LA COMUNE DI PARIGI E L’EMANCIPAZIONE ECONOMICA DEL LAVORO

1871 – 2021 A CENTOCINQUANTA ANNI DALLA PRIMA RIVOLUZIONE PROLETARIA

Abbiamo scelto di commemorare i 150 anni della Comune di Parigi non nel giorno della gloriosa insurrezione del 18 marzo ma in quello della sua tragica fine: il 28 maggio, al termine di quella che è passata alla storia come la “settimana di sangue”. Per ricordare alla classe operaia il prezzo che la classe dominante è disposta a farle pagare in caso di sconfitta nel tentativo di sovvertire il modo di produzione capitalistico.

Ricordare la Comune parigina è fondamentale per due ordini di motivi. Il primo è che si è trattato della prima rivoluzione proletaria della storia; il secondo è che la valutazione complessiva di quell’esperienza da parte di Marx ed Engels dimostra ampiamente che i fondatori del socialismo scientifico non furono mai dei semplici osservatori, degli accademici dottrinari con la pretesa di imporre le proprie verità al movimento operaio. Furono invece dei rivoluzionari che trassero dallo studio del movimento reale gli insegnamenti fondamentali alla loro elaborazione torica.

E proprio la critica rivolta da più parti a Marx, di aver annesso proditoriamente la Comune e la sua esperienza al proprio sistema, rivela suo malgrado la validità dell’impostazione del socialismo scientifico: il senso di responsabilità nei confronti della classe operaia, l’assenza di dogmi metafisici da imporre alla realtà e il rifiuto metodologico di qualsiasi chiusura aprioristica di fronte alle lezioni della storia. È per questo che, ancora oggi, l’appassionata valutazione di Marx è da ritenersi la più puntuale.

Per un’analisi complessiva della Comune dal punto di vista proletario rimandiamo, oltre che al classico di Marx La guerra civile in Francia, anche all’interessante saggio di Vittorio Mancini La Comune di Parigi, edito da Savelli nel 1975, sulla base del quale abbiamo lavorato per le riflessioni che seguono.

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LE PREMESSE

Uno degli aspetti che vanno evidenziati nel definire la Comune la prima rivoluzione proletaria è l’effettiva consistenza della classe operaia parigina, le sue caratteristiche qualitative e il suo effettivo ruolo politico negli avvenimenti del 1871.

Nel 1870 gli operai parigini sono 550.000, circa un quarto della popolazione totale della città. Tuttavia, alla fine degli anni ’60 del XIX secolo, a Parigi la grande industria moderna non è l’elemento prevalente. Da questo punto di vista la composizione qualitativa della classe operaia non è molto cambiata rispetto a quella del 1848.

All’inizio del 1871, nel corso della guerra e dell’assedio di Parigi da parte dei prussiani, gli operai effettivamente occupati nelle industrie di Parigi sono scesi a 114.000.

Il tessuto economico della capitale francese è fatto di una moltitudine di piccoli produttori e intellettuali: artigiani, professionisti, scrittori, artisti, giornalisti, studenti, lavoratori dello spettacolo. In questa stretta contiguità sociale il proletariato parigino respirava quotidianamente un’atmosfera politica espressione degli interessi e dalle istanze di strati sociali declassati, intermedi, il cui indubbio protagonismo nel dibattito pubblico esercitava una forte influenza sul proletariato, e portava quest’ultimo a identificare i propri interessi con quelli di questi strati e ad accettare le loro profferte di alleanza sulle loro piattaforme radicaleggianti.

L’indubbia egemonia del proletariato nel corso della Comune fu comunque condizionata da queste influenze, e l’inadeguatezza del livello di coscienza delle avanguardie operaie, unita alla brevità dell’esperienza, determinarono in maniera decisiva le sorti della Comune.

LA GUERRA FRANCO-PRUSSIANA

La depressione economica del 1866-67, con l’ondata di scioperi operai e il risveglio dell’opposizione repubblicana al regime bonapartista che ne seguirono,  innescò la crisi dell’Impero e il suo tentativo di uscirne con una guerra reazionaria contro l’unificazione tedesca.

La guerra franco-prussiana del 1870-71 costituì uno spartiacque dal punto di vista della costruzione di una politica estera del movimento operaio internazionale.

Sin dalla fondazione della I Internazionale Marx aveva ripetutamente battuto sul chiodo del momento politico della costituzione del proletariato in classe: sia nel quadro nazionale, per conquistare spazi e condizioni favorevoli al consolidamento delle organizzazioni della classe operaia per il miglioramento delle proprie condizioni immediate e, in prospettiva, per il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo, sia nel quadro internazionale, nel quale la crisi e i conflitti tra gli stati borghesi possono creare le premesse per la rottura rivoluzionaria.

Nel corso della guerra franco-prussiana Engels, attraverso l’Associazione Internazionale degli Operai, suggerì al proletariato tedesco un programma politico basato su queste istanze: collaborare con il movimento nazionale finché avesse mantenuto un carattere progressivo (l’unificazione nazionale); mettere in evidenza lo iato fra gli interessi prussiani e gli interessi tedeschi in generale; battersi contro qualsiasi politica annessionista (Alsazia e Lorena); chiedere una pace onorevole con un governo francese repubblicano; mettere sempre e in ogni circostanza in primo piano i comuni interessi del proletariato francese e tedesco.

Il programma che Marx propone agli operai parigini dopo la disfatta di Sedan, approvato dalla maggioranza del Consiglio generale dell’Internazionale, è molto chiaro, e viene così riassunto dall’internazionalista francese Eugene Dupont:

“Uso della libertà consentita inevitabilmente dalla repubblica per organizzare il partito in Francia, e azione se, a organizzazione avvenuta, se ne offrirà l’occasione. Riserbo da parte dell’Internazionale in Francia fino a pace conclusa”.[1]


Dagli ultimi mesi del 1870, nella seconda parte della crisi, per la prima volta, il movimento operaio organizzato inizia a sviluppare una propria politica estera, non più subordinata all’iniziativa borghese nella quale inserirsi come soggetto autonomo, ma addirittura indipendente da quelle delle varie borghesie nazionali e ad esse contrapposta.

