LA CRESCENTE CONVERGENZA CON IL BOLSCEVISMO

Quarta parte del saggio biografico Louis C. Fraina e la nascita del movimento comunista negli Stati Uniti d’America, pubblicato in: Louis C. Fraina – Il Socialismo Rivoluzionario – e altri scritti 1911-1921, Movimento Reale, Roma, 2026.


Nell’estate del 1917, dopo la rivoluzione di “Febbraio”, che a suo parere dimostrava concretamente la validità del concetto di “azione politica di massa” – sfrondato dalle suggestioni idealistiche della sinistra olandese ma ancora oscillante fra «sciopero di massa e dimostrazione di massa»[1] – Fraina sostiene apertamente Lenin e i bolscevichi ed auspica in Russia una seconda rivoluzione che instauri una «dittatura del proletariato rivoluzionario».

Mostrando di aver compreso nella sua essenza il programma bolscevico, Fraina colloca correttamente la rivoluzione in Russia all’interno di un processo e di una strategia internazionali, senza nulla concedere alle illusioni su un socialismo “nazionale”:

[Lenin] Non è cieco di fronte all’impossibilità di instaurare il socialismo, ma desidera sfruttare la situazione attuale per un’azione rivoluzionaria internazionale.[2]

In novembre si schiera decisamente a favore dell’insurrezione di Pietrogrado ed entra nella redazione di The Class Struggle, al cui comitato editoriale si aggiunge per un periodo anche Eugene V. Debs. All’inizio del 1918 viene nominato direttore dell’American Bolschevik Bureau of Information, un’organizzazione nata dalla fusione tra i delegati di cinque gruppi russi e la Socialist Propaganda League con lo scopo di spiegare e propagandare negli Stati Uniti il significato della Rivoluzione russa e di arruolare volontari per combattere con i rossi nella guerra civile in corso in Russia.

Sul finire dell’anno, in una riflessione sul ruolo svolto da Lenin in Russia, esprime un’articolata e non banale valutazione del rapporto tra princìpi e tattica rivoluzionari:

Adattarsi ai fatti temporaneamente dominanti, scendere a compromessi con questioni e forze fondamentalmente contrarie al socialismo con la scusa dell’“azione necessaria” non significa adattarsi alla realtà, ma accettare le forme al posto della sostanza, scambiare l’apparenza della realtà per la realtà stessa […] La coerenza che è flessibile e la flessibilità che è coerente sono strumenti della rivoluzione.[3]

Nello stesso testo Fraina, riflettendo sui meriti dell’impostazione leniniana, rileva efficacemente l’importanza della restaurazione teorica del marxismo come premessa inaggirabile dell’azione rivoluzionaria nelle specifiche fasi storiche che la rendono possibile, esprimendo un’implicita condanna di quella forma immediatista di opportunismo che, richiamandosi alle presunte necessità dell’azione “concreta” e alle esigenze del “qui ed ora”, tende a svalutare sprezzantemente e con ostentata “impazienza” sia il momento teorico che quello dell’analisi:

L’altro giorno stavo discutendo di Lenin con un compagno, che mi ha detto: «Mi stanca leggere le tante volte in cui Lenin insiste ripetutamente – come contro Karl Kautsky – sul fatto che Marx ha detto questo o ha inteso quest’altro. Un uomo che ha realizzato ciò che Lenin ha realizzato in Russia non deve preoccuparsi di Marx». Ma il marxismo è lo strumento teorico della rivoluzione proletaria; è sulla base del marxismo che Lenin costruisce. E una delle grandi conquiste di Lenin è il restauro del vero carattere del marxismo in quanto strumento dell’azione rivoluzionaria. Negli ultimi venticinque anni, il marxismo ha subìto una trasformazione, diventando un mezzo di interpretazione storica e un feticcio nella polemica, anziché un artefice della storia e uno strumento di azione rivoluzionaria. Questa degradante concezione del marxismo era dominante nella vecchia Internazionale.[4]

In conclusione, aggiunge Fraina:

Quando arriverà il momento dell’“azione necessaria” – l’azione rivoluzionaria – l’opportunista vacillerà e si opporrà a questa necessaria azione rivoluzionaria, come hanno fatto i socialisti maggioritari in Europa, gli “uomini d’azione”; mentre l’uomo che è stato accusato di non essere “in azione”, che ha rifiutato la partecipazione a certe azioni in quanto contraria al socialismo e alla lotta di classe, diventa il dirigente e l’ispiratore della più grande di tutte le rivoluzioni.[5]

Nella primavera del 1918 Louis Fraina lascia New York per trasferirsi a Boston, dietro invito della locale Ala Sinistra del Socialist Party of America – composta essenzialmente dalla Federazione Lettone – che ha preso il controllo della sezione cittadina del partito. Nella capitale del Massachusetts si occupa della scuola quadri (l’Educational Department) dell’Ala Sinistra e a fine anno diventa direttore del suo organo locale: The Revolutionary Age, che ospita, tra gli altri, contributi di John Reed, Sen Katayama e Eugene Debs.

Mentre a New York, allora centro del movimento internazionalista radicale negli USA, Eadmonn MacAlpine e John Reed fondano il New York Communist, Fraina, probabilmente anche per considerazioni legate alle sue condizioni materiali, sceglie di rimanere con i compagni della Federazione Lettone a Boston, in un ambiente cittadino in cui però le simpatie per il socialismo presso una classe operaia prevalentemente di origine irlandese sono scarse e in cui l’attività di partito si svolge prevalentemente a porte chiuse.

In questo periodo Fraina pubblica The Proletarian Revolution in Russia, un’antologia di 431 pagine che raccoglie testi postrivoluzionari di Lenin e Trotsky tradotti per la prima volta in inglese. Il volume è accompagnato da un’introduzione, da un ampio apparato di note e capitoli supplementari scritti da lui stesso per illustrare e popolarizzare il programma dei bolscevichi in America. Benché pubblicato in un momento in cui le incursioni del Bureau of Investigation presso le sedi e le tipografie socialiste ne limitino fortemente la diffusione al di là della cerchia dell’Ala Sinistra del SPA, e nonostante un’interpretazione ancora parzialmente legata a tematiche deleoniane, il testo rappresenta, almeno fino alla metà degli anni Venti, la principale fonte documentaria sul pensiero dei bolscevichi e sulla Rivoluzione d’Ottobre disponibile negli Stati Uniti, con un’importanza equivalente ai Dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed.

Nella seconda metà del 1918, Fraina dibatte animatamente sulla stampa socialista con quegli elementi anche dell’Ala Sinistra del SPA (fra tutti Louis Boudin) che, sulla base delle medesime argomentazioni pseudo-ortodosse dei menscevichi, tendono a negare il carattere proletario del rivolgimento bolscevico, e ribadisce il carattere internazionale del processo rivoluzionario iniziato in Russia:

Il socialismo, dicono questi pervertitori del marxismo, richiede un capitalismo altamente sviluppato, ignorando che l’avvento del socialismo implica una serie di lotte di classe rivoluzionarie internazionali in cui il potere di classe proletario è decisivo. Il socialismo rivoluzionario in Russia è stato determinato non soltanto dalla lotta per la rivoluzione proletaria in Russia, ma anche dalla rivoluzione proletaria in Germania e in Europa. Tuttavia, considerando la Russia isolatamente, esisteva un’ingannevole sfumatura di verità nell’argomentazione secondo cui la Russia, industrialmente non sviluppata, non era pronta per una rivoluzione proletaria.[6]

Alla fine del 1918 la concezione di “democrazia industriale” di Fraina, pur conservando elementi derivanti dall’elaborazione di De Leon, manifesta in maniera sempre più evidente la profonda influenza esercitata dall’esperienza bolscevica:

I lavoratori delle fabbriche, delle miniere e degli stabilimenti controlleranno ogni singolo luogo di lavoro, non un datore di lavoro. Il voto, il voto industriale dei lavoratori di ogni singolo settore, deciderà ogni questione. Le fabbriche non saranno indipendenti l’una dall’altra, perché ciò sarebbe anarchia, ma saranno tutte unite da organi amministrativi appropriati eletti con il voto dei lavoratori, che culmineranno in un governo industriale centrale eletto direttamente dai lavoratori.[7]

