Articolo pubblicato nel n. 129 di Prospettiva Marxista, maggio 2026.
Scattando una fotografia attuale della nostra classe in Iran, sulla base dei più recenti dati della World Bank e dell’ILO (International Labour Organization) che risalgono al 2024, si contano circa 28,6 milioni di occupati su una popolazione complessiva che l’anno scorso superava i 92,5 milioni di abitanti.
Se la disoccupazione media ufficiale è al 9,2%, quella giovanile è ben superiore (22,7%), ma è sopra la media anche quella femminile (15,6% contro il 7,9% di quella maschile).
Oggi la maggior parte della classe operaia iraniana è precaria o addirittura informale e l’inflazione elevata ha eroso i salari reali generando l’ampliarsi del fenomeno working poor, elemento materiale che sottende alle sollevazioni di piazza e alle proteste degli ultimi anni. Le concentrazioni operaie esistono ancora, ma nel complesso la nostra classe di riferimento risulta frammentata, vulnerabile e sovente senza tutele, anche se sono emersi nella storia recente nuovi sindacati indipendenti che hanno dato prova di tenacia e resilienza.
Il nucleo storico del proletariato iraniano è costituito dal fondamentale comparto energetico (petrolio, gas e petrolchimico), manifatturiero (metalmeccanico, tessile e alimentare) e delle costruzioni: in questi settori si contano tra gli 8,5 e i 9 milioni di lavoratori. Altri 13/14 milioni di salariati sono impiegati nei trasporti, nel commercio, nella sanità, nell’istruzione, nella pubblica amministrazione e in lavori urbani informali. Negli ultimi trent’anni la generica sezione dei “servizi” è in netta espansione, quella industriale classica è stabile, mentre a subire una forte riduzione è la componente impiegata nell’agricoltura e nella pastorizia che però occupa ancora 3,5/4 milioni di persone.
L’Iran è un Paese “giovane”, con un’età media di 34,5 anni, mentre in Italia è di 49,1 anni, secondo (seconda) al mondo per anzianità solo al Giappone. L’inurbamento iraniano è al 73,5% e a ciò contribuiscono grossi conglomerati come la capitale Teheran (9,2 milioni di abitanti), le città di Mashhad (5,4), Karaj (3,6), Isfahan (1,8), Ahwaz (1,6), Tabriz (1,3), Sarvestan (un milione) e altre ventisei città con più di trecentomila abitanti. In Italia ci sono solo due città sopra il milione di abitanti, Roma (2,7) e Milano (1,4), e solo sette tra trecentomila e un milione di abitanti (in ordine decrescente: Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze e Bari).
L’aspettativa di vita media è intorno ai 78 anni, una media vicina a quelli di diversi Paesi dell’Est Europa, sebbene, come ovunque nel capitalismo, le differenze di classe si riflettono anche su questo fronte: diversi studi sociologici e sanitari effettuati su Teheran hanno mostrato un divario di circa 7-8 anni nell’aspettativa di vita tra gli abitanti benestanti dei quartieri settentrionali rispetto a quelli dei distretti popolari meridionali.
Fotografie
Se questa sopra è una fugace istantanea, su cui torneremo più avanti, vediamo qualche serie di fotografie del passato che ci possono restituire un’idea del movimento, della trasformazione del proletariato iraniano.
Lo sviluppo capitalistico in Iran è stato segnato da una rapida industrializzazione, per cui in un breve lasso di tempo si è passati da un piccolo nucleo di artigiani e lavoratori specializzati, congiuntamente ad una massa di contadini candidati alla disgregazione dalle campagne, a cospicue concentrazioni operaie, che, nella naturale dinamica dello scontro di classe, hanno costituito la linfa vitale per sindacati, partiti, lotte ed esperienze.
All’inizio del Novecento l’industria era quasi inesistente, ma la Rivoluzione Costituzionale del 1905-1911, a tutti gli effetti una rivoluzione borghese per quanto non pienamente compiuta, liberò energie per uno sviluppo endogeno del capitalismo sebbene potenze imperialistiche, due su tutte quelle inglese e russa, tessessero i loro “grandi giochi” mediorientali anche nell’area iraniana, intervenendo direttamente nelle vicende interne del Paese (Mohammad Ali Shah tentò di restaurare il potere della dinastia Qajar bombardando il neonato Parlamento con l’appoggio della Brigata Cosacca nel 1908).
Alla vigilia della Prima guerra mondiale si stimavano solo 1.700 operai impiegati in fabbriche moderne di varie dimensioni e circa centomila artigiani. Sotto Reza Shah Pahlavi (1925-1941), con la promozione del capitalismo statale come iniziale fase protetta per il decollo industriale, il numero di salariati nelle grandi fabbriche passò da meno di mille a oltre cinquantamila nel 1941. C’erano ovviamente dei magneti, dei poli aggreganti e trainanti questo dinamico e contraddittorio sviluppo: il 75% delle grandi industrie era infatti concentrato a Teheran, Tabriz, Isfahan (definita la “Manchester dell’Iran”), la provincia di Mazandaran e la regione del Gilan, dove tra il maggio 1920 e il settembre 1921 si concretizzò e consumò la breve parabola della Repubblica Socialista Sovietica Persiana.
Al 1941 l’insieme della classe operaia moderna era in totale di 170 mila lavoratori di cui oltre cinquantamila, come detto, impiegati nei grandi stabilimenti, altri diecimila in piccole e medie fabbriche, 31 mila nel settore petrolifero, 9 mila nelle ferrovie, 8 mila nelle miniere e nei porti, 12.500 nella pesca e in altri settori e decine di migliaia di lavoratori stagionali nell’edilizia.
Nel dopoguerra si ebbe un vero e proprio boom tanto che sotto lo scià Mohammad Reza Pahlavi (1941-1979), la classe operaia crebbe di quasi cinque volte. Gli operai, che negli anni ‘40 erano solo il 16% delle persone lavorativamente attive, nel 1975 rappresentavano il 34% arrivando ad ammontare a circa 3,5 milioni di unità.
In particolare nei tre lustri successivi al 1963 ci fu una crescita vertiginosa tanto che al 1977 si stimano 30.000 operai nel settore petrolifero, 50.000 minatori, 150.000 lavoratori nei trasporti e 600.000 operai in fabbriche con più di 10 dipendenti, 392.000 addetti nei servizi urbani e nelle piccole manifatture.
Dopo la “rivoluzione” del ‘79, in realtà un radicale cambio di forma politica nella continuità dello sfruttamento capitalistico, le statistiche cominciano a registrare un calo percentuale, quindi relativo, della quota di operai. Stando ai dati del Censimento 1996, su 14,5 milioni di occupati, la classe operaia propriamente detta era stimata in circa 4 milioni (27%). Nel settore strettamente manifatturiero c’erano allora circa 1,2 milioni di dipendenti, ma vi era stato un fiorire di piccola borghesia: ben il 91,6% delle imprese era costituito da officine con meno di cinque lavoratori. Solo 1.200 fabbriche avevano più di 100 dipendenti, impiegando complessivamente 580.000 persone. Altro fattore da tenere presente è il drastico crollo della presenza femminile nel settore manifatturiero e in generale lavorativo sotto la Repubblica Islamica: al 1996 la presenza femminile tra i salariati è appena del 5,2%, in proporzione quasi tre volte meno rispetto a prima dell’avvento al potere dell’Ayatollah Khomeini. Oggi questo dato è al 13-14%, uno dei livelli più bassi in generale, nonostante l’alto livello di istruzione delle donne[1].
