LA FONDAZIONE DEL PARTITO COMUNISTA D’AMERICA

Ottava parte del saggio biografico Louis C. Fraina e la nascita del movimento comunista negli Stati Uniti d’America, pubblicato in: Louis C. Fraina – Il Socialismo Rivoluzionario – e altri scritti 1911-1921, Movimento Reale, Roma, 2026.


Nel febbraio 1919 Louis Fraina è costretto a scontare la sua condanna a 30 giorni di prigione per intralcio alla leva militare nel penitenziario della contea di Essex, nel New Jersey. L’esperienza lo rinsalda nelle sue convinzioni rivoluzionarie e, una volta scarcerato, lo spinge a promuovere un’intensa campagna per la liberazione dei detenuti politici. Sempre più convinto dell’importanza del ruolo della coscienza rivoluzionaria, scrive:

La rivoluzione non scaturirà dall’unionismo industriale, ma da una crisi che si svilupperà nell’azione rivoluzionaria di massa e nella dittatura proletaria. Non le organizzazioni, ma la coscienza di classe rivoluzionaria: questo è lo strumento della rivoluzione.[1]

In questo periodo Fraina prevede l’ondata di lotte che caratterizzerà il corso del 1919. Un’ondata che inizia con gli scioperi generali e i soviet di Seattle e di Butte (Montana), che prosegue con lo sciopero dei tessili di Lawrence e dei poliziotti di Boston e che culmina con lo sciopero nazionale del settore siderurgico:

La smobilitazione porrà enormi problemi di occupazione. Adattare nuovamente l’industria alle condizioni di pace comporta nuove complicazioni. L’inasprimento della concorrenza imperialistica e la nuova efficienza industriale contribuiranno in parte alla disoccupazione, alla necessità di opprimere ancora di più il proletariato. Crisi e antagonismi, ridislocazione industriale, caratterizzeranno il capitalismo nei giorni a venire.

Senza considerare l’influenza della crisi rivoluzionaria internazionale che si sta sviluppando, il prossimo periodo sarà caratterizzato da gigantesche rivolte industriali, da scioperi più grandi e più numerosi che in passato, da un’intensa agitazione del proletariato industriale. Questi scioperi, che assumeranno la forma di rivolte di massa, interesseranno in particolare la grande industria di base, dove si concentra il proletariato industriale. La conciliazione, la ricostruzione, l’“intesa” tra datore di lavoro e lavoratore non impediranno l’arrivo di questo periodo di grandi scioperi, di rivolte industriali di massa, di potenziali azioni rivoluzionarie di massa.[2]

Tuttavia, Fraina, pur trascinato dall’entusiasmo degli ambienti della Sinistra per una rivoluzione mondiale considerata imminente anche negli Stati Uniti, sembra percepire che la crisi di riconversione postbellica che va profilandosi negli USA, e che si scontra con la forte posizione contrattuale acquisita dal proletariato americano nel corso della guerra, non sia ancora una crisi rivoluzionaria[3] e ritiene che, pur non essendo all’ordine del giorno un’azione che ponga direttamente la questione del potere, sia comunque possibile e doveroso per il partito rafforzarsi – “sviluppare le sue riserve” –, assolvere una funzione di avanguardia, educativa ed organizzativa, ed elevare nel proletariato la coscienza dell’azione politica rivoluzionaria di massa in un ciclo di lotte rivendicative:

Il socialismo americano è preparato alla lotta? Non lo è; ed è necessario prepararsi ideologicamente e teoricamente per la lotta rivoluzionaria finale nel nostro Paese – che può arrivare in sei mesi, o in sei anni, ma che arriverà; prepararsi per quella lotta finale che sola può rendere il mondo sicuro per il socialismo […] Il socialismo rivoluzionario non significa l’abbandono della lotta immediata; al contrario esso si impegna aggressivamente in questa lotta. Il socialismo rivoluzionario accetta questa lotta, o questa fase della lotta immediata, che è fondamentale; e persegue questa lotta con mezzi conformi al socialismo rivoluzionario, promuovendo la lotta finale e sviluppando riserve per la conquista rivoluzionaria del potere.[4]

