Prefazione alla nuova edizione di Arturo Peregalli – Introduzione alla storia della Cina, Movimento Reale, Roma, 2026, pubblicata su Prospettiva Marxista, n. 131, settembre 2026.
Ripubblicare, a distanza di cinquant’anni, l’Introduzione alla storia della Cina di Arturo Peregalli non ha il significato di un puro recupero storiografico di un’opera che ha l’indubbio merito di aiutare a comprendere la realtà, le lotte politiche, le dinamiche di classe di una Cina lontana. È una scelta dettata dal prezioso contributo storico, metodologico, analitico che il lavoro di Peregalli ci lascia, un patrimonio dall’inestimabile valore per avvicinarsi al capitalismo cinese, alla sua evoluzione, alle modalità con cui si è manifestata la maturazione imperialistica, alle origini della sua sovrastruttura politica. Lo sforzo di comprensione rivolto alla Cina, ieri come oggi, rimane centrale per analizzare le dinamiche complessive dell’imperialismo, per riflettere sugli effetti che l’ascesa di questa potenza ha e avrà sul mondo, per inquadrare teoricamente le dinamiche del mercato internazionale, le potenziali crisi che il confronto tra Stati produce, per conoscere la situazione di una classe operaia che continua in termini quantitativi a crescere a livello mondiale.
Nella prefazione alla sua opera, nel marzo del 1976, Peregalli avvertiva come parlare della Cina apparisse allora qualcosa di molto semplice: ogni giorno venivano pubblicati libri, articoli, resoconti di viaggi; tuttavia, «addentrarsi nei meandri della politica cinese, se si vuol percorrere una strada che non sia quella dell’apologia e dell’esaltazione acritica dei fatti e dei personaggi è una cosa difficilissima». È partendo da questo monito che riteniamo utile ripubblicare un testo che mantiene, dopo mezzo secolo di vita, una forte attualità metodologica, un impianto di approccio ad una realtà complessa che è coerentemente materialistico-dialettico e che merita di essere letto, conosciuto, apprezzato.
Non ci sembra privo di ragioni profonde il fatto che questo testo, nell’arco di cinquant’anni, non sia mai stato ripubblicato e sia stato generalmente trascurato in tutte le ondate di interesse e di moda ideologica nei confronti della realtà cinese. La Cina infatti è tornata sempre più nel nuovo millennio ad essere al centro di un’attenzione derivante in ultima analisi dalla sua enorme e crescente stazza economica, dal suo accresciuto peso politico mondiale. Intorno a questo perno si sono sviluppate (a fianco delle perduranti e sempre utili, benché altalenanti, condanne dell’autoritarismo di Pechino come espressione della presunta natura comunista della società cinese) nuove letture apologetiche, volte a indicare e talvolta celebrare l’orizzonte per investimenti e affari miliardari, la gigantesca fucina per modelli con cui garantire al capitale globale ulteriori stagioni di profitti da capogiro nella mai abbastanza decantata stabilità sociale. Su un altro versante di questo coro di “riscoperta” del modello cinese ha sempre più fatto capolino, anche in Italia, una nuova forma di infatuazione ideologica per il sedicente socialismo realizzato. Una corrente apologetica che mostra profonde differenze rispetto alle sbandate maoiste dell’Italia degli anni Settanta. Non si tratta più di un’ebbrezza ideologica che proietta nel linguaggio del mito e del fascino romantico-esotico le spinte e le tensioni di una realtà capitalistica e industriale scaturita da un’intensa e contraddittoria fase di crescita. Nel contesto del declinante imperialismo italiano, gli ambiti dell’attuale tifo politico per la Repubblica Popolare potrebbero trovare sempre più sostanza nell’oggettiva forza capitalistica, incrementatasi nei decenni, nelle accresciute capacità di proiezione e di influenza della potenza imperialistica cinese giunta pienamente a maturazione.
Non stupisce che in questo contesto, nel quadro politico, culturale e mediatico egemonizzato da questi opposti motivi di interesse, accomunati dalla stessa matrice borghese, l’approccio rigorosamente, coerentemente marxista di Peregalli non sia risultato utile, meritevole di essere preso in considerazione per affrontare i compiti di comprensione del divenire della complessa realtà cinese.