D’altronde, i tempi sono maturi per questo importante passaggio: contro lo sciovinismo si sono pronunciati in un manifesto gli operai francesi iscritti alla sezione parigina dell’Internazionale, e anche gli operai tedeschi della sezione di Berlino, che solidarizzano con il manifesto dei parigini, mentre in altre città tedesche si tengono assemblee di massa contro la guerra annessionista.

Più che una presunta sintesi fra la coscienza nazionale e il socialismo, che per alcuni interpreti della Comune costituirebbe la sua caratteristica politica principale – se non addirittura la prefigurazione di un modello –,  il dato di fondamentale interesse nel processo rivoluzionario comunardo, nonostante le debolezze nazionali della componente blanquista e l’aperto sciovinismo di quella neogiacobina (per la quale la guerra anti-prussiana è di per sé rivoluzionaria), è invece il progressivo abbandono da parte di molti elementi della Comune di posizioni difensiste nei confronti dei prussiani, non solo sulla base di una realistica valutazione delle forze in campo, ma anche in conformità con il prevalere della consapevolezza di una scoperta condivisione di interessi tra la borghesia tedesca con l’elmo chiodato e quella francese nascosta fra i damaschi e i broccati di Versailles.

Scrivendo ai suoi compagni della sezione dell’Internazionale di Parigi, il 17 ottobre 1870 Eugene Dupont afferma:

“Molti dei nostri amici non hanno capito nulla; si sono lasciati accecare dal patriottismo e fanno coro con i borghesi, che gridano dappertutto: dimentichiamo la diversità d’opinioni, sacrifichiamo i nostri princìpi più cari sull’altare della patria e cacciamo il nemico… Ma è solo un inganno: i borghesi, infatti, non hanno oggi, come non avevano ieri, niente da sacrificare. Il popolo paga ancora una volta la sua mancanza d’organizzazione.”[2]

Purtroppo, con l’interruzione violenta dell’esperienza rivoluzionaria della Comune, il mito della Francia nazione di per sé rivoluzionaria e il mito di quello francese come popolo simbolo della democrazia, ben individuato da Marx ed Engels, negli anni seguenti continuerà a insinuarsi nel movimento operaio francese, fino a costituire uno degli elementi fecondativi dell’interventismo democratico imperialista e, nel corso della Prima guerra mondiale, sarà una delle fonti ideologiche del primo fascismo.

IL 18 MARZO

Tra le varie organizzazioni e forme associative protagoniste della rivoluzione comunarda, nelle quali operavano le correnti politiche del movimento operaio francese, è importante menzionare il Comitato centrale della Guardia Nazionale e il Comitato dei 20 arrondissements, le circoscrizioni amministrative in cui era divisa Parigi.

Nel 1870 la Guardia Nazionale, da strumento di mobilitazione di piccolo-borghesi e sottoproletari al servizio della borghesia, come era stata fino al 1848-51, aveva radicalmente mutato il proprio carattere. Pur conservando il vecchio nome, si trattava ora di una milizia politico-militare autorganizzata a composizione prevalentemente operaia di circa 300.000 effettivi, radicata nei quartieri di Parigi e potenzialmente contrapposta allo Stato borghese.

La Guardia Nazionale arrivò a rappresentare l’avanguardia armata del proletariato parigino, che si pose progressivamente in contrapposizione antagonistica con lo Stato borghese fino ad arrivare ad una situazione di dualismo di poteri che fu sciolta a favore del potere operaio con l’insurrezione del 18 marzo, quando le truppe dell’Assemblea nazionale, il governo borghese ritiratosi a Versailles, provarono a sequestrare i cannoni della Guardia Nazionale, pagati con una sottoscrizione del proletariato parigino durante l’assedio della città. In quella storica giornata, persuasi dagli operi in divisa della Guardia Nazionale e dalle proletarie che si mescolarono ai battaglioni supplicandoli di aprire gli occhi, i soldati di Versailles si rifiutarono di aprire il fuoco sulla folla come ordinato dagli ufficiali, ruppero i ranghi e fucilarono invece “i loro propri generali” come recita il canto de l’Internationale del comunardo Eugene Pottier.

Pochi giorni prima, il 22-23 febbraio 1871, il Comitato dei 20 arrondissements stilò una Dichiarazione di princìpi:

“Ciascun membro di un comitato di vigilanza dichiara di appartenere al partito socialista rivoluzionario. Per conseguenza, egli reclama e cerca di ottenere con tutti i mezzi possibili la soppressione dei privilegi della borghesia, la sua fine come casta dirigente e l’avvento politico dei lavoratori. In una parola l’uguaglianza sociale. Non più padroni, non più proletari, non più classi. Egli riconosce il lavoro come unica base dell’assetto sociale: il prodotto integrale del lavoro deve appartenere al lavoratore. Sul piano politico, egli colloca la Repubblica al di sopra del diritto delle maggioranze; dunque non riconosce a queste maggioranze il diritto di rinnegare il principio della sovranità popolare, sia in modo diretto mediante un plebiscito, sia indirettamente per mezzo di un’assemblea che funzioni come organo di tali maggioranze. Si opporrà dunque, in caso di necessità con la forza, alla convocazione di qualunque Costituente o altra pretesa Assemblea nazionale, prima che le basi dell’attuale assetto sociale non siano state mutate per mezzo di una liquidazione rivoluzionaria politica e sociale. In attesa che si produca questa rivoluzione definitiva, non riconosce come governo della città che la Comune rivoluzionaria costituita dai delegati dei gruppi rivoluzionari di questa stessa città. Non riconosce come governo del paese che il governo di liquidazione politica costituito dai delegati delle Comuni rivoluzionarie del paese e dei principali centri operai. Si impegna a combattere per queste idee ed a propagandarle, formando, là dove non esistano, gruppi socialisti rivoluzionari. Egli federerà questi gruppi fra loro e li metterà in rapporto con la Delegazione centrale. Dovrà infine porre tutti i mezzi di cui dispone al servizio della propaganda per l’Associazione internazionale dei lavoratori.”[3]

È da documenti come questo che risulta evidente la validità dell’analisi marxiana della Comune parigina.