Pochi mesi dopo, contando sul fatto che le forze radicali sono in maggioranza nel partito, Fraina, inizialmente convinto della possibilità di “ricostruire” il SPA mediante la sua “conquista”, partecipa alla stesura di un Manifesto dell’Ala Sinistra di New York rivolto a tutti i militanti di base del partito. Un documento che raccoglie numerosi consensi a livello nazionale:

…non è necessaria una crisi rivoluzionaria effettiva o immediata per accettare il Manifesto e Programma dell’Ala Sinistra; ma questa accettazione è necessaria per la lotta immediata del momento e come preparazione delle nostre forze per la lotta rivoluzionaria che verrà. […] Non è nostro compito “affrettare” una crisi rivoluzionaria. Se ne occupa il capitalismo stesso. Il nostro compito è quello di prepararci. Il nostro compito è agire sui problemi immediati – la disoccupazione, i soldati, gli scioperi, i prigionieri della guerra di classe – nello spirito del socialismo rivoluzionario, preparando così l’azione finale.[5]

Sempre in primavera, Fraina dà alle stampe il suo terzo libro per la Socialist Propaganda League di Boston: The Social Revolution in Germany, una raccolta di saggi sulla situazione tedesca pubblicati in precedenza su vari giornali della Sinistra.

Il Primo Maggio del 1919 a New York si verificano violenti tumulti antisocialisti. Lo stesso giorno a Cleveland, nel corso di una gigantesca dimostrazione con circa 20.000 partecipanti che manifestano in favore della libertà di Eugene V. Debs e Tom Mooney, alcuni ex-ufficiali e soldati dell’American Legion[6], insieme a civili borghesi, aggrediscono e minacciano armi alla mano i veterani in divisa che sventolano la bandiera rossa in testa al corteo. Dopo che gli aggressori sono stati respinti e una volta radunatisi i manifestanti per ascoltare il comizio di Charles E. Ruthenberg, una squadra di polizia a cavallo si lancia tra la folla, travolgendo i lavoratori radunati e picchiandoli con i manganelli. Due manifestanti vengono uccisi negli scontri, centinaia vengono feriti e circa 150 arrestati. Ruthenberg viene accusato di istigazione all’omicidio ma non viene condannato.

Di fronte all’addensarsi delle nubi della repressione borghese, che condurranno alla fine dell’anno alle famigerate retate di sovversivi organizzate dal Procuratore Generale Palmer, Fraina assume nondimeno un atteggiamento sobrio, del tutto privo di suggestioni massimalistiche:

Il capitalismo sta cercando di provocare una prova di forza in un momento in cui esso è forte e il suo nemico è debole, sta cercando di provocare una rivolta che sarebbe suicida per il proletariato militante. E il ragionamento del capitalismo è diabolico: o il nostro terrorismo produrrà una rivolta, che potremo facilmente reprimere, oppure il nostro terrorismo non produrrà questa rivolta, nel qual caso spazzerà comunque via il movimento rivoluzionario […]

Il socialista rivoluzionario è un realista. Per lui la propaganda rivoluzionaria non è una rivoluzione immediata, ma la lotta di classe in accordo con le particolari esigenze del momento.

I tempi sono critici. Richiedono un’azione che sia allo stesso tempo critica e aggressiva. Affronteremo il capitalismo alla luce del sole e risponderemo colpo su colpo. Ma non permetteremo al capitalismo di determinare le nostre tattiche, determineremo le nostre tattiche a modo nostro, in accordo con la forza effettiva del proletariato rivoluzionario.

La cosa fondamentale è che questo terrorismo è usato contro il movimento operaio, non semplicemente contro i socialisti rivoluzionari, che sono i rappresentanti consapevoli del movimento operaio. Il terrorismo è impiegato contro scioperi che non hanno affatto carattere rivoluzionario, ma il capitalismo sa che il movimento operaio prima o poi acquisirà la coscienza socialista rivoluzionaria.[7]

In questo periodo riassume con grande efficacia la natura della guerra mondiale come crisi imperialistica, come «espressione delle contraddizioni economiche del capitalismo, dei problemi insolubili dell’imperialismo»[8], e approfondisce a posteriori quella che era stata la sostanza della lotta internazionalista contro la guerra:

