LA LOTTA INTERNAZIONALISTA CONTRO LA GUERRA

Terza parte del saggio biografico Louis C. Fraina e la nascita del movimento comunista negli Stati Uniti d’America, pubblicato in: Louis C. Fraina – Il Socialismo Rivoluzionario – e altri scritti 1911-1921, Movimento Reale, Roma, 2026.


A cavallo tra il 1914 e il 1915, Louis Fraina, dimostrando ampiamente quanto nulla di attinente all’“umano” sia estraneo ad una concezione materialistica dell’essere, si lancia in frequenti incursioni nei domini della letteratura, delle arti figurative e della musica. Per The New Review, scrive il primo apprezzamento americano della poesia di Robert Frost e recensisce l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Nel 1915 entra nella redazione della rivista pionieristica Modern Dance, per la quale scrive articoli approfonditi su argomenti come la danza sperimentale di Isadora Duncan, il sorgere della cultura di massa e in cui affronta, primo in ambito marxista, il tema del significato sociale del Jazz e del Ragtime.

Dal punto di vista prettamente politico, in questo periodo Fraina condanna fermamente come imperialistiche le operazioni militari statunitensi contro il Messico rivoluzionario di Zapata e Villa; analizza il “populismo” di Theodore Roosevelt e ne conclude che il programma del Partito Progressista nei confronti dei monopoli e a favore della creazione di una classe media di proprietari di azioni rimane sul piano del tentativo di “regolamentazione” del capitalismo americano, di razionalizzazione della tendenza alla concentrazione e di formazione di una vasta base di consenso per il sistema, convincendosi ulteriormente del centrale ruolo rivoluzionario del proletariato non qualificato della grande industria.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, pur mantenendosi neutralista, condivide inizialmente con la stragrande maggioranza del movimento socialista americano una certa tendenza filointesista e germanofoba che ben presto abbandonerà completamente entrando in contatto con le pubblicazioni della sinistra olandese, tedesca e russa. Ancora nel 1915, all’ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale, nell’articolo La decisione dell’Italia, pur evidenziando le mire imperialistiche della borghesia italiana nei Balcani, ritiene inizialmente che una vittoria dell’Italia nella guerra contro l’Austria comporterebbe uno “sviluppo dell’unità nazionale” – tra il Nord industriale e il “Sud arretrato” – paragonabile a quello svolto dalla Guerra Civile negli Stati Uniti. Nello stesso anno, tuttavia, si esprime contro il “socialismo nazionalista” a favore di una nuova Internazionale il cui carattere politico socialista prevalga su qualsiasi considerazione meramente “operaista” e che, rispetto alla precedente, sia dotata di un maggiore potere vincolante nei confronti delle sue sezioni nazionali:

…il compito di riorganizzazione [della nuova internazionale] sarà solo all’inizio. E uno dei primi problemi che richiederà una soluzione sarà: «Un’Internazionale socialista o un’Internazionale operaia?». La vecchia Internazionale, indulgendo nell’illusione che qualsiasi parte della classe operaia che lottasse contro il capitalismo fosse ipso facto dotata di coscienza di classe, ammetteva sindacati e partiti operai che ripudiavano la lotta di classe e la cui politica era indistinguibile dal liberalismo borghese. A causa di questa politica e di altri fattori, la vecchia Internazionale ha perso gradualmente il suo punto di vista socialista. La nuova Internazionale dovrà basarsi esclusivamente sul riconoscimento dei gruppi, economici e politici, che sono socialisti, abbandonando il criterio ambiguo dell’“operaio” come criterio di ammissione.

Un’altra cosa necessaria è che le decisioni dell’Internazionale abbiano un potere vincolante maggiore rispetto al passato. L’Internazionale non può legiferare per l’intero movimento internazionale, ma se essa non ha alcun potere e se le sue decisioni possono essere ripudiate, come il Partito Socialista americano ha ripudiato la risoluzione di Stoccarda sull’immigrazione, allora l’Internazionale diventa inutile e priva di significato. L’autonomia nazionale è necessaria, ma è altrettanto necessario che i gruppi nazionali siano coordinati in un’Internazionale con il potere di agire in caso di crisi internazionale e in questioni di politica internazionale. Una condizione indispensabile per una vera Internazionale sarà la disponibilità di ogni particolare gruppo nazionale a rinunciare ai propri interessi nazionali e alla propria autonomia a favore degli interessi più ampi dell’Internazionale nel suo complesso.[1]

Analizzando il conflitto in corso prevede, piuttosto che il collasso del sistema, una fase di espansione industriale e, osservando l’andamento crescente degli scioperi negli Stati Uniti durante la guerra, ritiene che, se anche quest’ultima non avesse dovuto condurre necessariamente alla rivoluzione, avrebbe comunque lavorato per il socialismo suscitando ed organizzando nuove forze rivoluzionarie.

