“REVOLUTIONARY SOCIALISM”

Quinta parte del saggio biografico Louis C. Fraina e la nascita del movimento comunista negli Stati Uniti d’America, pubblicato in: Louis C. Fraina – Il Socialismo Rivoluzionario – e altri scritti 1911-1921, Movimento Reale, Roma, 2026.


Nel novembre 1918 Louis Fraina, alla luce delle sue nuove acquisizioni teoriche, raccoglie le proprie riflessioni politiche nel testo Revolutionary Socialism, la sua prima opera di ampio respiro; un testo che, nei primissimi anni del movimento comunista americano, assumerà un ruolo di primo piano come materiale di studio per la formazione dei militanti rivoluzionari e sul quale pertanto è opportuno soffermarsi in maniera più estesa ed approfondita.

Nel suo saggio, sostanzialmente in linea con le sue precedenti analisi delle caratteristiche del proletariato americano emerse dal gigantesco processo di meccanizzazione iniziato nell’ultimo quarto del XIX secolo, Fraina conferma la sua tesi che individua nell’operaio industriale generico e immigrato lo specifico elemento rivoluzionario all’interno della classe operaia negli Stati Uniti. Così facendo il socialista americano coglie un aspetto della realtà che prende in esame tendendo però ad assolutizzarlo:

I mestieri qualificati di solito praticano il crumiraggio l’uno contro l’altro; gli operai generici raramente.[1]

Ad ogni modo, lo Steel Strike del 1919 vedrà numerosissimi operai generici (in gran parte ex mezzadri neri reclutati dalle agenzie padronali nel profondo Sud del Paese) fare opera di crumiraggio nel più grande sciopero del primo dopoguerra americano, organizzato proprio da militanti sindacali dell’AFL, contribuendo alla sua pesante sconfitta e ridimensionando oggettivamente la portata ottimistica della precisazione di Fraina:

Nella furia suscitata dai tradimenti del lavoro qualificato, occasionalmente i lavoratori generici hanno praticato il crumiraggio contro i sindacati di mestiere, all’inizio; ma la loro coscienza solidale è talmente forte che ciò ha rappresentato l’eccezione, non la regola.[2]

Se da un lato Fraina non sembra contemplare la possibilità che la generale crisi capitalistica coinvolga e mobiliti anche settori di labor aristocracy, seppur più lentamente – con tutto ciò che di negativo comporta tale inerzia dal punto di vista dell’influsso frenante che questo strato esercita sull’insieme della classe per mezzo delle sue espressioni politiche opportuniste –, dall’altro non sembra rendersi pienamente conto del carattere storicamente determinato di quelle che erano allora le peculiari caratteristiche sociali della labor aristocracy americana. Peculiarità che sarebbero mutate con l’ulteriore maturazione del capitalismo americano lasciando però in eredità al proletariato statunitense un gravoso lascito ideologico. L’“operaio qualificato” con cui Fraina fa i conti, legato ad una concezione “proprietaria” delle proprie competenze lavorative in parte ancora “artigianali” tenderà infatti, con il procedere della meccanizzazione del processo produttivo, a scomparire per diventare qualcosa di più simile all’aristocrazia operaia industriale propriamente detta, maggiormente legata all’elargizione di quote di sovraprofitto imperialistico, con una conseguente trasformazione delle sue caratteristiche sociali e delle sue organizzazioni economiche, ma nella continuità di quel particolarmente efficace imprinting ideologico reazionario sviluppato nella fase precedente e che aveva contribuito al prevalere di forme di opportunismo non socialdemocratiche presso la classe operaia statunitense. Era per questo che il socialismo moderato americano:

Aveva, ed ha, tutti i vizi e nessuna delle virtù del movimento europeo. Non è un rappresentante del proletariato rivoluzionario, e onestamente non è nemmeno un rappresentante del lavoro qualificato e della piccola borghesia: cerca semplicemente di rappresentare questi gruppi.[3]

