Il loro ruolo nella Seconda Rivoluzione americana

Da New International, vol. IX n. 11, dicembre 1943, pp. 338–341, firmato con lo pseudonimo J. R. Johnson. Traduzione dall’inglese di Rostrum (giugno 2025) pubblicata nel n. 124 di Prospettiva Marxista, luglio 2025.
In occasione del 160° anniversario della conclusione della Guerra civile americana, presentiamo in traduzione italiana un interessante saggio del marxista trinidadiano C. L. R. James sul ruolo dei neri americani nella lotta contro lo schiavismo nella prima metà del XIX secolo. Il testo, indubbiamente troppo breve per rappresentare una ricostruzione esaustiva delle rivolte degli schiavi e della partecipazione dei neri liberi al movimento politico abolizionista alle soglie di quella che James definisce efficacemente la “Seconda Rivoluzione americana”, merita indubbiamente attenzione per l’impostazione generale attraverso la quale individua le cause profonde del conflitto. Si tratta di un piccolo contributo alla storia di quello che Marx descrisse come il «movimento degli schiavi d’America», fugando, con un secolo e mezzo di anticipo, le attuali compiaciute illazioni accademiche su una sua caratterizzazione puramente “passiva” della lotta dei neri per la propria emancipazione.
Uno studio del periodo compreso tra il 1830 e il 1865 rappresenta un contributo indispensabile per la comprensione del ruolo dei neri nella storia americana. In questo articolo trattiamo l’argomento fino al 1860.
I fondamentali antagonismi economici e sociali di quel periodo abbracciavano l’intera vita del Paese ed erano allora abbastanza chiari, oggi lo sono molto meno. Il sistema schiavista aveva bisogno di espandersi territorialmente a causa dell’impoverimento del suolo causato dai rozzi metodi di produzione schiavista. Ma con lo sviluppo industriale e demografico del Nord, il Sud trovò sempre più difficile mantenere il proprio dominio politico. Alla fine, la lotta si concentrò, dal punto di vista economico, sul controllo dei territori appena conquistati e, dal punto di vista politico, sul dominio regionale del Congresso.
Nel 1830 il regime nel Sud era una tirannia orribile, in netto contrasto con la vigorosa democrazia politica del Nord. La necessità di reprimere gli schiavi, che si ribellavano continuamente, richiedeva un regime di violenza estrema. La necessità di reprimere l’ostilità verso la schiavitù dei lavoratori liberi e dei contadini indipendenti portò alla graduale abrogazione di ogni forma di democrazia popolare negli Stati del Sud.
Prima del 1830 esistevano società antischiaviste anche nel Sud, ma nel 1830 il cotone era re e, invece di discutere a favore o contro la schiavitù, l’oligarchia sudista sviluppò gradualmente una teoria secondo cui la schiavitù dei neri era una disposizione divina. Per necessità, cercarono di imporla a tutto il paese. Una propaganda del genere poteva essere contrastata solo attivamente. Non opporsi significava soccombere.
L’imminente rivoluzione sarebbe stata guidata dalla borghesia del Nord. Ma era l’ultima cosa che volesse fare. Nel 1776 la lotta rivoluzionaria era tra la borghesia americana in ascesa e un nemico straniero. La borghesia ebbe bisogno di poche sollecitazioni per intraprendere il suo compito. Nel 1830 il conflitto era tra due settori della classe dominante fondati su economie diverse ma legati da potenti vincoli economici. Pertanto, una caratteristica saliente del nuovo conflitto fu la determinazione della borghesia del Nord a fare ogni concessione ed ogni sacrificio per impedire che la rottura precipitasse. Essa non avrebbe guidato di propria iniziativa. Sarebbe stata costretta a farlo. Il primo portabandiera della lotta fu la democrazia piccolo-borghese, organizzata nel movimento abolizionista, stimolata e sostenuta dall’azione indipendente di massa del popolo nero.