Dopo le elezioni dell’Assemblea nazionale dell’8 febbraio il proletariato parigino iniziò a scrollarsi di dosso ogni reverenza mistica per il suffragio universale. Memori inoltre delle elezioni del 1848, che portarono al potere Luigi Napoleone grazie alla valanga di voti contadini, i proletari parigini iniziano a perdere la loro soggezione per la “maggioranze”, comprendendo che in sé, queste non hanno nulla di rivoluzionario.

Nel documento già si prefigura una fase di transizione tra la presa del potere politico e la “rivoluzione definitiva” nei rapporti sociali, e questo potere politico cos’è se non una forma di dittatura del proletariato?

Una dittatura del proletariato formata da una rete di Comuni locali, costituite da “delegati dei gruppi rivoluzionari” e soprattutto da delegati “dei principali centri operai”, federate e collegate con la Delegazione centrale. Una corretta sintesi fra democrazia operaia e necessario centralismo.

Si tratta inoltre di un governo che deve nascere per iniziativa delle masse e che, nella misura in cui procede nella trasformazione sociale – “non più padroni, non più proletari, non più classi” – si avvia alla propria estinzione come potere politico, si avvia verso la “liquidazione politica”.

Questo documento, per quanto non riposi ancora su una chiara base di massa,  travalica sorprendentemente le diverse correnti ideologiche in cui si dividono i membri dell’organismo che lo ha prodotto. Va ben oltre il blanquismo, il proudhonismo e il bakuninismo e si configura come il prodotto originale di un’avanguardia proletaria, che, nelle esigenze concrete poste dalla crisi rivoluzionaria, rivela un processo di accelerazione di presa di coscienza, su un terreno in una certa misura fecondato dalle istanze poste pazientemente dagli elementi più avanzati tra gli internazionalisti.

Nella Federazione della Guardia Nazionale e nel suo Comitato centrale, dal punto di vista della coscienza di classe prevalgono ancora in una certa misura istanze democraticistiche e patriottiche, tuttavia, si tratta di un organismo di lotta, prevalentemente proletario, i cui delegati, aldilà della singola provenienza di classe, sono autenticamente rappresentativi. D’altronde, molti militanti della Delegazione del Comitato dei 20 arrondissements, blanquisti, proudhoniani, internazionalisti, fanno parte di più organizzazioni contemporaneamente, compresa la Federazione della Guardia nazionale.

L’adesione degli internazionalisti si deve soprattutto a Eugéne Varlin, che, intuendo la natura particolare della Federazione, organismo di lotta politica e militare espresso dallo stesso proletariato parigino, li spinge energicamente ad entrare nel Comitato centrale per conquistarlo ad una posizione più avanzata, convincendo anche i più dubbiosi, come l’operaio ungherese Léo Frankel, amico personale di Marx.

Il 15 marzo 1325 rappresentanti di 215 battaglioni di guardie nazionali su 270, riuniti in assemblea, eleggono il Comitato centrale definitivo, composto in prevalenza da anonimi proletari.

Nel primo abbozzo di redazione de la Guerra civile in Francia Marx scrive a questo proposito:

“Mai elezioni vennero fatte così scrupolosamente, mai delegati hanno rappresentato in modo più completo le masse da cui provenivano. All’obiezione lanciata dalla gente di fuori; che essi erano sconosciuti – vale a dire che erano conosciuti solo dalle classi lavoratrici, e che essi non erano affatto vecchi ciarlatani, uomini celebri per l’infamia del loro passato, per la loro caccia alle prebende e ai posti – essi risposero fieramente: “Anche i 12 apostoli erano degli sconosciuti”, e risposero con la loro azione”[4]

La vittoria del 18 marzo è in gran parte anche il risultato del lavoro organizzato fra le masse parigine dal Comitato dei 20 arrondissement. Alle successive elezioni per la Comune del 26 marzo verranno eletti 50 membri del Comitato.

Il 25 marzo, il giorno prima delle elezioni, il Comitato centrale della Guardia Nazionale rivolge un appello ai cittadini:

“… Non perdete di vista il fatto che gli uomini che vi serviranno meglio sono quelli che sceglierete in mezzo a voi, che vivono la vostra stessa vita e soffrono dei vostri stessi mali. Diffidate sia degli ambiziosi che dei parvenu; gli uni e gli altri consultano soltanto il proprio interesse e finiscono sempre per considerarsi indispensabili. Diffidate ugualmente dei chiacchieroni, incapaci di passare all’azione; essi sacrificheranno ogni cosa a un discorso, a un effetto oratorio o a una battuta di spirito. Evitate ugualmente coloro che sono stati troppo favoriti dalla fortuna, poiché troppo raramente i fortunati sono disposti a considerare i lavoratori come fratelli. Cercate infine degli uomini dalle convinzioni sincere, uomini del popolo, risoluti, attivi, che abbiano senso di giustizia e riconosciuta onestà…”[5]

Solo un’esigua minoranza degli eletti appartiene alla media e alta borghesia, e, se alcuni di loro si dimettono immediatamente, tutti gli altri abbandoneranno la nave appena apparirà chiaro che ogni conciliazione con Versailles è impossibile. La piccola borghesia è ampiamente rappresentata, riflesso sia della sua consistenza numerica sia della sua influenza ideologica sul proletariato, favorita dalla contiguità sociale nel tessuto urbano.

