1926-2026 – CENTO ANNI DAL “GENERAL STRIKE”
Capitolo conclusivo di Marxism and Trade Union Struggle – The General Strike of 1926, Bookmarks, London, 1986. Traduzione di Rostrum (Maggio 2026). Le note in numeri arabi sono redazionali.
Per le soggettività politiche marxiste rievocare gli episodi più rilevanti della storia del movimento operaio internazionale non rappresenta un vano “cerchiare ricorrenze” sul calendario, come fanno mostra di ritenere coloro che preferiscono sottrarsi all’affanno di studiare la storia della classe a cui vorrebbero fare riferimento (salvo poi vivacchiare di stanche e rituali commemorazioni ogni qualvolta se ne ricordino a tempo). La memoria è elemento imprescindibile di autoconsapevolezza per ogni essere senziente, senza di essa non esiste vera e propria intelligenza. Senza memoria del proprio passato, senza il vaglio delle proprie esperienze di lotta, l’azione del proletariato, il primo soggetto sociale nella storia a poter pervenire alla piena consapevolezza di sé in quanto classe ed anche il primo a non poter fare a meno di tale coscienza per adempiere ai propri compiti rivoluzionari, è deprivata della propria intelligenza ed è perciò destinata all’inconcludenza. Le ricorrenze dunque, per i marxisti, hanno il valore di un’occasione in più fornita dal calendario, di un promemoria, per riflettere, per trarre insegnamenti operativi da una storia che è perlopiù costellata di sconfitte che non si vogliono ripetere, che non si debbono ripetere. In questi giorni ricorre il centenario del General Strike, dei “nove giorni”, dal 3 al 12 maggio 1926, che paralizzarono la Gran Bretagna. La ricostruzione proposta da Tony Cliff e Donny Gluckstein nel 1986 ci consente, sul piano dei vari bilanci e ragionamenti possibili in sede di riflessione storica, di valutare anche l’entità di un processo di degrado che si è abbattuto sull’eterogeneo universo di aree e formazioni politiche che si pongono in una prospettiva di classe e rivoluzionaria. Nel testo emergono osservazioni, elementi di analisi, considerazioni teoriche che un tempo potevano persino suonare, in questo spazio politico, poco più che scontati. Oggi ci appaiono invece come espressione di una maturità, di una consapevolezza non solo per nulla scontate ma addirittura osteggiate e minacciate dal riemergere vasto e prepotente di vecchie forme di intossicazione ideologica (come da prassi, presentate e veicolate con il rivestimento del “nuovo”, nelle vesti di un sulfureo radicalismo finalmente al passo con i tempi). Si pensi, ad esempio, all’intelligenza politica con cui viene indicata la necessità di saper distinguere tra sconfitta e sconfitta, la differente natura delle varie sconfitte possibili in un momento storico di lotta di classe, con i differenti esiti e conseguenze che ne derivano per il proletariato e per i suoi rapporti di forza con la classe nemica. Una indicazione sobria, asciutta, ma che si staglia per saggezza e maturità sia rispetto alle pretese metafisiche di una “scientificità” che consentirebbe una comoda estraneità rispetto ai problemi e alle fatiche dell’impegno politico, dell’organizzazione, della lotta, alle incognite e alle difficoltà del tentativo di essere elemento attivo e cosciente nelle tensioni e nelle contraddizioni del proprio tempo. Sia nei confronti di un volontarismo incapace di bilanci e di crescita ma costantemente in grado di ripresentarsi sulla scena sotto nuovi colori e slogan, nella continuità della condanna alla subalternità di classe. Si pensi alla puntualità con cui la questione dello sviluppo della coscienza di classe viene ricondotto ad una coerenza dialettica entro cui mettere a fuoco i nessi reali, storici tra il momento spontaneo e quello della presenza e dell’azione di una soggettività politica rivoluzionaria. Colpisce, a questo proposito, la forza e l’efficacia di un passaggio: «La coscienza di classe, e la fiducia dei lavoratori nella propria capacità di controllare e cambiare le cose, è il prodotto dell’attività dei lavoratori stessi, dell’interazione collettiva tra persone e partiti nel mondo oggettivo della lotta di classe». Certo, non sempre in questo scritto l’interpretazione dei passaggi nello svolgimento del fatto storico sfugge ad una tendenza alla semplificazione didascalica e talvolta si possono cogliere le tracce di uno schematismo proprio di una certa tradizione trotskista. Ma la lezione che viene tratta deriva nel suo insieme dalla solida applicazione di essenziali elementi della teoria marxista e risulta, quindi, estremamente utile per comprendere un importante momento della lotta di classe nel cuore della nazione in cui il capitalismo, nella sua forma moderna e compiuta, ha preso corpo per poi dilagare nel mondo intero.