La piccola borghesia e i neri
La piccola borghesia, che aveva ottenuto il suffragio universale, era entrata in un periodo di agitazione ben sintetizzato nel titolo di un volume moderno, The Rise of the Common Man [L’ascesa dell’uomo comune]. Priva delle rivendicazioni economiche di un proletariato organizzato, questa agitazione trovò sfogo in ondate sempre più intense di umanitarismo e di entusiasmo per il progresso sociale. Diritti delle donne, riforma della temperanza, istruzione pubblica, abolizione dei privilegi, pace universale, fratellanza degli uomini – l’America intellettuale della classe media era in fermento. E a questo movimento pulsante i neri ribelli aggiunsero la lotta per l’abolizione della schiavitù. Gli storici concordano nel ritenere che tutte queste diverse tendenze furono infine dominate dal movimento abolizionista.
La lotta dei neri per l’abolizione seguì un modello non dissimile dal movimento per l’emancipazione precedente al 1776. Innanzitutto, vi furono le stesse continue rivolte tra le masse di schiavi che avevano caratterizzato il periodo precedente al 1776. Nel decennio 1820-30, uomini bianchi devoti iniziarono la pubblicazione di periodici che predicavano l’abolizione sulla base di princìpi. Il principale tra costoro era Benjamin Lundy. Non appena Lundy diede il segnale, i neri liberi lo raccolsero e divennero la forza motrice del movimento.
Garrison, direttamente ispirato da Lundy, iniziò presto, nel 1831. Ma prima di allora, gli abolizionisti neri, non soltanto nei discorsi e nelle riunioni, ma anche nei libri, nei periodici e negli opuscoli, posero la questione in modo diretto alla democrazia piccolo-borghese intenta nella crociata. Il Freedom’s Journal fu pubblicato a New York City da due neri già nel 1827. L’Appeal di David Walker, pubblicato nel 1829, fece scalpore. Si trattava di un diretto appello alla rivoluzione. I neri liberi organizzarono convegni e riunioni di massa. E prima che il movimento venisse preso in mano da personaggi come Wendell Phillips e altri uomini illustri dell’epoca, i neri liberi rimasero i grandi sostenitori del Liberator. Nel 1831, su quattrocentocinquanta abbonati, ben quattrocento erano neri. Nel 1834, su 2.300 abbonati, quasi duemila erano neri.
Dopo i neri liberi arrivarono le masse. Quando Garrison pubblicò il Liberator nel 1831, il nuovo movimento abolizionista, in contrasto con le vecchie società antischiaviste, era ancora poco significativo. In meno di un anno la sua fama era ormai nazionale. Ciò che causò questo fenomeno fu la ribellione di Nat Turner nel 1831. È vano speculare se fu l’Appeal di Walker o il Liberator a ispirare direttamente Turner. Decisivo è l’effetto che sul movimento abolizionista ebbe questa rivolta, la più grande ribellione di neri nella storia degli Stati Uniti.
La rivolta di Turner non solo diede slancio al giornale di Garrison e stimolò l’organizzazione del suo movimento. Il Sud reagì con un tale terrore che i neri, scoraggiati dai fallimenti delle rivolte tra il 1800 e il 1831, iniziarono a intraprendere un’altra strada verso la libertà. Lentamente ma inesorabilmente crebbe quella fuga costante dal Sud che durò trent’anni e che portò la lotta contro la schiavitù nel Nord stesso. Già nel 1827 i neri in fuga avevano raggiunto una forma rudimentale di organizzazione. Fu durante il movimentato anno 1831 che la Underground Railroad assunse una forma più definita. Col tempo migliaia di bianchi e neri rischiarono la vita, la libertà e spesso il proprio patrimonio per aiutare gli schiavi ribelli.
La grande massa degli schiavi in fuga, naturalmente, non aveva obiettivi politici. Per anni gli schiavi ribelli avevano formato bande di maroon, vivendo una vita libera in luoghi inaccessibili. Migliaia di loro si erano uniti agli indiani. Ora cercavano la libertà nella civiltà e intrapresero quell’eroico viaggio di molte centinaia di miglia, costretti a viaggiare principalmente di notte, attraverso foreste e fiumi, spesso senza altra guida che la Stella Polare e il muschio che cresce sul lato nord degli alberi.