Negli anni Novanta, in sincronia con altri Paesi occidentali tra cui l’Italia, ha preso piede un processo di precarizzazione nel mondo del lavoro, per cui al 2006 contro il 30,4% dei lavoratori salariati formali, si ergeva già il 39,4% di lavoratori non più definibili come stabili e regolarizzati (mentre nel 1989 erano appena il 6%). Una terza componente salariata, pari al 24% del totale, era costituita al contempo da impiegati pubblici, come tali formalizzati e non precari.
Alcune cifre sorprendenti riportano come questo processo sia diventato così spinto al punto che, nel giro di un’altra decina di anni, la stragrande maggioranza dei lavoratori iraniani risulterà oramai impiegata con contratti temporanei o irregolari, priva quindi di tutele assicurative e sindacali.
Pagine di storia sindacale: lotte, conquiste, repressioni
Soffermiamoci ora un momento sugli snodi principali delle battaglie che hanno segnato la lotta di classe in Iran, caratterizzati da periodi di intensa e generosa mobilitazione operaia e di brutale repressione statale.
I primi passi delle origini sindacali risalgono al 1906, durante l’apice della già citata Rivoluzione Costituzionale, quando viene fondato il sindacato dei tipografi di Teheran. Caso tutt’altro che unico nella storia del movimento operaio, in cui questo comparto, fatto di lavoratori altamente alfabetizzati e dalla forte identità professionale, agisce come apripista. In Italia l’Associazione Tipografica Torinese del 1848, nata appena dopo lo Statuto Albertino, fu una delle prime società di mutuo soccorso e la Federazione del Libro (1872) rappresenta il primo sindacato nazionale di categoria, che si dotò per altro fin da subito di un fondo per gli scioperi e di un proprio giornale. Anche negli Stati Uniti l’International Typographical Union del 1852 è considerato un precursore sotto svariati punti di vista. Uno tra tutti: aver affrontato collettivamente l’introduzione di nuovi macchinari automatici, come la Linotype, non solo per difendere i posti di lavoro, minacciati a migliaia, ma per tradurre quella nuova produttività in riduzione della giornata lavorativa. Lo fecero in maniera così efficace che divennero pionieri della battaglia per le otto ore negli Usa.
Così anche in Iran questo primo sindacato si dotò di un giornale, Ettehad-e Kargaran (Unità dei Lavoratori), e si pose alla testa degli scioperi per ottenere la giornata lavorativa di otto ore. Dopo una battuta d’arresto iniziale il sindacato dei tipografi rinacque nel 1918, fu promotore un paio di anni dopo della creazione di un Consiglio Centrale dei Sindacati, che unificò nove diverse categorie della capitale, arrivando a rappresentare il 20% dei lavoratori di Teheran. Del 1922 è poi la nascita del sindacato dei lavoratori tessili, anch’esso un settore sovente all’avanguardia.
Ovviamente la vittoria della rivoluzione bolscevica in Russia aveva dato slancio e speranza al giovane movimento operaio iraniano. Gli anni Venti furono una fase di grande risveglio e contemporaneamente, inevitabilmente, l’inizio della reazione repressiva. Proprio guidato dai tipografi è lo storico sciopero del 1° maggio 1924, con cui si rivendicò il riconoscimento di quella data come ricorrenza pubblica, la libertà di stampa e la fine delle leggi marziali.
Poco dopo l’ascesa al potere, il generale Reza Shah Pahlavi mise al bando i sindacati (1926), ma ciò non impedì lo sciopero generale del 1928 che portò alla conquista delle otto ore formalmente per tutti, non più solo per i tipografi, all’aumento dei salari erosi dall’inflazione del dopoguerra e al diritto alla contrattazione collettiva. A quella data il sindacato, che si era nel frattempo espanso ad altre città, contava circa 100 mila affiliati, includendo ora anche lavoratori dell’industria petrolifera e tessile. Il sindacato era allora noto per la sua natura interconfessionale e multietnica, includendo tra i suoi membri e dirigenti sia musulmani che cristiani, soprattutto armeni e assiri. Una ulteriore stretta repressiva avvenne a seguito dello sciopero di Abadan del maggio 1929 in cui undicimila lavoratori delle raffinerie petrolifere incrociarono le braccia per il riconoscimento del proprio sindacato e per la giornata di otto ore (questa battaglia è segnata, ieri come oggi, da continui passi avanti e indietro, dettati dai concreti e sempre dinamici rapporti di forza). La risposta governativa fu l’arresto di cinquecento operai e si verificò persino l’intervento della marina britannica perché erano stati minacciati gli interessi della Anglo-Persian Oil Company nel centro nevralgico della provincia del Khuzestan, quella che si affaccia sul Golfo Persico.
La repressione non fu solamente sindacale, ma divenne anche politica, nei confronti delle prime organizzazioni socialiste e comuniste. La fine degli anni Venti e gli anni Trenta, senza considerare l’azione devastante a livello internazionale della controrivoluzione stalinista, furono anni di diretti tentativi di soffocare le opposizioni politiche interne. In particolare la Legge Anti-Comunista del 1931 puniva dai tre ai dieci anni di reclusione, anche in isolamento, chiunque facesse parte di un’organizzazione che esprimesse “ideologie collettiviste”, termine che includeva i socialisti, i comunisti e gli anarchici, equiparando inoltre l’associazionismo operaio ad una minaccia per la sicurezza nazionale. Tra il 1927 e il 1932 centinaia di sindacalisti e oppositori politici furono arrestati, alcuni morirono di torture in carcere, altri restarono in prigione fino alla caduta di Reza Shah nel 1941. Ciò non annichilì il movimento operaio che, nonostante il clima di terrore, fu protagonista almeno di altri due scioperi degni di nota. Nel 1931, nella fabbrica Vatan della città di Isfahan, circa cinquecento operai tessili, sebbene gli organizzatori fossero stati incarcerati, scioperarono chiedendo aumenti salariali e il riposo settimanale pagato, ed ottennero un aumento del 20% e una riduzione dell’orario giornaliero da dieci a nove ore. La Vatan era la maggiore azienda tessile del Paese sotto Reza Shah, quindi una pietra angolare della prima industrializzazione iraniana (i suoi capannoni furono progettati da un architetto tedesco, così come i principali macchinari provenivano dalla Germania, ma i due proprietari erano due capitalisti di Isfahan: un imprenditore, Mirza Fazlollah Khan Dehesh, e un influente mercante, Haj Mohammad Hossein Kazeruni). L’azienda Vatan agì sostanzialmente in regime di monopolio, tanto che forniva uniformi all’esercito e alle scuole, e venne salvata dalla bancarotta nel 1930 dall’intervento diretto del Governo, quindi quelle manifestazioni assunsero immediatamente il carattere di sfida anche al potere politico, non solo alla controparte padronale.
L’altro sciopero importante in quel periodo fu quello ferroviario di Mazandaran a fine 1931, due anni dopo il completamento del primo tratto della ferrovia trans-iraniana, quando ottocento lavoratori protestarono, per otto giorni consecutivi, per salari più alti. Gli scioperanti ottennero gli aumenti richiesti, ma la rappresaglia giudiziaria fu implacabile e i leader della protesta, tra cui il principale era Reza Ibrahimzadeh, rimasero in cella per un decennio. Per mitigare il malcontento senza concedere libertà sindacale, lo Stato introdusse alcune limitate riforme dall’alto, come l’assicurazione sociale contributiva e, con la Legge sulle Fabbriche del 1936, l’imposizione di requisiti minimi di salute e igiene negli impianti industriali governativi.
