IRAN: LA CONCRETEZZA DELLA SOLIDARIETÀ DI CLASSE

Gli sviluppi delle proteste e della feroce repressione del regime in Iran non si prestano a facili previsioni.

Molteplici fattori, spinte, condizioni e contraddizioni interagiscono e si intrecciano. Certo, l’aspetto fondamentale, e in ultima analisi determinante, è quello economico-sociale. Da tempo l’involucro politico della repubblica clerico-borghese si mostra in profonda contraddizione, in urto persino, con importanti risultanti e dinamiche dell’evoluzione della società capitalistica iraniana. Un rapporto, inoltre, quello tra il sistema politico iraniano e la struttura economico-sociale, che non può che concretizzarsi attraverso influenze e risultanti storiche, sedimentazioni religiose, presenze e relazioni etniche, una complessità derivante da un’esperienza storica ricca e drammatica e perennemente in travagliato corso di ulteriore rielaborazione e funzionalizzazione ad opera delle leggi e delle esigenze del capitale, degli interessi e delle conflittualità nel divenire della maturazione imperialistica.

Emerge con chiarezza, inoltre, come questo contraddittorio rapporto si sia aggravato, la tensione si sia acuita, con il drastico ridimensionamento della proiezione, dell’influenza e dei progetti dell’Iran sul piano regionale, ridimensionamento in corso, anch’esso da tempo, ma che è stato accelerato dagli esiti del recente confronto con l’asse statunitense-israeliano.

Di questa complessità è indubbiamente parte integrante e fondamentale la componente proletaria, la presenza consolidata di una classe operaia con una grande e tragica storia di lotta, di organizzazione, di repressione brutale.

Senza venire meno neanche per un istante al dovere internazionalista della solidarietà di classe con ogni comparto del proletariato mondiale in lotta e alle prese con la repressione borghese, non è tuttavia possibile nascondersi e nascondere che difficilmente questa componente, rappresentata dalle sue avanguardie e forgiata nelle sue forme rivendicative e organizzative dagli insegnamenti delle proprie e più alte esperienze storiche di classe, potrà porsi alla guida del socialmente eterogeneo movimento di protesta contro il regime e diventare la forza capace di imprimere la propria connotazione alle molteplici spinte per una radicale trasformazione sociale e politica dell’Iran. Scambiare la realtà con i propri desideri, sovrapporre all’impegnativo tentativo di mettere a fuoco i nessi essenziali di una situazione complessa e in tumultuoso svolgimento, al riscontro dei fatti (con ciò che essi comportano di favorevole o sfavorevole per le proprie aspirazioni e progettualità), le formule percepite come più consone alle proprie aspettative è un’attitudine dalle cui più difficili implicazioni e dolorose conseguenze si può agevolmente sottrarre soltanto chi è in condizioni per abbandonarsi a miti e semplicistiche profezie a distanza di sicurezza dallo svolgimento dei fatti storici. Formarsi e proporsi come soggetto politico rivoluzionario nella lotta di classe significa assumersi una grande responsabilità, che non può essere disgiunta dalla capacità di misurarsi con la realtà dei rapporti di forza di classe e politici con il massimo possibile di rigore, lucidità e coerenza.

C’è un concetto che può aiutare ad orientarci di fronte al complesso svolgersi della crisi iraniana: quello di guerra civile. Un concetto che può assumere significati diversi rispetto alle molteplici dimensioni di questa crisi.

Le fonti internazionali riportano di migliaia di morti tra i manifestanti. È una scala dello scontro politico e della repressione che può essere oggi persino difficilmente immaginata in realtà sociali come quella italiana. Il fatto che, di fronte a questa portata della reazione degli apparati del regime, le proteste e le mobilitazioni proseguano è una dimostrazione di quanto lo scontro sia radicale, di quanto la posta in gioco sia diventata determinante per le vite di enormi componenti della società iraniana. Ma al contempo sarebbe un errore trascurare come anche il regime si sia sostenuto e ancora si possa reggere su vasti strati di popolazione, i cui interessi più immediati hanno trovato nelle molteplici forme di intervento economico del sistema, nelle sue forme di organizzazione politica, modalità per essere soddisfatti e condizioni per perseguire una promozione sociale. Vale non solo per i vertici delle fondazioni e dei pasdaran ma anche, ovviamente in misura molto diversa, ancora per molti cittadini iraniani di estrazione popolare. Il crollo del regime islamico sancirebbe la fine di un patto sociale – che, coerentemente con la propria natura biecamente capitalistica, si fonda comunque sullo sfruttamento della forza-lavoro salariata – con concrete possibilità di lasciare spazio ad una situazione di laceranti conflitti intorno alla definizione di un nuovo assetto di potere e ai suoi principali referenti sociali. Solo una capacità, tendenzialmente connessa all’intervento e alla forza economica di una centrale imperialistica o di un’alleanza di potenze, ha potuto, in altre situazioni di traumatica crisi di equilibri politici in realtà dall’importante profilo capitalistico, evitare lo scoppio di una autentica guerra civile. Pur nelle attuali condizioni di degrado economico, alla base dell’acuirsi dello scontro politico, l’Iran è un Paese dalla consolidata fisionomia industriale, con grandi centri urbani e una popolazione superiore a quella della Germania. Uno scenario di guerra civile, intesa come diffuso conflitto tra formazioni armate, espressione di frazioni borghesi (con i loro padrini internazionali) in lotta per un nuovo assetto politico generale in un quadro nazionale incrinatosi, avrebbe ripercussioni difficilmente prevedibili e non facilmente gestibili da parte di qualsiasi potenza imperialistica mondiale e regionale interessata alla nevralgica area mediorientale. Non si può escludere che anche per questo Washington abbia accompagnato le dichiarazioni di disponibilità ad un intervento armato con il mantenimento di contatti con i vertici della repubblica islamica.

