
Dalla postfazione all’antologia Bagliori nella notte. La Seconda guerra mondiale e gli internazionalisti del «Terzo Fronte», Movimento Reale, luglio 2023.
IX
«Le S.S.?» Fece Fresenburg con disprezzo. «Ormai combattiamo soltanto per loro, per le S.S., per la Gestapo, per i bugiardi e gli imbroglioni, i fanatici, gli assassini, i pazzi… perché possano rimanere ancora un anno al timone. Per questo combattiamo, per nient’altro. La guerra è ormai perduta.» Erich Maria Remarque, Tempo di vivere, tempo di morire, 1954
Dal punto di vista delle condizioni meramente oggettive, riteniamo che in Germania una saldatura tra il proletariato multinazionale deportato e la classe operaia tedesca contro il nazismo, quantomeno per far emergere una propria indipendente soggettività di classe nelle ultime settimane di guerra, fosse nel novero delle possibilità, così come si manifestarono oggettivamente delle forme di rifiuto della guerra da parte del proletariato tedesco in divisa suscettibili di essere organizzate.
Dal lato dell’imperialismo tedesco diversi fattori contribuirono ad impedire questa saldatura: nelle retrovie una feroce repressione poliziesca che non si allentò fino quasi all’ultimo minuto del regime, una sistematica e pianificata politica di divisione della classe operaia che ne separava nettamente e rigidamente le condizioni di vita, la trasformazione di gran parte del proletariato tedesco che non era sotto le armi in sorvegliante della manodopera forzata straniera; sui fronti: un ferreo controllo sulle truppe – ideologico ma anche e soprattutto disciplinare – esercitato dai comandi e dai reparti politici nazisti senza cedimenti fin quasi al momento della completa dissoluzione dell’esercito.
Man mano che la guerra si prolungava e che le sue sorti volgevano al peggio per la Germania nazista, i proletari che indossavano la divisa della Wehrmacht non mancarono di manifestare la loro stanchezza, il loro malcontento, perfino il loro rifiuto passivo della guerra attraverso episodi come quelli avvenuti in Italia nel luglio 1944, quando si registrarono festeggiamenti di soldati tedeschi alla notizia – poi rivelatasi falsa – della morte di Hitler nell’attentato di Stauffenberg[1], attraverso centinaia di piccoli e individuali atti di indisciplina, di favoreggiamento nei confronti delle popolazioni occupate, a volte “voltando lo sguardo altrove” rispetto ad attività ritenute criminali dal governo di occupazione, con atti di autolesionismo se non di vera e propria diserzione. I disertori nella Wehrmacht (su un totale di 20 milioni di combattenti in 6 anni di guerra) vengono oggi valutati[2] nell’ordine delle centinaia di migliaia, eppure, il dato significativo è il numero delle condanne a morte per diserzione – oltre 22.000 – e quello dei disertori “giustiziati” ufficialmente – circa 15.000, senza contare, ovviamente, le migliaia di soldati uccisi sommariamente, senza processo, con un colpo di Luger o impiccati. Si tratta di un numero enormemente superiore a quello dei condannati e giustiziati nell’esercito tedesco della Prima guerra mondiale (48) e anche a quello dei disertori britannici e americani (40 e 146) condannati al plotone d’esecuzione nella seconda guerra «per la democrazia».
Tuttavia, se l’apparato repressivo della disciplina militare nazista non si indebolì in maniera decisiva, e l’esercito tedesco nel suo complesso mantenne salde le proprie strutture, fu in questo indubbiamente molto aiutato anche dalla politica militare degli Alleati e dall’atteggiamento assunto dalle varie «resistenze», nazionaliste e staliniste, nei confronti della massa indifferenziata dei soldati tedeschi.
Tutte le potenze dell’imperialismo in effetti, quelle dell’Asse come quelle Alleate, memori dell’ondata rivoluzionaria scaturita dal primo conflitto mondiale, regolarono la propria strategia e la propria tattica militare sull’esigenza di prevenire il ripetersi di questa minaccia sia nella Germania sconfitta che nell’Europa occupata e progressivamente «liberata».
Dal punto di vista economico, da quello del potenziale demografico, tecnico e strategico dei contendenti, gli esiti finali della Seconda guerra mondiale potevano considerarsi già stabiliti entro il 1942. Gli Alleati avrebbero certamente vinto la guerra. Eppure, a dimostrazione della non meccanicità della determinazione economica della politica – anche di quella militare – la guerra continuò per altri due anni e mezzo, con il suo lascito di atrocità, morti e distruzioni. Questo prolungamento, con le sue accelerazioni e rallentamenti, non è imputabile esclusivamente alla protervia nazista, anzi, l’ostinazione della Germania nazista nel combattere fino all’ultimo palmo di terreno e fino all’ultimo uomo fu essenzialmente speculare al ritmo dell’avanzata Alleata in Europa e fu determinata in fondo dalla necessità, condivisa da entrambi gli schieramenti, di mantenere, anche nella ritirata, il più stretto controllo prima dei territori occupati e poi delle retrovie tedesche, per impedire che si verificassero intervalli nell’avvicendamento degli eserciti belligeranti che potessero aprire pericolosi vuoti di potere e spazi per un’iniziativa di classe.