Con l’abdicazione di Reza Shah e l’occupazione tra il 1941 e il 1946 di potenze imperialiste si generarono contraddizioni peculiari, ma al contempo si aprirono degli spazi per la rinascita dei sindacati. L’Unione Sovietica, sotto l’egida del capitalismo di Stato russo, occupò in una logica di spartizione imperialistica le province settentrionali, mentre la Gran Bretagna consolidò la sua presenza nelle regioni meridionali e nelle aree petrolifere. L’imperialismo statunitense, pur non essendo ufficialmente una potenza occupante nel senso territoriale, dal 1942 dispiegò circa 30.000 militari per gestire la logistica della ferrovia e dei porti, oltre a inviare consiglieri per riorganizzare l’esercito e l’economia iraniana, esercitando così su queste sfere un’influenza diretta. Le forze occupanti sequestrarono gran parte delle risorse alimentari e dei mezzi di trasporto per scopi militari, causando una penuria cronica di generi di prima necessità, tanto che nel dicembre 1942 Teheran fu teatro della “rivolta del pane”, siccome in pochi mesi i prezzi erano saliti del 555%, portando a violenti scontri con la polizia.
Nel 1944 fu creato il Consiglio Centrale dei Sindacati Federati (CCFTU), che nel 1946 vantava 186 sindacati affiliati e circa 335.000-400.000 iscritti, arrivando a sindacalizzare il 75% della forza lavoro industriale iraniana. In particolare erano organizzati 90.000 lavoratori nel Khuzestan (dove si estrae e raffina il petrolio), 50.000 nell’area più settentrionale, 40.000 a Isfahan e 50.000 a Teheran.
Un momento di tensione tra spinte sindacali e linea politica imperialista russa avvenne allorquando britannici e americani si ritirarono nel 1946 entro i termini pattuiti e invece l’Urss tardò a evacuare le proprie truppe al fine di ottenere concessioni petrolifere nel Nord. Mentre gli operai, supportati in questo anche dalla borghesia iraniana nazionalista, lottavano contro le concessioni britanniche al Sud, il partito stalinizzato del Tudeh dava indicazione di sostenere le analoghe pretese sovietiche al Nord. La politica reazionaria e opportunista dello stalinismo, che annientò o ridusse ai minimi termini le autentiche presenze internazionaliste, influenzò e indirizzò gli scioperi nelle province settentrionali per favorire la politica espansionista russa. Ciò per altro poteva anche non essere in contraddizione con l’ottenimento di immediati vantaggi economici in alcuni contesti: ad esempio negli scioperi a Tabriz del 1943 i lavoratori ottennero la fornitura gratuita di pane oltre ad altri benefici. L’opportunismo è del resto tale proprio per questo: essere una forza sociale e politica in grado di intercettare, influenzare, organizzare l’azione della classe operaia, ma deviandone politicamente le spinte oggettive verso obiettivi di natura borghese, lottare anche per riforme all’interno del capitalismo, ma alla fine conciliare sempre la classe sottomessa con l’ordine vigente e in ogni modo tenerla alla larga dalle coerenti prospettive rivoluzionarie.
Emblematica è la parabola della lotta guidata dal Tudeh, attraverso la CCFTU, del comparto minatori. Inizialmente militanti del partito stalinista iraniano organizzarono circa ottomila minatori nel 1941, ma in una prima fase furono assai riluttanti a incoraggiare gli scioperi in settori strategici che potessero danneggiare in qualche modo lo sforzo bellico. Nel 1943 il sindacato arrivò persino a denunciare alcuni scioperi spontanei nelle miniere di Shemshak come “sabotaggi pro-fascisti”, poiché il carbone serviva ad alimentare le centrali elettriche e le ferrovie vitali per i trasporti alleati. Nel momento della verità, quando cruciale sarebbe stata una presenza e un’azione internazionalista, tutto era invece piegato alle direttive del Cremlino.
Finita la guerra potevano ritornare in primo piano posizioni massimaliste e operaiste: nel novembre del 1945 i minatori di Shemshak (nell’Alborz meridionale) scesero in sciopero per protestare contro il mancato pagamento dei salari per quattro mesi. La protesta degenerò in un duro scontro armato con le forze governative, culminando con un morto e venti feriti tra i minatori. Pochi giorni dopo, i lavoratori inviarono un telegramma al Primo Ministro chiedendo non solo il pagamento degli arretrati, ma anche il rilascio degli arrestati e la riapertura dei club politici e dei giornali del Tudeh (legati al fronte Jebheh-ye Azadi). Anche quando il conflitto riprese nel dicembre 1946, nella miniera di carbone di Zirab, nel Mazandaran, ancora una volta per il mancato pagamento dei salari, il partito Tudeh dimostrava ancora una sicura presa su quel comparto. La risposta statale, unitamente alle guardie delle miniere, fu spietata con arresti ed esecuzioni (il Ministero del Lavoro cercò di sminuire la natura operaia della lotta, dichiarando che gli arrestati non erano minatori ma “cospiratori” che avevano pianificato di far saltare ponti e stazioni ferroviarie per un colpo di Stato). Queste lotte ispirarono intellettuali come Jalal Al-e Ahmad, che dedicò i primi racconti della sua raccolta Az Ranji Keh Mibarim (“Della nostra sofferenza”) proprio alla resistenza dei minatori di Zirab contro lo Stato.
La contraddizione politica, per quanto concerneva la questione delle concessioni petrolifere, era però evidente e non casualmente i massimi scioperi si verificarono invece che nel settentrione, influenzato dalla presenza russa e dalla sua propaggine politica rappresentata dal Tudeh, nell’area meridionale del Khuzestan, dove oltre 65.000 lavoratori del petrolio nel luglio 1946 protestarono ad Abadan contro l’imposizione della legge marziale e chiesero il pagamento del venerdì (in Iran quel giorno, essendo sacro per l’Islam, è il tradizionale giorno di riposo settimanale).
Quello di Abadan è ricordato come lo sciopero più vasto e sanguinoso della storia Medio Orientale dell’epoca, con alcune fonti che indicano 50 morti e 165 feriti. Nei primi nove mesi del 1946 la CCFTU guidò 160 scioperi in settori diversi, come il tessile (Rasht, Isfahan, Shiraz), il ferroviario, il minerario e dei trasporti pubblici a Teheran, oltre a quello sopramenzionato che fu il più imponente.
Da quel ciclo di lotte scaturì la prima vera Legge sul Lavoro in Iran, quella del ‘46, la più avanzata nel contesto mediorientale di allora, che sancì la settimana lavorativa di 48 ore (su sei giorni), un giorno di riposo pagato, il congedo di maternità e limitazioni al lavoro minorile[2].
Subito dopo le autorità scatenarono una dura reazione: nella sola provincia del Khuzestan furono deportati 120 organizzatori e licenziati oltre 800 leader sindacali, mentre nelle province del Caspio furono eseguite tre condanne a morte.
L’era di Mossadeq (1951-1953) fu invece segnata dalla battaglia sulla nazionalizzazione del petrolio, che vedeva l’istanza della borghesia iraniana di appropriarsi di quella rendita, a detrimento delle presenze straniere, inglese soprattutto, unirsi ad una oggettiva spinta di classe che travalicò la stringente strumentalizzazione del Fronte Nazionale, promosso dal primo ministro Mohammad Mossadeq. L’ondata di scioperi infatti non si arrestò al 1951, quando si registrarono 42 scioperi e si compì la nazionalizzazione dell’oro nero, ma andò oltre, con 55 mobilitazioni nel 1952 e ben 71 nei primi otto mesi del 1953. Gli operai petroliferi, che puntarono anche a porre fine alla discriminazione salariale e abitativa subita rispetto ai tecnici britannici, furono la forza trainante di quella spinta che portò all’approvazione, nel 1952-53, della prima Legge sull’Assicurazione Sociale dei Lavoratori, che istituiva questa forma di previdenza per coprire infortuni, malattie, invalidità e fornire tutela pensionistica.
