Marianka, pubblicato originariamente sulla rivista Europe (Parigi), 15 luglio 1936, poi nel volume di racconti Coups de barre, New York, Éditions de la Maison Française, 1944. Nuova edizione Le Cherche-midi (Parigi) 2008. Traduzione di Rostrum (aprile 2026), pubblicata nel n. 129 di Prospettiva Marxista, maggio 2026. Le note al testo sono redazionali.
Se Jean Malaquais fosse ancora tra noi e volesse riscrivere Marianka ambienterebbe con ogni probabilità il suo racconto in Cisgiordania. Scrittore nato nel ghetto di Varsavia, Malaquais ha sempre rivendicato sopra ogni cosa la propria identità di essere umano, di meteco, al punto di rifiutare, in occasione di uno scalo aeroportuale in Israele nel corso di un suo viaggio di ritorno dalla Cambogia alla Francia, persino di scendere dall’aereo e mettere piede sul suolo di uno Stato che considerava estraneo ad ogni suo più radicato principio internazionalista*.
Solo la potenza evocativa delle parole di un grande scrittore poteva restituire nella sua cruda vividezza il disturbante orrore di un pogrom. Solo un secolo di barbarie imperialista poteva apparecchiare sotto gli occhi di un mondo in putrefazione quella grottesca ironia della storia che vede una parte consistente dei discendenti di una comunità culturale e religiosa oppressa per due millenni – e che per secoli ha rappresentato un fecondo serbatoio da cui l’umanità ha tratto alcuni dei suoi elementi intellettualmente più avanzati, cosmopoliti e radicali – trasformarsi a loro volta in aguzzini e carnefici, in brutali esecutori di pogrom o in fanatici apologeti della pulizia etnica.
Non può sussistere dubbio alcuno sul fatto che le violenze perpetrate dai coloni israeliani – sotto la vigile protezione delle forze armate di Tel Aviv – possano e debbano essere definite pogrom. Non la nazionalità, l’etnia, il credo, ma la condizione di debolezza e di subalternità sociale e politica, l’impotenza, la mancanza di qualsiasi tutela degli elementi socialmente più indifesi di una nazionalità oppressa alla pressoché totale mercé delle impunite sopraffazioni di una nazione dominante definisce infatti l’odiosa sostanza di questa “pratica” indegna.
Non c’è altro modo di chiamare le incursioni, le razzie, le devastazioni, le espropriazioni, i furti, le umiliazioni, le molestie, le espulsioni, le aggressioni, gli abusi sessuali e infine gli assassinii perpetrati dai coloni ai danni degli abitanti dei villaggi palestinesi in Cisgiordania dietro l’incoraggiamento e sotto la supervisione dello Stato israeliano. L’ultima “Marianka” dei territori occupati si chiama Al Mughayyir, dove il quattordicenne Aws Al Naasan e il trentaduenne Jihad Abu Naim sono stati colpiti alla testa dai proiettili delle armi automatiche di una squadraccia di mitnachalim, gli autoproclamati «eredi della terra» (tali solo per frode testamentaria), mentre poche ore prima, vicino a Hebron, l’adolescente Muhammad al Jaabari veniva falciato in bicicletta da un’auto di coloni e lasciato a morire, solo, sul ciglio della strada**.
Ebrei esecutori di pogrom. Un ribaltamento storico tragicamente ironico, ma non inspiegabile. Sono i “miracoli” del capitalismo giunto alla sua marcescenza, gli appestanti frutti dell’ideologia nazionalista nell’epoca dell’imperialismo. Perché tale è il sionismo, sin dalle sue origini. Il progetto di costruzione, consolidamento ed espansione, in sostanziale sinergia con gli interessi delle potenze imperialistiche di volta in volta dominanti in Medio Oriente, di un “ghetto nazionale” all’interno del quale le frazioni “ebraiche” della borghesia potessero rinchiudere e sfruttare il proletariato ebraico (nonché, previa drastica riduzione dei suoi diritti politici e civili, una quota tendenzialmente decrescente di quello autoctono, destinato programmaticamente ad essere espulso sia dall’economia che dal territorio e magari sostituito da lavoratori migranti estranei al circostante ed ostile contesto arabo) senza correre il rischio di essere sacrificate all’antisemitismo strumentale delle frazioni “gentili” della borghesia ogniqualvolta queste si fossero percepite in pericolo e avessero sentito l’urgenza di deviare il malcontento sociale. Null’altro che una forma di sciovinismo costruita a tavolino in un’epoca in cui il nazionalismo ha perso ogni straccio di ruolo progressivo, uno strumento di dominio ideologico borghese funzionale ad obiettivi imperialistici, dunque irredimibilmente reazionari. Una forma di sciovinismo respinta a suo tempo dalla stragrande maggioranza degli ebrei di tutto il mondo e che solo il loro sterminio in Europa ad opera della barbarie imperialistica nazista ha potuto rendere oggi egemone presso gran parte dei superstiti. Una forma di sciovinismo come tante altre attualmente in epidemica circolazione, non dissimile in linea di principio da quegli stati di abiezione ideologica che in altre parti del mondo inducono alcuni a compiacersi del naufragio di un barcone di migranti in mare o che spingono altri a dare loro la caccia per deportarli da un Paese che considerano il “proprio”. Uno sciovinismo non dissimile in linea di principio da quello altrettanto venato di accenti religiosi ed impugnato da borghesie deboli per imbottire i crani di proletari doppiamente oppressi, indurli a vedere nella nazione dominante un’indistinta entità nemica, priva di differenziazione sociale, e convincerli che il “martirio per la patria” non sia soltanto un modo di indorare l’acre pillola dei venalissimi interessi di altre forze imperialistiche. Uno sciovinismo non dissimile in linea di principio dal feroce nazionalismo ucraino petljurista, antibolscevico e antisemita, descritto nel dolente racconto di Malaquais che presentiamo nella sua prima traduzione in italiano per la nostra rubrica Letteratura di