In tempi nei quali è fin troppo abusata la formula dello “sciopero generale” riferita a sospensioni del lavoro che spesso non possono nemmeno essere definite “di massa”, non è perciò inutile ricordare una delle più grandi mobilitazioni operaie della storia in una delle maggiori centrali imperialistiche del mondo di un secolo fa. Lo sciopero del 1926 fu l’esito di una crisi dell’industria carbonifera britannica post-1918. La Prima guerra mondiale aveva spinto a sfruttare le vene migliori, ma nel dopoguerra Germania, USA e Polonia riconquistarono quote di mercato. In Gran Bretagna la produttività per minatore era in calo sin dagli anni ’80 del XIX secolo per mancanza di investimenti. Per i proprietari delle miniere l’unica via era tagliare salari e allungare gli orari. Nel 1925 il governo Baldwin concesse un sussidio di 9 mesi per evitare il taglio dei salari: il giorno in cui venne fatta tale concessione assunse il nome di “Red Friday”. In realtà quei 9 mesi furono usati dal governo di Sua Maestà per prepararsi politicamente, logisticamente e militarmente allo scontro decisivo con i minatori, mentre il Trades Union Congress (TUC) si riunì soltanto 6 giorni prima dello sciopero per pianificarlo. Il 1° maggio 1926 le trattative finali tra le “parti sociali” fallirono: i proprietari volevano turni più lunghi e paghe più basse, la Miners’ Federation rifiutò. La sera del 3 maggio i tipografi del Daily Mail si rifiutarono di stampare l’editoriale “For King and Country” che definiva lo sciopero generale “una mossa rivoluzionaria”. Baldwin, furioso, interruppe le trattative con il TUC che era ancora in Downing Street sperando di elemosinare un accordo. Il Prime Minister ritirò l’offerta e pretese che i sindacati rinunciassero alla minaccia di sciopero senza porre condizioni. Il TUC, a mezzanotte meno un minuto del 3 maggio, proclamò lo sciopero generale “in difesa dei salari e degli orari dei minatori”. Secondo J. T. Murphy (The Political Meaning of the Great Strike, 1926) la risposta di massa fu immediata. «Non ci fu un singolo mormorio di opposizione da parte dei lavoratori da nessuna parte. In totale accordo l’esercito dei sindacati rispose alla parola d’ordine e lasciò il lavoro. Non ci fu esitazione». Le uniche lamentele provenivano da quelli che erano ancora al lavoro e volevano che l’ordine di sciopero si applicasse anche a loro. L’alba del 4 maggio si levò con una sorpresa per tutti, sia per il governo che per il TUC: circa 1,5-1,75 milioni di lavoratori entrarono in sciopero. Ferrovieri, lavoratori dei trasporti, portuali, tipografi, operai delle centrali elettriche, del gas, siderurgici. In totale, con i minatori già fermi per la serrata padronale, quasi 3 milioni di operai erano in sciopero. Treni, tram e autobus si fermarono. Solo 9 tram su 2.000 circolavano a Londra e l’1% del traffico merci ferroviario. La base dei sindacati andò oltre le direttive dei dirigenti: ingegneri e cantieristi navali, tenuti “in riserva” dal TUC, scioperarono senza permesso. Si verificarono scontri a Londra, Liverpool e Hull. Anche all’epoca la battaglia mediatica fu centrale: il governo si avvalse della British Gazette mentre il TUC rispose col British Worker. Nei 9 giorni di agitazione il TUC riuscì di fatto – e suo malgrado – a “portare l’economia britannica ad un arresto virtuale”. I consigli di sciopero locali e i picchetti si contrapponevano al governo che usò l’Emergency Powers Act del 1920, l’esercito, la polizia e 100.000 volontari (compresi molti cittadini “per bene” degli strati intermedi, amanti della “legge e dell’ordine”, disposti a sporcarsi le delicate mani in operazioni di crumiraggio) per mantenere attivi i servizi essenziali. Nel loro saggio, Tony Cliff e Donny Gluckstein mettono in luce il temporaneo capovolgimento dei rapporti di potere nelle località inglesi. Un metalmeccanico di Ashton racconta nel suo giornale sindacale come i datori di lavoro si presentassero “con il cappello in mano” a chiedere il permesso di spalare il carbone o di far rientrare i lavoratori per movimentare derrate alimentari. La maggior parte «se ne andava a mani vuote dopo un’esperienza umiliante», perché venivano sottoposti dagli operai a interrogatori severi «per fargli capire che eravamo noi e non loro il sale della terra». L’operaio ricorda gli innumerevoli casi in cui in passato era lui ad essere stato respinto dai padroni, mentre lottava per condizioni decenti, finendo poi disoccupato. Ora alcuni proprietari tentavano la carta della lusinga chiamando gli operai “Mr Chairman and Gentlemen”, «La posizione del cappello in mano si era rovesciata». Il controllo operaio adombrato da questa situazione fu però solo potenziale. Nonostante il potere esercitato a livello locale dai consigli di sciopero, mancò una direzione che trasformasse il controllo sulle merci e sui trasporti in una duratura forma di dualismo di potere. Il Labour Party si dissociò dall’azione diretta e criticò “equanimemente” sia il governo che gli scioperanti, temendo il rafforzamento di “coloro che non credono nell’azione politica” (leggasi parlamentare). D’altra parte, il Partito Comunista Britannico, sottomesso alle direttive di un Comintern ormai sostanzialmente assoggettato alle esigenze della politica estera del capitalismo di Stato