LOUIS FRAINA E IL MOLOCH CAPITALISTICO AMERICANO


Non si può dire che in Italia sia mancato l’interesse – anche editoriale – per la vivace ed affascinante storia del movimento operaio americano. Numerosi sono gli studi, ma anche le opere letterarie, che ricostruiscono le epiche battaglie, a volte letteralmente combattute armi alla mano, della working class americana a partire almeno dalla seconda metà del XIX secolo. I Molly Maguires, i Knights of Labor, i Martiri di Chicago del 1886, i Wobblies; figure di unionisti rivoluzionari come Big Bill Haywood, Mother Jones e la “Rebel Girl” Elisabeth Gurley Flynn; rappresentanti del socialismo come Eugene Debs o Daniel De Leon; le aspre lotte condotte dal proletariato americano dai primi del Novecento agli anni della Grande Depressione hanno trovato anche in Italia i loro storici, i loro analisti, i loro bardi. Tuttavia, non si può fare a meno di rilevare come all’interno di questo campo di ricerche la specifica storia del movimento comunista statunitense sia stata indubbiamente oggetto di un minore interesse. Se si escludono le traduzioni degli scritti di John Reed, qualche sua biografia, o l’ormai difficilmente reperibile I primi dieci anni del partito comunista americano di James P. Cannon, pochi se non pochissimi sono gli studi che si concentrano sulla fondazione e sui primi passi del Communist Party of America e del Communist Labor Party of America. Ancor meno sono i riferimenti ad una delle figure chiave della formazione nel 1919 del movimento comunista in un Paese che già all’epoca andava profilandosi come un ganglio vitale del capitalismo maturato imperialisticamente: Louis C. Fraina.

Figura perlopiù poco nota anche nell’ambito delle soggettività politiche che fanno riferimento al movimento rivoluzionario – magari incontrata per la prima ed unica volta nella trasposizione cinematografica della biografia di John Reed propostaci dal film Reds del 1981 – per decenni Fraina ha scontato (e continua a scontare), sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo, una sorta di “congiura del silenzio” circa il suo ruolo nella costruzione del Partito Comunista d’America, per certi versi analoga a quella che in Italia (almeno fino a pochi anni fa) ha occultato la funzione di Amadeo Bordiga nella fondazione e nella prima direzione del Pcd’I.

Le motivazioni all’origine di questa censura possono essere in parte ricondotte ad una medesima matrice. Come Bordiga, Fraina fu letteralmente rimosso dalle ricostruzioni storiche del Partito Comunista Americano stalinizzato dei Lovestone, dei Foster e poi dei Browder. Le direttive della controrivoluzione staliniana e del capitalismo di Stato sovietico a cui questi dirigenti dovevano obbedienza non consentivano di rievocare il percorso e l’elaborazione politica coerentemente internazionalista del Fraina degli anni 1917-21. Se il ruolo e gli scritti di una figura non meno caratterizzata per il suo sincero internazionalismo come John Reed non hanno subìto una sorte analoga lo si deve probabilmente al fatto che l’autore dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo era “morto in tempo”, consentendo una sorta di romanticizzazione della sua vita che ne ha esaltato gli aspetti di avventuriero e di letterato bohémien – assai spendibili presso il vasto pubblico in chiave di creazione del mito – a scapito della sua vera e propria militanza rivoluzionaria. Indubbiamente, la figura di Reed era meno ingombrante di quella di Fraina, con la quale fare apertamente i conti avrebbe implicato l’implicito riconoscimento della vitalità e delle potenzialità anche dal punto di vista teorico del movimento rivoluzionario in quegli Stati Uniti, che, se già alla fine del primo conflitto imperialistico mondiale rappresentavano o si avviavano chiaramente a rappresentare il “centro del mondo” capitalistico, erano ancora collocati alla “periferia teorica” del socialismo internazionale.

Il russocentrismo di fondo dello stalinismo non poteva consentire un mutamento anche solo parziale di questa collocazione, il successivo confronto imperialistico tra USA e URSS, all’origine di quell’antiamericanismo radicato e inestirpabile di cui è tutt’ora imbevuta la “sinistra” post-stalinista, non lo consente ancora oggi. Per lo stalinismo negli Stati Uniti, i cui tentativi di “americanizzare il comunismo” – con sempre più repellenti concessioni all’ideologia nazionalistica a stelle e strisce – rispondevano, come tutte le cosiddette “vie nazionali al socialismo”, esclusivamente all’esigenza di rendere “digeribile” al pubblico una forza politica legata ad una potenza straniera in cerca di nuove alleanze e non certo all’esigenza posta sia da De Leon che da Fraina di riconoscere l’universalità del marxismo anche nella specificità capitalistica americana, era dunque più comodo seppellire senza funerali Fraina ed il suo stesso ricordo.