Il colpo di Stato del 1953 segnò un altro giro di vite, con l’arresto di oltre tremila membri del partito Tudeh, l’esecuzione di quaranta di loro e la messa al bando di tutti i sindacati indipendenti. Il numero degli scioperi crollò a soli sette nel 1954 e ad appena tre tra il 1955 e il 1957. In quella data vennero poi creati dei sindacati gialli controllati dalla polizia segreta SAVAK, appena istituita.
Ma ancora una volta, nonostante il divieto, ripresero gli scioperi, sebbene complessivamente meno intensi e duraturi, oltre che per lo più in comparti marginali. Segnaliamo tuttavia che una fabbrica tessile di Isfahan registrò da sola cinquantadue scioperi tra il 1957 e il 1961; anche i tassisti di Teheran e i lavoratori del settore petrolifero ad Agha Jari e Masjed Soleyman entrarono in agitazione, così come gli insegnanti e lavoratori dei forni di mattoni di Khatunabad, caratterizzati quest’ultimi da condizioni di vita deplorevoli e analfabetismo diffuso.
Per dare un’immagine di progresso a livello internazionale e tentare di placare le tensioni sociali, il Governo ratificò una nuova Legge sul Lavoro nel 1959: veniva fissato un salario minimo per legge sulla base di una famiglia di quattro persone, la settimana lavorativa di 48 ore (nuovamente), il pagamento degli straordinari (maggiorati al 35% e non al 25%), uguale retribuzione per uguale lavoro indipendentemente dal genere, proibizione del lavoro per i minori di 12 anni, divieto del lavoro notturno per le donne (eccetto le infermiere) e altro ancora. Ebbene tutto questo restò praticamente lettera morta, l’applicazione reale semplicemente non ci fu. Spesso i padroni corrompevano gli ispettori per ignorare le violazioni oppure nascondevano i lavoratori durante le ispezioni; altre volte frammentavano le aziende in piccole officine con meno di dieci dipendenti per eludere la normativa; l’impiego di bambini tra i 5 e i 10 anni rimaneva diffuso e impunito; le donne venivano sistematicamente inquadrate nei livelli più bassi per giustificare paghe inferiori.
Nel 1963 lo Scià e il suo apparato amministrativo provarono quindi un’altra ricetta, che la pubblicistica borghese non poteva che chiamare “Rivoluzione”, Bianca in questo caso. Sul fronte del rapporto con la classe, il tentativo fu di coinvolgerla ideologicamente e materialmente in una sorta di corporativismo, con la promessa di una partecipazione ai profitti delle imprese (fino al 20%) e la distribuzione di azioni delle fabbriche statali. Era l’inizio di una timida espansione del Welfare State per cui parte del proletariato iraniano vide effettivamente alcuni miglioramenti materiali della propria condizione. Negli anni Sessanta, il numero di persone iscritte all’Organizzazione delle Assicurazioni Sociali triplicò, arrivando a coprire circa l’8-12% della popolazione totale.Nel 1975 fu inoltre varata la nuova Legge sulla Sicurezza Sociale, un’assicurazione sociale per cui parte delle ingenti entrate derivanti dal boom petrolifero di quegli anni veniva reindirizzata dall’erario a strati della popolazione, salariati inclusi. Entro la metà degli anni Settanta, circa 300.000 lavoratori, il 14% della forza lavoro industriale, beneficiavano della misura corporativista stabilita nel ‘63, costituendo quindi una sorta di base di massa e di contenuta aristocrazia operaia più ben disposta verso il Governo. Ma il 1963 fu anche l’anno che ha visto, nel giugno, la rivolta, conosciuta in Iran come il 15 Khordad (data del calendario persiano corrispondente al 5 giugno), che rappresentò il primo grande scontro frontale tra il regime dello Scià e l’opposizione guidata dal clero con a capo l’Ayatollah Khomeini, in una prova generale di quella che sarà la “rivoluzione” islamica del 1979. Assieme alla carota dei dividendi promessi (per una minoranza) si presentò allora anche il proverbiale bastone, subito e per tutti i potenziali “facinorosi”: prendendo al balzo l’occasione di quello scontro tra frazioni borghesi venne istituita in ogni fabbrica, capillarmente, una sezione di sicurezza sotto la supervisione della polizia segreta (SAVAK) per monitorare i lavoratori e prevenire infiltrazioni comuniste o attività reputate sovversive, in realtà magari semplicemente rivendicative, arrivando perfino a filtrare attentamente le assunzioni. Gli anni Sessanta, e parte del decennio successivo, furono pertanto, per questa combinazione di fattori e nonostante la rapida industrializzazione e l’espansione oggettiva in termini numerici della classe lavoratrice, una fase di scarsa mobilitazione e attivismo delle lotte operaie, tanto da essere descritta come “una lunga notte”.
Vi furono ancora pochi isolati scioperi nel triennio 1971-73, ma una piccola ripresa, con circa 20-30 iniziative, era già ravvisabile nel 1975. Dopo la crisi economica del 1976-77, bisognerà attendere il giugno del ‘78 per la massiccia entrata in scena della classe operaia. Tra giugno e agosto 1978 iniziano le agitazioni dei lavoratori elettrici di Teheran, dei netturbini di Abadan, dei tessili di Behshahr e dei metalmeccanici di Tabriz. A settembre 1978, gli scioperi paralizzarono le raffinerie e i campi petroliferi di Ahwaz, Teheran, Isfahan e Abadan mettendo in ginocchio l’economia dell’intero Paese. Il durissimo sciopero dei lavoratori del petrolio, settore composto allora da 30 mila addetti, nell’ottobre 1978 viene considerato il “colpo di grazia” al regime dei Pahlavi, riducendo la produzione dal normale livello di 6 milioni di barili al giorno a soli 250.000 per uso interno. In ottobre e novembre, il Paese fu travolto da uno sciopero generale politico senza precedenti che coinvolse poste, ferrovie, banche, aeroporti e amministrazioni pubbliche.
Vi fu una radicalizzazione delle richieste: le rivendicazioni toccavano questioni salariali e lavorative (aumenti e settimana lavorativa di 40 ore), eguaglianza di diritti tra uomini e donne sul lavoro, diritto di parola e di associazione sindacale indipendente, liberazione dei prigionieri politici, abolizione della legge marziale, scioglimento della SAVAK, ovvero degli organi di sorveglianza e spionaggio nelle fabbriche, nazionalizzazione delle industrie e partecipazione dei lavoratori alla gestione. Durante il collasso del potere monarchico alla fine del 1978 nacquero gli shura (consigli operai), che presero il controllo delle fabbriche abbandonate dai proprietari in fuga, riducendo l’orario di lavoro, fissando salari minimi e partecipando direttamente alle decisioni gestionali.