sovietico, non poteva fornire un’alternativa credibile alla linea del TUC. Il TUC non aveva la minima intenzione di “rovesciare il governo”, l’obiettivo era riportare Baldwin al tavolo delle trattative per un accordo sui minatori. Per questo limitò lo sciopero alle categorie “pivotali” e non mobilitò tutti i settori. I leader laburisti dei sindacati, preoccupati dagli “elementi rivoluzionari” nel movimento e nel timore di perderne il controllo si impegnarono a fondo per incanalare la lotta in alvei “sicuri”. Il 12 maggio il General Council del TUC revocò lo sciopero “incondizionatamente”. Telegrammi in tutto il Paese ordinarono il ritorno al lavoro. Non c’erano garanzie scritte: nessun accordo su salari e orari dei minatori. Molti operai non credettero alla notizia e il giorno seguente continuarono a scioperare. La stampa governativa parlò di “Resa incondizionata del General Council”. Quello che secondo Patrick Renshaw (The General Strike, 1976) fu «il più grande atto di solidarietà nella storia britannica»: 3 milioni di lavoratori che rischiarono il posto non per sé ma per i minatori, si risolse in una devastante disfatta. Anche i minatori, che continuarono a lottare per mesi, rimasti isolati, furono sconfitti. Come sottolineano Cliff e Gluckstein la “grande paura” provata dalla maggior parte degli elementi provenienti dagli strati intermedi di fronte all’indubbia prova di forza e compattezza mostrata dal proletariato britannico – e che si rifletté persino nella letteratura e nella cinematografia dell’epoca e dei decenni successivi – non fu realmente condivisa dai vertici politici della classe dominante, le fondamenta dello Stato dei quali mai vacillarono durante quei nove giorni, grandiosi, ma ben differenti – a causa del contesto di crisi imperialistica generalizzata e per la presenza di un partito rivoluzionario – dai “dieci” di Pietrogrado che “sconvolsero il mondo”.

Nelle grandi lotte di classe tutte le teorie sociali e politiche vengono sottoposte alla prova definitiva della pratica. Idee e credenze che persistono a lungo dopo aver smesso di spiegare il mondo che le circonda vengono improvvisamente illuminate dalla luce della lotta pratica. Quelle che superano un esame così rigoroso vengono convalidate in modo più sicuro di quanto qualsiasi parola possa fare.
Lo sciopero generale del 1926 fu una di queste prove. È stato a lungo rivestito da miti che ne oscurano le autentiche lezioni. Questi miti servono da scudo sia al feroce attacco della classe dominante contro i lavoratori britannici, sia ai leader sindacali che li hanno traditi nel bel mezzo della battaglia.
Il mito più duraturo che lo sciopero generale ha rafforzato è quello secondo il quale la violenta guerra di classe sia in qualche modo estranea all’Inghilterra o “non britannica”. Sia i politici conservatori che quelli laburisti sottoscrivono questa idea poiché giustifica e rafforza la loro presunzione in quanto membri del parlamento, dove tale conflitto viene “risolto”. Gli eventi del 1926 vengono addotti come prova del fatto che nemmeno in tempi di gravi conflitti i britannici perdono il loro senso di fair play o dimenticano le regole del comportamento civile.
La verità è del tutto diversa. La serrata delle miniere, la persecuzione di massa degli scioperanti, i tagli salariali e l’allungamento dell’orario di lavoro furono un barbaro promemoria di ciò che il capitalismo è in grado di fare se i lavoratori glielo permettono. Le file per il sussidio di disoccupazione degli anni ’30, ancora oggi ricordate con tristezza, ne furono il risultato. La generale passività dello sciopero rese la sua sconfitta e la demoralizzazione che ne seguì ancora più certe e fu il risultato deliberato delle politiche codarde della burocrazia sindacale. Non c’era nulla di particolarmente britannico in questo. I riformisti di tutto il mondo si sono comportati in modo altrettanto deplorevole (anche se di solito con minori effetti).

Esiste una lettura opposta dello sciopero generale, avanzata da Leon Trotsky, che vide l’evento come un’occasione rivoluzionaria mancata. La Gran Bretagna si trovava in una situazione rivoluzionaria nel 1926?
Innanzitutto, dobbiamo chiarire che non ogni situazione rivoluzionaria conduce ad una rivoluzione. Senza un partito rivoluzionario, anche la situazione più rivoluzionaria può concludersi con la sconfitta della classe operaia e la controrivoluzione. In secondo luogo, la situazione rivoluzionaria stessa dipende da una serie di fattori fondamentali. La società deve trovarsi in un’impasse economica, sociale e politica. Tutti i settori della società devono percepire sempre più che è impossibile andare avanti come prima. La classe operaia trova la propria situazione intollerabile. La classe dominante perde la fiducia di poter andare avanti come prima e si divide: una parte è incline a schiacciare l’opposizione dei lavoratori con il pugno di ferro, un’altra cerca di comprarli. La divisione all’interno della classe dominante aumenta la fiducia e la combattività della classe operaia, mentre la lotta della classe operaia approfondisce la spaccatura nella classe dominante. I lavoratori sono incoraggiati a lottare ancora più duramente. E così va avanti, la crisi in un campo alimenta la forza e la fiducia dell’altro.
