PER IL «LETTORE PERSPICACE» – «Genesi e struttura» della tattica leniniana del disfattismo rivoluzionario – VIII

Dalla postfazione al testo di Roman Rosdolsky – STUDI SULLA TATTICA RIVOLUZIONARIA, Movimento Reale, Roma, giugno 2025, pubblicata anche in opuscolo.
Come abbiamo visto in precedenza, già nel 1907 in Lenin era presente la consapevolezza del fatto che, per una serie di motivi, il proletariato non sarebbe stato in grado di “impedire” lo scoppio della guerra o di “rispondervi” immediatamente con l’insurrezione. In effetti il suo stupore e la sua rabbia nei confronti del tradimento della maggioranza socialdemocratica tedesca nel 1914 non derivavano dalla circostanza che questa non fosse riuscita ad impedire la guerra imperialista ma dal fatto che essa non vi si fosse opposta ed anzi vi avesse pienamente aderito.
Lenin non si lascia impressionare dalla vistosità delle manifestazioni patriottiche allo scoppio della guerra imperialistica. L’entusiastica attitudine al combattimento di masse nazionalizzate può manifestarsi agli esordi di un conflitto come prodotto dell’idealizzazione romantica della guerra promossa dalla propaganda borghese e dalla mancanza di ogni diretta esperienza della battaglia reale, ed è generalmente estranea alle larghe masse proletarie.
In un quadro di prolungata stabilità capitalistica delle istituzioni borghesi la propaganda totalizzante dell’ideologia nazionalista e lo specifico allineamento dell’apparato repressivo dello Stato borghese, di concerto con l’espressione politica opportunista della corruzione imperialistica di minoranze del proletariato (persuase di una cointeressenza con le sorti della propria potenza imperialistica), negando ogni legittimità a qualsiasi opzione politica si contrapponga alla guerra, fanno sì che per la grande massa degli individui della classe oppressa aderire alla mobilitazione per “difendere la patria” rimanga l’unica opzione socialmente accettabile. L’operaio-soldato è intrappolato in una fitta trama di comportamenti socialmente ammissibili, vincolato da un conformismo sociale al quale non può sottrarsi individualmente senza temere di incorrere nel biasimo di chi condivide il suo stesso destino, al fronte e nelle retrovie, e nel “disonorante” castigo inflitto dalle istituzioni ufficiali. Considerata la particolare condizione di alienazione del proletariato all’interno di una società che si rende autonoma rispetto alle azioni e alle volontà dei suoi membri, le dimensioni e le caratteristiche industriali della moderna guerra imperialista, l’impossibilità per l’individuo-soldato di rintracciare un nesso causale fra la propria azione e il corso del conflitto, fanno sì che la guerra e la disciplina militare tendano ad essere considerate dalla classe operaia come una prova da sopportare e superare sperando che si concluda presto; un periodo particolarmente difficile – che altera la precedente routine del lavoro, degli affetti familiari e degli svaghi – nella continuità della subordinazione sociale. La maggioranza dei soldati della classe operaia non si batte dunque per motivi strettamente politici ma per sopravvivere ad un evento che si impone ad essa come una forza esterna ed oggettiva, per costrizione, per abitudine alla subordinazione e per cameratismo; perché non è possibile fare altrimenti, perché non è visibile alcuna altra scelta che possa considerare socialmente legittima.
Ad ogni modo la guerra, lungi dall’eliminare realmente le differenze sociali, tende in linea di massima a riprodurle nelle divisioni tra volontari e coscritti, tra ufficiali e soldati semplici, che ricalcano grossomodo le linee di classe[1]. È per questa serie di motivi che la rivolta contro la guerra rappresenta un elemento sempre latente tra i membri della classe dominata che sono costretti a prendervi parte.
In questo contesto la morte, i traumi fisici e psichici, sia propri che dei commilitoni, diventano per la maggioranza dei soldati un “rischio professionale” che si cerca di esorcizzare con alcool, droghe, legami di corrispondenza con le retrovie, fatalismo, religione, cinismo, cameratismo.
