Settima parte del saggio biografico Louis C. Fraina e la nascita del movimento comunista negli Stati Uniti d’America, pubblicato in: Louis C. Fraina – Il Socialismo Rivoluzionario – e altri scritti 1911-1921, Movimento Reale, Roma, 2026.
All’interno del movimento rivoluzionario internazionale Louis Fraina va probabilmente annoverato tra quei marxisti che, nella sua epoca, meglio recepirono l’importanza storica dell’imperialismo, inteso come stadio generale del capitalismo giunto ad un certo grado di maturazione.
Nel suo Revolutionary Socialism, il marxista statunitense collega il fenomeno imperialista al procedere dell’accumulazione capitalistica ed all’esportazione di capitale sovraccumulato nelle aree arretrate, che vengono in tal modo realmente trascinate nei gironi infernali del mercato mondiale:
I fatti dello sviluppo politico contemporaneo sono incomprensibili se non vengono posti in relazione con l’imperialismo. Ed è un errore di primaria importanza considerare l’imperialismo solamente in relazione alla guerra. Gli aspetti internazionali dell’imperialismo – l’esportazione di capitali, la lotta per i mercati di investimento, le materie prime e i territori non sviluppati, e la guerra – non sono importanti se presi isolatamente; il fattore decisivo è il mutamento dei rapporti di classe e della forza di classe che l’imperialismo produce in ogni particolare nazione.[1]
Tuttavia, Fraina non assume un punto di vista oggettivista o apologetico nei confronti dell’imperialismo ma al contrario ribadisce la necessità per il socialismo di lottare contro di esso in quanto massima ed ultima manifestazione delle contraddizioni capitalistiche:
Combattendo l’imperialismo il socialismo combatte doppiamente il capitalismo; abbandonando la lotta contro l’imperialismo esso abbandona contemporaneamente e necessariamente la lotta contro il capitalismo. L’imperialismo, infatti, non è altro che un’espressione acuta del capitalismo, il sintomo che esso è marcio, maturo per essere superato.[2]
Fraina dimostra una dimestichezza con il pensiero dialettico che gli consente di non scivolare né nell’opportunista attribuzione alle “lotte nazionali” di un’importanza pari se non superiore alla lotta di classe, né nell’assolutizzazione idealista che fa affermare ancora oggi a molti pretesi marxisti che soltanto nell’epoca dell’imperialismo “la questione centrale sia sempre di classe e mai nazionale”:
La nazione è un prodotto storico e il suo significato e il nostro atteggiamento sono determinati dalle condizioni storiche prevalenti. […] Alcuni socialisti partono dal presupposto che, sebbene la nazione sia la specifica creazione e forma di espressione della borghesia, essa sia necessaria quanto la classe, che essa sia un fattore separato e che le lotte di nazione contro nazione in quanto tali abbiano una funzione altrettanto dinamica delle lotte di classe. La storia confuta questo presupposto, in quanto le lotte nazionali sono una forma di espressione della lotta di classe.[3]
In realtà, per Fraina le “lotte nazionali”, anche precedentemente alla maturazione imperialistica del capitalismo, hanno sempre avuto e conservano una triplice natura classista in quanto: a) rappresentano lotte interne alla classe capitalistica mondiale, quale che sia il livello di sviluppo dei contendenti; b) quando e se vengono appoggiate dal proletariato, ovvero quando e se posseggono un contenuto progressivo, ciò avviene esclusivamente nel suo specifico interesse di classe; c) quando si configurano come guerre imperialiste mondiali costituiscono una lotta della borghesia di tutti i paesi contro la classe operaia internazionale:
Questa lotta tra nazioni borghesi condotta sotto forma di guerra è un aspetto della lotta di classe tanto quanto le lotte tra frazioni della classe dominante all’interno di una nazione. Ciò è particolarmente vero nelle lotte dell’imperialismo. […] Le lotte nazionali dell’imperialismo, di conseguenza, sono lotte di classe contro classe, di borghesia contro borghesia per la rapina e il dominio del mondo. […] Una guerra imperialistica generale è quindi fondamentalmente una fase della lotta di classe condotta dalla classe capitalista contro i lavoratori del mondo. In due sensi, quindi, le lotte nazionali sono oggi lotte di classe: esse sono, incidentalmente, lotte di classe borghese contro classe borghese per la supremazia mondiale; e sono, fondamentalmente, lotte per l’assoggettamento del proletariato.[4]
Nel 1918 Louis Fraina sembra comprendere perfettamente ciò che l’opportunismo terzomondista dopo oltre un secolo finge ancora di non capire, ovvero che l’imperialismo, correttamente inteso come stadio supremo del capitalismo nella sua dimensione mondiale e non come caratteristica circoscrivibile entro i confini di questa o quella specifica potenza, ha sempre permeato di sé qualsiasi questione nazionale, tanto da condizionare l’interesse e la volontà delle borghesie delle nazionalità oppresse nel promuovere processi di “liberazione nazionale” alla previa neutralizzazione della classe proletaria laddove questa si mostrava in grado di sussumere nella propria lotta rivoluzionaria quegli stessi processi:
L’intero capitalismo è ora nell’orbita dell’imperialismo. L’imperialismo plasma il destino delle nazioni. Nei giorni a venire, l’imperialismo determinerà ogni cosa e strazierà il mondo nella ferocia delle sue lotte, a meno che il socialismo rivoluzionario non diriga le schiere del proletariato all’abbattimento del capitalismo e dell’imperialismo.[5]
Cogliendo le specificità del colonialismo mercantile e sottolineandone molto acutamente le differenze con la più recente fase imperialista (a differenza di chi ancora oggi ama trastullarsi con concetti fuorvianti come quello di “neocolonialismo”), Fraina connette l’apparire sulla scena storica di quest’ultima incarnazione del capitalismo con la moderna ed aggressiva rielaborazione delle ideologie razziste, suprematiste e “civilizzatrici”, utili ad alimentare la divisione etnica all’interno della classe sfruttata ed a giustificare la discriminazione e l’oppressione nazionale da parte delle potenze imperialistiche nelle aree arretrate del mondo.
Strettamente connesso alla sua analisi della maturazione imperialistica del capitalismo, uno dei temi di maggiore interesse presenti nel saggio Revolutionary Socialism è poi certamente quello del capitalismo di Stato:
Il capitalismo di Stato è l’unione del capitale finanziario e dello Stato contro la classe operaia. Il capitalismo di Stato significa che lo Stato controlla l’industria, controlla il lavoro, nell’interesse della classe capitalista, dei datori di lavoro, degli oppressori del lavoro. Il capitalismo di Stato significa il capitalismo al culmine del suo potere, più malevolo, più tirannico, più omicida.
Analizzando le differenze tra il capitalismo di Stato dell’epoca preimperialista e quello della fase imperialista, Fraina segnala acutamente che, per essere tale, quest’ultimo non necessita della diretta proprietà delle industrie ma può bensì operare anche soltanto per mezzo del loro controllo, e anticipa di passata una successiva e più articolata riflessione di Amadeo Bordiga, intuendo come nel capitalismo di Stato sia il capitale complessivo a subordinare ulteriormente a sé lo Stato, e non viceversa:
Il capitalismo imperialistico di Stato piega lo Stato direttamente ai propri scopi; il controllo statale dell’industria è indirettamente il controllo dello Stato da parte dell’industria.[6]
Il Fraina marxista del 1918 non fa alcuna confusione tra capitalismo di Stato e socialismo, tra nazionalizzazione e socializzazione dei mezzi di produzione:
Il capitalismo di Stato […] non è un abbandono del capitalismo: è un rafforzamento del capitalismo – è il capitalismo al culmine del suo sviluppo. […]
