BARBARIE CAPITALISTICA A CEUTA

Un’ondata migratoria senza precedenti, di circa 60.000 persone, avvenuta nell’exclave spagnola di Ceuta in Marocco tra il 30 e il 31 luglio 2026, ha visto un tragico bilancio, al momento di oltre 70 vittime accertate, in gran parte annegate in mare nel disperato tentativo di raggiungere la costa.

Sappiamo che i flussi migratori sono inevitabili nel capitalismo, così come imprescindibili per ogni borghesia nazionale sono i propri confini territoriali, per difendere i quali essa è disposta a passare sopra i cadaveri di uomini, donne e bambini, salvo allargare i cordoni degli ingressi nella misura in cui ciò è necessario agli interessi dei capitalisti di casa propria, perché in fin dei conti in gioco c’è uno sfruttamento intensivo di forza-lavoro a basso costo di cui nessun capitalismo “più avanzato” può e vuole fare a meno.

In questo caso specifico si sono poi innestate ulteriori aggravanti imperialistiche nelle dinamiche che hanno prodotto la tragedia e sono emersi smaccatamente il cinismo e la spregiudicatezza di altre borghesie, tra cui quella italiana sopra tutte, nell’utilizzare politicamente la vicenda in chiave interna, agitando senza remore lo spauracchio del migrante.

L’ondata inaspettata di questa marea umana pare sia stata innescata da un passaparola sui social media basato su una lettura distorta di una sentenza della Corte Suprema spagnola dell’8 luglio, che dichiarava illegittimi i respingimenti immediati per chi arrivava a nuoto. Molte testimonianze riferiscono che la polizia marocchina non solo non ha fermato i migranti, ma li ha incoraggiati attivamente indicando la direzione verso il mare e dicendo loro: «Andate di là».

La stragrande maggioranza dei migranti era di giovani marocchini, spesso NEET, ovvero che non studiano né lavorano, mentre la seconda componente più numerosa era di algerini. C’erano anche numerosi gruppi di migranti definiti genericamente subsahariani, alcuni dei quali risiedevano temporaneamente in Marocco in attesa di un’occasione per provare ad arrivare in Spagna: si contano sudanesi in fuga dal conflitto nel Darfur, senegalesi e altri ancora (tra cui yemeniti). Numerosi i bambini e i minori. Addirittura viene riportato il caso di un neonato, a bordo di un canotto, di soli tre mesi senza alcun genitore, “figlio di nessuno” (questa l’espressione usata da Alessandra Muglia sul Corriere della Sera del 2 agosto, nell’articolo «Tra i migranti rimasti a Ceuta “Ci hanno usati come proiettili”»). Viene riferito di famiglie disperate che trasportavano figli disabili nel tentativo di raggiungere il territorio europeo per cercare cure mediche (Luca Casarini, “Quei corpi parlano all’Europa”, il manifesto, 2 agosto).

Questa “marea” umana disperata è in gran parte quella sovrappopolazione relativa che lo sviluppo capitalistico ineguale produce e scarta ai suoi margini, un esercito industriale di riserva del Maghreb e del Sahel che diventa carta politica nelle mani sudicie di borghesie senza scrupoli. Ad alimentare il sospetto che tutto ciò rientri in una faida tra borghesie rivali, disposte a usare la carne dei migranti come arma di pressione, è il contesto internazionale in cui la vicenda si iscrive: indizi convergenti così fitti da comporre un quadro probatorio.

La questione di attrito è il Sahara Occidentale, che Rabat esplicitamente rivendica e su cui la Spagna esercitava in passato un diretto controllo, dal 1884 al 1958 come colonia e da allora fino al 1975 come provincia. Recentemente Madrid avrebbe proposto di concedere la cittadinanza ai discendenti saharawi (misura approvata in Commissione Giustizia il 23 luglio, non ancora legge ma ormai ben avviata) e ciò avrebbe particolarmente indispettito Rabat.

La situazione attuale, amplificata a una scala senza precedenti, si riallaccia infatti ad un’analoga dinamica avvenuta nel maggio 2021, quando il Governo marocchino usò la leva migratoria, pari allora a diecimila ingressi in 48 ore, come strumento di condizionamento diplomatico contro la Spagna che aveva accolto Brahim Ghali, segretario generale del Fronte Polisario e presidente della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica). Questi, sotto falsa identità, era stato infatti portato in un ospedale di Logroño (La Rioja) per essere curato per il Covid. Pochi mesi prima, nel dicembre del 2020, l’amministrazione Trump aveva riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale come contropartita della normalizzazione dei rapporti con Israele, nel quadro degli Accordi di Abramo. Per giunta anche Tel Aviv nel luglio 2023 diede un riconoscimento ufficiale alle pretese marocchine su quella regione contesa, tramite una lettera del primo ministro Netanyahu al re Mohammed VI, prospettando addirittura l’apertura di un consolato a Dakhla.