Tuttavia, in un lungo articolo già ampiamente citato in precedenza, Lenin riflette sul fatto che
[…] La guerra non può non suscitare nelle masse sentimenti impetuosi che rompono la sonnolenza psichica abituale. La tattica rivoluzionaria è impossibile se non è in corrispondenza con questi sentimenti nuovi, impetuosi.
Quali sono le principali correnti di questi sentimenti impetuosi? Esse sono: 1) Lo spavento e la disperazione. Di qui un rafforzamento della religione. Le chiese si riempiono di nuovo e i reazionari ne gongolano. «Dove si soffre, vi è la religione», dice l’arcireazionario Barrès. E ha ragione. 2) L’odio contro il «nemico», sentimento attizzato dalla borghesia (più che dai preti) e vantaggioso soltanto per essa, economicamente e politicamente. 3) L’odio contro il proprio governo e contro la propria borghesia, sentimento di tutti gli operai coscienti i quali, da una parte, comprendono che la guerra è la «continuazione della politica» dell’imperialismo e rispondono alla guerra con la «continuazione» del loro odio contro il nemico di classe, e, dall’altra parte, comprendono che la «guerra alla guerra» è una frase banale se non si fa la rivoluzione contro il proprio governo. Non è possibile suscitare l’odio contro il proprio governo e contro la propria borghesia senza desiderarne la disfatta, come non è possibile essere un sincero avversario della «pace civile», vale a dire della «pace di classe», se non si suscita l’odio contro il proprio governo e la propria borghesia! [2]
Posto che «l’odio contro il nemico» deve essere costantemente «attizzato dalla borghesia», l’efficacia nella stimolazione di questo sentimento tra le masse combattenti dipende però da circostanze che sono al di fuori del pieno controllo della classe dominante, e una conseguente perdita di efficacia del battage ideologico borghese può coincidere o con lo sviluppo dell’«odio contro il proprio governo e contro la propria borghesia» oppure con il prevalere dello «spavento» e della «disperazione». Affinché non sia quest’ultimo il solo «sentimento impetuoso» suscitato dalla guerra imperialistica è necessario il concorso di fattori sia oggettivi che soggettivi.
In un contesto di profonde e protratte difficoltà belliche le frazioni della classe dominante, che allo scoppio della guerra avevano raggiunto volens nolens una sintesi tendenzialmente unitaria, possono entrare in fibrillazione. Le dissonanze tra i vari settori capitalistici rappresentati dallo Stato nazionale possono tornare progressivamente a rendersi percepibili attraverso letture del conflitto meno unilaterali; critiche alla conduzione della guerra o addirittura valutazioni circa l’opportunità di proseguirla possono trovare nuovamente visibilità presso gli organi mediatici e politici della borghesia, e il nuovo clima viene percepito sia dagli operai nelle retrovie che dai soldati al fronte.
Le notizie dei massacri al fronte, delle sconfitte e delle rapide sostituzioni dei comandi militari considerati responsabili dei rovesci, insieme allo sfumare delle prospettive di una vittoria rapida o della vittoria stessa, trovano una maggiore diffusione, in quanto strumenti della battaglia politica interna alla classe dominante, ma ciò può produrre l’effetto non voluto di incrinare la percezione di incrollabile stabilità delle istituzioni da parte della classe dominata.
Anche le notizie riguardanti le sofferenze e le privazioni che la mobilitazione bellica produce nelle retrovie, come la militarizzazione della produzione, la compressione salariale, l’aumento dei ritmi e dell’intensità del lavoro, l’eventuale bombardamento delle città, il carovita, la carenza di generi di prima necessità ecc., – e le risposte di lotta che tali condizioni eventualmente generano – che in precedenza giungevano in qualche misura ai soldati solo per mezzo delle comunicazioni dei congiunti (nonostante le maglie della censura di guerra) e per esperienza diretta nei periodi di licenza, vengono ora ufficializzate dall’emergere di un nuovo linguaggio pubblico, parallelo a quello istituzionale e sdoganato dallo scontro tra frazioni borghesi.