La borghesia industriale americana non voleva sapere nulla di questa abolizione. Organizzò folle che non esitavano a disperdere le riunioni e a linciare gli agitatori. Molti cittadini comuni erano ostili ai neri a causa della concorrenza nell’industria e dei tradizionali pregiudizi razziali. In un periodo all’inizio degli anni Quaranta, il movimento abolizionista subì una battuta d’arresto e gli storici neri sostengono che furono gli schiavi fuggiti a mantenere viva l’attenzione sul problema e a rilanciare il movimento. Ma non abbiamo bisogno delle deduzioni degli storici moderni. Ciò che gli schiavi fuggiaschi significarono per il movimento salta agli occhi dello studioso marxista da ogni pagina dell’epoca.
Gradualmente la direzione del movimento passò nelle mani di alcuni dei più dotati poeti, scrittori e pubblicisti bianchi dell’epoca, che lo sostennero. I neri liberi, in collaborazione con il movimento abolizionista, e a volte da soli, portarono avanti una potente agitazione. Ma un ruolo molto speciale fu svolto dagli schiavi fuggiaschi più abili ed energici. Questi uomini potevano scrivere e parlare per esperienza diretta. Erano testimoni drammatici della falsità e dell’iniquità dell’intera tesi su cui si fondava la causa del Sud. Il più grande di tutti loro e uno dei più grandi uomini del suo tempo fu Frederick Douglass, una figura oggi stranamente trascurata. Per profondità e brillantezza, Douglass, come oratore, non era pari a Wendell Phillips. Come agitatore politico, non raggiunse il fuoco e la portata di Garrison né il suo dinamismo organizzativo. Ma era loro pari in coraggio, devozione e tenacia di propositi, e dal punto di vista della pura abilità politica e della sagacia era ad essi decisamente superiore. Ruppe presto con loro, sviluppando una propria politica di mantenimento dell’Unione in opposizione alla loro politica di secessione. Sosteneva l’uso di tutti i mezzi, compresi quelli politici, per ottenere l’abolizione. Solo dopo molti anni i garrisoniani seguirono il suo esempio. La più grande degli attivisti era un’altra schiava fuggita, Harriet Tubman. Molto vicino a questi ex schiavi c’era John Brown. Questi tre erano gli elementi più somiglianti a quelli che oggi chiameremmo propagandisti e agitatori rivoluzionari.

Costoro fecero infuriare il Sud. Verso la metà del secolo gli abolizionisti e gli schiavi in fuga avevano creato una situazione che rendeva impossibile il compromesso.
La legge contro gli schiavi fuggitivi
Nel 1848 si verificò un incidente straordinario, foriero del grande movimento internazionale che avrebbe avuto un ruolo così importante nella stessa guerra civile. Quando la notizia della rivoluzione del 1848 in Francia raggiunse Washington, la capitale, dalla Casa Bianca alla folla nelle strade, scoppiò in festeggiamenti e celebrazioni tumultuose. Tre notti dopo, settantotto schiavi, prendendo alla lettera questo entusiasmo per la libertà, salirono a bordo di una nave che li aspettava e tentarono di fuggire lungo il Potomac. Furono ricatturati e riportati in prigione, con una folla di diverse migliaia di persone che li aspettava per le strade per vederli e i membri del Congresso che, nella concitazione, arrivarono quasi alle mani. La pazienza del Sud e della borghesia del Nord si stava esaurendo. Due anni dopo, le classi dominanti, del Sud e del Nord, tentarono un altro compromesso. Uno degli elementi di questo compromesso era una dura legge contro la fuga degli schiavi. I sudisti erano determinati a porre fine a questo continuo drenaggio delle loro proprietà e alla continua agitazione del Nord causata dagli schiavi fuggitivi.