classe. Un secolo e più di imperialismo dovrebbe aver insegnato a chiunque si riconosca nell’internazionalismo proletario e faccia propria una concezione materialistica della storia quanto l’infezione nazionalista, suprematista, razzista, non conosca né immunizzazioni storiche né “popoli” d’elezione, “predisposizioni” etniche o d’altro genere, quanto rappresenti altresì un morbo deliberatamente e sistematicamente coltivato nei laboratori ideologici di una classe sociale che in ogni angolo del pianeta non ha ormai altro da somministrare all’umanità che abominio e distruzione. Un morbo, quello nazionalista, che correlato a condizioni di esclusività, di privilegio e di impunità sociale, ad una percezione di accerchiante ostilità, produce immancabilmente i sordidi effetti che vediamo oggi in Israele (ma non solo) e che abbiamo già ampiamente visto in passato in altre parti del mondo: l’indifferenza come meccanismo autoassolutorio verso le sofferenze inflitte ad altri esseri umani deumanizzati la cui “colpa” reale è solo quella di essere deboli, le risate “rauche di piacere” da parte di individui che non hanno più “di umano che l’inumano” descritte da Malaquais, “nate dalla tortura e dal sangue” di uomini, donne, bambini “che urlano la loro paura” e la cui vita è nell’opinione comune destituita di ogni valore. Si tratta dei sintomi di una corruzione sociale che purtroppo coinvolge assai spesso anche ampi strati della classe operaia e a cui un’instancabile, coraggiosa battaglia politica internazionalista potrebbe oggi sottrarre solo delle ristrette minoranze. Minoranze esigue, indubbiamente, ma quanto più coscienti e determinate tanto più necessarie domani, quando le mutevoli svolte della catastrofica dinamica imperialistica mineranno ovunque, seppure in misura differente, il senso di onnipotenza delle classi dominanti e la loro presa ideologica sulla nostra classe. Nonostante il compito possa presentarsi immensamente arduo, non esiste, per gli internazionalisti che vogliano mantenersi degni di questo appellativo, condizione di oppressione nazionale, per quanto bieca, che possa costituire l’alibi per un suo abbandono.

A Julien Blanc
ASCOLTA, ERA UN VILLAGGIO VERAMENTE PICCOLO sperduto nelle terre nere d’Ucraina, tra le braccia del Dnepr e del Pripjat’, il suo affluente, al confine occidentale del governatorato di Černigov.
– Villaggio per così dire; piuttosto un agglomerato di diverse fattorie, la cui popolazione contava in tutto una trentina di anime – all’epoca. Vero è che prima della guerra il numero degli abitanti era più alto, forse il doppio, ma con la guerra e la rivoluzione e la fame i giovani e gli uomini forti se n’erano andati a poco a poco, e a Marianka erano rimasti solo i vecchi, le donne e noi bambini.
Eravamo contadini, tutti noi: tre famiglie ebree, due famiglie tedesche[1] – compresa la mia, alcune famiglie ucraine. I miei genitori erano venuti nella contrada intorno agli anni Novanta, seguendo altri emigranti che si erano spinti più lontano, sul Volga. Io sono nato lì e, all’epoca, nel 1919, avevo circa quindici anni.
I tempi erano difficili, si parlava di rivoluzione, carestia, epidemie. Un giorno il vecchio Hans Kremmer, mio padre, portò a casa due disertori, due contadini che erano stati arruolati a forza in qualche banda armata. Uno di loro morì il giorno dopo di tetano per via di una ferita alla gamba sinistra. Il secondo, che si chiamava Kolenko, Mikhail Kolenko, un omaccione dai capelli rossi con gli occhi spaventati di un condannato a morte, ci raccontò che nel novembre 1918 era stato proclamato uno Stato autonomo dell’Ucraina occidentale, con una dichiarazione di guerra alla Polonia; che nel dicembre dello stesso anno, il quattordici credo, una proclamazione aveva abolito il potere dell’ataman e istituito il Direttorio. Ci disse anche che avremmo avuto un paese nazionale e indipendente, che Kiev ne sarebbe stata la capitale, e che un re che era all’estero sarebbe venuto a fare la pace. In effetti, il 3 gennaio 1919 ci fu una «riunione delle due repubbliche ucraine», e il risultato fu la guerra sul fronte est e ovest.
Oggi sai quale posto si deve attribuire nella storia a questo movimento “autonomo” degli anni 1918-1921, quale ruolo vi hanno giocato la Germania e gli Alleati. Tuttavia, noi abitanti di Marianka eravamo fortemente refrattari a tutti questi sconvolgimenti sanguinosi, prima alla guerra, poi alla rivoluzione, e poi ancora a questa “indipendenza” che non lasciava presagire niente che valesse. Come piccoli proprietari terrieri, non vedevamo oltre il nostro campo e odiavamo le bande armate che periodicamente ci depredavano raccolti e bestiame. «Non finirà mai, questa dannazione», gemeva mio padre tagliando il lardo da una coscia di maiale appesa al soffitto. «No? … Mai», chiedeva alla sua zuppa di cavoli, alla sua giovenca preferita, all’aratro. Non sapeva, non sapevamo che per lui questa dannazione sarebbe finita presto.
Quel febbraio del 1919 fu molto penoso. Il freddo imperversava con un vigore eccezionale, e le famose rapide del Pripjat’, che non smettono mai la loro tumultuosa cavalcata, si screpolavano lungo le rive come labbra umide al vento. Polli e galli morivano congelati nei pollai; e i lupi, cacciati dal freddo, si aggiravano intorno a Marianka, con un bagliore malvagio nei loro sguardi disperati.
Era quindi il mese di febbraio, un venerdì sera, al calar della sera. Mi stavo preparando per andare dal Maestro Mellakh, la cui casa era distante dalla nostra una quarantina di passi. Mi piaceva assistere ai misteri dell’Accoglienza della Sposa[2], ai riti e ai canti del vecchio. «Johan, non tardare a tornare», si raccomandò mia madre, «i lupi si avventurano fino a Marianka». La rassicurai: «Certo, mutti[3], sarò qui per la zuppa».