In un contesto simile tendono a riallacciarsi i legami tra soldati del fronte e “civili”, precedentemente logorati dalle pretese (condizionate dalla stampa borghese) di una maggiore attitudine offensiva dei soldati di linea da parte di chi “rimane a casa” e che suscitano disprezzo per questi ultimi – indistintamente accomunati nella categoria degli “imboscati” – da parte di chi sa che cos’è la guerra per dolorosa esperienza diretta. Un disprezzo accompagnato dalla tendenza sempre più marcata ad identificarsi con un “nemico” che quantomeno condivide la medesima condizione materiale e che assume tratti sempre meno astratti.
Gli eserciti di leva sono composti da “cittadini” mobilitati, che, seppure provenienti da classi e strati di classe differenti, sono generalmente abituati alla fruizione di una certa misura di “libertà” e di “diritti” che la disciplina militare imposta dallo stato di belligeranza riduce più o meno drasticamente. Se l’entusiasmo iniziale di alcuni strati sociali e la quieta rassegnazione di altri possono mettere la sordina alle esigenze inerenti al precedente status di “cittadini” dei soldati, il prolungarsi del conflitto, in caso di rovesci militari e di una percezione di diffusa instabilità istituzionale può farle riemergere violentemente.
L’esperienza storica dei principali conflitti interimperialistici insegna che, in genere, i soldati che dall’inizio e più a lungo hanno prestato servizio in linea tendono ad abituarsi in qualche modo alle proprie condizioni, mentre le nuove leve, che non hanno vissuto la mobilitazione nel pieno dell’entusiasmo e della retorica patriottica, che hanno minori legami ideologici con l’esercito, minori rapporti personali con gli ufficiali, meno commilitoni morti alla memoria dei quali sentirsi vincolati, e che soprattutto vengono mobilitate in un clima di difficoltà crescenti, tendono a mostrare una maggiore insofferenza e intraprendenza. In presenza di critiche alla gestione dell’esercito e degli aspetti più arbitrari dell’istituzione militare, come il rifiuto delle licenze, dei permessi, le disparità di trattamento, le esecuzioni ecc.; in presenza di notizie internazionali riguardanti proposte di negoziati, di iniziative di pace o addirittura di rivoluzioni, le nuove leve sono generalmente più ricettive nei confronti di un discorso che metta in discussione la prosecuzione della guerra rispetto ai soldati che vi hanno preso parte dall’inizio e che sono sopravvissuti.
Presso molti storici è generalmente condivisa l’ipotesi che la causa degli ammutinamenti e delle rivolte dei soldati nel corso della Prima guerra mondiale – in particolare in Francia nel maggio-giugno 1917 – sia da ricercarsi nel trauma prodotto da battaglie particolarmente sanguinose presso i combattenti sopravvissuti. Tuttavia, i dati statistici presentati da altri studiosi[3] attestano che in realtà i reparti più duramente provati da questi combattimenti sono anche in genere quelli meno attivi nelle successive agitazioni dei soldati. I sopravvissuti ai massacri cadono spesso in uno stato di prostrazione fisica e psichica, preda di un senso di colpa nei confronti dei commilitoni morti e di una demoralizzazione che li rende perlopiù incapaci di reagire. In effetti, le agitazioni e le rivolte dei soldati sembrano iniziare presso quei reparti combattenti di più recente mobilitazione ai quali viene imposto di andare in linea in seguito ai recenti massacri cui non hanno preso direttamente parte, ma dei quali hanno ricevuto ampi resoconti dai commilitoni. Non è la disperazione dei sopravvissuti ma la speranza di non dover prendere parte a nuovi massacri, generata da un contesto di instabilità istituzionale, di lotte contro la guerra nelle retrovie, di possibilità reali o percepite di una tregua o di una pace, a motivare la disobbedienza e le rivolte. È la consapevolezza di dover rischiare inutilmente la vita ad un passo da quella che appare come un’imminente fine della guerra, la speranza di poter sfuggire ad una morte certa, la stanchezza e l’indignazione per la revoca di permessi e licenze, a infuocare gli animi. In un contesto simile la prosecuzione della guerra diventa ogni giorno più inaccettabile, quasi insopportabile.
Le sconfitte, le sofferenze, i soprusi, più che cause sono dunque occasioni attraverso le quali la sempre latente rivolta contro la guerra ha una possibilità di manifestarsi.