Fu l’impossibilità di applicare la legge contro la fuga degli schiavi che fece naufragare il piano. Non soltanto gli schiavi continuarono a fuggire; molti fremiti insurrezionali scossero la struttura del Sud nel 1850 e poi di nuovo nel 1854. Il Sud ora temeva una vera e propria insurrezione degli schiavi. Doveva o secedere o imporre le proprie richieste politiche al governo federale.
La borghesia del Nord era disposta a disciplinare la democrazia piccolo-borghese. Ma ben presto, oltre al loro impulso umanitario, i democratici piccolo-borghesi cominciarono a capire che non era in gioco solamente la libertà degli schiavi, ma anche le loro stesse preziose libertà democratiche. Per spezzare il desiderio di fuga degli schiavi e soffocare l’agitazione nazionale, il Sud cercò di imporre restrizioni alle riunioni pubbliche nel Nord e all’uso della posta. Chiese il diritto di ricorrere alle autorità civili del Nord per catturare gli schiavi in fuga. Sotto la loro pressione, il Congresso arrivò persino a mettere da parte il diritto di petizione. La Dichiarazione di Indipendenza, quando fu presentata come petizione a favore dell’abolizione, fu accantonata. I neri che avevano vissuto pacificamente nel Nord per anni erano ora minacciati e migliaia fuggirono in Canada. Douglass e Harriet Tubman, personaggi famosi in tutto il Paese (Douglass era una figura internazionale), erano in pericolo. Non c’era modo di risolvere la questione. I democratici piccolo-borghesi sfidarono il Sud. Gli schiavi in fuga continuarono ad arrivare. Ci furono arresti e spettacolari salvataggi da parte delle folle abolizioniste. Folle schiaviste e antischiaviste si scontrarono nelle strade e con la polizia del Nord. Non passava mese senza che qualche schiavo in fuga o ex schiavo, sfuggito all’arresto, creasse agitazione a livello locale e talvolta nazionale.
Gli schiavi sulle navi si ribellavano contro i mercanti di schiavi e portavano le navi in porto, creando incidenti internazionali. Il Congresso era impotente. Dieci Stati del Nord legalizzarono la propria ribellione approvando leggi sulla libertà personale che esentavano i funzionari statali dall’arresto degli schiavi fuggitivi, garantivano ai neri arrestati il diritto all’habeas corpus e al processo con giuria e proibivano l’uso delle carceri per i neri fuggitivi. Molto prima che le forze fondamentali della nazione entrassero in azione per l’inevitabile resa dei conti, i democratici piccolo-borghesi e gli schiavi ribelli avevano preparato il terreno e reso la nazione irrevocabilmente consapevole delle grandi questioni in gioco.
I contadini liberi e il proletariato
Tuttavia, né i neri né la democrazia piccolo-borghese furono la forza principale della Seconda Rivoluzione americana, e un trattamento più approfondito della storia americana lo renderebbe abbondantemente chiaro, se ciò fosse necessario per qualsiasi seria intelligenza. La grande battaglia si combatteva per il controllo del demanio pubblico! Chi avrebbe ottenuto la terra: i contadini liberi o i proprietari di schiavi? Il Partito Repubblicano, come ha detto Commons, non era un partito antischiavista. Era un partito che difendeva il diritto alla terra. La sanguinosa lotta per il Kansas accelerò lo sviluppo strettamente politico. Tuttavia, fu dal movimento abolizionista che fiorirono le più ampie organizzazioni politiche del Partito della Libertà e del Partito del Suolo Libero, che a metà del decennio finirono per fondersi nel Partito Repubblicano.