Quando fu dichiarata la guerra, il socialismo “maggioritario” discolpò la propria accettazione e giustificazione della guerra con la misera motivazione che, poiché il proletariato non aveva risposto alla dichiarazione di guerra con un’immediata rivoluzione, l’unica altra strada era l’accettazione della guerra. Ma il socialista rivoluzionario dichiarava: nessuno contava su un’immediata rivoluzione; la guerra crea una crisi rivoluzionaria, che ci obbliga a portare avanti una propaganda intransigente per la rivoluzione; il proletariato può non rispondere immediatamente a questo appello all’azione rivoluzionaria, ma il socialista deve insistere; prima o poi, la risposta arriverà, e noi dobbiamo prepararci con un’intensa agitazione per la rivoluzione. Il socialista moderato, corrotto dagli ideali mercantili della piccola borghesia, giustifica una politica solo se è in grado di avere un successo immediato. Questa non è la politica del socialismo.[9]

I rappresentanti del socialismo moderato hanno adottato la politica di negare che ci sia stato un crollo dell’Internazionale. Affermano che il socialismo in Europa ha cercato di prevenire la guerra; che ha esortato il popolo contro la guerra, denunciandola in termini inequivocabili: ma che il socialismo non è stato forte abbastanza da impedire la guerra. Si tratta di un puro sofisma. La questione non è prevenire la guerra, ma accettare e giustificare la guerra dopo che è stata dichiarata. […]

I moderati ricorsero alla menzogna per eludere le implicazioni del Manifesto di Basilea: dichiararono che il Manifesto si aspettava un’immediata rivoluzionein risposta alla dichiarazione di guerra; che invece non ci fu alcuna rivoluzione, e che anzi le masse avevano abbandonato il socialismo, e che di conseguenza, si doveva accettare la guerra imperialistica! È una distorsione di fondo. Il Manifesto di Basilea non si aspettava un’immediata rivoluzione: tutto ciò che si aspettava era una crisi economica e sociale che fornisse l’opportunità di sviluppare la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo; non sono state le masse ad abbandonare il socialismo, è stato il socialismo moderato predominante ad abbandonare le masse, consegnandole ai governi come carne da cannone.[10]

In un cablogramma indirizzato a Eugene Debs e scritto insieme a Charles E. Ruthenberg, Fraina invita il decano del socialismo americano, che aveva accolto con simpatia il Manifesto dell’Ala Sinistra, ad accettare a nome di quest’ultima la nomina come segretario internazionale del SPA, ma Debs rifiuta amichevolmente affermando di «non avere lo stomaco» per le lotte interne.

Alle elezioni per il nuovo Comitato Esecutivo Nazionale del SPA – che conferiscono 12 dei 15 seggi a membri dell’Ala Sinistra – Fraina, che, a differenza di John Reed e di altri militanti di New York non gode di grande notorietà al di fuori della Sinistra e non dispone di una solida cerchia nel movimento o di un giornale di diffusione nazionale sotto il proprio diretto controllo, viene eletto ottenendo il maggior numero di voti. Alle elezioni per la designazione dei delegati del SPA presso la neocostituita Internazionale Comunista Fraina è secondo per numero di voti solamente a Reed. La Destra, sconfitta alle elezioni per l’Esecutivo, reagisce dichiarando nulle le votazioni (adducendo come motivazione il fatto che avrebbe votato solamente il 25% degli iscritti) ed espelle dal partito la sezione del Michigan e sette federazioni di lingua straniera. In questo modo la Sinistra viene privata di gran parte dei suoi sostenitori all’interno del SPA.

Nel giugno 1919, di contro all’intenzione di operare immediatamente una scissione manifestata dalle federazioni di lingua straniera del partito (in particolare quella russa guidata da Hourwich), Fraina ritiene, con la maggioranza dei gruppi di lingua inglese dell’Ala Sinistra, di dover continuare la lotta all’interno del partito fino alla Convention nazionale prevista per settembre, quantomeno per radunare e omogeneizzare tutte le forze di opposizione. Tuttavia, la sua posizione è relativamente isolata nel contesto delle federazioni di lingua straniera (composte essenzialmente da militanti dell’Europa orientale, esuli o di recente immigrazione) a cui si è associato. Fraina si lascia in qualche misura condizionare dalla volontà delle federazioni di arrivare rapidamente e platealmente ad una separazione dal SPA piuttosto che operare un preventivo e ponderato vaglio politico per organizzare l’insieme delle forze rivoluzionarie all’opposizione nel partito. Poco prima dell’apertura della Convention nazionale di settembre, insieme ad una ristretta minoranza di militanti anglofoni dell’Ala Sinistra, tra i quali Charles Ruthenberg, Alexander Bittelman e Jay Lovestone, Fraina si decide per l’immediata fondazione di un nuovo partito e, tra il 1° e il 7 settembre, partecipa a Chicago, presso il quartier generale della Federazione Russa del SPA, al congresso fondativo del Communist Party of America.