LE MISURE RIVOLUZIONARIE DELLA COMUNE

Vale la pena di ricordare alcune delle più importanti misure di carattere politico prese dalla Comune.

Il 29 marzo sono elette 9 commissioni in sostituzione dei vecchi ministeri:

  • guerra
  • finanze
  • giustizia
  • pubblica sicurezza
  • sussistenza
  • lavoro, industria e scambio
  • relazioni estere
  • servizi pubblici
  • istruzione

alle quali si aggiunge una Commissione esecutiva.

Viene abolita qualsiasi distinzione tra potere legislativo ed esecutivo: la Comune propone, discute, approva e manda ad esecuzione i propri provvedimenti. Non è un parlamento, è un organo di lavoro.

Dopo aver decretato la soppressione dell’esercito permanente e l’armamento del popolo nella Guardia Nazionale, il 7 aprile la Comune decreta la soppressione di tutti i gradi militari. Rimangono le funzioni precedentemente associate al grado, ma senza distinzioni esteriori e soprattutto revocabili in ogni momento.

Oltre alla elettività e revocabilità dei magistrati, il 16 maggio viene decretata la gratuità di tutti gli atti giudiziari, e il 19 il divieto dei cumuli di stipendio.

Particolare attenzione meritano però le misure di carattere economico della Comune, che, se non ancora vere e proprie misure “socialiste”, si muovono nella direzione storica del socialismo, come correttamente rileva Marx nel primo abbozzo de La guerra civile in Francia:

“Degli amici condiscendenti della classe operaia, nascondendo appena il loro disgusto, anche per le poche misure che essi considerano come socialiste, benché non vi sia nulla di socialista in esse, salvo la loro tendenza, esprimono la loro soddisfazione e cercano di attirare sulla Comune di Parigi l’alta considerazione di distinte persone, facendo questa grande scoperta: che dopo tutto gli operai sono persone ragionevoli e che, tutte le volte che essi detengono il potere voltano permanentemente la schiena alle grandi imprese socialiste!”[6]

Importanti esigenze proletarie e anche piccolo borghesi vengono immediatamente soddisfatte: divieto di sfratto per gli inquilini morosi o insolventi, sospensione delle vendite degli oggetti pignorati dal monte di pietà; rinvio di un mese dei pagamenti delle cambiali scadute.

Tuttavia, la costruzione delle premesse per “realizzare l’emancipazione economica del lavoro” ha inizio il 4 aprile con la costituzione della Commissione d’iniziativa per il lavoro e lo scambio. Nella Commissione sono responsabili Frankel e Serrailler, i più vicini al socialismo scientifico di Marx.

Leo Frankel

Il 10 aprile Frankel emana una circolare che mobilita gli arrondissements per costituire rapidamente degli atelier municipali che impieghino donne lavoratrici. Il 16 aprile la Comune decreta la requisizione delle fabbriche abbandonate e affida il loro controllo alle associazioni operaie, che devono incaricarsi dell’inventario e di primi piani organizzativi. Sebbene si tratti ancora di una parte delle fabbriche (quelle abbandonate) e non ancora di tutte le fabbriche, e per giunta prevedendo un indennizzo alla borghesia, la tendenza, una volta fattasi strada l’idea che è possibile produrre senza la borghesia, è quella all’espropriazione degli espropriatori. Una tendenza espressa dagli operai delle grandi aziende parigine che, interpretando in maniera estensiva il decreto del 16, chiedono a gran voce la requisizione anche delle fabbriche non abbandonate da proprietari e direttori.

Il 20 aprile viene emanato dalla Comune il decreto sull’abolizione del lavoro notturno dei fornai, intervenendo direttamente come potere statale operaio nel rapporto capitale-lavoro, altrettanto verrà fatto anche con i successivi decreti del 27 aprile sull’abolizione delle multe e delle trattenute sui salari e del 3 maggio sulla limitazione  a 10 ore della giornata lavorativa degli operai delle officine di armi e munizioni del Louvre.

Contro le obiezioni sollevate dai proudhoniani[7] in merito a queste “intromissioni” e rivendicando nello specifico il primo decreto, Frankel scrive:

“… io lo difendo, perché a mio parere è il solo decreto veramente socialista emanato dalla Comune; tutti gli altri decreti sono forse più completi di questo, ma nessuno ha un così forte carattere sociale. Siamo qui non solamente per garantire i diritti municipali, ma per fare le riforme sociali. E per fare le riforme sociali dobbiamo forse consultare prima i padroni? No. Forse che i padroni sono stati consultati nel ’92? E la nobiltà è stata consultata? Ancora no. Io qui non ho accettato altro mandato se non quello di difendere il proletariato, e quando una misura è giusta, io l’accetto e la eseguo senza darmi pena di consultare i padroni.”

Persino un allora proudhoniano come Benoit Malon, è costretto dall’avanzare del processo rivoluzionario a trascendere i limiti della propria impostazione ideologica:

“Si dice che non possiamo occuparci di queste questioni sociali; ma finora, bisogna dirlo, lo Stato è intervenuto abbastanza contro gli operai: il meno che ora possa fare è intervenire a favore degli operai.”[8]

Il passo è importante, anche perché per la prima volta, e nelle parole di un proudhoniano, la Comune viene definita uno Stato.

Troppo spesso, nel rievocare la definizione di Marx della Comune del 1871 come “forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro”, si pone l’accento sulla prima parte della frase, tralasciando completamente la seconda. A nostro avviso, nel ragionamento di Marx la forma politica specifica della Comune acquista la sua importanza solo in relazione al suo compito storico fondamentale, che essa ebbe appena il tempo di abbozzare: la distruzione dei rapporti di produzione capitalistici.