Nel suo saggio Fraina conferma una visione dialettica e non feticistica delle forme di lotta del proletariato. Se già nel 1914 aveva ad esempio relativizzato la funzione e l’importanza del sabotaggio:

Il principio implicito nel sabotaggio […] non è necessariamente un principio rivoluzionario. È un metodo, una modalità di azione, determinata dalla convenienza. Il capitalista, secondo Pouget, pratica il sabotaggio; il capitalista è quindi rivoluzionario? Il sindacalista conservatore deve dunque essere un rivoluzionario, poiché è un esperto istintivo nel sabotaggio.[4]

Quattro anni dopo, in Revolutionary Socialism, evidenzia la possibilità di un contenuto non necessariamente proletario della forma di lotta del sabotaggio o della cosiddetta “azione diretta” di esigue minoranze o individui:

…gli scioperi degli operai generici sono stati notevolmente privi di violenza, mentre i sindacati di mestiere si sono ripetutamente abbandonati a quella violenza individuale e segreta che è caratteristica dei gruppi sconfitti nella lotta sociale. Il processo meccanizzato imprime nelle menti dei lavoratori non qualificati il valore della loro forza, del loro controllo sul processo industriale, della loro solidarietà nell’azione; e tali circostanze inevitabilmente scoraggiano atti sporadici di violenza individuale.[5]

Ad ogni modo, assodato che l’impiego di tali forme di lotta non può essere escluso aprioristicamente ma che dev’essere determinato dalle circostanze e dall’opportunità – anche qualora esprimano un’autentica e spontanea reazione operaia al dispotismo padronale in fabbrica e non la miracolosa “panacea” propinata da elementi condizionati da ideologie piccolo-borghesi all’interno del movimento operaio –, esse manifestano in genere la debolezza di operai costretti a reagire in maniera individuale, frammentata. Si tratta infatti di forme di azione che non uniscono gli operai nella lotta collettiva, che non gli infondono il senso della comunità di classe e che, non implicando in genere un’aperta assunzione di responsabilità, non consentono l’emersione di dirigenti operai riconosciuti.

In Revolutionary Socialism, Fraina inizia a porre una maggiore attenzione alla dimensione politica della lotta del proletariato, tentando di superare le unilateralità della concezione esclusivamente parlamentare della lotta politica, così come quella di un unionismo industriale trincerato nel mero ambito economico, sviluppando dal concetto di “azione di massa”, nuova forma di lotta spontanea generata dalla meccanizzazione del processo industriale, quello di cosciente “azione politica di massa” con obiettivi rivoluzionari. Nella sua elaborazione il marxista statunitense, cercando di rileggere concetti mutuati dalla sinistra tedesco-olandese e dall’esperienza del movimento operaio americano alla luce della rivoluzione bolscevica, sembra iniziare a porre quella che per il partito rivoluzionario, per la coscienza teorica organizzata, è la fondamentale questione del riconoscimento e del raccordo con le nuove forme e i nuovi organismi di lotta della classe, per svilupparne il programma e la direzione politica:

Le masse devono agire di propria iniziativa e sotto l’impulso delle proprie lotte; compito del socialista rivoluzionario è quello di fornire il programma ed il percorso di questa azione elementare, adattandosi alle nuove modalità di lotta proletaria. […]

L’azione politica di massa non è determinata dalla lotta per i salari, ma da questioni generali di primaria importanza politica, nelle quali il proletariato centralizza ed integra le proprie forze, nelle quali i lavoratori organizzati e non organizzati possono agire insieme in una lotta generale contro il capitalismo. Questa concentrazione di forze attraverso l’azione di massa è una condizione indispensabile per le lotte rivoluzionarie generali dei giorni che verranno.