In questo frangente la classe operaia espresse dei suoi organismi di contro-potere. A mancare, drammaticamente, fu la presenza di un partito sul modello leninista che ponesse concretamente all’ordine del giorno il compito della rivoluzione, quella autentica, l’unica possibile per davvero nel capitalismo, ovvero quella comunista. Il Tudeh filo-russo cercò di infiltrarsi nei consigli operai e influenzarli politicamente. Se inizialmente la stampa sovietica aveva definito “pericolosa” la prospettiva di un Governo islamico, dopo l’instaurazione al potere del clero sciita, che utilizzò cinicamente la forza d’urto fornita dall’energia proletaria, avvenne la repentina svolta sovietica con la logica, pienamente imperialista, di appoggiare il nuovo regime sperando di trovare un alleato regionale in chiave anti-statunitense. Khomeini avviò immediatamente la repressione verso i lavoratori e i suoi organismi. Tra il 1981 e il 1983 i consigli operai furono smantellati con la forza, portando all’arresto di numerosi membri e all’uccisione di circa 600 lavoratori. Anche il Tudeh venne ben presto represso, svelando ai suoi appartenenti che la sudditanza alla linea russa non forniva loro alcuna reale protezione, allorquando la borghesia iraniana affidatasi agli sciiti scelse di non parteggiare né per “il grande Satana” (gli Usa), né per una potenza guidata da atei, che aveva mostrato una storica ingerenza negli affari interni iraniani e aveva appena dato avvio all’invasione del vicino Afghanistan. Per giunta l’imperialismo russo divenne il principale fornitore di armi all’Iraq di Saddam Hussein, a partire dal 1982 dopo una iniziale neutralità, durante la guerra Iran-Iraq[3].Ancora nel 1988, migliaia di prigionieri politici, tra cui molti militanti del Tudeh, dei Mujaheddin e dei Fedaiyan, furono giustiziati massicciamente nelle carceri del regime teocratico.
Quando i consigli furono sciolti vennero sostituiti con delle Associazioni Islamiche (Anjoman-e Eslami), i Consigli Islamici del Lavoro (Shura-ye Eslami-ye Kar) e la Casa dei Lavoratori, tutti fedeli al regime teocratico. Ma ancora una volta si dimostrò come sia impossibile, persino nelle fasi più sfavorevoli al proletariato, annichilire completamente la lotta di classe. Nel 1982, i lavoratori si opposero a una bozza di legge del ministro Tavakkoli che li definiva “affittuari di sé stessi”. Le proteste e le petizioni costrinsero il regime a ritirare il testo e a sollevare il ministro dall’incarico. Quando nel corso degli anni ‘80 si aprì uno scontro sulla nuova Legge sul Lavoro addirittura Khomeini dovette intervenire con una fatwa nel 1987 per legittimare l’intervento dello Stato nei contratti di lavoro.
Dagli anni Novanta ai giorni nostri
Secondo Mohammad Maljoo, economista di Teheran specializzato in questioni relative alla trasformazione dei rapporti tra capitale e lavoro nel suo Paese, appena finita la guerra con l’Iraq nel 1988 (quindi nel quadro della ricostruzione post-bellica), il Governo ha sancito legalmente i contratti temporanei. A metà anni Novanta era già un proliferare di agenzie intermediarie e nel 2016, data dell’intervista condotta da Paola Rivetti, questi riferisce che «oggi, oltre il 90% dei lavoratori ha contratti a tempo determinato. Questa massiccia precarizzazione si è verificata sia nel settore privato che in quello pubblico»[4].
Si è inoltre proceduto con un processo legislativo per escludere da 36 normative statali sul lavoro le aziende con meno di dieci dipendenti. Nel settore privato, al 2025, le micro aziende (<10 addetti) sono il 94% del totale e impiegano circa il 58% della forza lavoro; le piccole aziende (10-49 addetti) sono il 5% e occupano il 22% degli operai; mentre le medie grandi (>50 addetti) sono meno dell’1%, ma in esse lavorano il 20% dei salariati.
Tutto ciò non solo ha comportato una riduzione del potere contrattuale dei lavoratori dipendenti, ma un netto arretramento delle tutele e delle condizioni di lavoro. Secondo Maljoo le organizzazioni sindacali hanno nel complesso scarso potere di mobilitare i lavoratori, «a volte affermano di avere questo potere, e vorrei che fosse vero, ma la realtà è ben diversa», «spesso accade che i lavoratori si mobilitino in modo indipendente, e in seguito queste organizzazioni diffondono notizie sulle azioni sindacali e in qualche modo se ne attribuiscono il merito». Inoltre questi avanza una riflessione sui limiti oggettivi che vive la classe operaia iraniana in questo nuovo secolo, che merita di essere riportata per intero:
In primo luogo, le azioni di protesta sono solitamente molto rapide e di breve durata. In secondo luogo, spesso si sviluppano spontaneamente, avviate da lavoratori spinti dalla disperazione economica e con scarso impegno organizzativo. Queste azioni mancano generalmente di una visione politica, in quanto rappresentano la risposta immediata di lavoratori che lottano per la sopravvivenza. In terzo luogo, le mobilitazioni spesso portano al licenziamento dei promotori, a prescindere dal loro successo. Inoltre, poiché i lavoratori licenziati necessitano di una lettera di raccomandazione dal loro ultimo datore di lavoro per trovare un nuovo impiego, i promotori delle mobilitazioni spesso non riescono a rimanere nel mercato del lavoro dopo il primo licenziamento. La lettera di raccomandazione è obbligatoria perché la maggior parte della forza lavoro è assunta con contratti a tempo determinato, che la richiedono. Ne consegue che i lavoratori licenziati vengono spesso espulsi dal mercato del lavoro ed esiliati nell’economia informale.
Il quadro successivo, almeno fino al 2023, non si discosta molto da proteste episodiche represse con ferma violenza, in un contesto dove il mobilitarsi può comportare un rischio enorme, superiore alla reclusione e alle azioni giudiziarie. Non si è assistito infatti a vasti e protratti movimenti di classe, almeno fino alla recente attualità, in cui però è difficile raccogliere informazioni attendibili.
Se guardiamo alla fase capitalistica sotto la teocrazia non compaiono ad esempio ampi fenomeni di lotte dei lavoratori dell’industria automobilistica, pilastro economico fondamentale che impiega ancora ad oggi circa mezzo milione di operai senza contare l’indotto, che contribuisce al 10% del Pil nazionale e raccoglie il 4% dell’intera forza-lavoro. Qui vigono condizioni relativamente migliori della media e i due principali attori, la Iran Khodro e la Saipa (che hanno una produzione annua stimata in 1,6 milioni di veicoli, la maggiore del Medio Oriente e superiore a quella turca che è di circa un milione), sono aziende di fatto a controllo statale o tramite enti parastatali. Storicamente nel settore automobilistico iraniano c’è stata minore conflittualità rispetto ad esempio a quelli petrolifero e tessile. Individuandone il ruolo strategico il Governo iraniano ha dimostrato di saper agire anche in maniera oculata: quando nel 1986 la fabbrica Iran National (l’antesignana della Khodro) intraprese una ristrutturazione tagliando tra i 7.000 e gli 8.000 posti di lavoro, il management e i Consigli Islamici offrirono indennità di licenziamento molto elevate, scongiurando vaste proteste. Episodi di scioperi ci sono chiaramente stati, come quelli tra il 2004-2006 per una maggiore sicurezza sul lavoro, dopo la morte per attacco cardiaco di un giovane operaio, e contro l’uso dei contratti temporanei, ma come già rilevato non si può affermare che questo comparto abbia costituito l’avanguardia, come del resto molti altri gangli dell’economia iraniana controllati direttamente dai Pasdaran tramite le potenti fondazioni religiose Bonyad da loro gestite (agglomerati capitalistici che secondo alcune recenti statistiche sono arrivati a coprire addirittura il 60% dell’intera economia nazionale)[5].
