio Cella, Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi, Carocci editore, Roma 2022. L’immagine  dei  capitalisti  ucraini  –  capaci  di  ricavarsi  nicchie  estremamente  redditizie  nel  gioco imperialistico intorno al proprio Paese e di accumulare ingenti patrimoni mentre la popolazione ucraina doveva affrontare in massa le  rotte dell’emigrazione per potersi sostenere  –  lesti ad  indossare divise e mimetiche ad uso dei media internazionali, proclamando fieri proclami patriottici, non stupisce certo. Eppure la definizione utilizzata dal magnate ed ex presidente Poroshenko, intervistato dall’edizione online de La Stampa (29 marzo) e ritratto tra i combattenti, equipaggiati di tutto punto, del proprio battaglione e di fronte ad un mezzo blindato prodotto dai propri stabilimenti, per indicare questo suo apporto allo sforzo bellico ucraino, riveste ancora una sua carica surreale, una sua oggettiva forza irridente, in grado di non lasciare indifferenti: si tratterebbe infatti, assicura Poroshenko, di un fenomeno di «auto-organizzazione» del popolo ucraino.

[9] Dati online CIA-The World Factbook.

[10] Chris Giles, Jonathan Wheatle, “Billions given in aid to help prop up devastated economy”.

[11] Ibidem.

[12] International Monetary Fund  (sito  ufficiale), “Transcript of  April 2022  MD  Kristalina Georgieva Press Briefing on GPA”, 20 aprile 2022.

[13] Pietro Batacchi, Andrea Mottola, Eugenio Po, “Una prima analisi sulla guerra in Ucraina”, RID (Rivista Italiana Difesa), aprile 2022.

[14] North Atlantic Treaty Organization (sito ufficiale), “Press conference by NATO Secretary General Jens Stoltenberg on the release of his Annual Report 2021”, 31 marzo 2022.

[15] Dario Fabbri, “Corsa contro il tempo”, Scenari, 18 marzo 2022.

[16] Pietro Batacchi, Andrea Mottola, Eugenio Po, “Una prima analisi sulla guerra in Ucraina”.

[17] Helene  Cooper,  Eric  Schmitt,  “For  Russia,  command  is  work  done  remotely”,  The  New  York  Times (international edition), 2-3 aprile 2022.

[18] Pietro Batacchi, Andrea Mottola, Eugenio Po, “Una prima analisi sulla guerra in Ucraina”.

[19] Steven Erlanger, “Europe stands up to threat from east”, The New York Times (International edition), 4 marzo 2022.

[20] Pietro Batacchi, Andrea Mottola, Eugenio Po, “Una prima analisi sulla guerra in Ucraina”. Il portavoce del Pentagono John Kirby ha specificato il 13 aprile che il costo del supporto militare americano all’Ucraina aveva raggiunto la cifra di oltre 3,2 miliardi di dollari dall’inizio dell’Amministrazione Biden, di cui circa 2,6 dall’inizio dell’offensiva russa il 24 febbraio (U.S. Department of Defense-sito ufficiale, Transcript: “Pentagon Press Secretary John F. Kirby Holds a Press Briefing”, 13 aprile 2022).

[21] Massimo Gaggi, “Un sano realismo”, Corriere della Sera, 16 aprile 2022.

[22] Il  Times  ha  rivelato,  citando  fonti  dell’esercito  ucraino,  la  presenza  nell’area  di  Kiev,  fin  dall’inizio dell’offensiva russa, di istruttori appartenenti alle forze speciali britanniche, incaricati specificatamente dell’addestramento all’utilizzo di sistemi controcarro (Catherine Philp, «SAS troops “are training local forces in Ukraine”», The Times, 16 aprile 2022).

[23] I droni turchi sono stati impiegati in vari recenti teatri di guerra e hanno acquisito una fama di efficienza. Prodotti soprattutto dall’azienda della famiglia Bayraktar (imparentata con il presidente Recep Tayyip Erdogan), costituiscono ormai una voce non insignificante dell’economia turca: la vendita di droni è cresciuta del  34% nel  2019 con ricavi per  2,74  miliardi di  dollari (Murat Cinar, «I  droni dell’”alleata” Turchia all’esercito di Kiev”», il manifesto-edizione online, 20 febbraio 2022).

[24] Pietro Batacchi, Andrea Mottola, Eugenio Po, “Una prima analisi sulla guerra in Ucraina”.

[25] Steven Erlanger, “Europe stands up to threat from east”.

[26] Pietro Batacchi, Andrea Mottola, Eugenio Po, “Una prima analisi sulla guerra in Ucraina”.

[27] Michael Mason, “Ucraina e foreign fighters”, RID (Rivista Italiana Difesa), aprile 2022.

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