Nel marzo del ’22 ci furono anche aperture di credito spagnole al piano di autonomia marocchino per il Sahara Occidentale, tanto che ciò portò ad una crisi diplomatica con l’Algeria, principale sponsor del fronte Polisario e rivale regionale del Marocco. E qui si aggiunge un ulteriore elemento che avrebbe innervosito Rabat: il 20 luglio Sánchez ha visitato Algeri ricucendo uno strappo che durava da circa quattro anni. I principali temi trattati sono stati il fronte energetico, il gas in particolare, ma l’aver definito l’Algeria come “socio strategico” e “nazione amica” non è sfuggito a Rabat.

La borghesia marocchina, dunque, forte di freschi padrini imperialisti, avrebbe allentato i controlli e in qualche maniera incentivato questa ondata migratoria, per avere una minaccia politica e un’arma in più contro Madrid.

In tutto questo il premier socialista Pedro Sánchez, colui che ha mandato in visibilio esponenti “antiamerikani” della sinistra borghese italiana, e non solo, quando negò le basi per l’intervento statunitense in Iran, ha inviato l’esercito e rinforzi della Guardia Civil per pattugliare le coste con navi della Marina e squadre di subacquei; ha inoltre fatto srotolare barriere gonfiabili lunghe mezzo chilometro ed un sistema di boe nello specchio di mare antistante Ceuta, come escamotage per poter respingere prontamente i prossimi migranti in arrivo a nuoto. Tutto ciò a protezione dei sacri confini nazionali: del resto il confine non ferma il migrante, ma dialetticamente lo produce. Ne fa forza-lavoro con pochi o senza diritti quando serve che entri, dunque ricattabile e a buon mercato, precisamente ciò di cui il capitale ha bisogno, oppure è tenuto alla larga se non è il momento buono. Ecco perché respingere e reclutare non sono momenti alternativi della politica imperialistica sui flussi migratori, ma le due facce di una stessa operazione che risponde a profonde esigenze capitalistiche.

Una borghesia italiana già lanciata a rotta di collo nella campagna elettorale non poteva lasciarsi sfuggire un simile pretesto ed infatti, tempestivamente, se ne è impadronita all’istante.

Si è aperto perfino un battibecco internazionale: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che «la scelta del governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500 mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di esseri umani» (Corriere della Sera, Alessandra Arachi, «La reazione di Meloni “Blocchiamo Schengen”  E Madrid convoca l’ambasciatore italiano», 31 luglio); il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, di tutta risposta ha definito le parole di Tajani «indegne» e ha convocato l’ambasciatore italiano a Madrid per protestare contro quella che ha definito «demagogia partitica».

Ma il fatto politico davvero degno di nota è stato la decisione del Governo italiano, con tempistiche ravvicinatissime, a partire dal 1° agosto, di sospendere di fatto il trattato di Schengen nei confronti della Spagna per un mese, ripristinando i controlli alle frontiere aeree e marittime per i cittadini provenienti dal territorio iberico. Il premier Pedro Sánchez ha reagito duramente, definendo la misura italiana ingiustificata. Tutto ciò consente anche di fare chiarezza sui miti dell’ideologia borghese europeista di un’Unione Europea come soggetto politico unitario e per giunta progressivo: non è né l’uno, né l’altro. Ed anzi, nel momento in cui dovesse crearsi come Stato non potrebbe che essere imperialistico e reazionario, come già aveva chiaramente indicato Lenin.

Quel che resta è un sistema imperialistico mondiale, in cui non ci sono più borghesie capaci di svolgere ancora un ruolo davvero progressivo, in cui la barbarie non è alternativa futura all’opzione realmente comunista, ma è già operante drammaticamente, quotidianamente sotto i nostri occhi. L’unica classe che ha ancora un compito rivoluzionario è quella proletaria internazionale che sente quei fragili “figli di nessuno” come propri figli e anche per loro dovrà abbattere il capitalismo.

Prospettiva Marxista – Circolo Internazionalista «coalizione operaia»

Lascia un commento