Ciò detto, nonostante i controlli polizieschi, i divieti e le impervie difficoltà nel condurre una lotta economica di resistenza, sono comunque sorti nei decenni scorsi dei nuovi, coraggiosi, sindacati indipendenti, capaci di divenire un esempio per quei settori di classe più passivi, dimostrando loro che è possibile condurre una battaglia.
Il sindacato dei guidatori di autobus di Teheran, ufficialmente noto come Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e Periferia (Sherkat-e Vahed), rappresenta uno dei casi più emblematici e significativi.Nel 2004 i lavoratori della compagnia, che impiegava circa 17 mila addetti, iniziarono a organizzarsi e mentre si riunivano per preparare le elezioni sindacali furono attaccati e picchiati dalle forze di polizia. Nonostante le intimidazioni, 8.000 lavoratori si iscrissero per eleggere i propri rappresentanti (gridando durante l’assemblea lo slogan “sindacato o morte”). Ci furono arresti preventivi prima di uno sciopero massiccio nel dicembre del 2005, in cui una delle rivendicazioni principali era proprio contro l’uso di contratti a breve termine utilizzati dall’azienda per eludere le tutele legali previste per i lavoratori, seguiti da decine di arresti degli scioperanti da parte dei Pasdaran. Durante le proteste, le autorità arrivarono a congelare i conti bancari degli attivisti sindacali più esposti e il leader riconosciuto, Mansour Ossanlou, fu arrestato e detenuto senza accuse precise, venendo infine condannato con l’accusa di “aver agito contro la sicurezza nazionale”. Erano i primi anni di Mahmud Ahmadinejad al Governo e queste proteste nella capitale suscitarono anche la solidarietà attiva di organizzazioni studentesche come il Daftar-e Tahkim, così come successivamente i lavoratori dei trasporti hanno espresso solidarietà ai movimenti di protesta nazionali, incentrati sull’ancora aperta e nevralgica questione femminile, dal nome “Donna, Vita, Libertà”.
Questa esperienza fu di esempio per la nascita di altri sindacati indipendenti, tra cui quello dei lavoratori dello zucchero Haft-Tappeh, fondato il 22 ottobre 2008, è il caso di maggior successo[6].
I lavoratori del complesso saccarifero situato nella provincia del Khuzestan, nel Sud-Ovest del Paese, hanno condotto scioperi prolungati tra il 2007-2009 e poi ancora nel 2018-2019. L’origine di quell’esperienza risiede nel mancato pagamentodei salari e nella minaccia di licenziamento per 2.000 dei 5.000 dipendenti. Quando gli scioperi, per ragioni salariali, rinacquero a distanza di un decennio dalla prima fiammata, questi si radicalizzarono fino all’occupazione dello stabilimento nel novembre del 2019. Seguirono violenza sistematica e condanne esemplari da parte statale. Si riferisce di torture e intimidazioni per confessioni forzate tese a scoraggiare l’adesione al movimento sindacale. La figura di maggior spicco tra i rappresentanti operai, Esmail Bakhshi, è stato condannato a 14 anni di carcere e 74 frustate. La giovane studentessa e giornalista Sepideh Gholian è stata arrestata per aver documentato e sostenuto gli scioperi dei lavoratori, condannata a 5 anni di prigione con l’accusa di “crimini contro la sicurezza nazionale”[7].
Nelle proteste degli ultimi anni, fino a quelle recentissime, c’è stata una indubbia partecipazione da parte dei lavoratori, tra cui spiccano, tra i più organizzati, gli insegnanti e gli autisti dei trasporti di Teheran, i lavoratori del settore petrolifero, dello zucchero e delle miniere. Certamente l’elevata inflazione protratta, l’erosione dei salari sono stati concreti fattori materiali ad alimentare il malcontento sociale.
Materialistiche contraddizioni
Le dure sanzioni statunitensi contro l’Iran, che coinvolgono anche aziende di Paesi terzi che fanno affari con settori strategici iraniani (pena l’esclusione dal mercato e dal sistema bancario statunitense) hanno avuto un colpo di acceleratore nel maggio 2018, congiuntamente al ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare. Negli anni tra il 2014 e 2017, gli anni dei negoziati e della firma sotto la presidenza Rouhani del trattato JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), ovvero l’accordo sul programma nucleare iraniano, l’inflazione era scesa sotto le due cifre, arrivando a +9,6% nel 2017. Negli anni successivi l’inflazione impenna, segnando +26,9% nel 2018, e mediamente in ogni anno che segue oscilla tra il +33 e + 42%, con una media annua di +38%. Il rial ha perso l’80% del suo valore rispetto al dollaro del 2018, rendendo le importazioni estremamente costose. Da notare che sotto l’Amministrazione Biden la politica sanzionatoria ha mantenuto l’ossatura strategica di “massima pressione” dell’era del primo Trump, in una continuità di interessi di fondo. Col secondo mandato l’attuale amministrazione ha aggiunto l’intervento militare mirato, prima nel giugno del 2025 con l’operazione Midnight Hammer (divenuta poi nota come “guerra dei 12 giorni”), e successivamente, in alleanza con Israele, con la recente Epic Fury.
La forte svalutazione del rial (attualmente 1,6 milioni di rial corrispondono a un dollaro, mentre nel 2017 il cambio era di circa 35.000 rial per un dollaro), e il rincaro dei beni primari, hanno messo sotto fortissima pressione i salari, costituendo il background delle manifestazioni di disagio sociale. Lo rileva accuratamente un articolo del New York Times del 2022:
L’inflazione imperversava al 30, 40, poi al 50 per cento. Gli iraniani ora pagano circa il 75% in più per il cibo rispetto a un anno fa, e già nel 2021 un iraniano su tre, ossia quasi 30 milioni di persone, viveva in povertà. L’accelerazione della miseria e le prospettive sempre più cupe hanno portato a un esodo di persone dall’Iran. […] Molte persone della classe operaia stanno scendendo al di sotto della soglia di povertà. Le imprese e i prezzi dei mezzi di sussistenza sono alle stelle e gli affitti sono aumentati molte volte. I giovani iraniani istruiti non sono in grado di trovare un lavoro che corrisponda ai loro titoli di studio.[8]
Qui viene colto un ulteriore elemento di contraddizione che è costituito dalla questione abitativa, particolarmente scottante nella capitale, considerata una delle città meno accessibili al mondo. Il sovraffollamento, la carenza di unità abitative hanno mandato alle stelle gli affitti, voce di spesa che riguarda il 51% della popolazione di Teheran. Secondo stime correnti un giovane lavoratore a Teheran dovrebbe risparmiare per circa 166 anni per poter acquistare una casa, ipotizzando prezzi stabili. L’inflazione degli affitti l’anno scorso è stata al 36,5%, in sostanza la rendita capitalistica tiene il passo della svalutazione della moneta, a differenza dei salari. Così la componente affitti è arrivata a bruciare nella capitale il 60% del budget di molti nuclei familiari, contro una media nazionale del 44%. A livello nazionale il tasso di proprietà della casa è più alto rispetto a Teheran (49%) e si attesta attorno al 60%, ma esso era del 70% nel 1996. Tutto ciò contribuisce ad accresce le tensioni di classe, specialmente nelle città più popolose.