Rovesciando la sua precedente impostazione del rapporto tra “forza economica” e potere politico della classe operaia Fraina mostra di aver appreso la lezione di Stato e rivoluzione di Lenin, riconoscendo che la conquista del potere politico del proletariato – premessa indispensabile per l’espropriazione della borghesia e per la distruzione dei rapporti mercantili di produzione – può avvenire soltanto attraverso l’abbattimento dello Stato borghese:

La completa espropriazione politica del borghese è il necessario presupposto alla sua completa espropriazione economica. La prima preoccupazione del proletariato rivoluzionario, quindi, è la conquista del potere statale attraverso l’azione di massa, l’annientamento dello Stato parlamentare borghese e l’organizzazione di un nuovo Stato proletario che funzioni temporaneamente come dittatura del proletariato rivoluzionario.[8]

Continua…


NOTE

[1] Cfr. Serena Tait, Alle origini del movimento comunista negli Stati Uniti: Louis Fraina teorico della azione di massa, in Primo Maggio, n. 1, giugno-settembre 1973, p. 34.

[2] L. C. Fraina, L’atteggiamento di Lenin, luglio-agosto 1917. Questo testo rappresenta con ogni probabilità la prima presa di posizione pro-bolscevichi in lingua inglese.

[3] L. C. Fraina, Lenin: un riconoscimento, novembre 1918. Circa quaranta anni dopo, Amadeo Bordiga scriverà a questo proposito, e in maniera più colorita: «Tutto il mondo contemporaneo e la sua rinculatissima letteratura vive di frasacce fatte, il che caratterizza le epoche di decadenza. Un chiodo ostinato è quello che chi si oppone agli inverosimili rinnegamenti odierni sia uno che non ha imparato da Lenin che la tattica deve essere flessibile. Non neghiamo che Lenin abbia usato il termine. Ma Lenin era rigido, quando insegnava a essere flessibili. Voleva che il partito fosse flessibile come una lama di acciaio, che è il materiale più resistente a spezzarsi. Ma questa gente che osa parlare di lui è flessibile come la ricotta, per non nominare la materia che meglio la simboleggia, ossia si deforma non per riprendere la direzione inesorabile della spada che va al cuore del nemico, ma alla maniera di uno stronzo calpesto». Il testo di Lenin su “L’estremismo, malattia d’infanzia del comunismo”, condanna dei futuri rinnegati, Il Programma comunista, 1960-61.

[4] L. C. Fraina, Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] L. C. Fraina, Un problema di tattica, dicembre 1918.

[7] L. C. Fraina, I problemi della ricostruzione, novembre 1918.

[8] L. C. Fraina, Un problema di tattica, dicembre 1918.


BIBLIOGRAFIA

  • Paul M. Buhle, A Dreamer’s Paradise Lost. Louis C. Fraina/Lewis Corey (1892-1953) and the Decline of Radicalism in the United States, Humanities Press, Atlantic Highlands, NJ, 1995.
  • Serena Tait, Alle origini del movimento comunista negli Stati Uniti: Louis Fraina teorico della azione di massa, in Primo Maggio, n. 1, giugno-settembre 1973, pp. 17-39.
  • Theodore Draper, The Roots of American Communism, Transaction Publishers, New Brunswick, 2003.
  • Esther Corey, Lewis Corey (Louis C. Fraina), 1892-1953: A Bibliography with Autobiographical Notes, articolo pubblicato su Labor History, vol. 4 (primavera 1963), pp. 103-131.
  • James P. Cannon, I primi dieci anni del Partito Comunista Americano, Jaca Book, Milano, 1977.
  • James P. Cannon, The History of American Trotskysm, 1928-1938, Pathfinder Press, Canada, 2002
  • Jacob Zumoff, The Communist International and US Communism, 1919-1929, Brill, Boston, 2014.
  • Tony Cliff, L’internazionalismo rivoluzionario in Palestina, 1937-1946, coalizioneoperaia.com

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