Il metodo di Peregalli, ricollegandosi all’impostazione di Lenin, parte dal presupposto che, nonostante le numerose caratteristiche specifiche e peculiari, le dinamiche cinesi non sono un’eccezione storica ma l’espressione di linee politiche dalla valenza generale, un processo contraddittorio e sostanzialmente simile a quello degli Stati di più antica ascesa capitalistica. È un metodo che considera la Cina come parte di un tutto, che interpreta il suo sviluppo alla stregua dei precedenti che la storia del capitalismo ha prodotto. Nell’analizzare la lotta politica intercorsa durante la Rivoluzione Culturale individua, per esempio, due grandi linee che sorreggono lo scontro in atto: da una parte esiste la linea politica che concepisce lo sviluppo in modo molecolare, atomistico o di tipo “americano”, come lo definiva Lenin, dall’altra la posizione maoista che auspica una crescita di tipo “prussiano”, accompagnata dal massimo sviluppo del capitalismo di Stato e dell’industria pesante. In un contesto dominato dalle false ideologie socialiste che consideravano la Cina, o l’Unione Sovietica, l’espressione di progressivi rapporti sociali, Peregalli parla di capitalismo di Stato, descrive una classe operaia costretta a reggere l’urto di un apparato statale avverso in cui per ristabilire la calma nelle fabbriche non si esita, quando necessario, a farle occupare dall’esercito, che non abolirà mai i gradi della sua gerarchia di comando. Smaschera la falsa natura socialista della Cina analizzando le dinamiche sociali, i rapporti di classe, le condizioni in cui vive il proletariato che, nonostante la reazione, riesce a sviluppare, nelle sue sparute avanguardie, istanze anticapitalistiche guardando agli esempi storici della Comune di Parigi o dei Soviet rivoluzionari russi, a denunciare la natura borghese di uno Stato falsamente amico che utilizzando terminologie, frasi, simboli comunisti ha prodotto una rivoluzione democratico-borghese sviluppatasi su una base di massa contadina. Analizzando gli scontri politici dalla seconda metà degli anni Sessanta ai primi anni Settanta, e facendosi orientare costantemente dalla bussola della lotta di classe, Peregalli prova a capire le tendenze in atto, il futuro che attende la Cina e il capitalismo internazionale nel suo insieme, prevede come i capitalismi più giovani siano destinati ad entrare, sempre più, nelle dinamiche del mercato mondiale, come l’industrializzazione sia obbligata ad avanzare creando una sempre più numerosa, compatta e concentrata classe proletaria. Andando oltre le apparenze all’epoca in voga, Peregalli denuncia il mito del carattere socialista della Repubblica Popolare utilizzando gli strumenti critici del marxismo, spogliando la narrazione ufficiale della sua veste ideologica per rilevarne la vera struttura sottostante. La rivoluzione del 1949 non rappresenta il trionfo del proletariato, bensì una rivoluzione nazionale borghese che in assenza di una borghesia forte e sviluppata vince grazie alla massa d’urto contadina e in seguito alla catastrofica sconfitta del proletariato stesso, un ventennio prima. Lo Stato assume il compito di dirigere l’accumulazione del capitale, e in questa prospettiva Mao non è considerato l’antitesi di Stalin, ma il suo omologo, il traghettatore della nazione verso la modernità capitalistica.