Decano del nostro villaggio, uomo semplice e devoto, grande conoscitore del Talmud, fine commentatore dei testi divini, il Maestro Mellakh era il capo religioso della comunità ebraica di Marianka. Era a lui che i suoi correligionari si rivolgevano in caso di controversie, di difficoltà di ogni tipo o anche per chiarire qualche arido testo della Legge, perché veneravano in lui un uomo di Dio. Il suo giudizio aveva fama di infallibilità. Ancora molto in forma nonostante i suoi settantadue anni, il viso allungato incorniciato da una barba bianca e setosa che gli cadeva fino alla cintura, il Maestro Mellakh aveva un portamento signorile. Sposatosi in tarda età per la terza volta, dopo due vedovanze senza figli, ebbe una figlia, di nome Myriam, quando aveva già cinquantacinque anni. Essere privato di un discendente maschio che dicesse la preghiera dopo di lui era stato il grande dolore della sua vita. Tuttavia, l’arrivo di questa figlia, quando credeva di dover morire senza lasciare una discendenza, aveva alla lunga mutato il dolore in amore, quell’amore fanatico così frequente nelle famiglie ebree.
Erano circa le tre e mezza quando entrai a casa del vecchio Maestro, e già faceva buio sulla campagna. La casa era composta da una stanza ampia, da un’altra più piccola dove si trovava il negozio di alimentari gestito dalla moglie e da una cucina. Faceva caldo. Il tavolo che occupava il centro della stanza principale era coperto da una tovaglia bianca e da tre coperti disposti con cura. Ancora giovane e piuttosto attraente, la moglie del Maestro Mellakh portò due candelabri in argento massiccio che dispose sul tavolo. Accese le candele, si raccolse un attimo, passò le palme delle mani sopra la fiamma e, coprendosi il viso con le mani, sussurrò le preghiere. Il Maestro Mellakh apparve presto, imponente, con un bel sorriso nel profondo dei suoi dolci occhi. Era vestito alla maniera dei chassidim[4]: lunga tunica di seta nera, calzoncini corti, polpacci fasciati da calze bianche, scarpe basse laccate, cappello di pelliccia. Si avvicinò a me e mi diede una pacca sulla spalla, affettuosamente: «Allora ti piace, la Sposa che Dio manda ai figli d’Israele…» Annuii con un cenno del capo, parlava un russo magnifico, con il perfetto accento di Pietrogrado. Aveva un portamento nobile ed emanava una grande pace che permeava l’atmosfera di una calma saggia, sai, come qualcosa di molto buono e molto vasto. La sua sola presenza creava un’aria di festa, non di quelle feste rumorose e chiassose, ma di quelle che procurano una gioia intima, una sensazione di benessere quasi spirituale. In verità, era proprio un bell’uomo.
Myriam portò due pani che sistemò davanti al posto di suo padre. Li coprì con un tovagliolo con le frange, poi si sedette alla destra del vegliardo e tirò in avanti le sue pesanti trecce bionde. Di suo padre aveva il viso ovale, il naso un po’ aquilino, e di sua madre gli occhi chiari; la sua bocca era fresca e scarlatta. Mi sorrise inclinando la testa di lato e una delle sue trecce le si distese sulla guancia. Sentii il sangue salirmi al viso e mi voltai, fingendo di cercare un posto dove sedermi. Notai una panca contro il muro, proprio vicino alla porta che dava su un piccolo corridoio che sbucava in Marianka. La padrona di casa portò una bottiglia di acquavite e dei bicchierini da liquore, e il Maestro Mellakh iniziò a recitare le preghiere.
Anche se non era una cosa completamente nuova per me, guardavo con tutti i miei occhi. I suoni gutturali che il vecchio emetteva, le invocazioni che sembrava chiamare dal profondo del suo essere, il dondolio del suo corpo esercitavano sul mio spirito una sorta di incantesimo. La mia immaginazione vagava ai confini della creazione, sentivo i lamenti di un intero popolo in migrazione nelle sabbie del deserto, assistevo a riti misteriosi nutriti – per quale associazione di idee? – dai racconti di Karl May. La luce tremolante delle candele dipingeva un’ombra mobile che, ad ogni gesto del vecchio, percorreva il soffitto in entrambe le direzioni – un gigantesco pipistrello. Ecco, quell’ombra mobile che scivolava furtivamente era quella di Satana in persona, e, frustato e scacciato dal canto, Satana si dimenava in sofferenze peggiori dell’inferno. Seguivo l’ombra spaventata e mi chiedevo se non avrebbe sconfitto il Maestro, avvolgendolo sotto il suo spesso mantello e aspirandolo altrove in un grido di gioia selvaggia. Guardavo il Maestro Mellakh, volevo gridargli di stare attento, ma vedevo la sua mano sottile accarezzare il pelo bianco della sua barba e leggevo sulla sua fronte una calma così perfetta che l’esito del duello divenne subito evidente: il bene vincerà il male. Molti anni dopo la morte del Maestro, rimasi ossessionato dal grande equilibrio che egli emanava, dallo stato di beatitudine che sembrava aver raggiunto per sempre. Se la sua immagine è così profondamente impressa in me, è perché l’ho visto morire come ha vissuto, libero da ogni tormento o dubbio. Ecco com’era, e mai il dubbio aveva sfiorato la sua anima. Aveva il pieno controllo di sé stesso e questo gli dava una spiegazione dell’universo e del divenire. Il resto era solo vanità. Ma sto divagando…
A sentire il Maestro Mellakh cantilenare, perdevo la cognizione del luogo e del tempo. Non c’era nulla di particolarmente bello in quel canto a singhiozzo, ma l’intonazione della voce e la misteriosa consonanza delle parole popolavano la mia mente di visioni paradisiache. I gesti rituali della benedizione del pane evocavano per me la nascita dei secoli, e quando cantò:
«Questo giorno è benedetto tra i giorni», mi sembrò che Dio stesse per venire a prendere posto tra noi. Un’ispirazione naturale mi veniva dai salmi, inebriante. Anch’io cantavo, il canto muto delle foreste, degli arcobaleni, delle scogliere scoscese che si tuffano nel mare, dei fiori che bevono il sole. Eravamo i cantori del mondo.