Cessate le pubblicazioni di The New Review nel 1916, nel gennaio dell’anno successivo partecipa ad una riunione a Brooklyn tra alcuni socialisti dell’Ala Sinistra del SPA a cui prendono parte anche Trotsky e Bucharin, all’epoca esuli negli Stati Uniti. Sempre all’inizio del 1917 si unisce al marxista olandese Sebald Justinus Rutgers nella redazione di The Internationalist, organo newyorkese della Socialist Propaganda League, un’organizzazione controllata dalla Federazione Socialista Lettone di Boston. Presto ottiene il cambio del nome della testata in The New International, in conformità alla sua battaglia politica in favore di una nuova Internazionale.

Rientrato nel SPA nella primavera del 1917 allo scopo di condurvi una battaglia politica interna a fianco dell’Ala Sinistra, nello stesso periodo entra insieme a Ludwig Lore e Louis Boudin nella redazione della rivista teorica bimensile The Class Struggle, che si schiererà sempre più con i bolscevichi sul piano internazionale e contro la direzione opportunista del SPA su quello nazionale. Tra i leader della frazione internazionalista del partito che si batte contro l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto mondiale, il giorno seguente alla dichiarazione di guerra americana del 6 aprile 1917 Fraina prende parte alla Convention di emergenza del SPA convocata a St. Louis, nel corso della quale viene votata una risoluzione di maggioranza contro la guerra.

Il governo americano scatena una furiosa “caccia al sovversivo” a livello nazionale – nemmeno lontanamente paragonabile all’assai più contenuta Red Scare del dopoguerra – che prende a bersaglio soprattutto i militanti degli IWW. Questi ultimi, infatti, pur non avendo preso una netta posizione politica contro la guerra e contro l’ingresso in essa degli Stati Uniti e pur avendo scelto di non condurre alcuna operazione di sabotaggio dello sforzo bellico dal punto di vista tecnico, continuano a guidare intense lotte rivendicative anche nel corso del conflitto. Una continuazione della lotta di classe durante la guerra che, per la borghesia americana, rappresenta oggettivamente una lotta contro la guerra e che essa considera un “sabotaggio” molto più pericoloso della sola presa di posizione antibellicista del SPA. La mancata saldatura tra presa di posizione politica e proseguimento della lotta rivendicativa avrà tuttavia come effetto l’indebolimento complessivo del movimento sotto i colpi della repressione borghese.

Fraina riconosce distintamente l’accelerazione impressa dalla guerra mondiale all’ascesa degli Stati Uniti al rango di potenza dell’imperialismo:

Il fatto saliente di questa rivoluzione industriale è che l’America, da nazione debitrice, è diventata nazione creditrice. Due anni fa il capitalismo americano doveva al mondo più di due miliardi di dollari; oggi il mondo deve all’America quasi tre miliardi di dollari. Dove prima questo Paese importava masse di capitale, oggi esporta capitale e sta sviluppando il potere di esportarlo in masse ancora più grandi.[2]

E comprende dialetticamente come, nonostante la dinamica delle alleanze politico-militari, il principale avversario dell’emergente potenza americana fosse quella che era allora la prima potenza mondiale in relativo indebolimento: l’Inghilterra:

Gran parte di questa propaganda è diretta contro la Gran Bretagna in quanto vera minaccia e grande concorrente dopo la guerra![3]

Fino a quel momento orientata prevalentemente alla pubblicistica rivoluzionaria, nel corso della seconda metà del 1917 la militanza di Louis Fraina assume una maggiore visibilità pubblica. Nel pieno della vasta e violentissima ondata repressiva in atto contro gli oppositori alla guerra e in generale contro i radicals, nonostante i rischi connessi alla sua condizione di immigrato residente ma non regolarizzato, Fraina prende parte – sebbene non pacifista – al movimento degli obiettori di coscienza non religiosi (in quanto tali non esentati dalla coscrizione obbligatoria) e organizza riunioni e comizi antimilitaristi. Divenuto oggetto delle attenzioni federali, nel corso di un comizio nel quale dichiara di non volersi registrare per la leva una squadra di detective irrompe sul podio e lo arresta dopo aver disperso gli astanti. In seguito al mancato arrivo della cauzione viene tradotto presso il Manhattan Detention Complex di New York, soprannominato “Tombs” per il suo aspetto funebre, dove viene accolto da un guardiano che lo insulta minacciandolo e dove raccoglie però anche la simpatia di un altro secondino di origini irlandesi, contrario alla guerra in quanto anti-britannico, che, contravvenendo al regolamento, gli fornisce giornali e consegna suoi messaggi all’esterno. Processato il giorno seguente con l’accusa di violazione delle leggi sulla coscrizione e di cospirazione con lo scopo di violarle, Fraina rischia una condanna a 22 anni di carcere e 20.000 dollari di ammenda. Difeso da Louis Boudin, se la cava con una pena di 30 giorni di carcere (che sconterà nel febbraio 1919).

