Prima parte del saggio biografico Louis C. Fraina e la nascita del movimento comunista negli Stati Uniti d’America, pubblicato in: Louis C. Fraina – Il Socialismo Rivoluzionario – e altri scritti 1911-1921, Movimento Reale, Roma, 2026.

Non è azzardato affermare che forse la più efficace sintesi del pensiero e del ruolo svolto da Louis C. Fraina nel movimento comunista degli Stati Uniti d’America l’abbia suggerita James P. Cannon:
I teorici olandesi lasciarono un segno particolarmente profondo sul giovane scrittore americano che doveva diventare il principale ideologo e propagandista dell’Ala Sinistra americana che si stava orientando verso il comunismo e, con tutta probabilità l’unica persona più responsabile della fondazione del Partito Comunista americano. Quell’uomo era Louis C. Fraina, che Foster, nella sua History of the Communist Party of the United States, dimenticò di menzionare persino una sola volta. Forse non sentì mai parlare di lui.
Fraina, che era stato influenzato prima da De Leon, poi dai teorici olandesi ed infine da Lenin e Trotsky, combinava nel suo pensiero elementi di tutte e tre le influenze. Ed egli decisamente lasciò la sua impronta sull’Ala Sinistra americana, e sul Partito Comunista al tempo della sua organizzazione ufficiale.[1]
Indubbiamente, come avremo modo di vedere, la riflessione teorica del giovane Louis Fraina è profondamente debitrice del deleonismo e delle tematiche della “sinistra olandese”, fortemente ricombinate e rielaborate sotto il determinante influsso della rivoluzione bolscevica e dell’elaborazione leniniana.
Luigi Carlo Fraina nasce a Galdo (oggi Sicignano degli Alburni, Salerno) il 7 ottobre 1892, figlio di Antonio, un calzolaio repubblicano emigrato negli Stati Uniti nel 1895 per ragioni economiche. Un anno dopo Luigi e sua madre raggiungono Antonio a New York e i suoi genitori decidono di americanizzare il suo nome in Louis Charles.
All’età di sei anni, il piccolo Fraina inizia a lavorare come newsboy attorno a Chatham Square, nei pressi degli slums dell’East Side in cui crescerà, tra Mulberry Street e Christie Street nella Bowery, abitati in prevalenza da altri immigrati italiani.
A causa della precarietà delle condizioni lavorative del padre, che cerca di provvedere alla famiglia lavorando come cameriere e con altre occupazioni saltuarie, dopo l’orario scolastico Louis Fraina lavora in una fabbrica di tabacco come aiutante della madre e in seguito fa anche il lustrascarpe.
Iscritto con il fratello in una scuola parrocchiale privata, perché offre il vitto senza un sovrapprezzo sulla retta, Fraina ha un moto di ribellione quando una suora dà uno schiaffo a suo fratello, più piccolo di due anni, e decide di marinare segretamente la scuola per sei mesi, finché a Natale, non potendo portare a casa i consueti doni dell’istituto, è costretto a confessare le sue assenze. La madre, una donna indipendente che rifiuta ogni forma di carità, commossa dalle sue motivazioni, decide di iscrivere il figlio ad una scuola pubblica in cui raggiunge ottimi risultati scolastici, ottenendo riconoscimenti in eloquenza e composizione.
Non riuscendo a praticare con successo gli sport dei suoi coetanei a causa della sua gracile costituzione fisica, il giovanissimo Fraina si dedica con passione alla lettura. A dodici anni è già un divoratore di romanzi di Charles Dickens, Frank Norris, Theodore Dreiser, Upton Sinclair, Jack London, Dostoevskij e Gor’kij, delle poesie di Burns, Shelley, Whittier, Whitman, Frost e Swinburne e della letteratura sociale di Hugo, Zola e Shaw. In contrasto con le tradizioni cattoliche dell’emigrazione italiana da cui proviene, condivise dagli abitanti di origine irlandese che vivono negli stessi quartieri, Fraina matura molto presto un netto rifiuto della Chiesa cattolica e della religione in generale.
Nel 1908, cinque settimane dopo aver conseguito il diploma, il non ancora sedicenne Fraina perde il padre ed è costretto ad abbandonare definitivamente gli studi per contribuire al già magro bilancio famigliare, trovando lavoro come impiegato presso la Edison Company.
Nel 1909, a diciassette anni, Fraina pubblica sul giornale agnostico The Truth Seeker il suo primo saggio da libero pensatore, Shelley, The Atheist Poet, nel quale auspica un prossimo avvenire emancipato da ogni superstizione religiosa. Nello stesso anno aderisce al Socialist Party of America (SPA) e, alla ricerca di spiegazioni sull’emergere del sentimento religioso presso gli uomini primitivi, studia presso la biblioteca di una delle sezioni del partito gli scritti su socialismo e filosofia di Josef Dietzgen, Socialismo e scienza positiva di Enrico Ferri, i Saggi sulla concezione materialistica della storia di Antonio Labriola e Per la critica dell’economia politica di Marx. Deluso dall’indifferenza in materia teorica del SPA e dal suo atteggiamento neutrale nei confronti della religione, dopo sei mesi decide di lasciare il partito.
