L’INTERNAZIONALISMO È UN FIORE NEL DESERTO – Dalla parte del proletariato di Palestina e di tutto il Medio Oriente

Negli ultimi mesi a Gerusalemme Est, nel quartiere di Sheikh Jarrah, lo Stato di Israele sta attuando il suo consueto piano di segregazione sociale su base ultra-nazionalistica: la demolizione di case palestinesi per favorire l’insediamento di coloni israeliani. Approfittando della pandemia si sono moltiplicate e irrigidite le restrizioni alla libertà di movimento degli arabo-palestinesi, accompagnate da violenze e soprusi. Al contrario, gruppi politici dell’estrema destra israeliana sono stati lasciati liberi di muoversi in cerca dell’arabo da linciare, mentre la polizia e l’esercito israeliani lasciavano fare dandosi alla brutale repressione delle proteste, colpendo a sangue centinaia di manifestanti palestinesi. Rappresaglia di Hamas sui civili israeliani e contro-rappresaglia israeliana sui civili di Gaza. Un’escalation dello scontro armato che non lascia dubbi sul ruolo oppressivo dello Stato Israeliano, il quale ha attivato un Comitato di emergenza per l’economia per la gestione dell’erogazione di beni e servizi in tempo di guerra.

Che lo Stato di Israele protegga militarmente l’oppressione economica, sociale e giuridica della popolazione palestinese è un dato incontrovertibile. Tuttavia, da solo, questo dato di fatto non è sufficiente a spiegare gli interessi delle classi nella regione. Considerare lo Stato di Israele il solo nemico del proletariato palestinese è una rappresentazione semplificata. Se non si comprende il ruolo della borghesia palestinese (per quanto basata su piccole e medie imprese), nonché di quelle egiziana, giordana e iraniana nella costante repressione del proletariato dell’area; se non si affronta la questione della necessità della mobilitazione del proletariato di questi paesi, a partire da quello israeliano, contro il nemico in casa: la propria borghesia e il suo Stato, si lascerà il settore palestinese del proletariato mediorientale – insieme agli altri strati sociali colpiti dalla crisi – politicamente disarmato, condannandolo all’isolamento e al massacro, in nome e per conto di bandiere che ne riproporranno la sottomissione sociale.

Il proletariato palestinese sta vivendo da più di 70 anni la seguente condizione: da un lato l’oppressione della propria borghesia (oggi meno avvertita ma non meno presente) e dall’altro l’intervento poliziesco e militare di Israele (al momento percepito come il solo nemico).

Si tratta di una condizione di estrema debolezza per il proletariato palestinese che, da un lato, subisce i bombardamenti e le rappresaglie israeliane, dall’altro, i giochi politici internazionali sulla sua pelle e l’oppressione interna ad opera della propria borghesia e dei suoi dirigenti. Leaders politici compromessi, quando non accuratamente selezionati tramite soppressioni mirate ad opera di una borghesia israeliana feroce, abile e ben armata.

Solo un processo rivoluzionario che coinvolga tutti i proletari della regione, soprattutto in Israele, Egitto e Iran potrà modificare le sorti del proletariato e dell’intero popolo palestinese.

L’apartheid israeliana, la repressione armata, e la ricerca di visibilità per trattare da parte di borghesie arabe deboli e senza scrupoli, conducono il proletariato palestinese ad armarsi contro Israele in una presunta lotta di popolo al servizio di Hamas o Fatah – o di altre organizzazioni islamiche, socialdemocratiche e nazionaliste. L’unica consegna nell’interesse del proletariato palestinese è quella di tentare di preservare le proprie forze per una lotta sul terreno indipendente di classe, per una ripresa delle lotte del proletariato di tutta la regione.

C’è un altro elemento nel quadro, che troppo spesso si trascura di inserire: il proletariato israeliano. Un proletariato che esiste, anche se oggi, in larghissima parte aggiogato al carro della propria borghesia e ideologicamente ipnotizzato dal mito della “fortezza assediata”, volta lo sguardo altrove o si unisce ai cori nazionalisti. Un proletariato che non sarà mai veramente libero dalla paura e dalla sua strumentalizzazione borghese se non farà propria la causa del proletariato e del popolo palestinese.

Se tutto questo non accadrà i proletari arabo-palestinesi-israeliani continueranno a piangere i loro morti in una serie senza fine di funerali e di guerre, piante ipocritamente dalle borghesie locali e dalle potenze imperialiste.

Non esistono facili soluzioni, non esistono scorciatoie, apparentemente radicali, al difficilissimo compito delle avanguardie di classe nel Medioriente.

Proletari israeliani, scioperate contro le violenze delle forze armate israeliane, boicottate il vostro Stato, abbandonate l’esercito!

Proletari palestinesi difendetevi dall’aggressione militare e cercate collegamenti con i vostri fratelli di classe!

È arrivato il momento dell’unità di classe internazionalista israeliano-palestinese!

Il nemico del proletariato è la borghesia! A prescindere dalla sua forza e sotto tutte le sue bandiere! L’unico appoggio incondizionato è quello alla classe operaia!

Circolo internazionalista “coalizione operaia”

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