Il conflitto del 1926 fu ben reale. Lo sciopero coinvolse milioni di lavoratori; furono schierati l’esercito e la marina; le autoblindo percorsero le strade. Ma per giudicare se vi fosse un senso di insicurezza tra la classe dominante, è meglio confrontare i documenti di Gabinetto del 1926 con quelli del 1919–1920, oppure confrontare le annotazioni nei diari di Whitehall di Tom Jones, vicesegretario di Gabinetto, per lo stesso periodo. […] nel 1919–1920 vi era tumulto nelle file del governo. Non troviamo nulla di simile nel 1926. Le dichiarazioni pubbliche del governo non riflettevano i suoi reali sentimenti e l’uso delle truppe era per lo più di facciata.

Nel 1919–20, mentre il governo temeva lo scoppio di una rivoluzione, in pubblico mostrava completa calma. Nel 1926 alimentò deliberatamente l’allarme riguardo all’usurpazione dell’autorità costituzionale. Nel 1919–20 non si parlava apertamente di rivoluzione. Nel 1926 andavano di moda i terribili ammonimenti di rivoluzione.
E la classe operaia?
I lavoratori mostrarono grande solidarietà e prontezza alla lotta. Ma ciò assunse in gran parte la forma di una sopportazione passiva.
Quindi lo sciopero generale non dimostrò che la lotta di classe fosse estranea alla politica britannica, né fu una rivoluzione fallita. Alla classe operaia mancava quell’elemento soggettivo cruciale necessario per trasformare un’azione difensiva in una offensiva, per trasformare un attacco della classe dominante in uno sconvolgimento rivoluzionario.
Dopo l’evento molti si lamentarono della passività dei lavoratori. Ma i leader che in seguito si lamentarono, compresi quelli del Partito Comunista e del Minority Movement [1], non erano esenti da colpe in questo. L’attività dei lavoratori è forse come una pistola che può essere tenuta inutilizzata per anni nella tasca dei leader per poi essere tirata fuori e fatta sparare a piacimento?
Per superare questa inerzia, frutto della mancanza di controllo sulla propria vita lavorativa e dell’effetto debilitante di una leadership riformista del tipo «lasciate fare a noi», i lavoratori devono conquistare fiducia in sé stessi e nel partito che li organizza e li guida. La coscienza di classe, e la fiducia dei lavoratori nella propria capacità di controllare e cambiare le cose, è il prodotto dell’attività dei lavoratori stessi, dell’interazione collettiva tra persone e partiti nel mondo oggettivo della lotta di classe. Non ci si può mai aspettare che le burocrazie riformiste forniscano il catalizzatore per questa vitale autoattività della classe operaia. La tragedia del 1926 è che anche la leadership del Partito Comunista fallì completamente nel guidare i lavoratori – e quindi non offrì loro nulla.
Se il Partito Comunista avesse fornito una direzione corretta, avrebbe potuto spezzare le catene imposte dalla burocrazia sindacale? A una domanda del genere non si può rispondere con certezza. In ultima analisi è la lotta di classe a decidere, ma il fallimento del Partito Comunista nel contrastare la leadership sindacale nei mesi precedenti lo sciopero e durante lo stesso ha fatto sì che questa lotta di classe non avesse luogo.
Eppure, una cosa è fuor di dubbio: mentre la vittoria dello sciopero non avrebbe potuto essere garantita nemmeno con una corretta direzione da parte del Partito Comunista, quantomeno la natura della sconfitta sarebbe stata radicalmente diversa. La sconfitta può educare ampie fasce della classe operaia e rafforzare le loro idee rivoluzionarie, indipendentemente dagli effetti dell’inerzia burocratica conservatrice. L’eredità del passato può essere messa in discussione dalle forze vive del presente. Ma in nessun luogo tale sfida fu articolata, né a parole né con i fatti, nel 1926.
Lo sciopero generale fu il classico esempio dei metodi burocratici di azione sindacale. Confermò pienamente l’affermazione di Trotsky secondo cui
Se non ci fosse la burocrazia dei sindacati, allora la polizia, l’esercito, i tribunali, i lord, la monarchia apparirebbero alle masse proletarie come nient’altro che giocattoli pietosi e ridicoli. La burocrazia dei sindacati è la spina dorsale dell’imperialismo britannico. È grazie a questa burocrazia che la borghesia esiste… Il marxista dirà ai lavoratori britannici: «La burocrazia sindacale è lo strumento principale della vostra oppressione da parte dello Stato borghese. Il potere deve essere strappato dalle mani della borghesia e per questo il suo agente principale, la burocrazia sindacale, deve essere rovesciato.»*
In una rivoluzione centinaia di migliaia, anzi milioni di persone vengono trascinate nella lotta e lo svolgersi degli eventi è determinato in modo decisivo dalla loro azione. I colpi di scena della lotta sono del tutto imprevedibili. Lo stesso non si può certo dire dello sciopero generale. Le sue linee generali – la data stessa del conflitto, il sostegno retorico iniziale dei minatori da parte del TUC, la determinazione del governo a smascherare il suo bluff e il tradimento calcolato – tutte queste cose potevano essere intuite dopo il “Red Friday”.

