FREGATURA ESENTASSE

Era la fine di dicembre 1936 […] Era la prima volta che mi trovavo in una città dove la classe operaia era saldamente in sella. Praticamente tutti gli edifici, piccoli o grandi che fossero, erano stati occupati dagli operai ed erano pavesati di bandiere rosse o di quelle rosso-nere degli anarchici […]. Ogni negozio e ogni caffè aveva un cartello che dichiarava che era stato collettivizzato […] camerieri e commessi ti guardavano negli occhi e ti trattavano da pari a pari. Le formule d’indirizzo servili o addirittura cerimoniose erano scomparse. Nessuno più diceva “Señor” o “Don” e neanche “Usted”; tutti si chiamavano “Compagni” e si davano del tu, si salutavano con “Salud!” Una delle mie prime esperienze appena arrivato fu quella di sentirmi fare una ramanzina dal direttore dell’albergo per aver tentato di dare la mancia a uno degli inservienti.

George Orwell, Omaggio alla Catalogna

In vista delle prossime elezioni di midterm e forse alle prese con l’esigenza di rinsaldare il legame con una parte del suo elettorato – quegli strati di working class a cui finora ha dischiuso soltanto gli abbacinanti orizzonti di un’“età della pirite” mentre l’oro, quello vero, prende le assai poco misteriose vie del profitto capitalistico – il presidente USA ha allestito un curioso spettacolino alle porte dello Studio Ovale. Come reminder promozionale di quello che nel luglio 2025 è passato ufficialmente come “One Big Beautiful Bill Act”, “una grande, bellissima legge” che riduce considerevolmente la tassazione sulle mance, che, negli Stati Uniti, consentono ad una quota enorme di proletari della ristorazione, del settore alberghiero, dei trasporti ecc., di sopravvivere con salari indecorosi, Trump ha interloquito a favore di telecamere con una rider incaricata di consegnare alla Casa Bianca un ordine di cheeseburger e patatine di McDonald’s.

Il premuroso presidente ha chiesto alla non più giovanissima lavoratrice, che ha beneficiato di un sostanzioso rimborso fiscale e che deve pagare le cure del marito malato di cancro, se la sua legge fosse “speciale”. La risposta della rider è stata prevedibilmente affermativa e, dopo una replica piuttosto evasiva alla domanda se avesse votato Trump alle ultime elezioni, la lavoratrice si è ritrovata a stringere un centone elargito da questo “amico” della classe operaia, regolarmente esentasse.

Dal punto di vista della nostra classe, la mancia è un regalo che il consumatore (nove volte su dieci esso stesso un proletario) fa più al padrone che al lavoratore. A conti fatti, negli USA, dove vige una sorta di obbligo morale (ma non legale) a lasciare un minimo di mancia del 15-20%, è infatti la nostra classe a integrare con parte del proprio reddito la remunerazione al di sotto del livello di sopravvivenza dei suoi strati più svantaggiati, ed è su questa integrazione che lo Stato americano riduce la stretta delle sue grinfie. Dovrebbe essere il salario a remunerare la forza-lavoro prestata, non un’elargizione spontanea, volontaria e quindi niente affatto scontata del consumatore, che si trova a “premiare” o meno un servizio dal quale il padrone trae profitto e per il quale dovrebbe pagare senza tante storie. La necessità di prestare un servizio che induca il consumatore a lasciare una mancia quanto più lauta possibile è poi un meccanismo che concorre a spremere al lavoratore una maggiore produttività a costo zero per il padrone, e che spinge lo sfruttato a contestare il consumatore poco o nulla generoso piuttosto che a contrapporsi al suo diretto sfruttatore.

La “speciale” detassazione del munifico Presidente Trump non è un regalo alla nostra classe. È un banale trucchetto elettorale che senza scontentare i padroni e padroncini di fast food e ristoranti, alberghi e motel, aziende di pulizia e di trasporti, consente di giustificare ulteriori tagli su un welfare già ridotto ai minimi termini continuando a far pesare sui redditi di altri strati del proletariato l’indisponibilità della borghesia ad alzare i salari.

È persino ovvio che il proletariato negli Stati Uniti non debba lavarsi le mani dei problemi che riguardano i suoi fratelli di classe più deboli alla maniera di quei drittoni piccolo-borghesi alla “Mr. Pink” delle Iene di Tarantino, pronti a “firmare” senza sforzo qualsiasi “petizione” contro la tassazione delle mance (soprattutto se non ce n’è alcuna in vista) ma non a cavare un singolo dollaro di tasca propria. Quando la classe operaia in America, forte delle sue splendide e audaci tradizioni di battaglia rivendicativa, riafferrerà nelle proprie poderose mani la lotta per i propri interessi immediati e prenderà consapevolezza della sua identità sociale, non si ridurrà ad affidare l’ingannevole riscatto della propria dignità alle pelose elemosine dei rappresentanti del populismo imperialista – che possono anche parlare la sua lingua ma che esercitano le papille gustative su tavole ben diverse – e i rider, i camerieri, i facchini, tutti coloro che preparano, trasportano, consegnano cibo e altre merci in ogni angolo del Paese avranno acquisito quella forza collettiva che sola consente di rifiutare sia le mance dei clienti che di chiamarli “Sir”, siano o meno inquilini della White House.

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