AMENDOLARA: A CARATTERI DI SANGUE E FUOCO

L’efferata strage di Amendolara, in provincia di Cosenza, avvenuta il 1° giugno in pieno giorno, è balzata al centro della cronaca nazionale per la sua inaudita brutalità.

Quattro giovani braccianti – Waseem Khan (29 anni, pachistano), Amin Fazal Khogjani, Safi Iayjad e Ullah Ismat Qiemi (rispettivamente di 28, 27 e 19 anni, tutti afghani pashtun) – sono stati arsi vivi all’interno di un’auto, ad una pompa di benzina dove le telecamere di sicurezza hanno ripreso l’intera scena.

Un quinto bracciante, Mohammad Taj Alamyar, afghano di 35 anni, è riuscito a salvarsi, diventando così il testimone chiave dell’inchiesta. Questi ha rivelato che i suoi compagni avevano protestato contro le degradanti condizioni abitative (dormivano in dieci in una stanza), chiedevano la regolarizzazione contrattuale e il pagamento degli arretrati, non ricevendo compensi addirittura dal 20 aprile.

Quello descritto dalle cronache è uno spaccato di moderna schiavitù salariale che rasenta la schiavitù senza salario: le vittime erano operai agricoli impiegati nella raccolta delle fragole, tra i campi della Sibaritide (in Calabria) e quelli del Metapontino (nella vicina Basilicata); facevano turni massacranti dall’alba al tramonto – o come si diceva nell’Ottocento “da buio a buio” –, sotto il sole cocente; le paghe (teoriche perché nei fatti non corrisposte) erano misere, ovvero 50 euro al giorno a cui venivano sottratti 5 euro al giorno per il trasporto e 150 euro al mese per l’alloggio. I vicini di casa, a Villapiana, ricordano che questi giovani proletari tornavano dal lavoro e regalavano piccoli cestini di fragole avanzate ai bambini del quartiere.

La retorica dell’ideologia dominante prova a ridurre il fatto, in questo modo archiviandolo, a tragedia isolata dovuta alla episodica crudeltà degli aguzzini, oppure a derubricare l’estrema violenza solo alle logiche insite nel sistema del caporalato o delle agromafie, in sostanza a circoscrivere l’accaduto ad un’anomalia deviante rispetto al giusto modo di funzionamento del capitalismo nel suo complesso. Come sempre l’ideologia ha dei singoli elementi corrispondenti al vero, ma non riesce a cogliere la realtà nel suo complesso, non afferra l’elemento sociale, materiale, storicamente determinante che consente di inquadrare e spiegare nel profondo quello che noi definiamo senza indugio “omicidio di classe”, in questo caso omicidio plurimo.

Il giovane Friedrich Engels, nel suo famoso scritto del 1845 sulla condizione della classe operaia in Inghilterra, aveva raccolto dalle pagine dei giornali operai dell’epoca, prevalentemente cartisti, un’espressione e la consegnò alla teoria: “omicidio sociale”. Engels osservava acutamente la perfida fisionomia di questo “omicidio perfetto”, perché dell’omicidio sociale il colpevole era invisibile: quando una società pone migliaia di proletari in condizioni nelle quali è inevitabile che muoiano prima del tempo, e lo sa, e lascia che tutto rimanga com’è, allora ha commesso un omicidio esattamente come l’assassino singolo. Nessuno vede l’assassino degli oltre mille morti all’anno in Italia sul lavoro, ma l’assassino è il capitalismo stesso con la sua logica che alla sicurezza antepone sistematicamente, e non può fare altrimenti, il profitto e l’accumulazione capitalistica. La morte allora, quando nessuno vede l’assassino, viene trasformata in evento naturale dall’ideologia della classe dominante.

Quando invece la morte è talmente eclatante, quando il fuoco come in questo tragico caso strappa il manto dell’anonimato, impone il fatto sulle pagine di “nera” e inquadra gli artefici colti sul fatto, i carnefici all’opera, allora l’ideologia borghese non può che ripiegare, personalizzare e trovare qualche comodo capro espiatorio per salvare tutta la filiera borghese. Esiste infatti una catena di interessi di frazioni borghesi, in cui il caporalato non è un’anomalia del mercato ma una specifica funzione, che si regge, e guadagna bene, anche grazie all’iper-sfruttamento bracciantile, dei lavoratori dei subappalti, delle cooperative, del precariato e degli operai peggio pagati.

Il capitalismo, ricorda Marx nel Capitale, è venuto al mondo «grondante sangue e sporcizia da tutti i pori» e la storia della sua accumulazione è incisa «a lettere di sangue e di fuoco».

Così oggi il capitalismo, diffusosi ad ogni latitudine, non può che continuare a vivere nel «sangue e nel fuoco», data la necessità di basarsi sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e più precisamente di una classe su di un’altra. La violenza, dunque, come lotta tra frazioni borghesi e come lotta tra borghesia e proletariato, non è che una manifestazione intrinseca di questa realtà contraddittoria e potrà essere superata solo nella futura società senza classi, la quale vedrà la luce solo attraverso una catena di rivoluzioni comuniste, che saranno scritte anch’esse «a lettere di sangue e di fuoco» (ma di sangue e fuoco finalmente liberatori). 

Il rogo di Amendolara certamente è stato un messaggio da parte di feroci agenti di uno specifico capitale che deve massimizzare con ogni mezzo, anche disumano, l’estrazione di plusvalore da una forza-lavoro estremamente debole e ricattabile. Hanno lanciato un messaggio contro tutti gli altri proletari in analoghe situazioni. Ma quel messaggio diventerà anche memoria di una coscienza di classe proletaria che deve alimentare la passione con la ragione e la ragione con la passione.

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