Il governo ammise apertamente che la sua marcia indietro nel luglio 1925 era uno stratagemma di cui aveva bisogno per guadagnare tempo al fine di radunare le proprie forze per un attacco concertato. Concedendo il sussidio di nove mesi per il carbone nel 1925, il governo stabilì un calendario che era sotto gli occhi di tutti, eppure quando il tempo scadde nessuno dei gruppi dalla parte dei lavoratori era politicamente preparato. Per molti versi questo fatto è più notevole del corso dello stesso sciopero generale. Infatti, a prima vista, non avrebbe dovuto esserci alcuna difficoltà a prevedere il tradimento.
Con una corretta politica rivoluzionaria, il Partito Comunista non avrebbe potuto garantire la conquista del potere da parte del proletariato – l’esito logico dello sciopero generale di massa – ma almeno avrebbe potuto garantire la conquista di un ampio settore del proletariato alle idee del potere operaio e del comunismo. Non è la situazione oggettiva a spiegare l’impatto devastante del 1926 sulla classe operaia nei decenni a venire. Fu l’elemento soggettivo: il fallimento del Partito Comunista, che fece da cheerleader ai burocrati “di sinistra” – Purcell, Swales e Hicks – mentre questi fungevano da copertura per i Thomas, i Bevins e i MacDonald.
Lo sciopero del 1926 fu un esempio di sciopero di massa, che ha una lunga storia che va dal 1842 ai giorni nostri. Nel suo opuscolo sull’argomento, Rosa Luxemburg utilizzò le lotte spontanee dei lavoratori russi del 1905 come base per un’analisi degli scioperi di massa. Lo sciopero generale britannico deve essere considerato come qualcosa di molto diverso, il culmine della manipolazione burocratica.
Ciononostante, la realtà della lotta di classe apparve sulla scena, sebbene fosse pesantemente camuffata. […] non è stato il movimento operaio a [trarre] vantaggio [dal rapporto tra lotta economica e politica], come aveva fatto il Soviet di Pietroburgo. Fu il governo di Baldwin ad attaccare, denunciando senza mezzi termini lo sciopero come una minaccia alla Costituzione, mentre il TUC negò con forza che si trattasse di qualcosa di più di una vertenza sindacale. Fingendo che lo sciopero fosse puramente economico, l’intero campo della forza ideologica e fisica fu lasciato libero alla classe dominante.
Ma nemmeno questo bastò a spezzare lo spirito dei lavoratori. Ci volle un tradimento dall’alto.
La chiave per comprendere lo sciopero del 1926, il suo tiepido impegno e il suo spietato tradimento, è la burocrazia sindacale […] in quanto freno alle lotte dei lavoratori […]. Non si tratta semplicemente di denunciare il tradimento, che è fin troppo evidente. […]

[…] nel periodo tra il 1919 e il 1926 […] la libertà di manovra della burocrazia [era] relativa. Il suo comportamento non era mai un semplice riflesso dei desideri o delle pressioni della base, né era libera di agire a suo piacimento. Lo sciopero generale fu un caso classico. Il TUC dovette assumere la guida quando furono notificati i preavvisi di serrata, altrimenti avrebbe perso del tutto il controllo. Ma quella leadership era stata progettata in ogni dettaglio per paralizzare la base e impedire che venisse lanciata una sfida decisiva alla classe dominante.
La burocrazia agiva esattamente come una valvola di sicurezza su una caldaia. Se la pressione si accumula troppo, si apre e il vapore necessario viene rilasciato. Ma lo scopo di una valvola di sicurezza non è il rilascio di vapore, bensì impedire che la caldaia esploda.

Sotto la superficie degli eventi si nascondeva il problema del riformismo di massa. Perché i funzionari – un gruppo che avrebbe dovuto rappresentare e servire gli interessi della base – sono diventati l’esatto opposto: una burocrazia che perseguiva i propri obiettivi separati e faceva sì che la base servisse i suoi interessi?
Sotto il capitalismo la classe operaia è sfruttata e oppressa. Se non viene forgiata in una forza sicura di sé attraverso la lotta collettiva, i suoi singoli membri sono indotti a sentirsi deboli di fronte al monopolio delle forze di violenza mantenuto dallo Stato e di fronte al potere concentrato del capitale – il caposquadra, la minaccia della disoccupazione, e così via a salire. A meno che non siano travolte da una crisi, le organizzazioni di massa dei lavoratori, i sindacati, cercano solo di negoziare all’interno del sistema. Con il tempo si sviluppa un gruppo di specialisti che fa del potere affidato loro dalla base la propria proprietà personale. Ora tutti i rapporti appaiono invertiti. L’apparato sindacale diventa un fine in sé stesso, la base il suo esercito di facciata. I fondi devono essere conservati, non sprecati per sostenere l’azione. La burocrazia incolpa la base di averla delusa, non viceversa. La disciplina sindacale, nata da un bisogno sentito di solidarietà di classe, viene utilizzata, come nel 1926, come mezzo per frenare l’azione dei lavoratori. Se la base rimane alienata dal proprio potere collettivo e non lo rivendica attraverso la propria attività, allora la base rimarrà dominata dalla burocrazia.