Era trascorsa circa un’ora e mezza ed ero sul punto di andarmene, quando un acuto grido di donna squarciò l’aria, straziante di angoscia. Attraversò muri e finestre, da tutte le parti contemporaneamente, sostenuto come se avesse una lunghezza materiale, palpabile. Quasi immediatamente dei passi risuonarono nell’oscurità del corridoio e la porta cedette sotto una spinta brusca. Apparve un uomo che si immobilizzò sulle gambe divaricate e calzate fino al ginocchio, la papacha[5] gettata all’indietro sulla nuca, la mano destra armata di una pistola automatica. Si intuivano altri uomini dietro di lui, nascosti nell’ombra.
Con loro la brezza nera invase la stanza. Provai un brivido. Vidi il Maestro Mellakh alzarsi lentamente. Allungò il braccio come in un saluto romano e disse:
– La pace sia con voi.
L’uomo con la pistola fissò il vecchio, fece uno sguardo circolare su noi altri, si soffermò sulle donne. Ruotò le spalle, eravamo tutti in piedi adesso, gli occhi fissi sulla sua pistola. Con un gesto del braccio armato fece segno ai suoi compagni, e seguito da sei uomini entrò nella stanza, dicendo:
– Partigiani volontari dell’ataman Petljura[6], combattenti per l’indipendenza dell’Ucraina.
– La pace sia con voi, ripeté il Maestro Mellakh. La porta era rimasta aperta nella notte che gelava con tutte le sue forze. Il nero era opaco sulla campagna dove il vento sbatteva contro gli alberi, anch’essi neri. Feci un passo e mi avvicinai alla porta per richiuderla, ma in un attimo ricevetti uno schiaffo in pieno viso che mi mandò sotto il tavolo. Myriam lanciò un grido che soffocò con la mano. Il vecchio Maestro si chinò e venne ad aiutarmi ad alzarmi. Mi parlava con dolcezza:
– Andiamo, non è niente, Yaniki… Alzati… Non hai avuto male, Yaniki, non hai avuto male…
Mi rialzai a fatica, avevo la guancia, l’occhio e l’orecchio destri in fiamme. Il pavimento mi scivolava sotto i piedi e mi sembrava che tutto si capovolgesse in un mare agitato dal rollìo. La mia lingua si impastò. Sputai e un dente rotto rotolò sul pavimento e il Maestro Mellakh fece finta di spolverare il mio cappotto:
– Volevi chiudere la porta, Yaniki… Perché non l’hai detto?… Aspetta, la chiudo io…
Si diresse verso la porta, ma prima che la raggiungesse un pugno nello stomaco lo piegò in due. Rischiò di cadere, ma, irrigidendosi, si aggrappò al tavolo. Sua moglie e sua figlia si precipitarono, e mentre la prima sosteneva il vecchio, Myriam avvicinò una sedia. Piangevano, disperate e terrorizzate, non osando pronunciare una parola, senza guardare gli intrusi che non avevano smesso di digrignare i denti. Attraverso le mie lacrime, vedevo i sette uomini in piedi sulle gambe divaricate. Alto, robusto, quello che era entrato per primo e che pareva essere il capo, sembrava avere una quarantina d’anni. La papacha, gettata sulla nuca, lasciava intravedere una fronte testarda e bombata e capelli biondi, folti, fragili come spighe di grano. Riuscivo a malapena a distinguere i suoi occhi profondamente infossati e una barba di diversi giorni gli macchiava il mento col suo rossore. Gettai un’occhiata furtiva sui suoi compagni: sembravano usciti dallo stesso stampo. Indossavano giubbe e cappotti troppo corti o troppo lunghi, erano sporchi, sbrindellati. Al posto degli stivali alti, alcuni indossavano fasce per le gambe sudice e mal adattate, e solo le loro armi non lasciavano nulla a desiderare.
Dall’esterno ci giungevano rumori, ancora un grido di donna, il fracasso di stoviglie rotte, il nitrito di un cavallo. Poi passi nella neve. Nel rettangolo che si stagliava contro le tenebre attraverso la porta aperta si delinearono due sagome ed un uomo entrò. Si diresse verso il capo con cui conferì, a voce bassa, brevemente, a monosillabi, e gli altri uomini guardarono il tavolo.
Quando ebbero terminato il loro conciliabolo, l’uomo dai capelli rossi si avvicinò al tavolo e si versò un sorso di acquavite che bevve d’un fiato. Esaminò il suo bicchiere alla luce delle candele, schioccò la lingua e si riempì di nuovo il bicchiere. Si dedicò a questo gioco più volte, con impegno, contemplando ogni volta il contenuto della bottiglia, e anche i suoi compagni ne misuravano il contenuto con lo sguardo. Dopo averne svuotato metà, passò loro la bottiglia e si servirono a turno, bevendo a cicchetti, come se tutto il loro corpo fosse in festa. E, come il padrone, facevano schioccare la lingua.
Il capo riprese la pistola che aveva posato sul tavolo, fece finta di esaminare l’arma, chiese:
– È buona?…
– Buona… risposero muovendo i piedi. Senza cambiare intonazione, proseguì:
– Allora, figlio di cagna, bevi della buona vodka mentre noi combattiamo contro i bolscevichi?… Anima di maiale, sei con i bolscevichi, eh?… Tutti i giudei lo sono, vero?…
Afferrò la barba del Maestro Mellakh e scosse violentemente il vecchio che lo guardava con i suoi occhi limpidi. Non gli sfuggì alcun lamento. Le donne si avventarono sul braccio del torturatore, ma con una spinta violenta le fece cadere entrambe. Gli altri, scrutando sotto le gonne, scoppiarono in una risata franca, gioiosa. Dimenticando la paura e il dolore, mi precipitai ad aiutare le due donne ad alzarsi. Tremavano come foglie di betulla.