Convinto della necessità di sostenere materialmente e moralmente gli IWW perseguitati dal governo statunitense e di denunciare il collaborazionismo e la politica di “pace civile” portata avanti dall’AFL, Fraina si batte in questo senso all’interno del SPA, facendosi peraltro promotore – anche tra le file dei socialisti – di una lotta senza quartiere contro il razzismo condotta da un punto di vista classista e che tenesse nel debito conto le rivendicazioni immediate dei neri, in quanto parte della popolazione americana soggetta ad una doppia oppressione. Già nel 1915 Fraina si era espresso chiaramente:

Il socialismo non può tollerare il pregiudizio razziale e l’anti-immigrazionismo. Il suo internazionalismo deve essere reale.[4]

L’anno successivo, demistificando la natura di classe della “democrazia” americana, aveva ribadito la necessità per il SPA di affrontare con serietà la “questione razziale”:

Siamo una democrazia, sì; ma siamo una democrazia nel vecchio senso ateniese, una democrazia oligarchica sovrapposta a una massa di schiavi, che nel nostro caso sono i neri e la manodopera straniera non qualificata.

Il movimento socialista americano ha criminalmente trascurato il problema della razza. Si tratta di uno dei più potenti strumenti di oppressione in questo Paese. Esso è un serio ostacolo al socialismo. Gli interessi del socialismo e della comune decenza richiedono un’agitazione per la giustizia nei confronti del nero e di tutte le razze soggette.[5]

E nel 1917, in seguito ad un pogrom razzista contro i neri perpetrato ad East St. Louis, Fraina ammonisce:

Il Call di New York ammette che lo scempio è la conseguenza di «una feroce e intensa lotta per il lavoro», la cui soluzione è «rimuovere le cause economiche». Il nero deve aspettare il Commonwealth cooperativo prima di poter ottenere almeno un briciolo di giustizia? È un atteggiamento stupido e reazionario. Fa il gioco del capitalismo, dividendo la classe operaia su base razziale. Inoltre, allontanerà il nero dal socialismo facendolo lottare per migliorare le sue condizioni in quanto nero, invece che in quanto lavoratore.[6]

Si tratta di un primo tentativo di muoversi oltre la linea politica del SPA, che, pur nelle sue componenti più ostili al razzismo, affermava di non avere “nulla di particolare” da offrire ai lavoratori neri nell’immediato e che affidava la risoluzione della “questione razziale” alla futura instaurazione della società socialista.

Continua…


NOTE

[1] L. C. Fraina, Una nuova Internazionale, da Il futuro del socialismo, gennaio 1915.

[2] L. C. Fraina, La guerra e l’America, maggio-giugno 1917.

[3] Ibidem.

[4] L. C. Fraina, Guerra razziale e contro gli immigrati, da Il futuro del socialismo, gennaio 1915.

[5] L. C. Fraina, Democrazia e segregazione dei neri, aprile 1916.

[6] L. C. Fraina, East St. Louis, i neri e il sindacato, luglio 1917.


BIBLIOGRAFIA

  • Paul M. Buhle, A Dreamer’s Paradise Lost. Louis C. Fraina/Lewis Corey (1892-1953) and the Decline of Radicalism in the United States, Humanities Press, Atlantic Highlands, NJ, 1995.
  • Serena Tait, Alle origini del movimento comunista negli Stati Uniti: Louis Fraina teorico della azione di massa, in Primo Maggio, n. 1, giugno-settembre 1973, pp. 17-39.
  • Theodore Draper, The Roots of American Communism, Transaction Publishers, New Brunswick, 2003.
  • Esther Corey, Lewis Corey (Louis C. Fraina), 1892-1953: A Bibliography with Autobiographical Notes, articolo pubblicato su Labor History, vol. 4 (primavera 1963), pp. 103-131.
  • James P. Cannon, I primi dieci anni del Partito Comunista Americano, Jaca Book, Milano, 1977.
  • James P. Cannon, The History of American Trotskysm, 1928-1938, Pathfinder Press, Canada, 2002
  • Jacob Zumoff, The Communist International and US Communism, 1919-1929, Brill, Boston, 2014.
  • Tony Cliff, L’internazionalismo rivoluzionario in Palestina, 1937-1946, coalizioneoperaia.com

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