Al fronte le manifestazioni di stanchezza e di rabbia non sono più isolate e non vengono più unanimemente riprovate, la loro molteplicità può imporre persino una certa tolleranza da parte dei comandi inferiori. Le destituzioni per inadeguatezza di generali fino ad allora considerati indiscutibili attenua le possibilità di biasimo nei confronti della protesta dei soldati. Il quadro sociale e istituzionale non appare più come incrollabile e il disordine, reale o apparente, rende finalmente pensabile un’azione collettiva.
Tuttavia, almeno inizialmente, l’indisciplina presso le truppe tende a manifestarsi in una grande varietà di pratiche individuali più o meno diffuse: dalle scritte contro la guerra sui vagoni dei convogli militari e sui muri delle caserme sino al vandalismo; dalle urla isolate sino ai canti contro la guerra; dal rifiuto di salutare gli ufficiali agli insulti e all’aperta violenza contro di essi; dalla diserzione all’autolesionismo; dal rifiuto di andare all’assalto all’insubordinazione.
Rispetto a queste pratiche individuali, per quanto diffuse, di lotta spontanea contro la guerra da parte dei soldati, l’elezione di comitati, la designazione di delegati e portavoce per presentare petizioni collettive, rappresenta un passo ulteriore, frutto di un lavoro maggiormente organizzato che necessita però di una serie di condizioni preliminari per realizzarsi.
Affinché queste prime forme di lotta coordinata possano manifestarsi è necessario che siano disponibili ed immediatamente visibili modelli esterni al mondo militare ai quali i soldati possano ispirarsi e riferirsi, rielaborandone più o meno la fisionomia a seconda delle necessità specifiche e delle circostanze materiali.
Da questo punto di vista, se nella guerra industrializzata la vita dell’operaio diventa il modello di quella del soldato[4], altrettanto può verificarsi per quanto riguarda le forme di lotta.
Peraltro, l’esistenza di un’ondata di scioperi e di manifestazioni contro la guerra nelle retrovie, oltre a fornire un modello per l’azione al fronte, svolge l’importantissima funzione di affrancare i soldati dalla percezione di essere gli unici ad essere stanchi della guerra, e quella di sollevarli della gravosa responsabilità sociale di dover perseguire la “vittoria” a tutti i costi, alimentata dall’ideologia borghese. Si tratta di un primo prodotto della lotta di classe durante la guerra e contro la guerra, del disfattismo rivoluzionario che non si identifica e non si riduce al sabotaggio e che consente di affermare che il fulcro della lotta di classe contro la guerra si colloca nelle retrovie, nei centri urbani, nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro.
Le rivendicazioni immediate per il miglioramento delle condizioni materiali dei soldati, come turni regolari di riposo distribuiti egualmente fra i reparti, licenze, permessi, miglioramento del vitto, rispetto da parte degli ufficiali, ecc., seppure possano inizialmente apparire ancora all’interno di un’ottica che – limitandosi a reclamare un eguale trattamento di fronte alla possibilità della morte – non mette in discussione la guerra in sé, esprimono al contrario una prima forma di lotta attraverso cui si fa strada il vero e proprio rifiuto della guerra.
Le rivendicazioni immediate dei soldati, nella loro dimensione collettiva, unificante, di fatto mettono in discussione il normale funzionamento della macchina militare, della sua gerarchia e della sua disciplina e rappresentano quindi un momento del processo di politicizzazione dei soldati: la truppa diventa soggetto nei confronti dei comandi e non più mero oggetto della loro insindacabile volontà; i soldati tornano in una certa misura ad essere “cittadini”, soldati titolari di “diritti” – mentre fino a poco prima il loro orizzonte non andava oltre l’assolvimento dei loro presunti doveri imposti dallo stato di guerra – ma anche cittadini armati, induriti dalla guerra, consapevoli di avere un potere che i civili non possiedono.
È in una certa misura inevitabile che questo processo rechi inizialmente con sé tutta una serie di illusioni “democratiche” unite all’ingenua speranza di trovare una rappresentanza presso quelle stesse forze politiche che la guerra hanno voluto e sostenuto. È proprio approfittando di questi limiti che il processo può essere riassorbito dalla classe dominante per mezzo di concessioni – in alternativa o in concomitanza con la sua repressione – ed è proprio per questo che il processo può e deve essere sviluppato da minoranze politicamente coscienti.