– Mi-servono-diecimila-rubli-entro-un’ora-altrimenti…, scandì l’uomo.
Senza staccare il suo pugno dalla barba della sua vittima, attirò il volto del vecchio contro il suo. I suoi occhi da talpa in quelli, spalancati, del Maestro Mellakh, ripeté due volte, sempre scandendo:
– Diecimila-rubli… Diecimila-rubli…
Colpì il naso del vecchio con la canna della pistola e con il suo alito impregnato di vodka gli soffiò in faccia:
– Finché quei cani rognosi dei bolscevichi non avranno… E adesso, qualcosa da mangiare e da bere!
Rilasciò la presa e respinse il vecchio con un leggero colpo al mento. Il Maestro Mellakh rimase ancora un istante seduto sul bordo della sedia, con la testa reclinata all’indietro, nella posizione che gli aveva impresso la mano dell’altro. Il pelo curato della sua barba era arruffato. Si raddrizzò pesantemente, la mano sottile e ossuta appoggiata sul tavolo. La sua reazione alla violenza che aveva appena subìto stava appena iniziando a manifestarsi e vidi le sue mani iniziare a tremare, ma il suo viso, nulla ne alterava la serenità. Le sue labbra si mossero impercettibilmente all’inizio, poi più apertamente. Stava pregando.
Myriam e sua madre si affrettarono febbrilmente.
In un batter d’occhio riempirono la tavola con tutto il meglio che il negozio di alimentari aveva da offrire. La loro fretta aveva qualcosa di tragico e di ridicolo allo stesso tempo. Folli d’angoscia, correvano avanti e indietro in modo disordinato, le braccia cariche di cibo e bottiglie, sbattendo contro mobili e pareti, rabbrividendo come passeri nella neve di quel crudele febbraio. Il Maestro Mellakh pregava.
L’uomo che era rimasto fuori entrò a sua volta nella casa, e furono in nove a rimpinzarsi come lupi affamati; sicuramente non avevano mangiato da almeno ventiquattro ore. Le bottiglie si susseguivano: appena stappate, subito bevute. E non appena una bottiglia era vuota, un uomo la afferrava per il collo e, con un colpo secco, la fracassava sul bordo del tavolo. Presto l’intera stanza fu cosparsa di vetri rotti.
La porta rimaneva aperta come se fosse una locanda in cui si prende un cordiale tra una diligenza e l’altra. L’inverno aveva invaso la casa con la sua freddezza pungente e intorpidente. Marianka tradiva un’attività insolita; rumori insoliti colpivano le nostre orecchie: passi che scricchiolano sulla neve dura, in lontananza, nella pianura bianca; risate grasse e come congelate, rese vicine dalla purezza dell’aria che il gelo rendeva rarefatta; colpi di pistola che riecheggiavano a cascata, come una pallottola che rimbalza; poi, molto lontano, una ninna nanna vecchia come la terra, cantata con una voce soave da un uomo ubriaco. «Avrai l’aspetto d’un bogatyr[7] e l’anima d’un cosacco…», cantavano.
Hanno trovato Mikhail Kolenko!
Un uomo varcò la soglia in un baleno. Gli altri smisero di rimpinzarsi, con il mento rientrato, il gomito alzato, il bicchiere all’altezza della bocca.
– Cosa? fece il capo. Cosa?…
La sua voce era quasi carezzevole. Si accarezzò dolcemente il mento. L’uomo che era appena entrato disse molto velocemente:
– Si nascondeva nella cantina di un contadino, ma Mateïko rimane introvabile. Forse anche lui si nasconde in qualche cantina.
– Porta qui Kolenko! E trovami l’altra canaglia!
L’uomo si voltò e si tuffò nelle fredde tenebre di Marianka. Il capo riprese a bere, sorseggiando lentamente, gonfiando la guancia prima di deglutire. Lanciò uno sguardo da sotto in su, a noialtri e ai suoi compagni, con un sorriso nella fessura della sua bocca sensuale. Con il dorso della mano si accarezzava il mento irsuto e di tanto in tanto ruttava a lungo, con soddisfazione. Presto si sentirono dei passi sul suolo ghiacciato e apparvero due uomini che spingevano davanti a sé Mikhail Kolenko. Aveva le braccia legate dietro la schiena.
Nonostante il debole bagliore delle candele, gli occhi spaventati di Kolenko lampeggiarono, posandosi sullo sguardo di ciascuno. Quando riconobbe il capo, vidi che impallidiva e le sue lunghe braccia da gigante fecero uno sforzo per liberarsi. Qualcuno gli affibbiò dei colpi sulla schiena e lui andò a sbattere contro il tavolo; nello stesso istante il braccio armato del capo gli si abbatté sul viso e, dalla radice dei capelli al mento, il calcio della pistola gli tagliò il volto. Il sangue schizzò e il suo getto accecò l’uomo che lanciò un urlo. Si gettò all’indietro, ma le braccia tese lo spinsero in avanti. Piangeva come un bambino che viene rimproverato.
– Ah, eccoti di nuovo, disse il capo. Volevi filartela, carogna? Ah, volevi filartela…
La sua voce aveva l’accento mellifluo di chi si informa della salute dei tuoi genitori, era trascinante come i dialetti meridionali.