Fu Marx a sottolineare molto presto (The Civil War in the United States, p. 226. Lettera a Engels, 1° luglio 1861) che ciò che alla fine fece crollare la timidezza borghese fu il grande sviluppo della popolazione di agricoltori liberi nel Territorio del Nord-Ovest nel decennio 1850-60. Questi agricoltori liberi non erano disposti a tollerare alcuna assurdità da parte del Sud perché non volevano che la foce del Mississippi finisse nelle mani di una potenza ostile. Nel 1860 le grandi forze che finalmente si allearono erano la piccola borghesia democratica, i contadini liberi del nord-ovest e alcuni settori del proletariato. Queste erano le classi che, contrariamente al 1776, costrinsero la riluttante borghesia a guidarle. Esse furono le forze fondamentali nel periodo che portò alla rivoluzione. Dovevano entrare in azione affinché la battaglia potesse iniziare. Erano la spina dorsale della lotta.
In tutta questa agitazione il proletariato non svolse un ruolo di primo piano. Nel New England le masse lavoratrici erano fedeli sostenitrici del movimento e l’autore non ha dubbi che, quando il proletariato entrerà in scena, ulteriori ricerche riveleranno, come sempre, che i lavoratori ebbero un ruolo maggiore di quello loro attribuito. Tuttavia, la vecchia questione della disoccupazione, la rivalità tra i neri del Nord e gli irlandesi, l’ultimo dei gruppi di immigrati, destabilizzò un’ala del proletariato. Inoltre, il movimento operaio organizzato, pur appoggiando il movimento abolizionista, era spesso in conflitto con Garrison, che, come Wilberforce in Inghilterra, non era un amante del movimento operaio. Il movimento operaio organizzato insisteva sul fatto che esisteva una schiavitù salariale oltre a quella dei neri e, a volte, era incline a trattare entrambe allo stesso modo – un monumentale e devastante errore.
Tuttavia, nel complesso, le prove sembrano indicare che in molte zone il movimento proletario organizzato, pur non essendo all’avanguardia, sosteneva il movimento abolizionista. Infine, dobbiamo guardarci da un’illusione. Il movimento abolizionista dominava la coscienza politica dell’epoca. La maggior parte dei nordisti era solidale, ma pochi volevano la guerra o la rivoluzione. Quando il popolo vuole la rivoluzione, la fa. Di solito vuole tutto tranne la rivoluzione. Fu solo quando iniziò la guerra che gli abolizionisti raccolsero i frutti del loro lavoro. Nonostante tutto questo sentimento abolizionista nel Nord, e in particolare nelle zone nord-occidentali, le masse popolari nel loro complesso non erano ansiose di fraternizzare con i neri liberi, e in vaste aree c’era una chiara ostilità. Ma i neri liberi del Nord non permisero mai che questo li demoralizzasse, e le masse degli schiavi ribelli continuarono ad arrivare. Tra il 1830 e il 1860, tra i sessanta e i centomila schiavi giunsero nel Nord. Quando non trovarono accoglienza né un luogo dove riposare nel Nord, alcuni di loro proseguirono verso il Canada. Ma non smisero mai di arrivare. Con la guerra civile arriveranno a decine e poi a centinaia di migliaia.
L’abolizionismo e il proletariato internazionale
Fin dai suoi inizi, alla fine del XVIII secolo, la lotta dei neri per la libertà e l’uguaglianza è stata una questione internazionale. Ma sembra essere stata anche in grado di esercitare un’influenza, sproporzionata rispetto alle ragionevoli aspettative, su persone che non avevano alcun legame diretto con essa. Sotto questo aspetto, il movimento abolizionista americano presenta curiose affinità con quello britannico della generazione precedente.
In Gran Bretagna, prima dell’emancipazione del 1832, la borghesia industriale era attivamente favorevole all’abolizione. Era industrialmente più matura della borghesia americana del 1850; i piantatori delle Indie occidentali erano deboli e gli schiavi si trovavano a migliaia di chilometri di distanza. Ma anche lì il movimento abolizionista assunse una portata e un’importanza sproporzionate rispetto agli interessi diretti delle masse che lo sostenevano. In precedenza, durante la Rivoluzione francese, le rivolte di massa dei neri avevano fatto comprendere al popolo francese la realtà delle condizioni che esistevano da oltre centocinquanta anni. Una sorta di “follia” collettiva sulla questione dei neri sembrò impadronirsi della popolazione di tutta la Francia, e nessun aristocratico era tanto odiato quanto gli “aristocratici della pelle”.