Ma c’è un altro, fondamentale, significato di guerra civile, ed è il conflitto che, in maniera palese od occulta, a varia intensità a seconda delle fasi storiche, attraversa ogni società divisa in classi. Questo conflitto è alimentato da antagonismi connaturati al modo di produzione e ai suoi rapporti di classe. La repubblica islamica, come ogni altra forma politica del capitalismo, ha assunto il compito fondamentale di gestire, contenere e in una certa misura disciplinare questa costante conflittualità in modo che siano preservate le condizioni essenziali del dominio di classe, facendo ricorso, oltre che alla repressione, anche a politiche di intervento pubblico e di assistenza sociale. Anche lo sfaccettato fronte della protesta, della rivolta contro il regime è attraversato da questa linea di divisione di classe, da questa costante condizione di guerra civile. È stato drammaticamente evidente anche durante i moti che quasi mezzo secolo fa hanno portato alla caduta del regime monarchico, precedente involucro politico nella storia del capitalismo iraniano.

Non si può nemmeno escludere che questi due piani della guerra civile si possano intrecciare.

Di una cosa si può essere certi: la classe operaia, il proletariato dell’Iran dovranno possedere una formidabile capacità di organizzazione, di preservare e rafforzare la propria autonomia di classe, di esercitare una funzione politica che si fondi saldamente su una profonda coscienza di classe, per orientarsi e continuare a condurre la propria battaglia nella crisi iraniana. Da quaggiù, non possiamo sapere se questi imprescindibili elementi possono considerarsi acquisiti per la coraggiosa classe operaia iraniana, e lasciamo ai menestrelli da social la confortevole e mistica rappresentazione della classe che ricostruisce automaticamente due secoli di esperienze, di insegnamenti (perlopiù dolorosi) maturati nella più aspra e difficile delle lotte – quella contro la classe dominante capitalistica – esclusivamente nel corso dell’ultimo episodio in ordine temporale della lotta stessa. Malgrado ogni sconfitta della nostra classe, e per quanto cara sia costata, li rivedremo ogni volta recitare puntualmente un mantra che a loro non costa nulla e di cui presumono la classe non gli chiederà mai conto.

Perché nella sempre più cruda dimensione di guerra civile che va prendendo forma in Iran i lavoratori salariati possano condurre questa azione coerente con i propri interessi di classe sarebbe necessaria anche una mobilitazione a loro sostegno, vasta e incisiva, realmente internazionalista, da parte dei lavoratori delle altre realtà regionali e delle metropoli imperialistiche.

Non potranno certo incaricarsene coloro che, alle nostre latitudini, per varie esigenze – nessuna delle quali riconducibile agli interessi della nostra classe – dopo averlo sostanzialmente negato per i due lunghi e sanguinosi anni del massacro di Gaza, oggi riconoscono che la sola prospettiva realmente liberatoria per le masse proletarie iraniane e palestinesi, entrambe sfruttate dalle proprie classi dominanti e non soltanto (come da furbesca e cavillosa definizione) “oppresse” da “forze esterne”, risiede in una grande rivoluzione proletaria, comunista (non abbiamo esitazioni ad impiegare la giusta parola) nell’intera regione.

Anche da questo punto di vista, occorre sgomberare il campo da illusioni e formule autoassolutorie, e guardare in faccia la realtà. La capacità di mobilitazione internazionalista è in massima parte ancora da ricostruire. Questo imprescindibile compito non può essere realmente affrontato inventandosi ruoli immaginari ed ingannevoli, ma è necessario cercare di assolverlo con un tenace lavoro di analisi, di elaborazione, di organizzazione che sappia trarre elementi di crescita, di riflessione, lezioni anche dalle esperienze sofferte della classe operaia iraniana. Anche e forse soprattutto questo significa oggi, nelle nostre realtà sociali, fornire una concretezza alla doverosa solidarietà verso i nostri fratelli di classe in lotta nella crisi iraniana. 

Prospettiva Marxista – Circolo internazionalista «coalizione operaia»

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