Di nuovo colpì il disertore in faccia con il calcio della sua arma. Lo avrebbe stordito se l’altro non si fosse spostato; ma l’acciaio si schiantò comunque contro il naso di Kolenko, di cui portò via un pezzo. L’uomo urlò e cadde in ginocchio. Piegato dal dolore, oscillava da sinistra a destra, con il sangue che continuava a colare. Gli altri scoppiarono a ridere, felici di vedere un uomo grande e grosso contorcersi come un verme. Sai, quando con il pensiero mi trasporto in quel luogo maledetto di Marianka sotto il controllo dei volontari di Petljura, sento ancora quella risata, già impregnata di vodka, già rauca di piacere. La ascolto, non c’è cattiveria, questa risata è schietta e ingenua, nata dalla tortura e dal sangue di un uomo che urla la sua paura. È che la vita per queste persone non aveva alcun valore, né la loro né quella degli altri, e ciò che non si beve o non si scopa adesso, forse non si berrà né si scoperà mai. – Naturalmente, semplicemente, non avevano di umano che l’inumano.
La moglie del Maestro Mellakh si sentì male. Mentre Myriam correva a prendere nuove bottiglie di acquavite, il vecchio Maestro e io ci affrettammo a raggiungerla. Nonostante si facesse violenza, un attacco di nervi la scosse. Iniziò a singhiozzare e all’improvviso un conato di vomito la fece precipitare giù dalla sedia. Si contorceva per la vergogna e il dolore, incapace di controllare le sue viscere. Il Maestro Mellakh, Myriam e io restammo annichiliti davanti a quello spettacolo. I cavalieri dell’indipendenza dell’Ucraina ingoiavano vodka e ridevano.
– Ehi, giudeo!… Il Maestro Mellakh alzò lo sguardo. Nel suo sguardo si leggeva l’immensa tranquillità del martire antico: ciò che era appena accaduto e ciò che sarebbe stato, era ciò che doveva essere.
– Vieni qui!
Il vecchio non rispose, continuò a guardare come se l’ordine non potesse riguardarlo. Ebbi paura per lui. «Vada, Maestro… Vada…» gli sussurrai. Mi mise una mano sul capo, mi attirò leggermente a sé, mi accarezzò la guancia, e mi sembrò di vedere una lacrima scorrere sul suo viso pallido.
– Vieni qui, giudeo! ripeté l’eroe. E poiché il vecchio non rispondeva ancora, sferrò un pugno sul tavolo:
– Vieni qui, stregone, o ti strappo la barba! Hai una vacca di bella barba, ah ah ah!… Ah ah ah ah!…
Rideva forte, si divertiva a ridere. Il bicchiere nella mano sinistra, la pistola nella destra, rideva a crepapelle, con oh! e ah! e la sua allegria contagiava i suoi compagni. Li guardavo, affascinato e sbalordito. Come ridevano, se tu sapessi. Mai prima d’allora avevo avuto la sensazione che “il riso disarma”. Sembravano privi di ogni inquietudine, sembravano grandi bambini abbronzati e rudi, innocenti persino nella loro crudeltà; o uomini ridotti al primitivismo dell’età delle caverne, che ridono come uccidono, niente di più, istintivamente, come si mangia, si beve, si maledice.
Ai piedi del capo, Kolenko continuava a sanguinare e a gemere nel dondolio del suo grande corpo legato. L’acquavite di cui gli uomini continuavano a dissetarsi impestava l’aria, e i vapori dolciastri dell’alcol annebbiavano i cervelli. Sembrava di essere in una distilleria… Mescolate alle risate, le frasi volavano qua e là, per lo più cariche di millanterie disarmanti per la loro enorme stupidità. Uno degli uomini iniziò a canticchiare una vecchia canzone di pietà e amore che concluse con una bestemmia rivolta a un certo Michka. Un altro, con una bottiglia in mano, riprese la canzone, la stessa, solo più forte, la voce rauca di vodka e d’emozione animale. Come il primo, la concluse con vigorose imprecazioni. Stordito, guardò la sua bottiglia e improvvisamente gridò, urlò come urla un lupo, tutto il contenuto dei suoi polmoni nella sua voce. Con gli occhi rivoltati, i denti ingialliti che brillavano in un ghigno, mi apparve come un dio del male che invocava la distruzione del mondo.
Lo sforzo gli fece perdere l’equilibrio. Oscillò su sé stesso come un albero minato che vacilla intorno al suo asse prima di crollare. Con le gambe a cavalletto, rovesciò la testa all’indietro, infilò in bocca il collo della bottiglia e bevve con una sete da deserto. L’alcol gorgogliava nella sua gola, e lui beveva con gli occhi chiusi, stranamente pallido, il triangolo del naso prominente. L’acquavite gli colava dalle labbra e stava per perdersi in sottili fili sotto il collo della sua giacca. Trattenne l’ultimo sorso, si sciacquò i denti e lo espulse con un crepitìo. Goccioline mi raggiunsero il viso e gli altri uomini ridevano mentre Kolenko si lamentava per il suo sangue sparso. Il volontario ubriaco guardò di nuovo la sua bottiglia, vuota questa volta, e la lanciò contro di noi.
Il pesante fondo della bottiglia colpì la tempia della moglie del Maestro Mellakh. Per un secondo la donna rimase immobile, il suo singhiozzo improvvisamente placato; poi si chinò dolcemente e prima che potessimo sostenerla scivolò sul pavimento, trascinando con sé la tovaglia. Piatti, bicchieri, bottiglie, candelabri, tutto cadde in un fracasso di vetri rotti, e le finestre andarono in frantumi, e un’oscurità impenetrabile coprì ogni visione.
Allora tutto divenne allucinante. La notte opaca che ci circondava era come una mano che ti stringe alla gola. Gli uomini tacquero, improvvisamente angosciati da quel freddo e da quella oscurità che provenivano dal fondo della campagna desolata. Lo spazio e la realtà erano svaniti come se un pezzo di muro fosse crollato sull’immensità e, veloce come un fulmine, una visione della fine del mondo mi invase, piena, gonfia, senza contorni, simile all’enorme massa della terra che si spezza in tutte le sue giunture e che si disintegra e si inabissa. E, all’improvviso, ebbi l’irrefrenabile desiderio di fuggire, di salvarmi nella campagna morta, dritto davanti a me, perdutamente.