Nemmeno se il socialismo conquistasse lo Stato e si mantenesse al potere, procedendo alla nazionalizzazione dell’industria, si tratterebbe di socialismo. […] Il capitalismo di Stato non è socialismo e non potrà mai diventarlo. […]
La “nazionalizzazione” dell’industria è una misura socialista, una misura che va in direzione del socialismo, soltanto se introdotta come misura temporanea della dittatura del proletariato, il cui primo atto è quello di porre una mano dittatoriale sulle forze produttive nel processo di frantumazione del vecchio regime e di introduzione del sistema comunista del socialismo. Il capitalismo di Stato va in direzione del socialismo nel senso che, come l’imperialismo, rappresenta il culmine dello sviluppo del capitalismo e amplia e approfondisce gli antagonismi di classe; ma così come l’imperialismo deve essere necessariamente combattuto per ottenere il suo rovesciamento, il capitalismo di Stato è un fattore che favorisce l’avvento del socialismo nella misura in cui suscita una nuova e più intensa lotta contro l’intera società borghese.[7]
Nel suo saggio Louis Fraina descrive inoltre il mutamento sociale subito dalla piccola borghesia, la sua perdita di “radicalismo” nella contrapposizione al grande capitale e la sua piena integrazione nell’imperialismo assieme agli strati intermedi. Individua inoltre le radici dell’opportunismo nella corruzione imperialistica, collegata all’esigenza, da parte della borghesia delle potenze dell’imperialismo, di pervenire ad un certo grado di “pace sociale” interna in funzione della competizione esterna sul mercato mondiale e definisce in sostanza la democrazia imperialista come «un’autocrazia ammantata di forme democratiche».[8]
Per Fraina la lotta del proletariato non deve attardarsi nella difesa della vecchia democrazia borghese soppiantata da quella imperialista, e, in questo senso, il marxista americano non sembra farsi abbagliare dalle peculiarità della forma democratica statunitense come il suo ex mentore politico, Daniel De Leon, il quale, ancora nel 1913, riteneva di poter affermare che:
La Costituzione formulata dai padri rivoluzionari è la prima nella storia a legalizzare la rivoluzione […], un’innovazione che significava precisamente l’ammissione e la possibilità almeno teorica che un cambiamento istituzionale si realizzasse senza l’accompagnamento fino ad allora inevitabile dello spargimento di sangue e della paralisi industriale. La Costituzione realizzò la conquista di legalizzare la rivoluzione attraverso la clausola di emendamento, prevedendo così il rovesciamento delle istituzioni che essa stessa aveva costruito e prevedendone anche il metodo – l’azione politica – che solleva la propaganda al di sopra del livello oscuro, e di oscuri pensieri suscitatore, della cospirazione e mette così in grado la propaganda rivoluzionaria di predicare e educare e chiarire apertamente il cammino della rivoluzione.[9]
Confondendo la relativa agilità dei meccanismi di sintesi dei vari interessi borghesi codificata nella Costituzione americana con la sanzione di un presunto “diritto alla rivoluzione” invocabile dalle classi e dagli strati sociali sui quali la borghesia americana – per mezzo del suo Stato di classe – esercitava ed esercita un dominio politico che garantisce il loro sfruttamento economico, De Leon mostrava tutti i limiti di una concezione che solo con molti distinguo e precisazioni può essere definita, alle soglie del primo conflitto imperialistico mondiale, pienamente marxista e rivoluzionaria. E l’esigenza di ricollegarsi alle tradizioni rivoluzionarie (quantunque borghesi) americane non poteva certamente tradursi in un’apertura di credito nei confronti di istituzioni statali che in larga parte si erano definite e consolidate proprio nella contrapposizione ai più radicali movimenti sociali di origine plebea emersi nella Guerra di Indipendenza delle tredici colonie, e che ormai da tempo costituivano esclusivamente l’involucro di interessi puramente capitalistici.