Dopo la sconfitta subìta dal proletariato cinese nel 1927, la controrivoluzione elimina le principali organizzazioni proletarie nelle città, e l’azione rivoluzionaria per l’unificazione nazionale sarà sospinta dai contadini e da un partito comunista che cambia, nel giro di pochi anni, la sua natura di classe: alla fine del 1926 – riporta Peregalli – il 66% dei membri del PCC sono proletari, il 22% intellettuali e solo il 5% contadini, ma già nel 1928 la percentuale di operai cade al 10%, arrivando al 3% nel 1929, al 2,5% nel marzo 1930 e all’1,6% nel settembre dello stesso anno. Nel dicembre del 1937, Chiang Kai-shek decreta la pena di morte per gli operai che scioperano durante la Seconda guerra sino-giapponese, e un portavoce del PCC dichiara a un giornalista, a sanzione di un cambiamento ormai consolidatosi, che era «intimamente soddisfatto» della posizione del governo del Guomindang in merito alla conduzione della guerra. Il proletariato mondiale perde, con la repressione del 1927, l’ultima possibilità che gli rimaneva per riuscire a portare avanti il processo rivoluzionario internazionale. «La vittoria cinese avrebbe forse significato la possibilità di ripresa del socialismo in Russia e quindi l’estensione a scala mondiale di tutto il processo in atto e, di riflesso, la possibilità di evitare lo sviluppo del capitalismo in Cina, saltandone questa fase. Ciò non è avvenuto. La fase della rivoluzione democratica, venendo meno quella socialista, non poteva che essere condotta dalle forze progressive ancora presenti». La rivoluzione democratico-borghese, mascherata nella sua natura di classe da false ideologie socialiste, crea le condizioni, raggiunta l’unificazione nazionale e approvata la riforma contadina, per il pieno sviluppo di un’economia capitalistica ammantata da un egualitarismo formale e sostenuta da aziende statali. Se il capitale è dello Stato, sostenevano i maoisti, quello Stato non può che definirsi socialista. L’Introduzione alla storia della Cina svela l’inganno maoista descrivendo le caratteristiche economiche della Cina dell’epoca, le condizioni di una classe operaia priva, come in tutti gli apparati statuali borghesi, di forme autonome di decisione, senza possibilità di partecipare alla gestione dei processi produttivi.
Leggendo il testo scopriamo, per esempio, che nel 1949-1951 a Tianjin l’orario giornaliero di lavoro nelle fabbriche varia dalle 13 alle 17 ore al giorno, che a causa delle dure condizioni occupazionali e dei periodi di intensificazione produttiva a cui erano sottoposti, molti lavoratori si ammalano per l’eccessiva fatica, alcuni muoiono per collasso da sovraccarico lavorativo, che tali situazioni determinano, in talune circostanze, la lotta spontanea del proletariato. Durante il periodo maoista, assenze, ritardi, pause impreviste, interruzioni del lavoro prima del termine sono l’espressione di un malcontento diffuso tra i lavoratori di fabbrica, i più combattivi dei quali vengono definiti criminali che turbano l’ordine pubblico, a dimostrazione del fatto che i rapporti di produzione fondamentali della società cinese non sono mai usciti dalla cornice capitalistica di produzione, e che la linea maoista rappresenta una forma particolare di capitalismo, un capitalismo di Stato che arriva a considerare «sperpero “delle risorse di Stato” gli aumenti salariali». Il richiamo al comunismo è solo l’espediente con cui mobilitare le masse verso obiettivi di produzione nazionale, in un contesto di acceso scontro interno interpretato come lotta di diverse fazioni borghesi per la gestione del potere statale. Il testo ci riporta una Cina non separata dal resto del mondo, strettamente legata al mercato mondiale, con un’economia che deve rispondere alle leggi della concorrenza internazionale e alla logica del capitale. La politica estera della Repubblica Popolare viene quindi analizzata come la proiezione esterna di un capitalismo in ascesa, volta a garantire un peso adeguato all’interno del mercato mondiale attraverso alleanze mutevoli che, allontanandola dai Paesi cosiddetti socialisti, in una certa fase la avvicina, in chiave antisovietica, a Paesi ed aree come Giappone, Europa e Stati Uniti. Dopo la rottura con l’URSS, la Cina rischia l’isolamento e attua una strategia internazionale, facendo leva sulle contraddizioni dell’imperialismo mondiale, per conquistarsi alleati. Zhou Enlai, Primo Ministro del Consiglio di Stato, intrattenendosi con uomini d’affari e industriali occidentali, arriva a sostenere che, raggiunto il traguardo dell’integrazione economica, l’Europa doveva proseguire sulla strada dell’unificazione politica e militare per essere in grado di affermare la propria potenza e contrapporsi agli USA e all’URSS rompendo lo schema bipolare. Si tratta di una posizione che considera la formazione di un forte e unito imperialismo europeo vantaggiosa per Pechino perché potenzialmente in grado di indebolire Washington e Mosca. Nello stesso periodo la Cina si riavvicina al Giappone, tenta di diventare leader dei Paesi in via di sviluppo: già nel 1955 alla Conferenza di Bandung, sfoggiando uno strumentale antimperialismo, si fa paladina della lotta di emancipazione dei popoli di quello che è definito il Terzo Mondo. Questa politica non è altro – denuncia Peregalli – che la copertura di un interesse reale volto a creare un vasto fronte di alleati in grado di romperne l’isolamento internazionale, a facilitare la penetrazione economica su questi mercati, una linea diplomatica perseguita attraverso alleanze spregiudicate in funzione antisovietica o antiamericana.