A proposito della forma politica della dittatura del proletariato, molto acutamente Amadeo Bordiga osserva che:

“La dittatura è definita dalla forza e dalla direzione di questa forza: non si deve dire che essa costruisce il socialismo a condizione di essere la giusta dittatura, ma che essa è la vera dittatura proletaria quando cammina verso il comunismo.”[9]

LA COMUNE E L’ISTRUZIONE

Per quanto riguarda la Commissione per l’istruzione della Comune, la riforma della scuola è improntata a criteri di laicità – sottraendo il monopolio dell’istruzione agli istituti religiosi – e a quello di un’istruzione quanto più possibile integrale, con una marcata tendenza ad avviare una progressiva soppressione della divisione sociale del lavoro.

L’8 aprile Henri Bellenger, su Le Vengeur, scrive:

“Bisogna che l’istruzione sia professionale e integrale. Bisogna che le giovani generazioni già nate e che devono ancora nascere siano, man mano che crescono, intelligentemente guidate nella loro strada che è il LAVORO. […] Bisogna che uno che sa maneggiare un arnese, possa scrivere un libro, scriverlo con passione, con talento, senza per questo credersi obbligato ad abbandonare la morsa o il banco. Bisogna che l’artigiano si distragga dal suo lavoro quotidiano, con la cultura delle arti, delle lettere e delle scienze, senza smettere, per questo, di essere un produttore.”[10]

Gli accademici sono quasi tutti fuggiti a Versailles, quelli rimasti sono dichiaratamente ostili alla Comune. Per sopperire alla fuga dei medici si propone di sostituirli con studenti di medicina volontari.

LA COMUNE E LA QUESTIONE FEMMINILE

Il protagonismo delle masse femminili nella Comune non ha precedenti nella storia moderna. Le donne parteciparono con entusiasmo e abilità ai lavori delle commissioni, delle assemblee degli arrondissements, alla produzione, all’assistenza pubblica, all’insegnamento, alle attività dei clubs e alla lotta armata, alla quale diedero il proprio coraggioso contributo in circa diecimila. La Comune proletaria dal canto suo diede immediata soddisfazione alle esigenze delle donne e si incamminò verso la loro completa emancipazione. Le donne di Parigi sapevano che la Comune era cosa loro.

Come scrive Vittorio Mancini nel suo saggio:

“le donne proletarie, ponendosi alla testa della mobilitazione di massa per la Comune, hanno reso possibile il superamento di ogni generico e subalterno femminismo e riempito di contenuti nuovi, socialisti, l’obiettivo dei diritti civili e della parità dei sessi.”

Cosa fondamentale per l’autore è la costante “ispirazione di classe” che “sorregge lo slancio” delle iniziative delle donne parigine, e aggiunge:

“L’emancipazione della classe operaia porta con sé irresistibilmente il riscatto di tutte le minoranze, di tutti gli strati sociali precedentemente mantenuti in una condizione di inferiorità civile o di emarginazione”.[11]

È opportuno rilevare che nella Guardia Nazionale i più ostili alla mobilitazione delle donne sono gli ex-ufficiali, prevalentemente di estrazione piccolo-borghese, mentre tra le file dei militi, in maggioranza operai, la solidarietà e l’ammirazione per le donne combattenti è evidente.

È singolare che molti di coloro che oggi pongono la questione di genere come parallela, se non prioritaria, rispetto alla questione di classe –  con saggi di pessima prosa che purtroppo dobbiamo ancora rassegnarci a vedere nelle pubblicazioni  pseudo-rivoluzionarie – pur richiamandosi formalmente anch’essi all’esperienza parigina, non si siano accorti o abbiano preferito tacere circa l’esclusione delle donne dal suffragio universale proclamato dalla Comune del 1871.

Nonostante questo evidente limite, i comunardi parigini, figli della loro epoca, influenzati dai costumi e dalle concezioni del tempo, nonché dalle teorizzazioni arretrate dei proudhoniani, seppero risolvere la questione femminile esattamente dal punto di vista dei rapporti sociali, prima ancora che dal punto di vista dei diritti giuridici: le donne proletarie parigine non poterono adoperare la scheda elettorale ma afferrarono il fucile per combattere fianco a fianco degli uomini della loro stessa classe sociale, per la comune emancipazione.

GLI ERRORI DELLA PRIMA RIVOLUZIONE PROLETARIA

Nel ripercorrere gli aspetti salienti della rivoluzione parigina non è inutile rievocare gli errori, anche gravi, dei comunardi, benché essi siano stati fin troppo sviscerati:

  • aver il Comitato centrale della Guardia Nazionale ceduto troppo presto il potere per indire le elezioni della Comune
  • aver permesso ai reazionari rimasti a Parigi di partecipare alle elezioni
  • aver permesso ai reparti dell’esercito rimasto a Parigi di riparare a Versailles indisturbati
  • non aver preso possesso della Banca di Francia,
  • non aver marciato su Versailles quando le forze della reazione erano ancora esigue
  • non aver condotto una più energica politica degli ostaggi
  • non aver centralizzato con un piano militare generale la difesa di Parigi

Si tratta di errori inevitabili nella prima rivoluzione proletaria della storia, un avvenimento senza precedenti ai quali il proletariato potesse attingere degli insegnamenti. In pochi giorni tuttavia il proletariato parigino accumulò un bagaglio di esperienza tale che avrebbe richiesto decenni in circostanze di stabilità sociale. Un bagaglio che è possibile tramandare, non per evitare errori, ma perché il movimento operaio possa evitare gli errori già fatti, o quantomeno possa correggerli in tempi più brevi. Questo bagaglio purtroppo non è mai stabilito, acquisito una volta per tutte. Deve essere vagliato, elaborato, preservato tramandato nelle generazioni dagli elementi coscienti della classe operaia, dal momento che non ci si può aspettare che sia la classe dominante a farlo, anzi, sarà suo interesse fare di tutto per mistificarlo, cancellarlo, farlo dimenticare.