Analoghe criticità presenta la limitazione da parte di De Leon del possibile impiego della violenza rivoluzionaria esclusivamente all’“eventualità” che la classe dominante falsificasse il responso elettorale, che annullasse un’implausibile vittoria socialista alle urne o che non vi si assoggettasse:
Anche se il voto socialista è stato, è, e potrà continuare a essere dichiarato nullo, il movimento politico realizza ciò che nessun annullamento sarà in grado di frustrare. […] La completa organizzazione industriale della classe operaia avrà allora assicurato la soluzione pacifica della lotta. Ma è possibile che il capitalista non scappi. Forse, in un delirio rabbioso, egli potrà fare resistenza. Tanto peggio per lui. La potenza contenuta nell’organizzazione industriale della classe operaia di tutto il Paese sarà in grado di spazzare via dalla faccia della terra l’usurpatore ribelle senza fatica e di garantire il diritto affermato con il voto.[10]
Questa concezione del processo rivoluzionario, che alimentava pericolose illusioni circa le possibilità di una pacifica e “legale” conquista del potere prima ed auspicabilmente senza un’insurrezione armata del proletariato, eludeva di fatto il nodo fondamentale della necessità di distruggere la macchina statale borghese come sola garanzia di un’autentica conquista del potere politico da parte del proletariato, distruzione senza la quale le effettive leve di potere della borghesia rimarrebbero intatte anche nell’ipotesi di una “vittoria elettorale” socialista. Il proletariato che facesse esclusivo affidamento sulla sua “organizzazione industriale” per garantire un inesistente “diritto” al potere sancito dalle urne vedrebbe l’intera “forza” della borghesia, consistente anzitutto in «distaccamenti speciali di uomini armati che dispongono di prigioni, ecc.»[11], dispiegata contro di sé, non “eventualmente” ma immancabilmente, con tutta la fredda e calcolata ferocia di cui la classe dominante è capace, e scoprirebbe in circostanze drammatiche quanto poco il potere sia stato realmente “conquistato”, nonostante la “forza industriale” di cui crederebbe di disporre.
Ritenere che sia possibile avvitare un “esecutivo” proletario sulla filettatura della macchina statale borghese ha il pernicioso effetto di rendere illusoriamente superfluo per il proletariato l’ineludibile compito di distruggerla, alimentando la falsa percezione che quella stessa macchina statale di cui si ritiene di possedere la direzione possa essere ritorta contro una resistenza borghese che peraltro si considera soltanto come un’“eventualità”.
Traendo insegnamento dall’esperienza bolscevica, in Revolutionary Socialism Fraina, pur continuando ad esprimersi genericamente in termini di “azione di massa” politica extraparlamentare, sembra aver ormai acquisito che solo l’insurrezione (di cui l’elemento “cospirativo” è componente imprescindibile) può avviare quella distruzione della macchina statale borghese che un’ascesa al “governo” tramite elezioni renderebbe pressoché impossibile, nella misura in cui mettendo sull’avviso una borghesia che continuerebbe a detenere le leve del potere effettivo le consentirebbe di assumere l’iniziativa dell’impiego della violenza:
La pacifica conquista parlamentare dello Stato è pura utopia o reazione; questa concezione dimentica due cose importanti: l’effettivo potere del governo risiede nell’industria e nell’autocrazia amministrativa, non nei parlamenti, e questo potere deve essere rovesciato da un’azione extraparlamentare; mentre è assolutamente inconcepibile che il socialismo rivoluzionario possa mai ottenere il potere attraverso una maggioranza elettorale sotto le forme della democrazia borghese. [12]
Continua…
NOTE
[1] L. C. Fraina, Il socialismo rivoluzionario, novembre 1918.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem, 1918. Cfr.: «…il capitalismo di Stato significa non un assoggettamento del capitale allo Stato, ma un ulteriore assoggettamento dello Stato al capitale». A. Bordiga, Lettera di Alfa ad Onorio [Bordiga a Onorato Damen], 9 luglio 1951, in O. Damen, Bordiga fuori dal mito, Edizioni Prometeo, 2010, p. 39.
[7] L. C. Fraina, Ibidem.