L’azione di massa può consistere in uno sciopero spontaneo di lavoratori organizzati in rivolta contro la burocrazia sindacale o, come avviene di solito, in scioperi e azioni di lavoratori non organizzati e non qualificati. Si tratta di forme primitive di azione di massa, anche se costituiscono la genesi dell’azione di massa generale che può includere lavoratori organizzati e non organizzati in vari raggruppamenti industriali, in una lotta a tutto campo contro il capitalismo su questioni di classe generali. […]

Il processo di lotte proletarie, sotto l’impatto degli antagonismi e di una situazione rivoluzionaria, si svilupperà nella grande lotta finale, una lotta intensa, violenta e senza compromessi contro il capitalismo. Questa lotta non scoppierà come lotta cosciente e organizzata per il socialismo: scoppierà sotto l’impulso di una crisi, attraverso l’azione di massa. Il suo carattere, ovviamente, varierà inizialmente in accordo con le condizioni prevalenti, anche se probabilmente, all’inizio, sarà animato da scopi meschini o vaghi. Il suo corso sarà determinato dal senso della realtà, dalla coscienza dello scopo e dalla forza del socialismo rivoluzionario, dalla sua capacità di proporre e organizzare un programma rivoluzionario attorno al quale le masse possano riunirsi per agire e conquistare il potere. Organizzare e dirigere la rivoluzione diventerà il compito supremo del socialismo, un banco di prova anche per il suo spirito intransigente e il suo senso della realtà.[6]

Se è l’impulso della crisi capitalistica a determinare lo scoppio della lotta proletaria, che si manifesterà inizialmente nelle forme di una spontanea e ancora “primitiva” azione di massa, tale lotta potrà diventare una “cosciente e organizzata” lotta contro il capitalismo – ovvero ciò che per Fraina corrisponde ad un’azione politica di massa – soltanto se il socialismo rivoluzionario (il partito) si dimostrerà in grado di «proporre e organizzare un programma rivoluzionario attorno al quale le masse possano riunirsi per agire e conquistare il potere».

Nuova forma di lotta del proletariato, la generica azione di massa, è, nelle parole di Fraina, anche un nuovo modo di concepirsi degli operai generici industriali:

… il processo meccanizzato non si limita ad organizzare il proletariato attraverso il meccanismo stesso della produzione; crea contemporaneamente una nuova ideologia tra i lavoratori. L’operaio qualificato pensa in termini di mestiere, di individuo e di proprietà; il proletariato non qualificato pensa in termini di massa, di potere e di controllo del processo meccanizzato. I qualificati si aggrappano agli scioperi di mestiere, i non qualificati si rivolgono all’azione di massa.[7]

Fraina intravede che il “potere”, la forza del proletariato sul terreno industriale hanno carattere potenziale:

…l’integrazione dell’industria in proporzioni mastodontiche ha sviluppato le condizioni per una generale azione di classe degli operai attraverso mezzi industriali diretti contro il capitalista, non come individuo ma come classe, e contro l’intero regime borghese e il suo Stato.[8]

Si tratta infatti sempre e soltanto delle condizioni «per una generale azione di classe» che necessita di ulteriori passaggi per divenire effettivamente tale. La concentrazione e la meccanizzazione della grande industria, radunando e disciplinando grandi masse di operai, rendono possibili e stimolano lotte rivendicative di massa. Sono queste lotte, la “scuola di guerra” degli scioperi di massa, a rendere il proletariato più sensibile alla teoria rivoluzionaria, ed è il raccordo con la teoria rivoluzionaria, è – per usare il linguaggio di Lenin – l’importazione di questa teoria da parte della classe operaia dall’esterno della mera lotta economica e la sua conseguente trasformazione in lotta politica rivoluzionaria, a rendere il proletariato industriale consapevole del proprio – ancora soltanto potenziale – “controllo sull’industria”, a fare della sua collocazione strategica nei gangli produttivi vitali del capitalismo una vera e propria “forza industriale”. Nella misura in cui la crisi capitalistica mette in moto il proletariato sul terreno dell’azione di massa, la rivoluzione sociale «diventa un fatto»

… quando il proletariato ha acquisito una consapevolezza del suo controllo sull’industria sufficiente a stabilire tale controllo nella pratica. Il proletariato, di conseguenza, sviluppa uno Stato nello Stato, sviluppa le norme della futura società socialista all’interno della struttura del capitalismo.[9]

Appare evidente come in questo passaggio, seppur mediato ancora dall’impiego di un linguaggio mutuato dal deleonismo e più in generale dal milieu rivoluzionario statunitense, venga delineato confusamente il processo di formazione di organismi rappresentativi di classe, come i “soviet”, e l’instaurazione di un “dualismo di poteri” tra questi organismi e lo Stato borghese.

