“REVOLUTIONARY SOCIALISM”: a) RAPPRESENTANZA “INDUSTRIALE” E DITTATURA PROLETARIA

Sesta parte del saggio biografico Louis C. Fraina e la nascita del movimento comunista negli Stati Uniti d’America, pubblicato in: Louis C. Fraina – Il Socialismo Rivoluzionario – e altri scritti 1911-1921, Movimento Reale, Roma, 2026.


In Revolutionary Socialism Fraina inizia a individuare, seppure in maniera contraddittoria, la natura intrinsecamente gradualista, e dunque in ultima analisi riformista, dell’ideologia della crescita del “socialismo” all’interno del capitalismo, condivisa nella sostanza, seppur con diverse sfumature, sia dai partiti del socialismo statunitense che dagli IWW. Gli appelli degli IWW all’“azione diretta” – anche violenta – restano infatti circoscritti al terreno della immediata contrapposizione operai-capitalisti, nell’ambito del quale viene coltivata l’illusione di una progressiva conquista del “potere economico” da parte di un’organizzazione sindacale “onnicomprensiva”, che, senza necessità di alcuna politica di partito (concepita esclusivamente in termini di agitazione per la competizione elettorale), avrebbe poi spazzato via anche il potere politico della classe padronale. In questo senso, benché non necessariamente “pacifica”, anche l’impostazione programmatica degli IWW rimane all’interno di una concezione gradualista in cui l’atto rivoluzionario è ridotto a mera sanzione di un mutamento di rapporti di forza economici a favore della classe operaia maturato all’interno dei rapporti di produzione capitalistici.

Fraina rileva dunque i limiti dell’unionismo industriale e non si illude sulle concrete possibilità di una “One Big Union” in grado di organizzare sul terreno industriale la classe operaia nella sua interezza, nella sua maggioranza, o persino in una sua «soverchiante minoranza»:

L’unionismo industriale, nella sua espressione dogmatica, presuppone un’organizzazione generale del proletariato prima che si possa instaurare il socialismo, la costruzione di un’organizzazione industriale generale che possa impadronirsi dell’industria e gestirla. In un tempo infinito, può essere concepibile che un giorno, in qualche modo, la maggioranza del proletariato, o una soverchiante minoranza, possa organizzarsi in unioni industriali sotto il capitalismo. Ma in termini di pratica effettiva, ciò è inconcepibile.[1]

Da questo punto di vista, come rileva Fraina in uno scritto di poco successivo a Revolutionary Socialism, anche la prospettiva rivoluzionaria del SLP di De Leon cacciava il riformismo dalla porta per farlo rientrare dalla finestra:

… mentre [il SLP] rifiutava la graduale e pacifica conquista del potere da parte del proletariato socialista, accettava una politica altrettanto fallace: la graduale e pacifica conquista del potere da parte del proletariato attraverso l’organizzazione della maggioranza della classe operaia in unioni industriali.[2]

Nel 1918, per Fraina, la lotta di classe

… implica e rende obbligatoria l’attiva e aggressiva lotta contro il capitalismo e per il socialismo; essa nega il processo di penetrazione graduale e pacifica del capitalismo da parte del socialismo, un “crescere nel grembo” del capitalismo da parte della comunità socialista.[3]

Le motivazioni alla base di questa negazione risiedono nel definitivo superamento da parte di Fraina di una concezione del processo rivoluzionario socialista ricalcata sullo schema della rivoluzione borghese (in una certa misura comune a De Leon, a Debs, agli IWW e… a Gramsci in Italia) e nel conseguente riconoscimento dell’imprescindibile ruolo del partito e della conquista del potere politico:

Ciò che determinava la supremazia della borghesia era il suo possesso del potere materiale effettivo, della proprietà del capitale. Era una classe proprietaria, e la proprietà in quanto prerogativa di classe conferisce potere ed ascendente supremo. Il proletariato è una classe non proprietaria, una classe espropriata; ciò che determinerà la sua supremazia è l’energia e l’integrità rivoluzionaria, e queste soltanto.[4]