Poco prima che il congresso si apra, con 128 delegati e 9 “osservatori fraterni”, la “squadra anarchici” della polizia di Chicago irrompe nella sala distruggendo i ritratti di Marx, Lenin e Trotsky e scattando fotografie a tutti gli astanti riuniti, che per tutta risposta iniziano ad intonare con forza l’Internazionale. Dopo il trambusto, e alla presenza di un agente del Bureau of Investigation che prende appunti in incognito, Fraina inaugura il congresso con un discorso. Nominato membro del Comitato Esecutivo Centrale del CPA, redattore nazionale della stampa del partito nonché Segretario Internazionale, Fraina redige un Manifesto del partito e il suo Programma, nel quale cerca di collegare la necessità della conquista del potere statale e della dittatura del proletariato all’aspirazione operaia alla “presa delle fabbriche”:

Il Partito Comunista incoraggerà i movimenti degli operai nelle officine che cercano di realizzare il controllo dei lavoratori sull’industria, pur indicando i loro limiti sotto il capitalismo…[11]

Nel frattempo, il 31 agosto, sempre a Chicago, la maggioranza dei militanti anglofoni dell’Ala Sinistra del SPA, tra cui John Reed, Benjamin Gitlow, Eadmonn MacAlpine e Alfred Wagenknecht, come prevedibile, si vede rifiutare il riconoscimento dei mandati alla Convention socialista che intendevano “conquistare” – dimostrando nei fatti quanto facilmente possano essere neutralizzate maggioranze rivoluzionarie in un partito del quale le forze opportuniste detengano le leve organizzative – e, con 82 delegati da 21 Stati, decide di dare vita al Communist Labor Party of America, la cui piattaforma differisce da quella del CPA esclusivamente per un’impostazione sindacale che pur essendo anch’essa “dualista”[12] è più vicina agli IWW.

Pur non avendo vissuto e testimoniato in prima persona gli eventi dell’Ottobre russo come John Reed, Fraina rappresenta indubbiamente uno degli elementi che meglio e più profondamente ne hanno compreso il significato, e mentre svolge un ruolo centrale nello sviluppo del movimento comunista negli Stati Uniti, il marxista americano si batte contro i tentativi di circoscrivere e ridimensionare la portata internazionale della rivoluzione bolscevica del 1917, da parte di chi vorrebbe attribuirne il successo a circostanze irripetibili o quantomeno non esportabili in contesti sociali differenti. Il partito di “rivoluzionari di professione”, fatto di militanti interamente dediti alla causa e rigidamente autodisciplinati – un’organizzazione di quadri formatisi nello studio e nella discussione teorica e politica intransigente; i soviet, i comitati di fabbrica, le guardie rosse e le cellule rivoluzionarie nell’esercito, rappresentavano altrettante caratteristiche che il “socialismo” moderato in Europa ed in America tendeva ad esorcizzare cercando di tenerne il proletariato a debita distanza, ritraendole esclusivamente come il frutto di condizioni di arretratezza “asiatica”; come il tragico portato di un imbarbarimento del “civile” socialismo “occidentale” alle prese con il dispotismo poliziesco dell’autocrazia zarista; come un esagitato ritorno al cospirazionismo “blanquista” o all’anarchismo insurrezionalista. Mostrando una rara percezione della peculiare formazione economico-sociale russa, fatta di enormi e modernissime concentrazioni industriali (sorte in gran parte e rapidissimamente grazie all’esportazione di capitali dall’estero) in poche grandi realtà urbane circondate da vastissime campagne coltivate perlopiù con metodi ancora primitivi, Fraina rovescia dialetticamente la tesi sulla presunta arretratezza delle forme di lotta espresse dal proletariato russo:

Tutti i tentativi di dimostrare che i soviet rappresentano un peculiare sviluppo russo sono inutili, poiché il soviet è possibile solo laddove il capitalismo ha riunito i lavoratori in massa in grandi stabilimenti industriali. Il soviet non è un prodotto delle condizioni industriali non sviluppate della Russia, ma un prodotto della sua industria altamente sviluppata – perché mentre la Russia è ancora in gran parte agricola, la sua industria è la tipica industria del moderno capitalismo concentrato.[13]

Anche per Fraina, dunque, laddove esistono rapporti capitalistici di produzione, il bolscevismo è «pianta d’ogni clima», e tale convinzione è sicuramente l’elemento decisivo nella sua determinazione ad accelerare la fondazione di un partito comunista in America.

Secondo le proprie stime, il CPA contava alla sua fondazione 58.000 membri contro 10.000 del CLPA; mentre in base ai calcoli di quest’ultimo il rapporto era di 30.000 membri per il CLPA e 27.000 per il CPA. Secondo lo storico Theodore Draper il totale dei membri dei due partiti subito dopo la loro fondazione non superava i 40.000. Ad ogni modo, la media dei paganti le quote d’iscrizione del CPA tra ottobre e dicembre 1919 era pari a 23.744.  Alla fine del 1919, mentre gli anglofoni (statunitensi nativi e di provenienza estera) nel CPA erano 1.900 (compresi 800 membri del Michigan che presto usciranno dal partito), i membri del partito appartenenti alle federazioni di lingua straniera (quasi totalmente provenienti dalla Russia, dall’Europa orientale e dai Balcani) erano 23.680, mentre quelli di lingua straniera al di fuori delle federazioni 1.100. Nel Communist Party of America i membri russi rappresentavano quasi il 25% del totale e l’insieme dei membri dell’Europa orientale assommava ad oltre il 75% del partito. Gli anglofoni rappresentavano solo il 7%, poi ridotto al 4% con la fuoriuscita del gruppo del Michigan.

Nei primi 2-3 anni di vita del CPA, oltre alla sua base, anche gran parte dei dirigenti del partito, come Isaac Hourwich e Alexander Stoklitsky, sono di provenienza russa o esteuropea e ne condizionano fortemente le scelte politiche. In questi anni, la partenza per la Russia da parte di molti dirigenti – volontaria o in forza delle deportazioni del governo americano – e l’influenza della stessa Internazionale Comunista apriranno progressivamente maggiori spazi a dirigenti anglofoni come Ruthenberg, che si mostreranno sempre più distanti dalle posizioni espresse dalle federazioni e sempre più inclini ad una riunificazione del movimento comunista americano.

Se la decisione di rompere con il SPA e fondare un partito comunista in America nell’agosto-settembre 1919 poteva considerarsi sostanzialmente corretta, la scissione da parte delle federazioni di lingua straniera avvenne tuttavia sacrificando il collegamento con il grosso dei militanti anglofoni, con i quali l’identità delle posizioni politiche era pressoché totale ma all’influenza dei quali si voleva sottrarre, giocando d’anticipo, la direzione del nuovo partito, nella presunzione che le federazioni, in particolare quella russa, fossero – esclusivamente in virtù del credito internazionale che la Rivoluzione russa conferiva alla loro nazionalità – politicamente “più avanzate”. Date queste premesse, difficilmente l’impazienza e il calcolo politico delle federazioni avrebbero potuto essere frenati; anche senza Fraina, queste ultime avrebbero comunque optato per la fondazione immediata del nuovo partito separandosi dai militanti più legati al movimento americano. Al contrario, la possibile scelta di Fraina di associarsi ai militanti anglofoni che avrebbero di lì a poco dato vita al CLP non soltanto lo avrebbe sottratto all’influenza delle federazioni ma avrebbe potuto tradursi altresì in una sua positiva influenza politica in un ambiente maggiormente ricettivo. Un’influenza volta a demistificare le illusioni circa la possibilità di “conquistare democraticamente” la direzione di un partito opportunista e in grado, se non di preparare una scissione unitaria, quantomeno di ridurre i tempi della riunificazione; consentendogli inoltre, con ogni probabilità, di offrire un contributo ancora più prezioso al movimento nel suo complesso. Associandosi alle federazioni di lingua straniera, Fraina legò invece le sue sorti politiche ad un gruppo che, per quanto numeroso, era oggettivamente privo di solide radici sociali nel contesto sociale e nel movimento americani, psicologicamente più incline a immaginarsi in Russia che a tradurre gli insegnamenti russi nel contesto degli Stati Uniti e dunque destinato ad una rapida marginalizzazione. I suoi corretti ma tardivi ripensamenti nel confronto diretto con l’Internazionale Comunista, insieme ai sospetti artatamente diffusi sulla sua lealtà, contribuiranno poi ad allontanare Fraina anche dai militanti del CPA, rendendolo sempre più un isolato nel movimento.