[8] Ibidem. Meno di un anno dopo Fraina preciserà: «La vecchia democrazia implicava l’indipendenza nazionale; la democrazia dell’imperialismo annienta l’indipendenza delle nazioni. La vecchia democrazia implicava l’effettivo funzionamento del sistema parlamentare; la democrazia imperialista lo demolisce e conferisce praticamente tutto il potere ad un’autocrazia esecutiva. Essendo stata pervertita dall’imperialismo, la democrazia diventa parte dell’imperialismo ed un fattore necessario per condurre una guerra predatoria». L. C. Fraina, I “Quattordici Punti”, luglio 1919. Già in febbraio Fraina aveva rilevato come «Forse nessun governo belligerante è stato tanto feroce nei confronti dei suoi criminali politici quanto il governo americano – un fatto che caratterizza in modo eclatante la nostra democrazia. Tutte le prove indicano che gli obiettori di coscienza in questo Paese hanno subìto sofferenze e ignominie infinitamente maggiori rispetto agli obiettori di coscienza in Inghilterra». L. C. Fraina, Il crimine dei crimini, The Class Struggle, vol. III, n. 1, febbraio 1919. Interessante notare come la valutazione di Fraina sulla democrazia come “fattore necessario” per un’efficace conduzione della guerra imperialista sia in sintonia con la più articolata riflessione di Amadeo Bordiga di quattro anni prima: «… dato che il militarismo oggi è quello che è, e nulla ha a che fare con sopravvivenze del militarismo barbarico o feudale, risulta che esso alligna più felicemente nei paesi più modernamente industriali, più capitalisticamente ricchi, più politicamente democratici». A. Bordiga, Ciò che diviene evidente, 17 novembre 1915, in Scritti 1911-1926, Graphos, Genova, 1998, vol. II, p. 268.
[9] D. De Leon, Haywoodismo e industrialismo, aprile 1913, in Per la liberazione della classe operaia americana, Savelli, Roma, 1977, p. 213.
[10] D. De Leon, La ricostruzione socialista della società, giugno 1905, in Op. cit., pp. 160-162. Questa prospettiva era in realtà largamente diffusa nel milieu socialista americano. Nel suo romanzo fantapolitico Il tallone di ferro, del 1908, l’allora socialista Jack London faceva affermare al protagonista, il rivoluzionario Ernest Everhard, in termini peraltro ben più espliciti ed avanzati che in De Leon: «Lei mi domanda che cosa faremo, se nel giorno del nostro trionfo elettorale voi vi rifiutaste di cedere il governo che noi abbiamo costituzionalmente e pacificamente strappato. Io, anzi, noi, le risponderemo; e la nostra risposta verrà col rombo di cannoni e bombe e col crepitio di mitragliatrici». J. London, Il tallone di ferro, Nova Delphi, Roma, 2016, p. 122.
[11] Lenin, Stato e rivoluzione, Lotta comunista, Milano, 2003, p. 28.
[12] L. C. Fraina, Il socialismo rivoluzionario, novembre 1918.
BIBLIOGRAFIA:
- Paul M. Buhle, A Dreamer’s Paradise Lost. Louis C. Fraina/Lewis Corey (1892-1953) and the Decline of Radicalism in the United States, Humanities Press, Atlantic Highlands, NJ, 1995.
- Serena Tait, Alle origini del movimento comunista negli Stati Uniti: Louis Fraina teorico della azione di massa, in Primo Maggio, n. 1, giugno-settembre 1973, pp. 17-39.
- Theodore Draper, The Roots of American Communism, Transaction Publishers, New Brunswick, 2003.
- Esther Corey, Lewis Corey (Louis C. Fraina), 1892-1953: A Bibliography with Autobiographical Notes, articolo pubblicato su Labor History, vol. 4 (primavera 1963), pp. 103-131.
- James P. Cannon, I primi dieci anni del Partito Comunista Americano, Jaca Book, Milano, 1977.
- James P. Cannon, The History of American Trotskysm, 1928-1938, Pathfinder Press, Canada, 2002
- Jacob Zumoff, The Communist International and US Communism, 1919-1929, Brill, Boston, 2014.
- Tony Cliff, L’internazionalismo rivoluzionario in Palestina, 1937-1946, coalizioneoperaia.com