[…] la chiave della burocrazia non sono i funzionari stessi, ma la situazione generale della classe operaia, e in particolare la sua coscienza di classe. […]
[È stato a partire dagli anni ’50 dell’Ottocento] che la burocrazia è riuscita a emergere e a consolidare la propria posizione. La burocrazia (e i leader riformisti in generale) può svolgere un ruolo chiave nel mantenere, o più spesso nel rallentare, il movimento operaio, ma lo fa all’interno del quadro generale stabilito dall’equilibrio delle forze di classe e dalla coscienza dei lavoratori. Tuttavia, grazie alla propria influenza, può alterare drasticamente tale equilibrio.
Per dirla in altro modo: la burocrazia non è l’unica spiegazione del fallimento del movimento operaio britannico nel realizzare il socialismo. Anche la questione dell’organizzazione politica e della coscienza è di fondamentale importanza. Prendiamo l’esempio del sindacalismo per mestieri. I sindacati aristocratici dei lavoratori qualificati sorsero dopo la sconfitta del cartismo e durante il boom economico. Sebbene avessero politiche conservatrici, all’inizio non erano dominati dalla burocrazia, perché a quel tempo la base dei lavoratori qualificati era autosufficiente di fronte ai datori di lavoro. I successivi “nuovi sindacati”, dopo il 1889, erano politicamente di sinistra (sostenevano quindi la fondazione di un Partito Laburista per opporsi ai liberali), ma avevano una forte burocrazia – perché la base non aveva forza settoriale e aveva bisogno di una potente forza centralizzatrice per avere un impatto. Ecco perché i due potenti burocrati di destra del 1926 erano J. H. Thomas, del NUR[2], composto in gran parte da lavoratori non qualificati, ed Ernest Bevin del TGWU[3], che doveva le sue origini al nuovo sindacalismo del 1889.
Quindi un’analisi marxista della burocrazia sindacale non può accontentarsi delle apparenze, ma deve mostrare come gli eventi superficiali siano costruiti dalle forze più profonde che sono all’opera. E tra queste è cruciale l’equilibrio delle forze di classe sul luogo di produzione e la coscienza politica della classe operaia.

Una storia dei crimini burocratici non è sufficiente. Sebbene sia un primo passo necessario, questo non può rompere il circolo vizioso che ha portato alla sconfitta le successive riprese della classe operaia. I socialisti non possono ignorare i dibattiti interni e le questioni della lotta sindacale oggi più di quanto potessero farlo nel 1926, poiché la massa dei lavoratori avanzati è ancora lì.
Da quando i socialisti vivono in questo paese, hanno discusso di sindacalismo. Gli sforzi pionieristici di analisi di Marx ed Engels sono validi oggi come quando furono scritti. Tuttavia, hanno lasciato senza risposta molte questioni di dettaglio. Ciò era inevitabile, dato il periodo in cui scrivevano. Le caratteristiche principali del sindacalismo moderno erano appena visibili. Lo stesso vale per gli scritti dei rivoluzionari russi che, sebbene avessero fatto grandi progressi in molti campi del marxismo, non avevano praticamente alcuna esperienza dei sindacati riformisti di massa.
C’erano altre tradizioni, come il South Wales Unofficial Reform Committee [Comitato di Riforma Non Ufficiale del Galles del Sud] e il movimento dei comitati operai durante la Prima Guerra Mondiale. Entrambe erano estensioni del sindacalismo. In termini di analisi generale, queste correnti erano molto più deboli di Marx, Engels o Lenin. Ma questi ultimi avevano affrontato il problema dei sindacati in gran parte dall’esterno. Nonostante la loro mancanza di teoria, questi rivoluzionari britannici erano stati coinvolti dall’interno – a partire dallo sciopero del Cambrian Combine durante i “disordini operai” prebellici fino alla lotta degli operai delle munizioni contro gli attacchi del governo alle condizioni di lavoro in tempo di guerra.
Per questo motivo essi sottolinearono alcune delle caratteristiche essenziali che i pensatori più importanti avevano trascurato. In particolare, riconobbero il conflitto tra gli interessi della base e quelli della burocrazia. Andarono oltre, proponendo misure pratiche per superare la morsa dei funzionari. Quando le circostanze erano favorevoli, si costruivano movimenti non ufficiali. Questi sono ancora rilevanti oggi poiché sono tra i pochi modelli che abbiamo di una seria alternativa al dominio dei funzionari.

Tuttavia, l’enfasi esclusiva sulla divisione tra base e burocrazia portò tali movimenti a rifiutare non soltanto la politica riformista del tipo del Partito Laburista o i metodi sindacali ufficiali, ma a negare ogni forma di politica, compreso il partito rivoluzionario. Di fatto, fu ripudiato il concetto stesso di un qualsiasi tipo di direzione. Questo atteggiamento fu presto riconosciuto, anche dai suoi promotori, come errato. Ma la domanda rimaneva: quale tipo di direzione è necessaria nella lotta di classe, sia in termini di partito rivoluzionario che all’interno dei sindacati?