Il movimento abolizionista in America trovò non soltanto una pronta udienza in patria, ma anche un’accoglienza travolgente all’estero. Non solo Garrison, Wendell Phillips ed altri tennero conferenze in Gran Bretagna. Frederick Douglass e altri abolizionisti neri viaggiarono in Europa e reclutarono centinaia di migliaia di membri nelle società abolizioniste. Un nero ispirato conquistò settantamila aderenti alla causa soltanto in Germania. Nel decennio che precedette la guerra civile, La capanna dello zio Tom fu letto da milioni di persone in Gran Bretagna e nel continente, e persino in Italia. E masse di lavoratori e radicali in Francia, Spagna e Germania si interessarono attivamente alla questione. I loro sentimenti avrebbero dato frutti meravigliosi durante la stessa guerra civile.
Non basta dire semplicemente che questi lavoratori amavano la grande Repubblica americana e speravano di poter emigrare lì un giorno. Ci sono aspetti di questa questione che meriterebbero un’indagine e un’analisi marxista moderna. Beard, che ha una certa conoscenza dei movimenti sociali in America, ha delle perplessità su alcuni aspetti del movimento abolizionista[1]. Del tutto superficiali sono le compiaciute chiacchiere degli storici inglesi sull'”idealismo” degli inglesi come spiegazione dell’altrettanto sconcertante movimento abolizionista in Gran Bretagna. Sembrerebbe che l’irrazionalità del pregiudizio contro i neri generi, nei periodi rivoluzionari, una corrispondente intensità di disprezzo da parte delle grandi masse popolari nei confronti di coloro che lo praticano.[2]
«Ora il segnale è dato»
Gli schiavi fecero la loro parte fino alla fine. Dopo l’elezione di Lincoln e la violenta reazione del Sud, il Nord, non per la prima volta, si tirò indietro dalla guerra civile. Il Congresso e i leader politici cercarono freneticamente un compromesso. Frederick Douglass nella sua autobiografia racconta i vergognosi tentativi del Nord di placare il Sud. La maggior parte delle legislature del Nord abrogò le leggi sulla libertà personale. E Douglass conclude il suo amaro capitolo dicendo:
Chiunque desideri vedere fino a quali profondità di umiliazione e di auto-degradazione può essere spinto un popolo nobile sotto il peso della paura, non troverà capitolo della storia più istruttivo di quello che tratta degli eventi verificatisi negli ambienti ufficiali di Washington nel periodo compreso tra il novembre 1859 e il marzo 1860».[3]
Per molto tempo anche la posizione di Lincoln fu dubbia. Il 20 dicembre 1860, lo stesso giorno in cui la Carolina del Sud si separò, Lincoln fece una dichiarazione che sembrava escludere ogni compromesso. Tuttavia, in una serie di discorsi pronunciati durante il suo viaggio di undici giorni verso Washington, confuse la nazione e demoralizzò i suoi sostenitori. Anche dopo l’insediamento, il 4 marzo, il Nord nel suo complesso non sapeva cosa aspettarsi da lui. Marx, come abbiamo visto, non aveva dubbi che l’influenza decisiva fosse stata esercitata dai contadini del nord-ovest, che avevano fornito sessantasei voti, pari al 36,6% dei voti nel collegio che aveva eletto Lincoln. Ma anche il Sud rifiutava ogni compromesso. Dice Douglass:
Fortunatamente per la causa della libertà umana e per l’unità finale della nazione americana, il Sud era furioso e non voleva ascoltare alcuna concessione. Non avrebbe accettato i termini offerti, né ne avrebbe offerti altri.