Anche sulla stampa italiana sono trapelate le vicende interne dell’Iran nel 2019 quando, a seguito dell’improvvisa decisione delle autorità di aumentare del 50% il prezzo del carburante, e di razionarlo, sono scoppiate una serie di manifestazioni e tafferugli in una dozzina di città. La Stampa riporta che «in tutto il Paese sono stati incendiati o saccheggiati cento agenzie bancarie e 57 negozi. I maggiori danni si sono verificati nelle province di Khuzestan, Teheran, Fars e Kerman»[9]. La repressione avrebbe poi provocato trecento vittime[10].
Nel 2022 giungono ancora notizie sulla stampa nostrana e occidentale, quando una protesta trasversale e interclassista, che ha coinvolto la gioventù studentesca, mezze classi, ma anche ampi strati proletari, si è messa in moto dopo l’efferata uccisione di Mahsa Amini. Soprattutto i lavoratori del settore petrolchimico, quattromila scioperanti nelle raffinerie petrolchimiche di Abada, Bushehr, Borzovieh, Hemgan e Asaluyeh, hanno espresso solidarietà sottolineando il legame tra deprivazione materiale e mancanza di diritti civili. Altri scioperi di simile entità si sono verificati nel settore siderurgico.
Ad unirsi alle proteste del movimento “Donne, Vita, Libertà”, si sono poi contati molti immigrati afghani, alcuni dei quali hanno pagato un prezzo altissimo con arresti e uccisioni, come nei casi degli adolescenti Mohammadreza Sarvari e Setareh Tajik.
Secondo l’Onu ci sono in Iran tra i 3,4 e i 4,5 milioni di rifugiati. La popolazione straniera è intorno ai cinque milioni, di cui il 90/95% è afghana. Si tratta di una componente della nostra classe internazionale particolarmente vulnerabile, vittima di razzismo ed emarginazione. Subisce restrizioni sulla residenza, sul lavoro, risiede spesso in quartieri degradati, senza acqua potabile o strade asfaltate, ed è inoltre spesso priva di documenti d’identità. Giuridicamente questi stranieri sono per lo più inquadrati come “mohajeran” (migranti involontari), invece di rifugiati, ricevendo uno status legale di residenza, che tuttavia preclude loro l’accesso all’impiego nel settore pubblico e a lavori qualificati. Sono nell’impossibilità di aprire conti bancari o subiscono il blocco di quelli esistenti. Hanno difficoltà nell’acquistare il pane o i biglietti della metropolitana, poiché molti negozi non accettano contanti ma solo carte di credito a loro precluse. Svolgono impieghi a bassa qualifica (sovente nell’edilizia o nella pastorizia), essendo per lo più assunti in nero sono quindi senza alcuna protezione e spesso sono soggetti a deportazioni arbitrarie. Per anni, ai figli degli immigrati afghani, è stato impedito di iscriversi a scuola e solo nel 2015 la Guida Suprema ha revocato il divieto, in parte per incentivare il reclutamento di rifugiati afghani sciiti come soldati nella guerra civile siriana. Questo strato di immigrati, con nulla da perdere, è una delle tante componenti delle recenti proteste, ed è stato anch’esso oggetto della repressione. Del resto una recente ondata di immigrati afghani è stata generata dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021 e, solo nel 2025 e nei primi mesi del 2026, il Governo iraniano avrebbe rimpatriato forzatamente oltre 1,5 milioni di afghani.
Molte informazioni relative alle proteste dello scorso gennaio non ci sono arrivate o sono giunte frammentarie o in ritardo, o ancora contrassegnate da dubbia attendibilità filtrando attraverso la nebbia della guerra, soprattutto a causa dell’interruzione di internet da parte del Governo, pratica che si era già vista durante le primavere arabe e attualmente in atto anche in Russia.
Il New York Times riporta che il 9 gennaio Ali Khamenei ha dato l’ordine di «schiacciare» le piazze «con ogni mezzo: uccidere, senza pietà». Secondo le istituzioni iraniane il conteggio ufficiale dei morti nelle sommosse tra l’8 e il 9 gennaio è di 3.117, una cifra già di per sé enorme in soli due giorni, ma che altre fonti reputano sottodimensionata[11].
Ora ai morti, al terrore e agli orrori provocati dalla borghesia iraniana si sommano anche quelli generati da altre borghesie altrettanto reazionarie, come quelle statunitensi ed israeliane, che con i loro attacchi a distanza falciano incuranti vittime definite come collaterali e relegate sistematicamente in secondo piano da quotidiani e mass media compiacenti (pensiamo alle almeno 165 vittime della scuola elementare femminile di Minab).
La classe oppressa iraniana ha già dimostrato di avere la forza, il coraggio e la tenacia per non lasciarsi piegare dalla repressione. Il suo spirito di abnegazione e sacrificio è un esempio per tutto il proletariato internazionale. Ad essa e ai suoi elementi coscienti occorrerà unirsi nella lotta internazionalista contro tutte le borghesie, per il definitivo superamento del capitalismo.
APPENDICE
ISLAMICA E BORGHESE
Dieci anni fa emerse uno scandalo perché trapelarono gli “stipendi” dei funzionari pubblici iraniani (Viviana Mazza, “Iran, scandalo sui salari dei dirigenti Via i vertici di quattro banche statali”, Corriere della Sera, edizione online, 1° luglio 2016). Venne a galla che funzionari dell’ufficio delle assicurazioni statali guadagnavano intorno ai 20-30 mila dollari al mese, uno del ministero della Sanità arrivava a 58 mila dollari al mese. I dirigenti delle quattro principali banche statali iraniane – Mellat, Saderat, Refah e Mehr -, guadagnavano cifre decine di volte superiori a quelle di un operaio specializzato, ricevevano ingenti bonus, accedendo perfino a prestiti bancari senza interessi. Per avere un raffronto si consideri che al tempo il salario medio di un dipendente era di circa 400 dollari al mese.
Stando ai dati del 2020 pubblicati dalla rivista Usa Forbes [Farian Sabahi, “Per l’Iran dei milionari le sanzioni non esistono”, il manifesto (edizione online), 3 luglio 2021] in Iran c’erano 250 mila milionari, per lo più residenti a Teheran, cifra che superava anche quella dei “paperoni” dell’Arabia Saudita (210 mila). Questo strato capitalista con un patrimonio netto almeno milionario, escluso l’immobile di residenza, era cresciuto del 21,6% rispetto all’anno precedente, soprattutto grazie all’impennata della borsa di Teheran, nonostante sanzioni internazionali già in essere (anzi, proprio queste avrebbero consentito loro un più rapido arricchimento permettendo maggiore speculazione sulle ristrettesi importazioni, infatti anche molti mercanti dei bazar non vedevano le sanzioni di cattivo occhio).
Esistono ovviamente imprenditori privati non strettamente legati alla struttura del capitalismo statale o parastatale teocratico – come Ali Ansari (immobiliarista e banchiere), la famiglia Khosroshahi (una dinastia imprenditoriale iraniana che già prima del 1979 controllava il gruppo farmaceutico e alimentare Alborz), Mani Mortazavi (figura di rilievo nel settore delle materie prime e del commercio internazionale), solo per citare tre nomi – ma ovviamente i vertici della attuale classe dominante iraniana, oltre alle anime dei fedeli, guidano anche vaste concentrazioni capitalistiche e detengono ingenti patrimoni personali.