…la rivoluzione borghese ha trionfato nonostante le sue vili esitazioni e vacillamenti, nonostante gli errori disastrosi; le sue lotte sono state una lunga serie di compromessi con la classe feudale, persino sull’orlo della vittoria; e laddove la rivoluzione è stata drastica e definitiva, come in Francia, lo si deve al coraggio e all’azione dei contadini e dei proletari delle città. Ma gli errori possono essere fatali per il proletariato, perché il proletariato è una classe espropriata. La rivoluzione proletaria non è in alcun senso un processo automatico: essa trionferà solamente attraverso un’azione intransigente, un’adesione coraggiosa e implacabile alla lotta di classe e sviluppando la necessaria chiarezza nella comprensione dell’epoca in cui ci troviamo, una comprensione che eviterà gli errori tattici e offrirà al proletariato un programma di azione rivoluzionaria definito e decisivo.[5]

Solo il fattore soggettivo di un proletariato rivoluzionario convertirà le condizioni oggettive del capitalismo in socialismo. Il proletariato agirà, ma la sua azione deve essere diretta. Può essere distorta dal socialismo piccolo-borghese, come è stato tentato senza successo in Russia e come è stato fatto con successo in Austria ed in Germania. Le carenze del socialismo predominante potrebbero trasformare l’azione proletaria in un’arma per il suicidio proletario. Le tattiche del socialismo piccolo-borghese non possono distruggere completamente la rivoluzione, ma possono ostacolarla e prolungare il periodo di agonia del capitalismo imperialista.[6]

Acquisito il fondamentale concetto teorico di “periodo di transizione”, Fraina si rende conto dell’impossibilità di costruire la “struttura” della società comunista “nel grembo” del capitalismo:

Come proposta generale è meraviglioso – ed è meraviglioso in particolare considerando il periodo di violenti sconvolgimenti e lotte in cui sta entrando il mondo – ritenere che il proletariato sotto il capitalismo possa organizzare la struttura della nuova società attraverso l’industrialismo. Tuttavia la struttura dell’industrialismo, la forma della nuova società comunista, può essere organizzata soltanto durante il periodo di transizione dal capitalismo al socialismo agendo attraverso la dittatura del proletariato; tutto ciò che può essere fatto nel frattempo è sviluppare un certo grado di organizzazione industriale e la relativa ideologia dello Stato industriale, che può costituire il punto di partenza per una dittatura proletaria nel suo compito di introdurre lo Stato industriale del socialismo comunista.[7]

E aggiunge:

La dittatura del proletariato non elimina necessariamente il capitalista tutto in una volta; ciò che elimina immediatamente sono le prerogative del capitalista in quanto capitalista. La società del socialismo comunista non nasce come Minerva dalla testa di Giove: è un processo di trasformazione del vecchio nel nuovo. La rapidità di questa trasformazione dipende dal grado di sviluppo economico e dalla rapidità con la quale i produttori organizzati sviluppano i loro propri amministratori. In un’industria concentrata, dove il processo di produzione è gestito dal personale tecnico e dagli amministratori, il capitalista viene abolito immediatamente; in caso contrario, il capitalista viene mantenuto e messo al servizio come esperto e amministratore, temporaneamente, fino a quando l’intero processo non si risolve in un comunismo industriale completo. Il controllo proletario si trasforma in amministrazione proletaria in tutte le sue fasi, man mano che si sviluppano la maturità e le istituzioni necessarie […] I vecchi rapporti di produzione capitalistici non vengono strappati come si strappa un pezzo di carta. Si tratta di un processo di adattamento dei mezzi ai fini e dei fini ai mezzi. Ciò può apparire l’argomentazione del socialismo piccolo-borghese; ma c’è tutta la differenza del mondo se il processo procede sulla base della proprietà privata borghese e sotto il controllo dello Stato borghese, o se procede sulla base del controllo proletario e di uno Stato della dittatura del proletariato.[8]

In questa più profonda comprensione della dinamica del processo di distruzione dei rapporti capitalistici di produzione e ponendo nella loro corretta collocazione storica gli elementi “graduali” della dinamica rivoluzionaria Fraina mostra di aver accantonato la concezione – in quegli stessi anni cara a Gramsci e agli ordinovisti torinesi e combattuta da Bordiga – secondo la quale:

… i consigli operai prima ancora della caduta della borghesia sono già organi, non solo di lotta politica, ma di allestimento economico-tecnico del sistema comunista, [ovvero] un puro e semplice ritorno al gradualismo socialista: questo, si chiami riformismo o sindacalismo, è definito dall’errore che il proletariato possa emanciparsi guadagnando terreno nei rapporti economici, mentre ancora il capitalismo detiene, con lo Stato, il potere politico.[9]

Nell’elaborazione di Fraina permane comunque una connotazione “industriale” dello Stato proletario che rivela la persistenza di alcuni elementi del pensiero di De Leon sul tema della “rappresentanza” operaia, sia nella fase del processo rivoluzionario connotata dall’esistenza della dittatura del proletariato che in quella del “socialismo”:

La base del nuovo “Stato” non è territoriale, ma industriale: i suoi elementi costitutivi sono i produttori organizzati. Gli altri elementi del popolo hanno un ruolo in questo governo proletario nella misura in cui vengono assorbiti nel nuovo schema industriale esistente, diventando produttori utili. Il processo di trasformazione in socialismo comunista è un processo dei produttori organizzati, e di questi soltanto.[10]

Tuttavia, l’esperienza storica aveva mostrato concretamente che nella Russia del 1905 e del 1917, in fasi caratterizzate dalla lotta rivoluzionaria per il potere, i “soviet”, i consigli dei deputati operai, pur sorgendo inizialmente come comitati di sciopero eletti nelle singole officine per dirigere unitariamente la lotta di un insieme di fabbriche, si erano ben presto trasformati in organismi di lotta politica e di rappresentanza di classe territoriali, di quartiere, di città, di distretto ecc[11]., ovvero in organismi che rappresentavano tutti gli appartenenti alla classe operaia (e di essa soltanto) di un determinato territorio, che fossero operai dell’industria, lavoratori di altri settori produttivi o disoccupati, unificandoli sul terreno politico. Laddove i soviet o organismi consimili si sono storicamente formati, hanno generalmente assunto funzioni di direzione politico-amministrativa di un territorio strappandole parzialmente o totalmente alle precedenti istituzioni borghesi, occupandosi delle complessive necessità del proletariato nel territorio su cui avevano giurisdizione; ad esempio stabilendo quali attività essenziali dovessero essere esentate dalla sospensione del lavoro nel corso di uno sciopero di massa;  pianificando la distribuzione di sussidi e alimenti ai componenti dei nuclei familiari proletari ed ai disoccupati; organizzando formazioni militari proletarie per l’autodifesa o l’insurrezione ecc. Questa subitanea evoluzione rispondeva spontaneamente alle necessità di una lotta rivoluzionaria che non poteva che dispiegarsi su un terreno più ampio del perimetro della singola fabbrica o del singolo settore industriale, e veniva materialisticamente incontro alla consapevolezza teorica marxista anticorporativa secondo cui da un punto di vista esclusivamente classista non dovrebbe esistere nulla che unisca maggiormente un operaio al collega della stessa fabbrica piuttosto che al membro della sua stessa classe che lavora e lotta in un’altra fabbrica o in un altro settore produttivo nel medesimo territorio, in un territorio più vasto o in qualsiasi altro territorio. I consigli operai sono dunque organismi territoriali che non vanno identificati con i comitati di fabbrica, i quali possono costituire una delle articolazioni elettorali dei primi e che solo in seguito alla presa del potere del proletariato possono assumere un effettivo ruolo di controllo e gestione della produzione locale in accordo con le esigenze economiche complessive[12].

Da un punto di vista strettamente teorico poi, per quanto concerne il periodo di transizione al socialismo, anche in esso la rappresentanza politica – fintanto che la sopravvivenza sociale di elementi delle classi spodestate la rende necessaria – dovrebbe avvenire su basi di classe, e non tanto per fabbriche o “settori industriali” di appartenenza. Peraltro, anche la successiva rappresentanza presso l’amministrazione delle cose e non delle persone inerente al socialismo non potrebbe fare a meno di essere ripartita territorialmente, dal momento che la popolazione della società senza classi continuerebbe ad essere distribuita su una superficie a partire dalla quale esprimerebbe conseguentemente esigenze tecnico-amministrative territoriali. Nel socialismo la produzione di beni e servizi sarebbe centralizzata mondialmente per soddisfare ogni esigenza locale della popolazione, non certo delle inanimi “industrie”.[13]