Finché resta al potere, la borghesia detta l’agenda delle questioni politiche e sociali, e purtroppo anche gli elementi che si definiscono più radicali – se non rivoluzionari – e che si richiamano al movimento operaio e al marxismo, troppo spesso accettano il terreno di scontro politico e teorico imposto dalla classe dominante rimettendo magari in discussione anche ciò che ormai dovrebbe essere acquisito, per evidenza storica comprovata da fatti.

Nonostante gli errori, resta il fatto che la Comune è stata la prima rivoluzione proletaria della storia. Fu il proletariato il suo elemento sociale fondamentale. Un proletariato che, arrivato a fronteggiare, potere contro potere, lo Stato borghese, comprese per la prima volta la necessità di spezzarlo definitivamente con la violenza rivoluzionaria per poter istituire quel “governo della classe operaia”, quella “forma politica finalmente scoperta che consentiva di realizzare l’emancipazione economica del lavoro”. Fu proprio dall’esperienza della Comune che Marx trasse infatti la sostanza concreta della sua intuizione, fino ad allora ancora “astratta ed incorporea” della dittatura del proletariato.

Persino Bakunin fu costretto involontariamente a riconoscere l’aderenza del marxismo alla realtà sociale quando per criticare le deviazioni autoritarie e stataliste della Comune le imputò anche all’imperio delle circostanze oggettive. Già solo questa inconsapevole ammissione dimostra quanto poco il marxismo voglia imporre dogmi precostituiti, princìpi aerei, alla dinamica reale della società e quanto invece distilli da questa stessa dinamica i propri concetti teorici.

La Comune di Parigi è marxista anche se non fu creata da marxisti. E questa è una delle più efficaci conferme storiche della validità del socialismo scientifico, la dimostrazione del fatto che il comunismo, nelle parole di Marx ed Engels, “non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi” ma che esso non è altro che “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”[12] e che il marxismo non è altro che l’espressione teorica di questo movimento reale.

LA COMUNE E LA COSCIENZA RIVOLUZIONARIA

La Comune non fu un’esplosione spontanea e completamente disorganizzata, e sarebbe un errore valutare l’azione dei comunardi solo dall’angolo visuale delle varie componenti ideologiche del movimento operaio parigino dell’epoca. Nonostante per gli operai parigini fosse ancora difficile distinguersi dalla piccola borghesia, a causa della sua forte influenza sociale e culturale, la prassi del movimento reale si incaricò di demolire le illusioni interclassiste e molti dei limiti teorici delle singole correnti di pensiero vennero superati nel corso dell’azione rivoluzionaria, mentre le presenti, seppur minoritarie, punte avanzate della coscienza di classe si fusero col movimento e si temprarono in pochi mesi al calor bianco della lotta.

Le avanguardie di classe, nella Comune si manifestarono contestualmente, emergevano e ritornavano nell’anonimato con la stessa frequenza.

Fra gli esempi più luminosi di questo processo ci fu senza dubbio Eugene Varlin, del quale il giornale socialista belga La liberté tracciò un ritratto poco dopo il suo assassinio nel corso della settimana di sangue:

“Varlin fu la personalità più notevole della Comune. Questo potrà suscitare meraviglia in molte persone che quasi non hanno sentito parlare di lui. La ragione è che i giornalisti, i quali devono informare il pubblico, si appigliano solamente alle apparenze e ignorano quasi sempre tutti coloro che non si impongono alla loro attenzione con colpi di scena clamorosi. Varlin non era un oratore e non poteva essere apprezzato che da coloro i quali lo vedevano quotidianamente all’opera; ma egli si spiegava con concisione e, al tempo stesso, con chiarezza; quando si era discusso a lungo, era spesso sufficiente qualche parola di Varlin perché ci si associasse alla sua opinione. La sua attività era prodigiosa. Per anni egli si fece in quattro nelle associazioni operaie: fu l’anima di tutti gli scioperi, di tutte le manifestazioni: le sue capacità di organizzatore si rivelarono in tutte le istituzioni alle quali prese parte. […] Aveva, del resto, una grande modestia e non si faceva avanti che quando era indispensabile; il che spiega come mai, pur avendo fatto tanto, aveva fatto parlare così poco di sé.”[13]

EUGENE VARLIN

La capacità organizzativa di questo militante operaio internazionalista è quella di radicarsi fra i proletari, di favorire con pazienza e tenacia la loro presa di coscienza dei propri interessi, dei propri bisogni e dei mezzi per soddisfarli; nell’umiltà di chi è disposto ad imparare mentre insegna e ad insegnare mentre impara.

Durante la Comune l’organizzazione che fece i maggiori passi avanti in termini di attività e di prestigio fu l’Internazionale, i cui membri operano concretamente e con basso profilo all’interno della Comune, della Guardia Nazionale, dei sindacati e dei clubs. In generale gli internazionalisti parigini operarono con notevole abilità e lungimiranza all’interno del tessuto sociale parigino, lavorando con costanza, senza chiusure dogmatiche e facili impazienze, per permeare gli organismi spontanei nati dalla lotta delle masse. Questo lavoro di lunga lena, lento ma costante, è indice della lucidità di questa avanguardie nel valutare le proprie forze. D’altronde la crescente eco delle loro posizioni all’interno della Comune e fra le masse parigine rifletteva i progressi della loro attività pratica, nel favorire l’autoattività storica della classe.

Indubbiamente, i comunardi non hanno ancora piena consapevolezza della portata delle proprie azioni, tuttavia agiscono, e, nonostante le influenze di altri strati sociali e delle ideologie da questi strati espresse, anche se per tentativi, con difficoltà, empiricamente, in forma incompleta, essi agiscono fondamentalmente secondo il proprio interesse di classe, sospinti dalle contraddizioni della formazione economico-sociale capitalistica.