Quando, nell’aprile del 1971, scoppia la rivolta operaia e contadina a Ceylon, l’attuale Sri Lanka, Pechino non esita a schierarsi con la controrivoluzione internazionale guidata da USA, URSS, Gran Bretagna, Jugoslavia, Pakistan e India, concedendo un prestito al Governo in carica al fine di assicurarsi una base navale di importanza strategica sull’isola. Per sostituirsi ai russi negli affari con il Sudan, la Cina maoista appoggia la carneficina di operai e contadini operata dal generale Ja’far al-Nimeyri che, il 23 agosto del 1971, riceve un messaggio personale di Mao con il quale il leader cinese si congratula per l’elezione del carnefice alla presidenza della Repubblica del Sudan. «I russi protestarono (formalmente) per le uccisioni e le stragi, ma temendo la concorrenza cinese le attenuarono e non cessarono le relazioni commerciali». La Cina persegue i propri interessi capitalistici anche in America Latina, mantenendo relazioni con più Paesi e in particolare con il Cile: dopo la caduta di Allende, Pechino riconosce immediatamente il regime di Pinochet e il dittatore cileno non manca di sottolineare il rapporto di consolidata amicizia con la Cina che, contrariamente a Russia e Cuba, si è «comportata bene» nei confronti del regime. «Nel settembre del 1975, in occasione del secondo anniversario del golpe, una delegazione cilena è stata ricevuta a Pechino e nel febbraio successivo Pinochet ha ricevuto da Mao un prestito di 100 milioni di dollari». Nel 1968 la Cina protesta per l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, ma nel 1956, quando è ancora in auge l’alleanza con Mosca, applaude all’ingresso dei carri armati russi in Ungheria per sopprimere i consigli operai. Alla fine degli anni Sessanta, la diffidenza statunitense verso la Cina inizia ad ammorbidirsi, si apre la strada alla revisione della politica americana sanzionata dall’amministrazione Nixon che porterà all’ammissione della Repubblica Popolare nelle Nazioni Unite e ad una particolare relazione bilaterale, utile a Washington per avere un nuovo alleato nel Pacifico e per poter usufruire di un vasto mercato dalle grandi potenzialità, e a Pechino per poter negoziare con Mosca da una posizione di vantaggio. L’apertura all’Occidente e l’avvicinamento agli Stati Uniti sono solo la prova definitiva del carattere borghese della politica cinese che usa la retorica rivoluzionaria per nascondere obiettivi di espansione tipici di una grande potenza capitalistica.
L’opera di Peregalli è una fedele fotografia della Cina di quegli anni, una ricostruzione marxista di una formazione economico-sociale passata ma che, nella continuità capitalistica, ci aiuta a capire il percorso intrapreso, i grandi cambiamenti conosciuti in cinquant’anni, la portata di una maturazione imperialistica che ha cambiato radicalmente il volto del Paese. La Cina descritta è un Paese arretrato, in larghissima parte contadino, che inizia velocemente a cambiare: dal 1949 al 1957 la popolazione rurale aumenta del 15% mentre quella cittadina del 60%, arrivando a 646,5 milioni di abitanti totali di cui 92 milioni residenti in città e 554 milioni in campagna. Una grande città come Shanghai raggiunge 6 milioni e 900 mila abitanti, Pechino 4 milioni e Tianjin 3 milioni e 320 mila grazie a processi di urbanizzazione non dissimili da quelli verificatisi in tutti i Paesi capitalistici. Nel 1959 quasi la metà delle aree coltivate è colpita da grandi inondazioni o da gravi siccità, ma al di là dei problemi meteorologici o climatici, la crisi agricola di quegli anni è emblematica di un tessuto produttivo debole, tecnologicamente carente, arretrato.