Continua…


NOTE

[1] L. C. Fraina, Problemi del socialismo americano, febbraio 1919.

[2] Ibidem.

[3] Gli Stati Uniti d’America sono uno dei Paesi “vincitori” della Prima guerra mondiale, non hanno subito attacchi e distruzioni sul proprio territorio e hanno enormemente rafforzato la propria posizione nella competizione imperialistica mondiale.

[4] Ibidem.

[5] L. C. Fraina, L’Ala Sinistra e la rivoluzione, aprile 1919.

[6] Una delle associazioni patriottiche di veterani sorte in diretta successione ai “comitati di preparazione” e alle associazioni combattentistiche. Fondata nel 1919 da un gruppo di dirigenti industriali, l’American Legion svolse diretta attività di provocazione antisindacale e di aggressione fisica contro i membri dei partiti “sovversivi”.

[7] L. C. Fraina, Incitano all’omicidio e alla sommossa, maggio 1919.

[8] L. C. Fraina, L’Ala Sinistra e la rivoluzione, aprile 1919. Pochi mesi prima, anche Bordiga scriveva: «…la guerra, crisi suprema del mondo borghese e delle sue intime contraddizioni, ne accelera la catastrofe finale». A. Bordiga, Guerra rivoluzionaria, 22 dicembre 1918, in Scritti 1911-1926, FAB, Formia, 2010, vol. III, p. 19.

[9] L. C. Fraina, Problemi del socialismo americano, febbraio 1919.

[10] L. C. Fraina, Il Manifesto della Sinistra: Il socialismo e la guerra, maggio 1919. È lecito domandarsi se gli attuali slogan circa la possibilità di “impedire la guerra”, lanciati da forze in avanzato stato di socialdemocratizzazione, non rispondano, oltre che all’esigenza di egemonizzare un’area sociale e politica nutrita di illusioni socialpacifiste, anche alla prospettiva di giustificare con l’alibi del “fallimento delle masse” una qualche futura forma di accettazione politica del fatto compiuto della guerra imperialistica mondiale, che, in quanto espressione massima della crisi capitalistica, non potrà fare a meno di scoppiare.

[11] L. C. Fraina, Programma del Partito Comunista d’America, settembre 1919.

[12] Ovvero favorevole a quello che in Italia verrebbe chiamato “scissionismo sindacale”.

[13] L. C. Fraina, Il socialismo e la Rivoluzione russa, novembre 1919.


BIBLIOGRAFIA

  • Paul M. Buhle, A Dreamer’s Paradise Lost. Louis C. Fraina/Lewis Corey (1892-1953) and the Decline of Radicalism in the United States, Humanities Press, Atlantic Highlands, NJ, 1995.
  • Serena Tait, Alle origini del movimento comunista negli Stati Uniti: Louis Fraina teorico della azione di massa, in Primo Maggio, n. 1, giugno-settembre 1973, pp. 17-39.
  • Theodore Draper, The Roots of American Communism, Transaction Publishers, New Brunswick, 2003.
  • Esther Corey, Lewis Corey (Louis C. Fraina), 1892-1953: A Bibliography with Autobiographical Notes, articolo pubblicato su Labor History, vol. 4 (primavera 1963), pp. 103-131.
  • James P. Cannon, I primi dieci anni del Partito Comunista Americano, Jaca Book, Milano, 1977.
  • James P. Cannon, The History of American Trotskysm, 1928-1938, Pathfinder Press, Canada, 2002
  • Jacob Zumoff, The Communist International and US Communism, 1919-1929, Brill, Boston, 2014.
  • Tony Cliff, L’internazionalismo rivoluzionario in Palestina, 1937-1946, coalizioneoperaia.com

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