Nello stesso anno, dopo aver abbandonato nel SPA un’organizzazione che ritiene eccessivamente appiattita esclusivamente sulla base operaia qualificata ed anglofona dell’American Federation of Labor (AFL), Fraina aderisce al Socialist Labor Party (SLP) di Daniel De Leon, con ogni probabilità attratto in prima istanza dal suo radicale anticlericalismo e dall’attenzione posta nei confronti della teoria marxista. Il giovane Fraina ritiene che il SLP possa integrare al meglio l’attività “politica” socialista con la teoria dell’“unionismo industriale” e con lo sforzo di “americanizzare” il socialismo per sintonizzarlo sulle esigenze della lotta proletaria rivoluzionaria in una realtà capitalistica peculiare, avanzata.
Nel 1909, l’anno in cui Louis Fraina aderisce al SLP, scoppiano numerosi scioperi di massa condotti da operai immigrati e non qualificati (unskilled): i boscaioli di Somers e Kalispell in Montana; gli operai delle fabbriche di stagno a New Castle e Shenango in Pennsylvania e i lavoratori della produzione di carrelli per miniere e ferrovie di McKees Rocks, in agitazione contro la Pressed Steel Car Company, una succursale della U. S. Steel. Profondamente impegnato nell’attività militante per il SLP e nella redazione del Daily People, il quotidiano del partito, Fraina propone, dalla rubrica Corrispondenze del giornale, la formazione di un comitato di soccorso per gli operai in sciopero di McKees Rocks, organizzati dagli IWW.
A diciassette anni Louis Fraina è già un attivo e conosciuto soap-boxer (un oratore da comizi improvvisati). Ogni settimana tiene discorsi agli angoli delle strade dei quartieri proletari di New York, affinando il suo stile oratorio e facendosi le ossa nell’affrontare di volta in volta indifferenza, consenso e più o meno violenta disapprovazione. Molti dei suoi primi articoli per il Daily People sono indirizzati contro la Chiesa cattolica in quanto organo di potere e contro la sua morale di automortificazione e disprezzo per le cose terrene, ed esaltano nel paganesimo la forza, il vitalismo e il rifiuto di una rassegnata o persino grata accettazione della sofferenza. Affronta il tema del rapporto fra proletariato e intellettuali e scrive un articolo sull’opera riformatrice del pedagogista anarchico spagnolo Francisco Ferrer, condannato a morte e fucilato in quello stesso anno. Ben presto la regolarità dei suoi articoli per il giornale supera persino quella dello stesso De Leon, del quale diviene una sorta di “delfino” intellettuale. Nel 1910, a diciotto anni, è eletto segretario del Comitato Generale della sezione di New York del SLP.
Nel frattempo, i suoi articoli per The Truth Seeker, per il quale continua a scrivere, vengono notati da Arthur Brisbane, editorialista liberal presso uno dei giornali della catena di Hearst, che gli offre un posto da apprendista reporter presso il New York Journal. Nel timore di perdere uno dei suoi migliori elementi, il partito gli offre di diventare membro a tempo pieno e stipendiato della redazione del Daily People. Scegliendo la militanza piuttosto che una possibile carriera giornalistica, Fraina accetta la proposta del partito.
Nel 1912 segue la cronaca dello sciopero degli operai tessili di Lawrence (Massachusetts) – provenienti in prevalenza dall’Europa orientale e dal Medio Oriente. Quello che verrà definito lo sciopero del “Pane e delle Rose” sarà il primo condotto vittoriosamente dagli IWW. Nel corso dello sciopero, oltre ad intervenire per la prima ed unica volta nella sua vita politica ad un raduno di massa in sostegno degli scioperanti a New York, pur riconoscendo le indubbie doti organizzative di Big Bill Haywood ne demolisce le velleità teorico-politiche in merito allo slogan dello “sciopero generale”, che considera una fantasia utopistica sindacalista-rivoluzionaria a cui contrappone il concetto di “sciopero di massa” condotto dagli operai resi indifferenziati dal processo di meccanizzazione. Convinto, diversamente da De Leon, che l’operaio generico, non qualificato della grande industria meccanizzata rappresenti l’autentico nocciolo rivoluzionario della classe operaia, Fraina evidenzia la sovrapposizione della linea di divisione per nazionalità del proletariato negli Stati Uniti con quella tra operai qualificati e generici e denuncia la strumentalizzazione capitalistica del sentimento xenofobo per dividere una classe operaia il cui sviluppo sociale ed ideologico era storicamente contrassegnato da particolarità non riscontrabili nel quadro europeo.