Perché non avrebbero dovuto? Oggi possiamo dare una risposta con sicurezza. Ovunque si muovessero le masse, Marx ed Engels avevano gli occhi puntati come falchi e le penne pronte a prendere appunti. L’11 gennaio 1860, nel mezzo del periodo critico descritto da Douglass, Marx scrisse a Engels:
Secondo me, il fatto più grosso che sta accadendo ora nel mondo è, da una parte il movimento degli schiavi d’America, apertosi con la morte di Brown, dall’altra il movimento degli schiavi in Russia… Vedo proprio ora nella Tribune che nel Missouri c’è stata una nuova insurrezione di schiavi, naturalmente schiacciata. Ma ora il segnale è dato.[4]
Quindici giorni dopo, Engels rispondeva:
La tua opinione sul significato del movimento degli schiavi in America e in Russia è ora confermata. La vicenda di Harper’s Ferry con le sue conseguenze nel Missouri sta dando i suoi frutti… i piantatori avrebbero affrettato il trasporto del loro cotone nei porti per proteggersi da ogni probabile conseguenza derivante dalla vicenda di Harper’s Ferry.[5]
Un anno dopo Engels scriveva a Marx:
Anche nel Nordamerica le faccende diventano allegre. Con gli schiavi le cose debbono andar alquanto male se i Southerners fanno un giuoco così audace.[6]
Ottant’anni dopo Marx, uno studioso moderno ha fornito dettagli che testimoniano questa visione infallibile dei processi fondamentali dello sviluppo storico, così caratteristica dei nostri grandi predecessori. In Arkansas, nel Mississippi, in Virginia, nel Kentucky, nell’Illinois, in Texas, in Alabama, nella Georgia nord-occidentale, nella Carolina del Nord e nella Carolina del Sud, tra il 1859 e il 1860 la ribellione e la cospirazione travolsero il Sud. Scrive un contemporaneo dopo l’incursione di John Brown:
Nel frattempo, un panico terribile si impadronisce non solo del villaggio, dei dintorni e di tutte le parti dello Stato, ma di ogni Stato schiavista dell’Unione… Le voci di insurrezione, i timori di invasioni, fondati o infondati che siano, non alterano la prova dell’intrinseca e incurabile debolezza e insicurezza di una società organizzata sulla base della schiavitù.[7]
La lotta delle masse nere deriva la sua peculiare intensità dal semplice fatto che ciò per cui lottano non è astratto, ma è sempre perfettamente visibile intorno a loro. Nei loro istintivi sforzi rivoluzionari per la libertà, gli schiavi in fuga avevano contribuito potentemente a dare il via e ora quelli che erano rimasti indietro contribuivano potentemente a concludere il corso autodistruttivo del potere schiavista.
NOTE
[1] Rise of American Civilization. p. 898: «Le fonti di questo movimento straordinario sono difficili da individuare». Lo stesso si può dire del movimento in Gran Bretagna, che ha coinvolto letteralmente milioni di persone.
[2] È qualcosa che i rivoluzionari devono osservare nel passato e su cui devono contare per il futuro. Già in Inghilterra, un paese in cui il pregiudizio razziale è ancora molto forte, la presenza di soldati neri americani, il pregiudizio nei loro confronti da parte dei soldati bianchi americani e le notizie sui disordini dei neri in America hanno suscitato un forte interesse tra le masse inglesi.
[3] F. Douglass, Life and Times of Frederick Douglass, Pathway Press, 1941, pp. 362-366.
[4] K. Marx, Lettera a F. Engels, 11 gennaio 1860, in K. Marx – F. Engels, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1973, vol. XLI, pp. 6-7.
[5] F. Engels, Lettera a K. Marx, 26 gennaio 1860, in K. Marx – F. Engels, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1973, vol. XLI, p. 9.
[6] F. Engels, Lettera a K. Marx, 7 gennaio 1861, in K. Marx – F. Engels, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1973, vol. XLI, p. 155.
[7] F. Douglass, Life and Times of Frederick Douglass, Pathway Press, 1941, p. 352.