Così scrive Marx ne La Sacra Famiglia:

Se gli scrittori socialisti attribuiscono al proletariato questo ruolo storico-mondiale, ciò non accade affatto, come la critica critica pretende di credere, perché essi ritengono che i proletari siano degli dèi. È proprio il contrario: è perché nel proletariato sviluppato è compiuta praticamente l’astrazione da ogni umanità, perfino dalla parvenza dell’umanità; è perché nelle condizioni di vita del proletariato sono riassunte tutte le condizioni di vita della società moderna nella loro asprezza più inumana; è perché nel proletariato l’uomo ha perduto sé stesso, ma nello stesso tempo non solo ha acquistato la coscienza teorica di questa perdita, bensì anche è costretto immediatamente dal bisogno non più sopprimibile, non più eludibile, assolutamente imperativo – dalla manifestazione pratica della necessità – alla rivolta contro questa inumanità; ecco perché il proletariato può e deve necessariamente liberare sé stesso.

E prosegue:

Ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è che cosa esso è e che cosa esso sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere. Il suo fine e la sua azione storica sono indicati in modo chiaro, in modo irrevocabile, nella situazione della sua vita e in tutta l’organizzazione della società civile moderna.[14]

Se si scorrono gli articoli di giornale, le risoluzioni, le dichiarazioni dei protagonisti della Comune, è evidente quanto la pressione della realtà li spinse ad entrare in contraddizione con le stesse dottrine da loro professate e ad esprimere in forma ancora confusa, saltuaria, incompleta, quasi carsica, una consapevolezza nuova, una rottura teorica.

Purtroppo, e non è elemento secondario, quest’assenza di piena consapevolezza e di esperienza portò i comunardi a compiere errori fatali. Il processo rivoluzionario parigino del 1871 favorì – e al tempo stesso ne fu il prodotto – la formazione di potenziali avanguardie di classe che non trovarono la loro piena espressione in un partito di classe. Mancarono per esso, indubbiamente per il concorso di molteplici fattori fra i quali l’insufficiente sviluppo di una classe operaia moderna, un punto di vista rigorosamente di classe, una netta delimitazione dei propri interessi da quelli di altri strati sociali che permettesse di dare un indirizzo unitario all’azione. Azione che avrebbe irresistibilmente trascinato ed egemonizzato questi strati. Mancò poi un minimo legame organizzativo alle avanguardie più coscienti presenti nella sezione parigina dell’Internazionale.

LA FINE DELLA COMUNE E LA REPRESSIONE BORGHESE

I comunardi morti in combattimento, dall’invasione di Parigi dei primi di aprile fino al 20 maggio, furono circa 10.000. Secondo alcune stime, e nemmeno le più alte, le vittime delle fucilazioni sommarie furono circa 30.000, i condannati a morte dopo la fine della Comune 270, i giustiziati 26, i morti durante l’arresto e prima del processo 967. Secondo Rougerie, oltre il 75% dei comunardi arrestati erano operai dell’industria, prevalentemente occupati nei settori di formazione più recente[15]. Per Jean Maitron, dei 402 internazionalisti arrestati, condannati e affidati alla Commissione di grazia, il 53-55% apparteneva alla classe operaia, e di questi circa il 40% a un proletariato di fabbrica moderno[16].

Durante la settimana di sangue, Thiers dichiarò apertamente l’inammissibilità del soccorso ai feriti della Comune, in quanto, trattandosi di un governo illegale non poteva ad esso applicarsi la convenzione di Ginevra. Probabilmente la distruzione ad opera dei comunardi della sua villa, costruita con i proventi della sua ambigua carriera accademica e politica, dovette inasprirlo, se possibile.

È bene ricordare inoltre che, nel momento più difficile per la resistenza dei comunardi, dalle finestre delle case signorili si sparò alle spalle dei combattenti della barricate. Dopo la fine dei combattimenti, con l’inizio della repressione, i borghesi, che si riconoscevano indossando dei Bracciali tricolore, e che fino ad allora erano rimasti rintanati nelle loro case, iniziarono una vasta opera di delazione e di denuncia dei comunardi ai tribunali sommari dei versagliesi.

Il 28 maggio, Varlin, dopo la caduta dell’ultima barricata, spossato dai combattimenti, si siede su una panchina in Place Cadet. Viene riconosciuto e additato da un prete a una pattuglia versagliese. Catturato dalla soldataglia viene percosso selvaggiamente con il calcio dei fucili e imbrattato di fango e immondizie. La folla borghese esultante vuole che venga assassinato a Montmartre, lì dove era stato fucilato il generale Thomàs. Viene legato con una cinghia e trascinato su per la collina per un’ora mentre sulla sua testa continuano a piovere colpi feroci che la riducono ad una massa sanguinolenta e che gli fanno uscire un occhio dall’orbita. A Rue des Rosiers non è più in grado di camminare. Viene trasportato. I soldati lo legano ad una sedia. Fa in tempo a gridare: “Viva la Comune” prima che le pallottole lo uccidano. Il suo corpo viene oltraggiato con altri colpi, viene spogliato da un certo Tenente Sicre, che distribuisce il suo poco denaro ai soldati e che si tiene l’orologio che gli operai legatori, acquistandolo con i loro risparmi, avevano regalato a Varlin nel 1864.