Pur vedendo sin dall’epoca coloniale impiantati sul suo territorio rapporti puramente mercantili di produzione, gli Stati Uniti avevano infatti sperimentato un ritardo dell’industrializzazione determinato dalla presenza dello schiavismo protocapitalista nel Sud e dall’estensione della sua “Frontiera” ad Ovest. Nella prima metà del XIX secolo la pressione politica degli interessi economici schiavisti e l’esistenza di un vastissimo territorio disponibile per la colonizzazione agricola da parte di piccoli e piccolissimi “farmers” non incentivano il rapido sviluppo di una moderna industria. Laddove la manifattura prese piede, nel Nordest del Paese, la relativa scarsità di manodopera disponibile dovuta all’estrema mobilità sociale – dal momento che il grosso dei flussi migratori provenienti dall’Europa tende ad indirizzarsi verso la Frontiera – non incentivò lo sviluppo della meccanizzazione del processo produttivo ma al contrario valorizzò le competenze artigianali degli operai impiegati, che erano ricercati e molto ben pagati (soprattutto nel confronto con i coevi salari europei). La vittoria del Nord industriale nella Seconda Rivoluzione americana (la guerra civile) degli anni Sessanta, l’esaurimento degli spazi garantiti alla colonizzazione e la crescita della domanda interna connessa al popolamento e all’urbanizzazione della Frontiera stessa, imprimeranno una potente e rapidissima accelerazione al processo di industrializzazione americano ed ai suoi ritmi di crescita economica. Dall’ultimo quarto di secolo, l’afflusso di nuove ondate migratorie in questo mutato contesto, produrrà anche un’accelerazione del processo di meccanizzazione: la grande disponibilità di manodopera che non può più defluire “verso Ovest” come in passato si trasforma per la borghesia americana in una leva che, nella ristrutturazione del capitalismo statunitense, può mettere in discussione i “privilegi” di una classe operaia semiartigianale che si è organizzata in craft unions (sindacati di mestiere) per difendere interessi in larga misura “corporativi”. Minacciato da una meccanizzazione e da una nuova organizzazione del processo produttivo che rendono progressivamente superflue le sue competenze e che rendono possibile l’impiego di una vasta manodopera scarsamente o per nulla qualificata, l’operaio-artigiano americano, bianco e di meno recente immigrazione, tende ad arroccarsi nella difesa delle proprie posizioni di vantaggio sociale blindando le proprie organizzazioni sindacali nei confronti degli operai generici e delle componenti della popolazione con cui questi ultimi tendono a coincidere: le donne, gli immigrati, i neri. Il modello di questa concezione del sindacato come job-trust, il monopolio di un genere limitato di forza lavoro funzionale ad elevarne il prezzo, fu, almeno fino agli anni Trenta del ‘900 l’American Federation of Labor. Il corollario ideologico di questa tendenza deriva direttamente dalla dinamica storica all’interno della quale il primo nucleo del proletariato americano si è formato: nella prima democrazia moderna della storia l’eguaglianza è innanzitutto quella che garantisce il fondamentale requisito per una “libera cittadinanza”: il diritto di possedere e difendere la “proprietà”; l’operaio, che difende la “proprietà” delle proprie competenze e il diritto di venderle al miglior prezzo sul mercato, è sul medesimo piano giuridico e concettuale del capitalista, proprietario dei mezzi di produzione. Ma se, accettando questi presupposti ideologici, il capitalista che tenta costantemente di ridurre il valore della forza lavoro qualificata è visto come un compratore con cui trattare – a volte anche violentemente – il lavoratore generico è invece percepito come un avversario che erode la “proprietà” del lavoratore qualificato, paradossalmente non se il suo salario rimane basso ma proprio quando cerca di elevare le proprie condizioni di esistenza tentando di organizzarsi sindacalmente. Le radici del collaborazionismo di classe delle prime craft unions americane vanno dunque collocate nel peculiare sviluppo della classe operaia americana nel contesto della specifica forma democratica assunta da una formazione economico-sociale che nasce puramente mercantile.