Negli ultimi cinquant’anni la Cina ha conosciuto cambiamenti notevoli, da Paese povero, per lo più rurale, si è trasformata nella seconda economia del pianeta; si è aperta al mercato internazionale diventando una destinazione fondamentale per merci, investimenti, capitali provenienti da tutto il mondo; ha conosciuto livelli di urbanizzazione che, per numero di persone coinvolte, non ha precedenti storici; ha visto crescere il proletariato che ha fornito, a basso costo, manodopera necessaria al capitale internazionale; è diventata una realtà ultratecnologica, all’avanguardia nei settori dell’intelligenza artificiale, nella produzione di droni, nella robotica, nelle biotecnologie, nelle telecomunicazioni, nell’information technology, nella generazione di energia pulita, nella fabbricazione di veicoli elettrici. È una realtà che ospita grandi imprese, a capitale privato o statale, enormi industrie, giganti dell’e-commerce e del cloud, leader nei social media, grandi società nel comparto hardware o in quello dei semiconduttori. Conta ormai una popolazione complessiva di 1,408 miliardi di abitanti, un tasso di urbanizzazione in crescita che ha portato le persone residenti delle aree metropolitane a raggiungere, secondo le statistiche relative al 2024, la cifra di 943,3 milioni, il 67% della popolazione nazionale, a seguito di una migrazione costante che dalle zone rurali o interne concentra il proletariato nelle città per lo più dislocate sulla costa. Sono più di 690 le città del Paese, agglomerati urbani che tendono a crescere, nonostante il calo complessivo della popolazione degli ultimi anni, grazie all’afflusso di immigrati in cerca di opportunità occupazionali. Il tasso di urbanizzazione della popolazione residente permanente è aumentato dal 53,1% del 2012 all’attuale 67%, e, tra il 2013 e il 2024, ha creato oltre 150 milioni di nuovi posti di lavoro urbani. Città come Shanghai, Pechino o Tianjin raggiungono dimensioni demografiche rispettivamente di 25, 22 e 15 milioni circa di abitanti, sono metropoli di rilevanza mondiale che testimoniano la modernità di un Paese capace di rappresentare ancora un fondamentale sbocco per l’economia mondiale. Secondo il Financial Times (“China and the rise of the new global city”, 31 luglio 2025), la Cina di oggi presenta enormi città con decine di milioni di abitanti, realtà altamente tecnologiche, con infrastrutture all’avanguardia, profondamente connesse all’economia internazionale ma praticamente vuote di abitanti stranieri. Gli stranieri costituiscono solo 0,3% della popolazione di Pechino, e dei 20 milioni di abitanti di Chengdu, il capoluogo della provincia del Sichuan, la popolazione straniera arriva a solo lo 0,08%. Pechino non ha abitanti stranieri, ma quasi il 40% della sua popolazione è giunta da altre parti del Paese, è una città di immigrati totalmente cinesi, che rappresenta un modello di urbanizzazione, tipico anche di altre realtà asiatiche, che sta cambiando i canoni delle grandi concentrazioni urbane a livello mondiale. Mentre Londra e New York si sono, nei secoli, formate grazie ai flussi migratori che inglobavano popolazioni eterogenee provenienti da diverse zone del pianeta, le città cinesi seguono modelli alternativi: attirano capitale straniero, fabbriche, uffici, hub delle più grandi imprese internazionali, rappresentano quote sempre più importanti dell’economia globale, hanno cittadini collegati costantemente online tramite i loro smartphone, ma all’interno di una comunità chiusa che fa perno sulla lingua, i costumi, la tradizione cinese. Invece di mescolare, integrare, fondere culture diverse, le città della Repubblica Popolare sono giganteschi centri nazionali o regionali che interagiscono intensamente con il mondo ma a distanza. Sono metropoli cresciute grazie ai giganteschi flussi di immigrati interni, sottoposti a un rigido sistema di registrazione basato sulle zone di provenienza familiare, il sistema hukou, che ne limita l’accesso ai servizi sociali essenziali legati all’istruzione, ai diritti