Era trascorso un secondo da quando i candelabri si erano spenti, ma mi sembrava che quella nera agonia durasse da ore, e quel silenzio che circondava il nero. Un soffio d’aria mi gelò fino alle ossa, e cominciai a battere i denti e a tremare da capo a piedi. Volevo fare un passo e le mie gambe erano come paralizzate, come inchiodate al suolo. Gli uomini non si erano ancora ripresi, forse anche loro tremavano e volevano fuggire, forse anche loro pensavano che la fine del mondo fosse vicina. Emisi un grido che subito soffocai. Il sangue mi batteva alle tempie, e c’era soprattutto quel silenzio che mi entrava in gola e mi soffocava come una mano ben salda. Ah, questi eroi che come me avevano paura, che come me avevano smarrito il loro riso! Contro la mia volontà, ancora una volta, gridai. All’inizio sentii dei piedi che si muovevano. Poi, portati dal vento selvaggio, canti di uomini ubriachi. Qualcuno sbatté con tutto il suo peso contro il tavolo, si allontanò, tornò a sbatterci contro. Sentii gli stivali raschiare il pavimento, vidi le gambe girare in tondo e impigliarsi, e sempre quel vento selvaggio venuto da più lontano della notte, da più lontano delle stelle morte per sempre, poi un respiro affannoso, corto, caldo, molto vicino, sulla mia guancia, sul mio collo. – Qualcuno stava lottando con le tenebre.
Un petalo di fuoco crepitò improvvisamente in un mazzo di scintille. Lambì il cielo, ne chiamò un altro, e furono due petali a danzare sopra un tetto. Un terzo si unì a loro, poi un altro ancora, e questo creò una corolla che fluttuava nella notte, sospesa al cielo da vele di fuoco. Il vento che galoppava sulla campagna si affrettò intorno al fiore, fischiò allegramente, lo adagiò come per amarlo. Il fiore gli rispose schioccando, gli diede un petalo ed il vento se ne andò con quello, sempre al galoppo. Si posarono su una stalla lì vicino e subito fecero dei piccoli, ondeggianti come una sparsa chioma rossa. La volta ermetica del cielo si colorò di piacere e tutta la campagna iniziò a danzare al ritmo dell’ombra e del fuoco. Nel giorno che si faceva, vidi l’uomo che girava nel groviglio delle sue gambe: Mikhail Kolenko cercava di scappare. Vide la porta stagliarsi nel bagliore e si precipitò verso di essa, a testa bassa, con tutto il peso del corpo in avanti. Un colpo di pistola lo colpì alla nuca. Cadde di testa, con la faccia schiacciata sulla soglia che non riuscì a superare. Le sue braccia legate dietro la schiena si irrigidirono come pali conficcati nel terreno. La corda che le legava scricchiolò, scricchiolò e cedette. Improvvisamente libere, le braccia scivolarono lungo il corpo, simili a rami secchi. Un uomo si raschiò la gola bruciata dalla vodka e ci sputò sopra, abbondantemente. Tutti tornarono. Tutti furono ripresi dal riso, che li scosse come rami di ontano al vento, un riso che sapeva di fuoco, del rumore sordo della pallottola e dello sputo. Il fuoco era in loro, infiammava il loro sangue, dava loro le vertigini e l’inquietudine e la sete di fuoco.
Insieme, diedero fuoco al letto; poi alla tovaglia imbevuta di vodka; poi, con la paglia presa dal pagliericcio, diedero fuoco all’antica credenza che brillava di riflessi d’argento. Le fiamme salirono al soffitto, si unirono, si allungarono, annusarono la stanza, si dissero che era buona e iniziarono a sfrigolare, a fumare, a mangiare con grande appetito. «Arrostirete come pidocchi!», ci hanno gridato. «Buona fortuna!» e non smettevano di ridere e di gridare d’allegrezza. «Attento ai peli della tua barba, si bruceranno!» urlavano ballando. «Pregheremo per la tua anima, corvo bianco!» mugolavano saltando. «Ah ah ah ah!»… Calpestando il corpo di Kolenko, se ne andarono lungo il piccolo corridoio.
Rimanemmo, noi tre, con i corpi della donna, quello di Kolenko, e il fuoco – troppo fuoco ormai. Quasi nello stesso momento in cui gli uomini lasciavano la stanza, la panca prese fuoco. Una fiamma si diresse lungo il corridoio come se li stesse inseguendo, bloccando la porta. Lambì la testa di Kolenko, si ritirò, tornò rafforzata, questa volta la accarezzò, poi improvvisamente la prese nella sua spirale, gli si attorcigliò intorno, sfrigolando dolcemente. Un forte odore di corno bruciato squarciò l’aria e la testa, con i capelli a ciuffi dorati, sembrò muoversi.
Per primo, ripresi i sensi. La fornace stava diventando irrespirabile. Ancora un minuto e saremmo bruciati come Kolenko, laggiù. Gridai:
– Maestro, Maestro Mellakh! Salviamoci!
Egli restava accovacciato vicino al corpo di sua moglie, i grandi occhi spalancati dove la fiamma danzava in figure folli. Myriam giaceva tra sua madre e lui, senza che un singhiozzo la scuotesse: una vivente crocifissa su una morta. Gli occhi mi uscivano dalla testa e mi sembrava di sentire la mia pelle scricchiolare, staccarsi come una squama di pesce. Un attacco di tosse mi strappò i polmoni, e il fumo e il calore erano mortali. Presi il vecchio per le spalle e lo scossi.
– Maestro! Maestro! Brucerete vivo! Salvatevi! Salvatevi! Myriam! Myriam!
Il vecchio scivolò via dalle mie mani e si abbatté su sua figlia. Le sue labbra mormoravano preghiere. I peli della sua barba si arricciavano come l’erba al crepuscolo. Urlai:
– Maestro! Maestro! Myriam!