Se da un lato il capitale americano era ostacolato da queste organizzazioni – che in certi casi con il job control arrivavano a porre in essere un vero e proprio “imponibile di manodopera”, inaccettabile dal punto di vista del puro “diritto di proprietà privata” degli industriali – e vedeva con favore il loro indebolimento, dall’altro, la permanenza delle craft unions, progressivamente cointeressate al contenimento della conflittualità nelle relazioni industriali e integrate in associazioni padronali come la National Civic Federation[2], rappresentava oggettivamente un valido contrappeso organizzativo ed ideologico alle nuove forme di organizzazione e di lotta del proletariato a carattere “industriale” che si stavano sviluppando; un cuneo che, di concerto con le divisioni etniche scientemente alimentate nella selezione della manodopera, impediva alla classe operaia di saldarsi stabilmente sul terreno delle rivendicazioni economiche. Nello spazio lasciato aperto dallo scontro tra le frazioni e i settori della borghesia americana più o meno avvantaggiati dalla riorganizzazione industriale inerente alla meccanizzazione della produzione, si inserirono infatti organismi sindacali decisamente classisti come gli Industrial Workers of the World (IWW), i quali, espressione di una larga quota di lavoratori esclusi da ogni forma di difesa sindacale e le cui pressanti esigenze non potevano essere ulteriormente ignorate, nell’ambizione di organizzare tutti i lavoratori salariati d’America, riuscirono, seppur limitatamente nel tempo e nello spazio, a mobilitarne per la prima volta ed efficacemente alcuni settori, e, pur non riuscendo a scalzare i sindacati di mestiere dalla rappresentanza operaia nei fondamentali gangli industriali del capitalismo americano, li costrinsero, non senza aspre resistenze, a trasformarsi per non arretrare.
Tra gli anni Venti e Trenta del ‘900, con il definitivo venir meno della figura dell’operaio artigiano, inesorabilmente erosa dalla ristrutturazione capitalistica, i vecchi sindacati di mestiere dovettero reinventarsi su nuove basi, precisamente quelle basi “industriali” che, insieme ad una parte delle frazioni borghesi americane, avevano ferocemente avversato prima nelle lotte dei Knights of Labor e dell’American Railway Union di Debs, poi della Western Federation of Miners di Haywood e infine degli Industrial Workers of the World. Nell’AFL e nel Congress of Industrial Organization (CIO) degli anni Trenta, i relativamente piccoli job-trust corporativi si erano trasformati in grandi agenzie d’affari che tutelavano gli “interessi commerciali” di una quota significativa di venditori di forza lavoro (pur sempre una minoranza della classe operaia) ormai ampiamente organizzati per settori d’industria e senza frapporre eccessivi ostacoli formali all’iscrizione. Il capitalismo americano aveva saputo assorbire il principio dell’unionismo industriale depurandolo di ogni contenuto classista, con la collaborazione di un tradeunionismo “puro” – peraltro in grado di gestire lotte rivendicative estremamente dure e violente – che aveva assolto la funzione dell’opportunismo e del socialimperialismo europei senza doversi mai connotare anche solo vagamente come “socialista” e senza mai mettere in discussione, nemmeno da un punto di vista riformista, il capitalismo in quanto tale.
È in questo contesto, che si forma e, come vedremo in seguito, si dispiega e si esaurisce la parabola politica rivoluzionaria di Louis Fraina.
Continua…
NOTE
[1] James P. Cannon, I primi dieci anni del Partito Comunista Americano, Jaca Book, Milano, 1977, p. 359.
[2] La NCF venne fondata nel 1900 e raggruppava esponenti del grande capitale, dell’AFL e delle istituzioni. Il suo scopo dichiarato era quello di «combattere i socialisti nel movimento operaio e gli anarchici tra i capitalisti», ovvero di propagandare i princìpi interclassisti della collaborazione tra padronato e sindacato nel “comune interesse” di “armoniose” relazioni industriali, cercando di evitare lo scontro frontale con le organizzazioni operaie e avviando una serie di riforme, ormai indilazionabili, nell’interesse del sistema nel suo complesso e scontrandosi anche contro l’opinione di settori meno “avveduti” del padronato stesso.
BIBLIOGRAFIA
- Paul M. Buhle, A Dreamer’s Paradise Lost. Louis C. Fraina/Lewis Corey (1892-1953) and the Decline of Radicalism in the United States, Humanities Press, Atlantic Highlands, NJ, 1995.
- Serena Tait, Alle origini del movimento comunista negli Stati Uniti: Louis Fraina teorico della azione di massa, in Primo Maggio, n. 1, giugno-settembre 1973, pp. 17-39.
- Theodore Draper, The Roots of American Communism, Transaction Publishers, New Brunswick, 2003.
- Esther Corey, Lewis Corey (Louis C. Fraina), 1892-1953: A Bibliography with Autobiographical Notes, articolo pubblicato su Labor History, vol. 4 (primavera 1963), pp. 103-131.
- James P. Cannon, I primi dieci anni del Partito Comunista Americano, Jaca Book, Milano, 1977.
- James P. Cannon, The History of American Trotskysm, 1928-1938, Pathfinder Press, Canada, 2002
- Jacob Zumoff, The Communist International and US Communism, 1919-1929, Brill, Boston, 2014.
- Tony Cliff, L’internazionalismo rivoluzionario in Palestina, 1937-1946, coalizioneoperaia.com