abitativi, alla sanità, all’assistenza. Un sistema implementato nel 1958 come strumento per controllare, condizionare, impedire lo spostamento della popolazione dalle campagne alle città, che lega la possibilità di usufruire di una serie di diritti al luogo di provenienza. Molti dei 300 milioni di lavoratori migranti che vivono nelle aree urbane non hanno accesso alle migliori cure, a una serie di servizi, ad adeguati livelli di istruzione, hanno difficoltà nell’iscrivere i propri figli nelle scuole pubbliche e sono costretti a tornare nella zona di origine o a pagare rette scolastiche per mediocri istituti privati. Si tratta di un sistema ereditato dall’era maoista che amplifica le disuguaglianze dei lavoratori cinesi in base al luogo di provenienza, un sistema oggetto di dibattito perché considerato, da alcuni ambiti politici, intellettuali o accademici, un ostacolo allo sviluppo di un’economia moderna capace di produrre ricchezza per le famiglie proletarie e di stimolare i consumi interni. Le città di medie dimensioni stanno allentando le restrizioni previste dal modello hukou, mentre quelle più grandi, come Pechino o Shanghai, preferiscono mantenerlo per disincentivare un afflusso ulteriore di immigrati. Questo crea una cittadinanza di serie B per decine e decine di milioni di persone che, per far fronte alla carenza di tutele, sono costrette al risparmio precauzionale: invece di spendere, accumulano denaro per far fronte a emergenze sanitarie, a spese scolastiche, a tutele sociali o abitative che le autorità locali non garantiscono. Milioni di lavoratori vivono come ospiti nelle città in cui lavorano, un’intera generazione di giovani, nati e cresciuti nelle metropoli in cui vivono, sono legalmente considerati non residenti perché gli effetti del sistema si tramandano dai genitori ai figli. Molti di loro per sostenere il Gaokao, l’esame di ammissione all’università, devono tornare nella provincia di origine dei genitori dovendo spesso sostenere prove incentrate su testi mai studiati, in luoghi dove non hanno mai vissuto. Anche se sono nati in un ospedale moderno di una grande città, questi giovani non hanno diritto all’assicurazione sanitaria, devono pagare di tasca propria eventuali cure mediche, non hanno accesso alle case popolari o ai sussidi per l’affitto riservati ai residenti ufficiali. È un sistema che divide la classe operaia, con i lavoratori migranti che, avendo un ridotto potere contrattuale, guadagnano meno di un residente urbano e sono costretti ad utilizzare parte del salario per sopperire alla carenza di tutele sociali a cui sono sottoposti. Nelle grandi città spesso l’acquisto di una casa è subordinato alla residenza locale o al pagamento di tasse per molti anni consecutivi, con la conseguenza che i lavoratori provenienti da altre zone rimangono in una condizione di permanente transitorietà, costretti a vivere in dormitori aziendali o in abitazioni degradate. Le lotte del proletariato sono intrinsecamente legate alle storture del sistema hukou che crea una divisione strutturale tra chi possiede diritti urbani e chi ne è escluso. Alcuni scioperi recenti, come quello registratosi nel distretto industriale di Dongguan nell’estate scorsa, non hanno riguardato solo l’aumento del salario, ma il versamento di contributi previdenziali e abitativi. Molti lavoratori non hanno accesso, se non sono ufficialmente residenti, ai sussidi di disoccupazione e, secondo il China Labour Bulletin, gli scioperi stanno tornando a crescere al fine di ottenere i diritti negati, coinvolgendo anche i lavoratori dei servizi, della logistica, e della cosiddetta gig economy che tende a sviluppare un modello occupazionale di lavori temporanei, a chiamata, organizzati su piattaforme digitali per facilitare, attraverso l’utilizzo di algoritmi, l’incontro tra domanda e offerta. La maggior parte degli scioperi è avvenuto nelle regioni costiere, in particolare nel Delta del fiume delle Perle e nel Delta del Fiume Azzurro, le due macroaree economiche più sviluppate della