Nel suo saggio Fraina cerca di integrare il suo “industrialismo” di matrice deleoniana con l’esperienza “sovietica” russa:

Ogni industria costituirà un dipartimento dello Stato industriale; i lavoratori di ogni industria si organizzeranno in Consigli locali e questi si uniranno in Consigli industriali generali coordinati con altri Consigli industriali generali in un’amministrazione centrale dell’intero processo produttivo […] L’amministrazione centrale è direttiva e non repressiva; essa coordina l’intero processo industriale come il Consiglio Generale dell’Industria coordina ogni fase della sua particolare industria; le sue funzioni si esauriscono nella regolamentazione statistica e nel controllo direttivo delle forze produttive.[14]

Pur riconoscendo la necessità, nel periodo di transizione e nel socialismo, di un organismo di pianificazione centrale la cui natura è correttamente definita «direttiva e non repressiva», Fraina tende però ancora a vincolare – come De Leon del resto – la rappresentanza delle esigenze non politiche dei produttori associati presso gli organi dell’“amministrazione delle cose” alla separatezza dei settori produttivi tipica dell’anarchia aziendale capitalistica. Ma nel periodo di transizione i lavoratori, portatori di generali e comuni interessi di classe, possono manifestare specifiche esigenze dettate dalle peculiari condizioni inerenti al loro territorio, non certo interessi specifici legati al particolare settore industriale in cui lavorano. Nella misura poi in cui le classi scompaiono e con esse la divisione sociale del lavoro, ancor meno le esigenze dei produttori associati potrebbero esprimersi attraverso gli svariati rami della produzione materiale ed intellettuale in cui presterebbero servizio a rotazione. È pensabile, ad esempio, che nella società comunista esistano “lavoratori dell’acciaio” che si occupino esclusivamente e permanentemente di produzione siderurgica e che abbiano interessi particolari da far rappresentare proprio in quanto lavoratori siderurgici che esulino dal terreno delle condizioni lavorative del settore? È pensabile, ad esempio, che i lavoratori siderurgici possano essere interessati ad un aumento della produzione di acciaio direttamente in quanto lavoratori siderurgici e non attraverso la mediazione di esigenze locali e complessive, come ad esempio la costruzione di un ponte, di una ferrovia, di un porto, di una funivia, ecc.? Ed è pensabile che un organismo centrale di pianificazione della produzione si decida a deliberare a favore della creazione di queste infrastrutture dopo una consultazione fatta sulla base dei settori coinvolti nella loro produzione e non sulla base delle esigenze dei liberi produttori associati rappresentati complessivamente e in quanto tali nel consesso?[15]

Indubbiamente, l’istanza “industrialista” del movimento operaio, che tende a far coincidere la rappresentanza del lavoratore con il luogo in cui esso si estrinseca socialmente come “produttore”, parte dal presupposto che, in una società divisa in classi, la forma di rappresentanza territoriale può occultare – e in genere lo fa – il conflitto tra gli opposti interessi delle diverse classi che in quel territorio risiedono. Tuttavia, una rappresentanza politica con criteri di classe o una rappresentanza amministrativa in una società priva di classi possono anche esprimersi territorialmente. Come sempre, la natura di un processo rivoluzionario non è questione di forme. L’idea di “rappresentanza industriale” di De Leon e degli IWW, se trasposta dal terreno della lotta per la creazione di sindacati che organizzassero tendenzialmente tutti gli operai di ogni settore produttivo – qualunque fosse il loro specifico mestiere all’interno di quel settore – a quello del futuro “Stato” operaio, tendeva di fatto a perpetuare in altre forme e senza alcuna necessità proprio quel corporativismo operaio che combatteva nei sindacati di mestiere del capitalismo americano.

Continua…


NOTE

[1] L. C. Fraina, Il socialismo rivoluzionario, novembre 1918.

[2] L. C. Fraina, Problemi del socialismo americano, febbraio 1919.