È poco plausibile che la lentezza delle operazioni militari degli Alleati in Italia nel 1943, in Francia e in Polonia nel 1944, le tergiversazioni, i rallentamenti e le battute d’arresto durate mesi, avessero le loro principali ragioni nella capacità di resistenza degli eserciti tedeschi. Lo sbarco in Sicilia, quello in Normandia e l’offensiva nei Balcani furono messi in atto con relativa rapidità e senza eccessive difficoltà da parte degli Alleati. Persino il computo delle vittime, che è un costo calcolato nella guerra imperialista, per quanto alto, non era tale da impensierire i comandi delle potenze “democratiche”.
Una volta stabilite delle solide teste di ponte in Europa, gli anglo-americani e i Russi, di fatto, in tempi e con durata diversi, arrestarono la propria avanzata. Occorreva da un lato assicurarsi il controllo sociale dei territori «liberati» per poter rilanciare l’offensiva e, dall’altro, permettere alle truppe di occupazione tedesche di reprimere le spontanee agitazioni di classe che inevitabilmente le difficoltà dell’Asse avevano già o avrebbero suscitato nei territori occupati. Nell’incertezza sull’indirizzo che le azioni della classe operaia dei paesi occupati e della stessa Germania avrebbero potuto assumere in seguito ad un crollo troppo repentino delle armate tedesche, per gli Alleati era decisamente preferibile che il «lavoro sporco» venisse svolto dal gendarme nazista.
In Italia, l’ondata di scioperi scoppiata nel marzo 1943 nelle regioni del Nord contribuisce alla caduta del fascismo in luglio e conseguentemente – almeno fino all’8 settembre – all’apertura di un varco nel quale, stante l’estrema difficoltà del potere borghese italiano e lo sbando del suo esercito, avrebbe potuto inserirsi una cosciente azione di classe[3]. D’altro canto, gli anglo-americani, appena sbarcati nel Mezzogiorno, si impegnano fin da subito a rafforzare i governi Badoglio-Bonomi per ristabilire l’ordine sociale borghese. L’imperativo della borghesia italiana che ha appena defenestrato Mussolini è quello di proseguire la stessa guerra sostituendo soltanto nemici e alleati, e a questo scopo si rende necessario schiacciare qualsiasi manifestazione di ostilità proletaria nei confronti della guerra e dello Stato. Ritorna la legge marziale, la stampa e i partiti esterni al CLN vengono imbavagliati, e gli atti di spontanea riscossa sociale della classe operaia, come gli assalti alle carceri per linciare i gerarchi fascisti, gli scioperi o le occupazioni di terre sono repressi con estrema violenza. Il tutto con l’entusiastico avallo del partito stalinista italiano, perfettamente a suo agio nella compagine governativa. Significativo è il fatto che se a Canosa, Spinazzola e Napoli si verificano eccidi proletari per mano dei militari, a Taranto i marinai e i soldati del ricostituito regio esercito si rifiutano di sparare sulla folla.
Nel Nord Italia, il medesimo compito repressivo viene lasciato alle cure dell’imperialismo tedesco, al quale è concesso tutto il tempo necessario per schiacciare le agitazioni operaie del Nord Italia, con arresti, deportazioni e massacri, compiuti direttamente oppure delegando la bisogna alle spregevoli forze della neocostituita Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.
In Francia, dopo lo sbarco in Normandia del giugno 1944 e l’avanzata degli anglo-americani, la dittatura de facto del generale de Gaulle prende il posto di quella di Vichy. La legalizzazione dei partiti è solo la sanzione dell’allineamento di tutte le forze politiche francesi – da quelle dell’estrema destra fino agli stalinisti – alle esigenze del blocco imperialista Alleato e su un programma nazionalista borghese. I sindacati sono completamente asserviti al governo di union sacrée e le esigue minoranze rivoluzionarie sono perseguitate – come sotto l’occupazione nazista – sia dalle forze degli apparati della nuova legalità che da quelle irregolari degli stalinisti.