Il fuoco scricchiolava come falangi che vengano spezzate. Il vecchio uomo non rispondeva. Sentivo che stavo per infiammarmi come una torcia, come un ceppo di abete secco. Con un ultimo sforzo afferrai il braccio di Myriam e cercai di tirarla verso di me. Volevo portarla via, non volevo che bruciasse, che smettesse di vivere, e solo allora vidi il coltello che le spuntava dalla gola e tutto il sangue sulla sua veste chiara da festa. Non so da dove mi venne la forza. Mi precipitai sulla finestra, a capofitto, con tutto lo slancio del mio corpo. La attraversai come un proiettile. Caddi su un cumulo di neve ammassata proprio dal vecchio Maestro quando aveva sgomberato la casa per l’Accoglienza della Sposa.
Un soffio di aria pura mi rinvigorì. Marianka se ne andava in un tripudio di fuochi d’artificio, di grida di gioia e grida di terrore; grida stridule che si alzavano in alto nel cielo e grida rauche e grasse che rasavano il suolo. Maria Baranko, una vecchia di sessant’anni, vedova del vecchio pope del villaggio, zoppicava nuda in una pozza di neve sciolta, e un uomo dietro di lei le dava calci nelle reni. «Balla, carogna! Balla, ti dico!», diceva. Lei ballava, piegando una gamba, piegando l’altra gamba, il seno secco come un pesce salato che le batteva sul ventre, a tempo. «Ah ah ah ah!…» diceva l’uomo e le allungava colpi di stivale sulle natiche. «Ah ah ah ah!…»
Gli uomini correvano, sparavano, pugnalavano e ridevano. Un grande diavolo si stagliava sul bagliore di una fiamma, enorme con l’ombra che proiettava davanti a sé, dritto. Teneva per le gambe un neonato che piangeva, a testa in giù, anche lui nudo. L’uomo si chinò su ciò che teneva in mano, impastò un po’ quel corpo minuscolo come per verificarne la resistenza, poi fece roteare il bambino sopra la sua papacha, fece un mulinello e lo lanciò. La piccola cosa partì come un sasso da fionda, descrisse un arco e andò a schiantarsi su un muro in fiamme. Per un secondo l’uomo rimase teso nello sforzo, poi scoppiò in una risata formidabile. Si voltò, i muscoli in allerta, afferrò al volo una donna che correva, come si chiude la mano su un insetto. Piegò il collo della sua preda, vide che era vecchia e con un colpo di coltello le aprì la gola. Aveva la risata sempre formidabile.
Inseguito dal riso, inseguito dall’immagine della piccola cosa che descriveva un arco sotto il cielo viola della notte, mi misi a correre davanti a me, con tutte le mie forze, con tutte le forze della vita.
All’alba, un distaccamento di soldati rossi trovò un adolescente mezzo morto di freddo in un solco di terra ghiacciata.
Marianka non c’era più.
NOTE
* Intervista di Jean Malaquais con Jacques Chancel, 1995.
** Dall’ottobre 2023, i palestinesi uccisi dall’esercito e dai coloni in Cisgiordania sono almeno 1.149. I feriti sono 11.750 e gli arrestati 22.000. Cfr. https://ilmanifesto.it/coloni-senza-freni-uccisi-due-palestinesi-ad-al-mughayyir.
[1] Riferimento alle comunità tedesco-russe discendenti dagli emigranti tedeschi che si insediarono nel XVIII e XIX secolo in svariate colonie nelle zone della riva settentrionale del Mar Nero, soprattutto nella Russia meridionale sui territori nazionali delle odierne Ucraina, Moldavia e Romania e sulla penisola di Crimea. I primi coloni tedeschi arrivarono dalla zona della Prussia occidentale dal 1787 (oggi regione della Polonia) e più tardi anche dalla Germania dell’ovest e sudovest, nonché dalla zona di Varsavia. Fra gli emigranti vi furono numerosi mennoniti perseguitati per la loro fede.
[2] Lekhah Dodi («Va, mio amato») è un canto della liturgia ebraica, intonato nella sinagoga il venerdì sera al calar della notte per accogliere la «sposa del Shabbat» prima della funzione serale.
[3] “Mammina” in tedesco.
[4] Il chassidismo, ḥasidismo o hassidismo (in ebraico חסידות, Ḥăsīdūt) è una «corrente mistica ebraica che alla conoscenza del Talmud antepone l’amore sincero per Dio e l’idea di una comunione dell’uomo con il divino pienamente realizzata attraverso la preghiera e una vita gioiosa» (A. Dell’Asta, ricostruzione cronologica della biografia di Isaak Babel’ in I. Babel’, Opere complete, Meridiani, Mondadori, Milano, 2006, p. lxxxiv). Sorto nella Podolia del XVIII secolo, si sviluppò tra gli ebrei ashkenaziti dell’Europa orientale, promuovendo la popolarizzazione della Kabbalah come un aspetto fondamentale della fede nelle comunità ebraiche povere ed illetterate stanziate in quelle regioni. Il movimento chassidico si diffuse con dinamismo tra gli ebrei di mezza Europa, trovando, a partire dal XX secolo, proseliti anche in Israele, Canada, Stati Uniti d’America e Australia.
[5] Conosciuta anche con il nome di cappello d’Astrachan’, è un cappello maschile di forma cilindrica, di lana, tipico del Caucaso.
[6] Dopo il colpo di stato contro l’atamanato di Pavlo Skoropad’skyj Simon Petljura divenne membro del Direttorio ucraino, come capo delle forze armate. Con lo scoppio delle ostilità tra l’Ucraina e la Russia sovietica nel gennaio 1919, Petljura divenne definitivamente la figura guida nel Direttorio. Le truppe bolsceviche lo cacciarono da Kiev dopo appena un mese. Pur in un così breve arco di tempo i ‘kuren’ cosacchi agli ordini di Petljura terrorizzarono la popolazione con migliaia di uccisioni, con violenze e rapine che colpirono in particolare gli ebrei.
[7] Il termine bogatyr (in russo витязь; lett. “guerriero valoroso”) è utilizzato per indicare i guerrieri eroici della tradizione medievale slava orientale, comparabili con i cavalieri erranti della tradizione dell’Europa occidentale.