[3] L. C. Fraina, Il socialismo rivoluzionario, novembre 1918.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem. Negli anni Cinquanta Amadeo Bordiga scriverà a questo proposito: «…sapevamo bene che il mutamento della struttura produttiva non sarebbe stato istantaneo, ma raggiunto da una serie di modificazioni gradate; all’inizio di esse ponemmo la rivoluzione politica. […] Noi quindi non negheremo che lo Stato della Rivoluzione violenta politica dovrà attuare profonde riforme. Sarà con queste che distruggerà ogni vestigia della forma capitalistica. Dopo averla constatata presente. Esso conserverà la forza armata, lo Stato, la legge, per non dover ogni volta ricombattere la battaglia armata. È l’anarchismo che non lo intende. Quando sarà finito di uccidere il capitalismo la società non procederà per rivoluzioni, ma nemmeno per riforme, legalitariamente coattive». A. Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, Lotta comunista, Milano, 2009, pp. 654-655.

[9] A. Bordiga, Per la costituzione dei Consigli operai in Italia, 4 gennaio 1920, in Scritti 1911-1926, FAB, Formia, 2011, vol. IV, p. 22.

[10] L. C. Fraina, Il socialismo rivoluzionario, novembre 1918.

[11] Anche i rappresentanti della Comune di Parigi del 1871 erano membri della classe operaia o elementi da essa riconosciuti solidali eletti nei vari arrondissement cittadini.

[12] «Il Consiglio di fabbrica è una rappresentanza di interessi operai limitata alla ristretta cerchia di una azienda industriale. In regime comunista esso è il punto di partenza del sistema del “controllo operaio” che ha una certa parte nel sistema dei “Consigli dell’Economia” destinati alla direzione tecnica ed economica della produzione». A. Bordiga, Per la costituzione dei Consigli operai in Italia, in Op. cit., p. 36.

[13] È relativamente diffusa la convinzione che Lenin abbia riconosciuto nell’idea di “rappresentanza industriale” di De Leon un’anticipazione dei soviet russi. Eppure, fatta eccezione per alcune testimonianze indirette di questo presunto riconoscimento da parte di Lenin (essenzialmente quella di Arthur Ransome, presente nel suo reportage del 1919 Sei settimane in Russia e che può essere frutto di un malinteso, prontamente e interessatamente riportata ne L’Ordine Nuovo di Gramsci e Tasca), non risultano affermazioni o testi scritti direttamente dal rivoluzionario russo che lo confermino. Gli unici riscontri dell’indiscutibile apprezzamento di Lenin nei confronti del pensiero di De Leon riguardano il suo internazionalismo e soprattutto la sua efficace critica del riformismo sintetizzata nella formula (peraltro dovuta all’affarista americano Mark Hanna) della lotta contro i “luogotenenti operai della classe capitalistica”.

[14] L. C. Fraina, Il socialismo rivoluzionario, novembre 1918.

[15] Se nel “Commonwealth socialista” i membri di una comunità locale avessero ad esempio bisogno di un ospedale nell’area in cui risiedono e lavorano non ne avrebbero bisogno in quanto lavoratori dell’acciaio, dei laterizi, del farmaceutico ecc., ma in quanto lavoratori di ogni e qualsiasi settore produttivo che risiedono e lavorano in quell’area. Se l’organo economico centrale del socialismo deliberasse la costruzione di quell’ospedale non lo farebbe sulla base delle esigenze dell’insieme dei lavoratori del settore dell’edilizia, di quello della farmaceutica o di quello dei macchinari medici in quanto tali, ma sulla base di una valutazione delle esigenze di tutti i liberi produttori associati che risiedono e lavorano (più o meno temporaneamente) in quel determinato territorio, che, nello specifico, hanno bisogno di un ospedale e che devono poter rivolgere le proprie istanze all’organismo di pianificazione centrale per mezzo di un meccanismo più diretto di rappresentanza, senza dover passare attraverso la fantasmagorica e macchinosa intermediazione dei lavoratori dell’insieme di svariatissimi settori produttivi che contribuiscono alla produzione di un ospedale. Tutti i lavoratori sono rappresentati presso l’organo di pianificazione centrale, ma non sulla base dei singoli settori produttivi in cui lavorano bensì sulla base del loro essere lavoratori stanziati in quel torno di tempo in determinate circoscrizioni territoriali, le uniche entità che possono esprimere esigenze reali sulle quali l’organismo centrale di amministrazione delle cose dovrà deliberare, tenendo ovviamente conto sia dei bisogni locali che di quelli complessivi della società.


BIBLIOGRAFIA:

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