Frattanto, la strategia di bombardamento indiscriminato della Germania da parte delle potenze Alleate colpisce prevalentemente i quartieri operai delle città tedesche e risparmia proprio le zone in cui risiedono gli strati sociali che costituiscono il principale sostegno del nazismo; risparmia quelle industrie – anche belliche – direttamente o indirettamente legate al capitale degli stessi paesi Alleati (risparmia, tra l’altro, anche i campi di concentramento e sterminio della cui esistenza e ubicazione gli Alleati sono perfettamente edotti).
Unita ai colpi del regime interno, la sistematica devastazione operata in Germania dai bombardamenti – che almeno a partire dal 1944 acquisiva un significato più politico che militare – non poteva far altro che gettare la stragrande maggioranza della classe operaia tedesca nella prostrazione, in una cupa rassegnazione e in una passività venata di ostilità nei confronti di “democrazie liberatrici” che non facevano alcuna differenza tra essa e il nazismo, e per le quali anzi questa arbitraria identificazione era del tutto funzionale alla mobilitazione del proprio proletariato sotto le armi contro quello tedesco.
La proclamazione del proseguimento della guerra fino alla «resa senza condizioni» della Germania da parte degli Alleati spinse parte della borghesia e degli alti comandi tedeschi a proporsi presso le potenze avversarie come garante della tenuta del “fronte interno” in cambio della testa di Hitler e della fine delle ostilità. Come abbiamo già avuto modo di accennare, il fallito putsch militare del giugno 1944 non è stato altro che l’unica modalità di espressione politica possibile in un regime di tipo fascista di quella che in un regime «democratico» sarebbe stata una semplice crisi di governo. La prospettiva ormai innegabile di una sconfitta persino peggiore di quella del 1918, e il pericolo rappresentato dalla classe operaia multinazionale concentrata in Germania insieme a quella tedesca, ne furono il detonatore. Come nel caso del “25 luglio” italiano, si trattava, per la borghesia tedesca, di sacrificare il nazismo e assumere una veste «democratica» agli occhi delle masse all’interno e a quelli degli Alleati all’esterno, e ottenere da questi ultimi un meno duro vae victis!. Il golpe però fallì miseramente, anche perché, quale che fosse l’orientamento prevalente della borghesia tedesca in quel momento, il nazismo – così come ogni altra forza politico-ideologica, per quanto materialisticamente determinata essa sia – possedeva dei propri margini di oscillazione, una sua inerzia storica, e non era affatto intenzionato a farsi sacrificare senza opporre un’accanita resistenza.
E, d’altro canto, per gli scopi imperialistici degli Alleati, un armistizio tedesco non poteva essere sufficiente, quand’anche prevedesse comunque l’occupazione della Germania. Per impedire che i soldati tedeschi, la maggior parte dei quali apparteneva alla classe operaia, facessero ritorno in massa – armati o meno – in una Germania in preda al caos e alla distruzione e con la possibilità che rappresentassero un pericolo sociale come era avvenuto nel 1918, era necessario che continuassero ad essere uccisi al fronte, che venissero fatti prigionieri e deportati in campi di prigionia dispersi in tutta Europa, in America e nell’Asia russa.
Esattamente tanto quanto il rallentamento, anche l’accelerazione delle operazioni delle truppe Alleate rispondeva all’esigenza di impedire qualsiasi forma di protagonismo di classe del proletariato, ed era tanto più accentuata quanto più il nazismo dava segni di mostrare la corda nel contenere il suo “fronte interno”, europeo e nazionale.
La frenetica “corsa” verso Berlino degli eserciti Alleati non rispondeva dunque soltanto all’obiettivo di guadagnare quanto più terreno possibile nell’ottica della spartizione interimperialista delle sfere d’influenza – i rapporti di forza tra gli Stati Uniti e l’URSS erano inequivocabilmente delineati e da questo punto di vista non avrebbe contato poi molto chi fosse “arrivato per primo” –, ma soprattutto alla preoccupazione di non lasciare nessun vuoto di potere alla caduta del «Reich millenario».
Diversamente dal 1918, la potenza imperialistica tedesca nel 1945 non cessò le ostilità e gli Alleati non avevano interesse a che questo avvenisse, dal momento che la sua sconfitta militare era soltanto questione di tempo. Nonostante la loro demoralizzazione, i soldati tedeschi continuarono ad essere costretti a scegliere tra il plotone d’esecuzione o la morte sui fronti in tentativi di controffensiva senza alcuna valenza strategica, mentre in Germania squadre di SS pattugliavano le città a caccia di gruppi di disertori che avevano conservato le armi e che si difendevano nei quartieri operai di Berlino e di altre città industriali.