L’ESECUZIONE SOMMARIA DI VARLIN

Per le strade di Parigi si uccise come in un immenso mattatoio, combattenti, sospetti, vittime di delazione da parte di “onesti cittadini amanti dell’ordine”, anziani, donne, ragazzi, vengono massacrati a colpi di pallottole, calcio di fucile, baionette, bastonate. Chi riesce a nascondersi nelle fogne viene inseguito con cani e torce, macabra anticipazione della repressione nazista della rivolta del ghetto di Varsavia del 1943. I prigionieri vengono passati per le armi per i più fantasiosi motivi: per i loro capelli bianchi, per gli abiti, per le mani callose o per uno sguardo troppo fiero.

Si sperimentano le prime mitragliatrici per accelerare la produzione di cadaveri. I corpi vengono ammucchiati e seppelliti dove capita, senza neanche accertarsi che siano morti, anzi a volte proprio dopo essersi accertati che ancora respirano.

Dopo gli incendi scoppiati nel corso delle operazioni militari, appiccati da entrambi gli schieramenti, ogni donna con un lumino viene fucilata in quanto “incendiaria”, ma si sa, ancora oggi la distruzione di un monumento o di una cattedrale suscita più commozione della vita di migliaia di esseri umani che annegano nel mediterraneo. I sopravvissuti vengono riempiti di calci, pugni e sputi dalla soldataglia e dai “cittadini per bene”, tutta la borghesia si libera del panico accumulato nei giorni del governo degli operai scaricandolo vigliaccamente e furiosamente su vittime inermi costrette a passare le forche caudine prima di essere gettate in luridi sotterranei.

L’ARRESTO DI LOUISE MICHEL

Migliaia di combattenti che non sono riusciti a fuggire in esilio vengono condannati a morire di febbri tropicali o sotto la frusta dei loro aguzzini nelle colonie penali d’oltreoceano: Guiana francese e Nuova Caledonia.

Di fronte alle atrocità che la borghesia è sempre disposta a commettere ogni volta che il suo dominio viene messo in discussione è bene prendere nota. L’unica risposta che il proletariato può dare è nel superamento rivoluzionario di questo sistema sociale.

Lo compresero, anche loro al prezzo di una dura e sanguinosa esperienza, i proletari russi durante la rivoluzione del 1917- 1923 e nel corso della guerra civile. In un suo bel romanzo ce lo ricorda Victor Serge, testimone acuto e appassionato di quegli anni e di quegli avvenimenti:

“…un soldato, simile a un grosso pupazzo di terra, si alzò pesantemente dalla sua poltrona di cuoio, in fondo alla sala. Lo si sentì mormorare distintamente con tono di comando:

– Raccontateci l’esecuzione del dottor Millière.

In piedi, massiccio, la fronte china, così che del suo volto si vedevano soltanto le grosse guance pelose, le labbra imbronciate, la fronte gibbosa e rugosa […] ascoltò questo racconto:

– Il dottor Millière, in redingote blu scuro e cappello alto, condotto sotto la pioggia attraverso le strade di Parigi – costretto con la forza ad inginocchiarsi sui gradini del Pantheon – che gridava “Viva l’umanità!”. La battuta della sentinella versagliese appoggiata al cancello, a pochi passi di distanza: “Tra un po’ te ne infischierai dell’umanità!”.

[…] Nella notte nera della strada senza luci, il pupazzo di terra raggiunse il conferenziere. […]

– Devi avere fame, tieni.

L’archivista si sentì infilare tra le mani un pacchetto duro.

– Sono biscotti inglesi, li ho portati da Onega. Si abboffano, quelle canaglie, mica come noi. L’archivista prese i biscotti.

– Grazie. Così, voi arrivate da Onega.

Erano solo parole di cortesia. Onega, Erevan, la Kamchatka, poco importa. Ma l’uomo che veniva da Onega aveva un segreto sulla punta delle labbra. Il suo mutismo di un istante fu saturo.

– Sono stato anche nel governatorato di Perm’, l’anno scorso, quando i kulaki sono insorti. Aprivano la pancia ai commissari addetti all’approvvigionamento e la riempivano di grano. Durante il viaggio avevo letto l’opuscolo di Arnould: I morti della Comune. Un bell’opuscolo. Pensavo a Millière. E ho vendicato Millière, cittadino! È stato un bel giorno nella mia vita, come non ce ne sono tanti. L’ho vendicato punto per punto. Ho fucilato in quel modo, sulla soglia di una chiesa, il più grosso proprietario della zona, non ricordo più il suo nome, me ne infischio… Dopo un breve silenzio, aggiunse: – Ma sono io che ho gridato: “Viva l’umanità!”.[17]



[1] In una lettera a Marx, Engels riporta così le parole di Dupont. V. Mancini, La Comune di Parigi, Savelli, Roma, 1975, p. 73.

[2] V. Mancini, La Comune di Parigi, Savelli, Roma, 1975, p. 83.

[3] Ibidem, p. 108.

[4] Ibidem , 1975, p. 119.

[5] Ibidem , p. 151.

[6] Ibidem , p. 286.

[7] Obiezioni perfettamente in linea con il pensiero centrale del proudhonismo, il quale ritiene sia possibile superare il capitalismo conservando la legge del valore, e quindi le forme mercantili e salariali.

[8] V. Mancini, La Comune di Parigi, Savelli, Roma, 1975, p. 288-289.

[9] Danza dei fantocci, Il programa comunista n. 12 del 1953.

[10] V. Mancini, La Comune di Parigi, Savelli, Roma, 1975, p. 204-205.

[11] Ibidem , p. 323.

[12] Marx – Engels, L’ideologia tedesca,*

[13] V. Mancini, La Comune di Parigi, Savelli, Roma, 1975, p. 75.

[14] K. Marx -F. Engels, La Sacra Famiglia, Opere complete, Editori Riuniti, Vol. , p. 37-38.

[15] V. Mancini, La Comune di Parigi, Savelli, Roma, 1975, p. 338.

[16] Ibidem , p. 330.

[17] V. Serge, La città conquistata – Pietrogrado 1919, Manifestolibri, Roma, 1994, p. 33.

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