Dietro l’immagine pubblica di sobrietà religiosa trasmessa dall’Ayatollah Ali Khamenei si stima una fortuna privata compresa tra i 100 e 200 miliardi di dollari [Francesca Salvatore, “Il tesoro nascosto di Khamenei: ecco quanti miliardi vale l’impero della Guida suprema”, il Giornale (edizione online), 4 marzo 2026]. Il fulcro di questo potere economico è il conglomerato noto come Execution of Imam Khomeini’s Order (EIKO), o Setad, sorto alla fine degli anni Ottanta per amministrare proprietà confiscate dopo la presa del potere del ‘79 a esponenti del regime dello Scià o a cittadini fuggiti dall’Iran. La nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei, pare sia anche in possesso di ben undici ville nel quartiere londinese di Hampstead, in quella che è soprannominata la “via dei miliardari” [Luigi Ippolito, “La Guida Suprema degli immobiliaristi, Mojtaba Khamenei e le proprietà a Londra da 250 milioni (forse sedi per lo spionaggio)”, Corriere della Sera, edizione online, 9 marzo 2026]. Gli acquisti sarebbero stati possibili grazie ai fondi provenienti dalle vendite petrolifere. Facile l’ironia del quotidiano meneghino nel notare che la Guida Suprema è anche un supremo immobiliarista.
NOTE
[1] Circa il 64,3% delle donne iraniane possiede una laurea. Rappresentano inoltre il 70% dei laureati nelle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche. Il 71% delle donne disoccupate in Iran ha conseguito titoli di studio superiori, contro il 29% degli uomini. Si comprende come in ciò si manifesti un problema anche per esigenze prettamente capitalistiche di utilizzo di forza lavoro qualificata. Del resto la religione, funzionale a tenere sottomesse la classi oppresse, può rivelarsi un freno allo sviluppo capitalistico, specialmente se, come in questo caso, arriva a permeare non solo consuetudini sociali, ma anche aspetti normativi e giudiziari. Restrizioni legali, di cui quella sull’abbigliamento con l’obbligo di portare il velo (hijab) è la più evidente, comprendono anche l’articolo 1117 del codice civile che permette al marito di proibire alla moglie di accettare un impiego se ritenuto contrario agli interessi della famiglia o alla propria dignità. Inoltre le donne iraniane necessitano spesso del permesso del marito o del padre per viaggiare per lavoro, oltre che per recarsi all’estero. Tutto ciò spinge ulteriormente molte donne a rifugiarsi nell’economia informale o domestica, in attività quali sartoria, lezioni private, servizi estetici.
[2] Soprattutto nella tessitura dei tappeti erano impiegati bimbi anche tra i cinque e i sette anni, che grazie alle loro mani piccole potevano realizzare trame più fini. In alcune fabbriche bambini sotto i dieci anni rappresentavano un quinto della forza lavoro. Oltre che per produrre tappeti erano impiegati nelle vetrerie e cartiere di Isfahan e nelle fornaci a Sud di Teheran. Negli anni ‘50 circa il 20% dei 100.000 lavoratori delle fornaci era composto da bambini sotto i 12 anni, che lavoravano anche 14 ore al giorno per misere paghe. Secondo stime recenti si contano ancora tra 1,6 e 2 milioni i minori al lavoro in Iran, il 15% del totale sulla fascia di età entro i 18 anni. Solo a Teheran si stimano circa 20.000 bambini lavoratori, di cui il 63,7% è di origine afghana. Molti di loro sono impiegati come venditori ambulanti, nel lavaggio auto, accattonaggio o come facchini nei bazar, ma soprattutto nella gestione dei rifiuti, attività esposta ad alta tossicità. La guerra nell’imperialismo risucchia poi spietatamente nel suo vortice anche i bambini, armandoli e facendoli combattere: durante la guerra con l’Iraq il Governo utilizzò minori al fronte. Nell’offensiva Kheybar del 1984, il 57% delle forze combattenti era composto da scolari, e si registrarono migliaia tra vittime, feriti o prigionieri. Tristemente note sono poi “le chiavi del paradiso”, spesso di plastica colorate oro, date ai bambini mandati al martirio come sminatori umani. Recentemente, i Pasdaran hanno ufficializzato l’abbassamento a 12 anni dell’età minima per il reclutamento in corpi paramilitari per ruoli ausiliari e logistici. In Iran viene inoltre inflitta la pena di morte anche a minorenni, con casi documentati di esecuzioni per reati avvenuti a 16 o 17 anni. Infine esiste ancora il fenomeno delle spose bambine: tra il 2018 e il 2019 sono stati registrati oltre 13.000 matrimoni di bambine sotto i 13 anni, spesso spinte a ciò dalla povertà delle proprie famiglie.
[3] Tuttavia poco prima di morire, nel gennaio 1989, l’Ayatollah Khomeini compì un gesto diplomatico inviando una lettera a Mikhail Gorbaciov, in cui sosteneva che il comunismo fosse ormai morto e invitava il leader sovietico a studiare l’Islam per evitare di cadere nelle braccia del materialismo capitalista occidentale.
[4] Cfr. Paola Rivetti, “Labour and Class in Iran”, Middle East Research and Information Project (sito), 26 maggio 2017.
[5] Solamente la Bonyad-e Mostazafan (Fondazione degli Oppressi), che è la holding più potente, controlla oltre 350-400 imprese in settori che includono il tessile (32% della produzione nazionale), il cemento (43% della produzione nazionale), lo zucchero (35%), l’agroalimentare (inclusa la bevanda Zam Zam), il turismo (possiede i migliori hotel, ex Hilton e Hyatt, oltre a 100 mila immobili tra case e appartamenti) e le spedizioni navali. Conta tra i 200.000 e i 400.000 impiegati e ha un patrimonio di oltre 10 miliardi di dollari.
[6] La Haft Tappeh Sugarcane Agro-Industry Co., uno dei principali produttori di zucchero in Iran, è tornata sotto il controllo statale dopo l’annullamento della sua controversa privatizzazione nel 2021.
[7] Scarcerata dopo oltre quattro anni è autrice del libro “Diari dal carcere”, in cui denuncia le violenze e le torture subite.
[8] Vivian Yee e Fernaz Fassihi, “Out-of-Reach Dreams’ in a Sickly Economy Provoke the Rage in Iran” (I “sogni fuori portata” in una economia malata provocano rabbia in Iran), The New York Times (edizione online), 2 ottobre 2022.
[9] Francesco Iannuzzi, “Esplode la rivolta della benzina in Iran. Migliaia di arresti e Internet oscurata”, La Stampa (edizione online), 18 novembre 2019.
[10] Pierre Haski, “L’Iran accusa dei nemici esterni per le proteste contro il caro prezzi”, Internazionale (edizione online), 18 novembre 2019.
[11] Greta Privitera, «Iran, tra l’8 e il 9 gennaio “morte in strada oltre 30.000 persone”. Lo sostiene il Time», Corriere della Sera (edizione online), 25 gennaio 2026. Il giornale inglese moltiplica addirittura per dieci il conteggio delle vittime, sulla base della testimonianza di Amir Parasta, chirurgo tedesco-iraniano, che avrebbe contato 30.304 vittime solo negli ospedali civili. Questa stima appare tuttavia inverosimile e renderebbe non distante un paragone con la battaglia della Somme, la più cruenta della Prima guerra mondiale, che il primo giorno fece quasi 20 mila morti tra le truppe britanniche. Si trattasse ad ogni modo di tremila vittime, sarebbe comunque una cifra enorme. La repressione di Bava Beccaris a Milano nel 1898 fece 83 morti. Il massacro della Lena del 1912, che segnò la ripresa del movimento operaio in Russia per l’impatto che ebbe quando la polizia zarista sparò ad alzo zero sui minatori in sciopero, fece tra i 150 e i 270 morti.
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