Storicamente, l’indisciplina negli eserciti di massa ha sempre visto una tendenza a contenere la violenza direttamente proporzionale al livello di organizzazione, giovandosi in questo senso anche dell’esperienza e della disciplina militare nel comprensibile intento di “mostrarsi all’altezza” della controparte. Le categorie proprie del mondo militare contribuiscono inevitabilmente a modellare le forme della protesta contro quello stesso mondo. I soldati si organizzano militarmente per la disobbedienza militare, esprimono l’esigenza di mantenere un contegno ordinato che legittimi la protesta, che renda loro plausibile disobbedire nell’obbedienza. La disciplina dei soldati disobbedienti si contrappone alla disciplina degli ufficiali, in un quadro in cui permane, quindi, una certa condivisione di valori, soprattutto se i graduati ai quali i soldati presentano le proprie rivendicazioni sono sottufficiali che ne condividono quotidianamente le sofferenze e che sono riconosciuti come valorosi. Il coraggio è infatti un valore comune tra i soldati, non soltanto come riflesso del punto di vista retorico e strumentale delle classi dominanti e della loro concezione di “eroismo” ma anche da quello della classe dominata, presso la quale durezza, resistenza e tenacia di fronte alle avversità dell’esistenza rappresentano generalmente titoli di merito.
È in una certa misura inevitabile che il quadro ideologico in cui inizia a manifestarsi l’indisciplina collettiva dei soldati possa essere ancora parzialmente condizionato da remore di tipo nazionale. Se ormai l’esigenza di una pace “vittoriosa” appartiene al passato, si fa strada quella di una pace “equa” che consenta un ritorno allo status quo ante. Un’esigenza che, se si pone già oltre la retorica patriottarda della guerra “fino alla vittoria”, esprime però ancora la preoccupazione di doversi discolpare dalle accuse di “lasciare la patria indifesa” lanciate dalla classe dominante. L’esigenza di trovare una legittimità per comportamenti finora considerati socialmente inammissibili senza passare per “codardi” o “traditori” in una società mobilitata nazionalisticamente e in cui la disobbedienza è pressoché unanimemente additata come un venir meno ad ogni dovere verso la collettività, come un pubblico disonore, rappresenta un passaggio inaggirabile del processo di politicizzazione dell’insofferenza dei soldati nei confronti della guerra e della retorica patriottica[5]. In questo processo può e deve inserirsi il lavoro di minoranze rivoluzionarie coscienti nell’esercito, le quali, riconoscendo la natura di classe delle forme di lotta dei soldati e sforzandosi di organizzarle e generalizzarle, rendano di fatto i soldati consapevoli dell’esistenza di un quadro concettuale alternativo a quello patriottico borghese.
La borghesia imperialistica dipinge la sua guerra con i falsi colori dell’“unità” contro tutto ciò che risulti “divisivo” (la nazione contro le classi), dell’altruismo contro l’egoismo (il “bene” del “popolo” contro l’“appetito corporativo”), dell’idealismo contro il “materialismo” (la grandezza della patria contro l’interesse grettamente materiale), del coraggio contro la viltà (il sacrificio per la “patria” contro l’imbelle “pacifismo”). Compito delle minoranze rivoluzionarie internazionaliste è quello di abbattere falsi idoli e riempire di contenuto autentico valori contraffatti: unità? vera unità è quella che si impone con il riconoscimento degli interessi e delle aspirazioni che legano realmente la comunità degli appartenenti ad una classe, non quella fittizia attribuita ad agglomerati sociali divisi tra sfruttati e sfruttatori: la nazione, il popolo; altruismo? il vero altruismo è la solidarietà che si deve ai membri della propria classe, la classe degli sfruttati, oltre tutti gli steccati nazionali, contro la classe degli sfruttatori e il suo angusto egoismo nazionale; idealismo? il vero idealismo è il perseguimento di un fine la cui nobiltà risiede nella sua razionalità: l’abolizione delle classi, l’unità della specie, contro la rapina imperialista, contro il gretto e ferino attaccamento al profitto, all’opulenza, al privilegio dei pochi; coraggio? il vero coraggio è quello di combattere contro la rassegnazione alla subordinazione sociale, contro l’introiezione di una mentalità servile, contro lo sfruttamento della propria fatica e della propria esistenza – sul banco di lavoro e in trincea – esercitato da una classe di aggressivi parassiti.