Fraina riconosce poi che l’“ideologia rivoluzionaria” del proletariato, la sua coscienza di classe, a cui l’autentico socialista deve aderire, non è generata dalla “crisi rivoluzionaria” e che anzi in qualche misura essa deve anticipare la crisi stessa per portare a compimento il processo rivoluzionario; che essa è un elemento fondamentale del processo rivoluzionario:

Le condizioni materiali forniscono le forze oggettive necessarie per una rivoluzione, ma a queste deve aggiungersi la forza soggettiva dell’intensità rivoluzionaria, di un’ideologia completamente estranea all’ideologia dominante della nazione. Questa ideologia non è creata dalla rivoluzione stessa, ma precede la rivoluzione e diventa un fattore che porta alla rivoluzione; ed è indispensabile che il socialista, in teoria e in pratica, si adatti a questa ideologia.[10]

Per Fraina, infatti, il “crollo del capitalismo” non si verifica in virtù di un meccanismo ad orologeria puramente economico che risolva da sé, miracolosamente ed inevitabilmente, i problemi politici della rivoluzione sociale. Il “crollo” può manifestarsi nella trasformazione della crisi capitalistica in rivoluzione proletaria vittoriosa oppure nella comune rovina delle classi in lotta:

C’è un punto in cui il capitalismo si scontra con un’impasse nel processo industriale. Le forze produttive generano inesorabilmente nuove contraddizioni e crisi. Il capitalismo è sul punto di crollare. Il fatalista utilizza questi fatti – e sono fatti – come argomento per teorizzare un inevitabile crollo del capitalismo e un altrettanto inevitabile avvento del socialismo. L’argomento è tanto futile quanto fatalista. La guerra mondiale, in cui milioni di lavoratori si sono sacrificati e sono morti per la causa dell’imperialismo, è il monito di un’alternativa. L’atteggiamento fatalista, in pratica, permette al capitalismo di disporre delle cose nel suo modo brutale. E invece dell’avvento del socialismo, il mondo potrebbe assistere all’avvento di una nuova barbarie, la «comune rovina delle classi in lotta». Se la guerra diventa lo stato normale della società, se il proletariato come moderna classe rivoluzionaria non trova l’iniziativa e l’energia necessarie ad assumere il controllo della società, allora invece di una nuova società avremo una nuova era di rapina e di conquista. L’Europa che si fa a pezzi da sola, l’Europa e l’America che si fanno a pezzi a vicenda e le due che fanno a pezzi l’Asia, o l’Asia che fa a pezzi entrambe. Il crollo del capitalismo, in una forma o nell’altra, è inevitabile; ma l’avvento del socialismo non è altrettanto inevitabile. Potrebbe diventare il crollo dell’intera civiltà.[11]

Fraina ritiene che l’azione “politica” del primo socialismo, settario e riformista, intesa come mera propaganda “parlamentaristica”, abbia assolto il compito di collegare tra loro gli elementi dispersi della classe operaia nella precedente fase storica di insufficiente sviluppo dell’industria su larga scala. La meccanizzazione del processo produttivo rende materialmente possibile per Fraina un maggiore collegamento del proletariato attraverso le lotte industriali, ma al tempo stesso accresce l’importanza di un altro genere di azione politica: per l’appunto quella di un socialismo rivoluzionario capace di condurre una lotta extraparlamentare ed eventualmente di utilizzare in senso rivoluzionario anche la tribuna offerta dai parlamenti borghesi. Anche nella moderna industria meccanizzata infatti i lavoratori possono essere isolati fra di loro. La meccanizzazione li unisce su un piano specifico e soltanto fino ad un certo punto. La consapevolezza politica è fondamentale strumento di coordinamento, di omogeneizzazione e di indirizzo di spinte che, se rimangono sul mero terreno economico, possono sempre essere in qualche misura frantumate, divise, contrapposte tra di loro per mezzo della corruzione materiale ma anche ideologica e politica.