Occorre aggiungere che gli eserciti «liberatori», dopo aver seminato per anni il terrore tra la popolazione civile tedesca con bombardamenti a tappeto, nel corso della loro avanzata la minacciarono di atroci punizioni esemplari e indiscriminate (minacce ben presto messe in atto), alimentando l’odio nazionalista e rafforzando il nazismo al suo ultimo atto. In questa politica di «liberazione» si distinse particolarmente l’URSS di Stalin, il cui brutale trattamento dei civili tedeschi e dei soldati prigionieri – giustificato propagandisticamente come una sacrosanta vendetta verso la “colpa collettiva” dei tedeschi in quanto tali per gli orrori del nazismo nei territori occupati – ebbe l’effetto di creare un profondo solco psicologico tra la classe operaia tedesca e quello che tutta la borghesia mondiale si affrettava ad avallare come «socialismo» applicato[4].
Nonostante la feroce repressione e i rigurgiti di fanatismo nazionalista della grande massa della popolazione tedesca, una parte del proletariato multinazionale deportato in Germania e piccole minoranze del proletariato tedesco – raramente in forme congiunte – riuscirono qua e là ad esprimere gruppi operai armati per difendersi dalle ultime insensate violenze delle SS oppure a creare comitati antifascisti – perlopiù egemonizzati da quel che rimaneva dello stalinismo tedesco e della socialdemocrazia – senza peraltro riuscire a stabilire o a centralizzare collegamenti a livello regionale o nazionale.
In base all’analisi precedentemente svolta è nostra opinione che, nonostante l’indiscutibile esistenza di numerosi e potenti elementi di ostacolo, delle minoranze internazionaliste, forti di una piena chiarezza teorica, forgiatesi prima della guerra nell’analisi della realtà capitalistica contemporanea, rafforzate dall’elaborazione di una strategia di lungo periodo per assolvere ai propri compiti rivoluzionari e, conseguentemente, radicate solidamente nel proletariato tedesco ed europeo, avrebbero avuto la possibilità di mettere la classe operaia nelle condizioni di poter dire la propria in un contesto che, per quanto difficile, era comunque oggettivamente rivoluzionario. Lo studio di queste difficoltà e di queste possibilità diviene allora fondamentale non tanto per trastullarsi con insensate recriminazioni o apologie rivolte al passato, quanto per provare a impostare da un punto di vista teorico marxista, e con criteri che rispondano all’internazionalismo rivoluzionario, una politica di classe all’altezza dei propri compiti nell’eventualità del ripresentarsi di future circostanze analoghe.
NOTE
[1] Cfr. D. Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Colibrì, Paderno Dugnano, 2016, p. 226.
[2] https://jacobinitalia.it/la-resistenza-armata-tedesca-lultimo-tabu.
[3] Per evitare una possibile, anche se, date le circostanze, improbabile saldatura fra soldati e civili nelle città operaie, cosa più temuta della stessa invasione tedesca, Badoglio promulgò lo stato d’assedio e il divieto di sciopero. Non solo, fu la stessa preoccupazione dei comandi superiori locali italiani di evitare disordini e moti sovversivi a facilitare la riuscita del piano “Achse” dell’imperialismo tedesco dopo l’8 settembre. Essi respinsero qualsiasi armamento di civili, sciolsero a volte autonomamente i propri reparti ed entrarono in trattative con i comandi tedeschi per un tranquillo passaggio dei poteri. Già il 27 luglio 1943 il Capo di Stato maggiore, generale Roatta, dava disposizione alle forze armate di procedere contro le dimostrazioni popolari: «“Qualunque pietà e riguardo nella repressione è un delitto […] ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Siano abbandonati i sistemi antidiluviani quali i cordoni, gli squilli, le intimidazioni e la persuasione… I reparti abbiano fucile a ‘pronti’ e non a ‘bracciarm’. Muovendo contro gruppi di individui che turbino l’ordine pubblico… si proceda in formazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza anche con mortai e artiglierie senza preavvisi come se si procedesse contro truppe nemiche. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire come in combattimento.”. La circolare prosegue comminando la fucilazione contro manifestanti o soldati che non avessero sparato». R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione, Pgreco, Milano, 2020, Vol. 4, pp. 105-106.
[4] «Mentre le violenze dei soldati sovietici nei confronti della popolazione civile tedesca hanno lasciato un segno profondo nella coscienza del paese, dopo la fondazione della repubblica federale è stato rimosso molto rapidamente il ricordo che nell’immediato dopoguerra anche le truppe degli Alleati si comportarono come qualsiasi esercito di conquista. […] Nella primavera 1946, nello spazio di sette settimane, pervennero al 21° distretto di polizia a Vegesack [Brema] trentuno denunce relative ad atti di violenza carnale, furti e violenze immotivate da parte di soldati statunitensi. Il numero reale di azioni del genere era notoriamente molto superiore». P. Brandt, Op. cit., p. 86.