Cina, incentrate rispettivamente sulla provincia del Guangdong e sulla regione che gravita attorno a Shanghai. Si sono verificati 434 scioperi di fabbrica nel 2023, rispetto ai 37 del 2022 e ai 66 del 2021. Tra i 434 casi, circa l’80% si trova nella regione costiera sudorientale, e oltre la metà delle azioni registrate nella produzione sono state causate dalla delocalizzazione o dalla chiusura degli impianti. Nel 2022 la politica di apertura aziendale portata avanti durante la pandemia ha causato la protesta dei lavoratori dello stabilimento Foxconn di Zhengzhou, nella provincia dell’Henan, in quella che è considerata la più grande fabbrica di assemblaggio di iPhone al mondo. Questa lotta ha ritardato il rilascio dei nuovi modelli, inducendo la Apple ad accelerare il suo spostamento della produzione fuori dalla Cina per diversificare la catena di approvvigionamento. Le delocalizzazioni stanno colpendo il proletariato che, secondo la giurisprudenza locale, deve ricevere una sorta di liquidazione che spesso i datori di lavoro non pagano. L’Asian Labour Review (“The Return of Strikes in China”, 4 giugno 2024) riporta che la strategia tipica utilizzata dalla borghesia per evitare di pagare la liquidazione risiede nel proporre ai dipendenti una pianificazione di cinque giorni di lavoro settimanali per otto ore al giorno, un programma che fa riferimento alla storica rivendicazione del movimento operaio internazionale sull’orario di lavoro ma che, nel contesto cinese, assume un significato diverso. I lavoratori spesso ricevono salari molto bassi e devono, per integrare lo stipendio, fare affidamento sugli straordinari al fine di guadagnare il necessario per vivere. L’orario proposto, eliminando gli straordinari, costringe, in alcuni casi, i proletari a licenziarsi per andare a lavorare in altre aziende, esentando così il datore di lavoro dall’obbligo di pagare la liquidazione che non è riconosciuta in caso di dimissioni volontarie. Gli imprenditori, per lo stesso motivo, concedono più giorni liberi per ridurre ulteriormente il salario e indurre i propri dipendenti ad abbandonare l’azienda, alcune fabbriche fanno lavorare gli operai per due o tre giorni alla settimana pagando loro solo il 70 o l’80% del salario minimo, o semplicemente sospendono la produzione e prolungano i giorni di riposo per diversi mesi. Queste strategie permettono di aggirare o ridurre i costi per chiudere gli impianti produttivi e riaprirli in luoghi in cui il rapporto capitale/salario è considerato ancora più conveniente. Le chiusure e le delocalizzazioni hanno spinto il proletariato a proclamare scioperi, ad attuare azioni volte ad impedire il trasferimento dei macchinari industriali, a portare avanti rivendicazioni con l’obiettivo di ottenere una retribuzione adeguata che non dipenda dal lavoro straordinario.
Come in epoca maoista, a discapito del nome del partito di governo, la autorità statali tendono a sostenere le politiche aziendali, il più delle volte con il sostegno compiacente dei sindacati ufficiali, dimostrando una costante natura di classe ostile al proletariato, costretto a sopportare alti livelli di sfruttamento, politiche di duro controllo e repressione. Ogni tentativo di formare collettivi autonomi da parte di gruppi di lavoratori viene punito con l’arresto di operai e attivisti, a dimostrazione della saldatura strutturale tra due epoche lontane cinquant’anni, diverse sotto molti aspetti ma identiche nella loro sostanza di classe e nelle forme di potere che fondano la propria esistenza sulla subordinazione dei salariati alle esigenze dello Stato, della sua crescita economica, della sua stabilità politica.
L’analisi di Peregalli sulla natura del capitalismo di Stato ci aiuta a inquadrare i profondi mutamenti che la Cina, nella sua continuità capitalistica, ha conosciuto in questi decenni, ad analizzare la società partendo dai rapporti di produzione, ad emanciparsi dalle ideologie dominanti per schierarsi coscientemente e convintamente dalla parte del proletariato.
Antonello Giannico