Il primo problema iniziò ad essere risolto quando il Partito Comunista venne fondato in Gran Bretagna nel 1920. Ma il problema sindacale era più difficile. Fu attraverso la Rivoluzione russa e il Comintern che divenne possibile compiere passi concreti verso una strategia marxista per operare all’interno dei sindacati. Ciò non significa che prima di allora non ci fossero rivoluzionari nei sindacati, ma finché l’azione economica e quella politica non poterono fondersi grazie al collegamento tra il lavoro sindacale e la costruzione di un partito socialista rivoluzionario, i progressi furono inevitabilmente limitati all’interno degli stretti orizzonti del sindacalismo.
Il Partito Comunista Britannico era il prodotto di un connubio tra le idee dell’Internazionale Comunista e le organizzazioni socialiste autoctone. La debolezza del Comintern in materia di sindacalismo costituiva un grave ostacolo. La fondazione della RILU[4] come scissione comunista dal movimento sindacale riformista simboleggiava di per sé gli errori di quei primi anni. Ma con l’avvicinarsi del 1926, il tentativo di abbandonare la RILU e stringere alleanze con funzionari sindacali di sinistra spinse il partito nella direzione opposta – verso un accomodamento con i burocrati riformisti. Questo accomodamento era parte integrante della massiccia svolta a destra della direzione sempre più stalinista del Comintern, che non solo portò a errori in Gran Bretagna in quel periodo, ma al massacro della Rivoluzione cinese.
Anche i fattori interni furono importanti nel plasmare la politica del CPGB. Il partito ereditò due idee dal passato. Da un lato c’era l’atteggiamento sindacalista, che considerava i partiti socialisti come uno strumento di propaganda per l’attività puramente industriale. Dall’altro lato, molti ex membri del British Socialist Party portarono con sé nel nuovo partito l’idea che la politica non avesse nulla a che fare con i sindacati. Fino al Venerdì Nero del 1921[5], questi due fattori coesistevano nel partito e portarono ad una visione propagandistica del suo ruolo, sia politico che industriale.

La crisi che seguì il Venerdì Nero costrinse a mettere in discussione le vecchie posizioni e a prendere coscienza della necessità di un intervento. La politica irrealistica di invocare comitati operai fu abbandonata e si intensificò il lavoro del partito nei sindacati. Le questioni tattiche poste all’epoca sono ancora di estrema rilevanza: quanto è importante l’apparato ufficiale (conferenze, approvazione di risoluzioni formali, lavoro nelle sezioni sindacali e così via)? l’unica preoccupazione deve essere la ricostruzione dell’organizzazione di base nelle fabbriche? come si può creare una vera direzione nei sindacati? i burocrati di sinistra sono un alleato utile, o l’agitazione dovrebbe essere organizzata solo sotto l’egida del partito?
Purtroppo, sebbene fossero state avanzate molte idee innovative, i risultati finali della discussione portarono a gravi errori. Da un lato, gli aspetti più deboli della tradizione mineraria del Galles del Sud furono utilizzati per creare il National Minority Movement. Il partito concentrò il proprio lavoro tra la base, ma al fine di influenzare le sezioni sindacali e i funzionari a scapito della lotta della base. Ancora peggio, l’Anglo-Russian Trade Union Unity Committee[6] indusse il Partito Comunista a riporre grande fiducia nella sinistra del TUC. Il prezioso lavoro delle cellule di fabbrica del partito e l’impatto agitatorio del giornale Workers’ Weekly furono sprecati in tali iniziative.
L’idea che il partito sosteneva ora, secondo cui la divisione fondamentale nei sindacati era tra destra e sinistra, era falsa quanto quella precedente che ignorava la politica e vedeva solo la divisione tra base e burocrazia.
Ciò non significa che le differenze tra le idee di destra o di sinistra tra i lavoratori non siano importanti. È su questa differenza – questa disparità di coscienza – che i partiti rivoluzionari si distinguono da quelli riformisti. Ma altrettanto importante è il fatto che, oggettivamente, i lavoratori di base – siano essi riformisti, centristi o rivoluzionari – hanno un interesse comune nell’opporsi e rovesciare il sistema (che ne siano consapevoli o meno!). Al contrario, i burocrati sindacali – riformisti, centristi o verbalmente rivoluzionari – hanno un comune interesse di gruppo, il che significa che devono confinare la lotta dei lavoratori all’interno del sistema.
I lavoratori riformisti possono diventare rivoluzionari attraverso la lotta, i funzionari no. La prova è il 1926. Nonostante le enormi difficoltà, il Consiglio Generale non imparò nulla. Al contrario, volle limitare lo sciopero e inventò l’idea assurda di “ondate” separate di azione che causarono una confusione totale. La burocrazia voleva che le sedi centrali dei sindacati mantenessero il controllo e così rafforzò il settarismo. Temeva di sfidare lo Stato e abbandonò il controllo sul cibo, incoraggiando invece le partite a calcio con la polizia, la frequenza in chiesa e l’indossare medaglie. La cosa più significativa di tutte è che nel 1925 i burocrati di sinistra Purcell, Hicks e Swales scoprirono, nel pieno della lotta di classe, che la loro identità di interessi era con i conservatori come Thomas, Pugh e Bevin.