Fraina evidenzia ripetutamente l’esistenza di differenziazioni interne alla classe operaia, legate alla relativa disparità delle condizioni materiali di esistenza dei suoi diversi strati, che rendono generalmente problematica l’unificazione del proletariato sul terreno dei suoi interessi immediati e che anche in un contesto di crisi rivoluzionaria condizionano il suo rapporto con la coscienza classista:

Il socialista dottrinario parte dal presupposto che non esistano divisioni all’interno del proletariato, essendo i suoi interessi unitari, e che, di conseguenza, la teoria socialista possieda un’unità di pensiero impermeabile alle influenze reazionarie. Ma l’assunto non è valido. Gli interessi immediati della classe operaia non sono unitari – benché lo siano in ultima analisi –, essa è spaccata da divisioni – tra qualificati e non qualificati – e la teoria socialista non solo è suscettibile di interpretazione reazionaria, ma infatti è stata usata per scopi reazionari.[12]

Fraina sembra perciò comprendere la differenza tra gli immediati interessi economici e quelli storici del proletariato, e ravvisare nella lotta politica guidata dalla coscienza teorica il terreno sul quale “in ultima analisi” la classe può essere tendenzialmente unificata:

Unificando gli interessi della classe dominante e imponendo una drastica regolamentazione all’industria, il capitalismo di Stato rende lo Stato una questione vitale della lotta di classe nei suoi aspetti generali. Sempre più lo Stato si occupa direttamente delle controversie industriali: la lotta di classe diventa intensamente politica. La politica è il campo in cui tutte le questioni della lotta di classe entrano in azione. Non è contro una singola questione che il proletariato deve lottare, ma contro la totalità delle questioni che emergono dagli antagonismi della società borghese. Non è soltanto attraverso la proprietà dell’industria che il capitalista mantiene il proprio dominio; il semplice fatto della proprietà è a sua volta sorretto da un gran numero di mezzi, un gran numero di questioni, sociali, politiche, internazionali, tutte centralizzate nel capitalismo di Stato. Il proletariato deve interessarsi di tutte queste questioni, impegnarsi nella lotta parlamentare attraverso cui la società capitalista nel suo complesso si mostra nuda e spudorata.[13]

Continua…


NOTE

[1] L. C. Fraina, Il socialismo rivoluzionario, novembre 1918.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] L. C. Fraina, Sabotaggio di Émile Pouget, febbraio 1914.

[5] L. C. Fraina, Il socialismo rivoluzionario, novembre 1918.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem. Per Fraina l’utilizzo rivoluzionario del parlamento borghese non va confuso con la politica elettoralesca del socialismo moderato.


BIBLIOGRAFIA:

  • Paul M. Buhle, A Dreamer’s Paradise Lost. Louis C. Fraina/Lewis Corey (1892-1953) and the Decline of Radicalism in the United States, Humanities Press, Atlantic Highlands, NJ, 1995.
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  • Theodore Draper, The Roots of American Communism, Transaction Publishers, New Brunswick, 2003.
  • Esther Corey, Lewis Corey (Louis C. Fraina), 1892-1953: A Bibliography with Autobiographical Notes, articolo pubblicato su Labor History, vol. 4 (primavera 1963), pp. 103-131.
  • James P. Cannon, I primi dieci anni del Partito Comunista Americano, Jaca Book, Milano, 1977.
  • James P. Cannon, The History of American Trotskysm, 1928-1938, Pathfinder Press, Canada, 2002
  • Jacob Zumoff, The Communist International and US Communism, 1919-1929, Brill, Boston, 2014.
  • Tony Cliff, L’internazionalismo rivoluzionario in Palestina, 1937-1946, coalizioneoperaia.com

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