In mancanza di questo quadro concettuale alternativo, l’intenso conflitto interiore tra il desiderio di sopravvivenza e l’attaccamento ad un falso senso del “dovere” socialmente inculcato ed ai suoi imperativi morali – conflitto scatenato nei soldati dall’intollerabilità ai limiti della resistenza umana della guerra industrializzata – è spesso obbligato a trovare una inconscia via di fuga individuale nella nevrosi. Una “via di fuga” drammatica e in molti casi senza ritorno, che rientra però nei cinici calcoli della tollerabilità da parte di una classe dominante più che disposta ad individualizzarla e medicalizzarla. Come ricorda Eric J. Leed nel suo importante saggio Terra di nessuno, al termine della Prima guerra mondiale molti psicoanalisti sostennero che
la nevrosi dovette essere riconosciuta [dai comandi militari], e per motivi profondamente politici, nel suo carattere di fuga dalla guerra: era meglio conservare il potere di gestire sintomi individuali piuttosto che trovarsi di fronte a casi di ammutinamento. Dietro il sintomo nevrotico stavano sicuramente possibilità ben più pericolose, vuoi una psicosi permanente, vuoi la sfida diretta alla guerra e a chi voleva proseguirla.[6]
Quello internazionalista è il solo quadro concettuale che consenta in guerra l’abbandono del conformismo sociale dominante; che possa sostituire al conformismo dell’obbedienza una sorta di conformismo della disobbedienza che nel processo di risveglio della coscienza di classe si incarichi di trascinare gli esitanti e isolare i riluttanti; che possa ricomporre il confitto tra il desiderio di sopravvivenza ed un nuovo senso del dovere indirizzato verso una comunità reale che non ha alcun interesse al reciproco massacro dei suoi membri; che possa condurre alla consapevolezza che nella guerra imperialista il proletariato combatte e dissangua sé stesso affinché i suoi veri nemici possano sopravvivere e prosperare; che possa portare al riconoscimento della disobbedienza, e persino della fraternizzazione e dell’insubordinazione come autentici atti di coraggio; che possa riedificare presso i proletari in divisa una lealtà, un altruismo, una disciplina, un’onestà e un orgoglio, alternativi a quelli della borghesia, un onore ed un’etica di combattimento frontalmente contrapposti a quelli della borghesia.
Continua…
NOTE
[1] Anche laddove non esistono privilegi di casta nella designazione del corpo ufficiali, in genere l’accesso ai gradi dipende soprattutto da un livello di istruzione superiore, che è di norma appannaggio della borghesia e della piccola borghesia, o degli strati salariati più qualificati.
[2] Lenin, La sconfitta del proprio governo nella guerra imperialistica, 26 luglio 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, pp. 249-254.
[3] Cfr. A. Loez, Op. cit.
[4] Cfr. E. J. Leed, Terra di nessuno, 1979, Il Mulino, Bologna, 1999.
[5] «… per far fronte a questi discorsi che stigmatizzano la loro “codardia” e mettono in discussione il loro onore, i ribelli ribaltano il sistema di valori abituale del fronte e della società in guerra, cercando di legittimare l’ammutinamento con il coraggio virile dei suoi partecipanti. Questo è ciò che dice il soldato Duchêne, quando la rivolta del 75° RI finisce: “Quando il tenente Chassard gli diede l’ordine e lo costrinse a equipaggiarsi, lui lanciò il suo elmetto in aria e gridò rivolgendosi alla folla che stava manifestando dietro di lui: ‘Non c’è nessuno che abbia i coglioni?’” Nella vivacità del linguaggio è ben espressa l’identità che gli ammutinati cercano, provvisoriamente, di costruire: quella di uomini che hanno il coraggio di sfidare l’autorità, un coraggio virile che dovrebbe rovesciare o compensare lo stigma legato alla disobbedienza». A. Loez, Op. cit., p. 506.
[6] E. J. Leed, Op. cit., p. 223.