Come dovrebbero quindi i rivoluzionari affrontare le due divisioni nel movimento operaio – tra la sinistra e la destra o tra la base e la burocrazia? La disparità nella coscienza dei lavoratori rende necessaria la costruzione di un partito rivoluzionario in consapevole distinzione dal riformismo. La sua politica deve basarsi sull’autoattività della base e sulla sfiducia nei burocrati. Questo partito può e deve essere sostenuto anche in periodi di minima lotta di classe, sebbene in tali momenti queste idee possano attrarre solo una minuscola minoranza e le attività possano essere in gran parte limitate alla propaganda. Ma in periodi di intensa militanza industriale, un gruppo molto più ampio sarà aperto alla politica rivoluzionaria e molti saranno attratti dal partito attraverso l’esperienza diretta della lotta. In un periodo del genere, il principio dell’autoattività dei lavoratori deve assumere la forma di agitazione diretta per un’organizzazione indipendente della base e di direzione politica da parte del partito.
Tra questi due estremi può esserci un’intera gamma di diversi livelli di attività di partito, che bilancia la propaganda con l’agitazione, il lavoro all’interno dell’apparato sindacale con le opportunità di azione al di fuori di esso e così via. La divisione tra destra e sinistra tra i dirigenti sindacali può a volte essere sfruttata per liberare dalle catene l’azione della base. Ma questa divisione deve essere intesa come interna alla burocrazia. Nonostante le differenze tra funzionari di destra e di sinistra, essi formano un gruppo sociale comune. Anche i lavoratori hanno una grande varietà di opinioni, eppure appartengono ad un’unica classe. È lo scontro di interessi tra la burocrazia e la base che prevale su qualsiasi somiglianza superficiale tra, per esempio, un funzionario sindacale di sinistra e un militante operaio.
Molte di queste questioni politiche furono sollevate nel 1926 e prima. Nell’Internazionale Comunista vi fu la polemica di Trotsky contro la direzione centrale di Zinov’ev e l’ascesa di Stalin. Le questioni britanniche erano in primo piano in questo dibattito. La tendenza dominante nell’Internazionale auspicava che in Gran Bretagna nascesse un partito rivoluzionario di massa attraverso alleanze con funzionari sindacali di sinistra e politici del Partito Laburista. I leader comunisti britannici accettarono questo punto di vista. Trotsky, tuttavia, sosteneva che non ci fosse alternativa alla costruzione di un partito rivoluzionario di principio, fortemente critico nei confronti dei riformisti di ogni tipo.
In Gran Bretagna J. T. Murphy e R. Palme Dutt erano impegnati in questioni simili. Il Venerdì Rosso, le risoluzioni di sinistra del Congresso del TUC a Scarborough e il Movimento di Sinistra, tutti ponevano in modo acuto la questione dell’atteggiamento rivoluzionario nei confronti del riformismo e della burocrazia.
Il periodo fino al 1926 compreso è quindi importante per diversi motivi. Lo stesso sciopero generale fu una dimostrazione da manuale dei metodi burocratici e del danno che possono causare. Il percorso che portò a questa catastrofica sconfitta pose il problema di come un partito rivoluzionario dovesse funzionare in una situazione non rivoluzionaria e orientarsi verso il sindacalismo.
Questioni [come] la presa della burocrazia, la costruzione di un partito marxista, l’azione della base e i sindacati – sono ancora attuali. La […] vera risposta può essere data solo nella pratica, attraverso la formazione di un’organizzazione rivoluzionaria con un chiaro concetto di come combattere il riformismo di massa. La conoscenza degli eventi del 1926 può, si spera, aiutare in questo compito.

NOTE
[1] Il National Minority Movement (NMM) era un’organizzazione sindacale militante a guida comunista attiva nella Gran Bretagna degli anni ’20. Fondato nel 1924, mirava a radicalizzare il movimento operaio tradizionale. All’inizio del 1926, il movimento rappresentava quasi un milione di lavoratori.
* Trotsky, Writings on Britain, vol. 2, p. 248.
[2] National Union of Railwaymen.
[3] Transport and General Workers’ Union.
[4] Red International of Labour Unions, l’Internazionale Sindacale Rossa o Profintern.
[5] Il “Venerdì Nero” (Black Friday) del 15 aprile 1921 nella storia britannica indica il tradimento della Triplice Alleanza sindacale. I leader dei sindacati dei trasporti e delle ferrovie revocarono lo sciopero a sostegno dei minatori in lotta, lasciandoli soli contro i proprietari delle miniere e causando una dura sconfitta per l’intero movimento operaio.
[6] Il Comitato per l’Unità Sindacale Anglo-Russa (spesso chiamato Comitato Anglo-Russo o ARC) era un’organizzazione fondata nell’aprile del 1925 per promuovere la cooperazione tra il Congresso Sindacale Britannico (TUC) e il Consiglio Centrale dei Sindacati di tutta l’Unione Sovietica (AUCCTU). Si sciolse definitivamente nel 1927.