Tuttavia (ed in questo risiede una grande differenza con la vicenda di Amadeo Bordiga), a facilitare tale rimozione hanno indubbiamente contribuito le insistenti voci di slealtà (messe abilmente in circolazione dal Dipartimento di Giustizia americano) che hanno minato la reputazione di rivoluzionario di Fraina, nonché la sua personale parabola politica discendente – sulla quale è difficile negare che possano aver influito quelle stesse voci – conclusasi infine nell’anticomunismo.

Non deve essere stato facile per Fraina – nonostante le piene assoluzioni in più di un processo politico – vedere inesorabilmente insinuarsi tra i compagni di un movimento a cui aveva dato tutto sé stesso, all’interno del partito che aveva contribuito a fondare a 27 anni dopo un decennio di intensa militanza rivoluzionaria, l’ombra del dubbio sulla propria integrità suggerito dal nemico di classe, la taccia di spia del governo. Forte deve essere stata anche l’amarezza nel vedere il suo partito – già prono sotto i colpi della repressione borghese – avvoltolarsi in una lotta di fazioni e in quelle manovre di corridoio che l’Internazionale Comunista dapprima stenta a disciplinare e che in seguito addirittura alimenta nei loro aspetti più deleteri. Tuttavia, non è nostro compito addentrarci in un’analisi psicologica dell’individuo, e forse Fraina fu una personalità debole in una fase storica che, parafrasando Trotsky, «divorava uomini e caratteri» e che «logorava i meno resistenti».

Il suo progressivo distaccarsi dal marxismo, dopo aver comunque manifestato ancora elementi di acutezza teorica ed analitica anche negli anni Trenta – nonostante fosse ormai estraneo alla militanza rivoluzionaria – ci conferma nella convinzione che non sia affatto assodato, come ama ripetere l’ideologia borghese, che nel percorso intellettuale degli individui la riflessione tardiva sia anche la più matura. È spesso anzi vero il contrario. La fragile persona umana è sottoposta a pressioni materiali, ideologiche, psicologiche, alle amarezze, ai rancori, ai timori, alle preoccupazioni cui non sempre è in grado di fare fronte con l’energia fisica e mentale della gioventù. Ciò è tanto più vero per gli appartenenti alle minoranze rivoluzionarie nello specifico contesto del capitalismo americano. Un contesto nel quale la pervasività delle sirene ideologiche e la forza corruttrice della borghesia hanno operato e operano potentemente nel suggerire che il perseguimento della causa comunista non valga la dolorosa e quasi scontata pena di incappare nelle maglie di una scientifica efficienza repressiva, rendendo molto spesso più facile “mollare”, cedere alle allettanti capacità di riassorbimento dell’“American Way of Life”, che persistere in una lotta di lunga lena, circondati dalla prevalente ostilità della stessa classe operaia e senza tangibili risultati immediati.

Ad ogni modo, la scelta di pubblicare per la prima volta in italiano una vasta raccolta di scritti di Louis C. Fraina (a quanto ci consta la più vasta in assoluto) è dettata dalla convinzione, condivisa dal trotskista Cannon, che come marxista, come internazionalista, Fraina abbia dato al movimento rivoluzionario più di quanti danni possa aver fatto da anticomunista; dalla convinzione che, nonostante un’insufficiente fermezza d’animo aggravata dalla mancanza di supporto da parte di un ambiente di partito che fosse in grado di valorizzarne le capacità, Fraina sia stato uno dei migliori rappresentanti dello sviluppo del socialismo teorico negli Stati Uniti – rigenerato dal contatto vivificante della Rivoluzione russa – e che alcune delle sue riflessioni, frutto di un’agile e dialettica capacità di analisi marxista, possiedano ancora grande utilità per una ripresa del movimento rivoluzionario negli Stati Uniti e nel resto del mondo maturato imperialisticamente, per il quale quello americano continua a rappresentare una sorta di canovaccio sociale, politico ed ideologico.

Anche dal punto di vista del raffronto tra le capacità espresse dal militante marxista Fraina e la sua successiva parabola discendente, giunta a disgregare il tessuto umano ed intellettuale che aveva costituito l’essenza di quel profilo di rivoluzionario, emerge in effetti l’importanza di riproporre lo studio di questa esperienza storica e di una riflessione militante, oggi, su di essa. Quel profilo, infatti, si è “composto” e “decomposto” in una specifica realtà capitalistica che non ha cessato, da allora, di costituire un imprescindibile punto di riferimento per le dinamiche del capitalismo su scala globale. La vicenda e l’elaborazione di Fraina hanno preso corpo nella collocazione in quella eccezionale, cruciale quintessenza sociale del capitalismo che gli Stati Uniti hanno mostrato di essere fin dalle loro origini, carattere che comprensibilmente attrasse la puntuale attenzione già di Marx ed Engels. È nel cuore dell’organismo sociale statunitense – quel gigantesco enigma vivente che continua ad interrogare gli ambiti e le energie che si riallacciano al marxismo – che un giovane proletario scaturito dall’immigrazione italiana ha potuto sviluppare una personalità politica capace di affrontare con un saldo approccio marxista – ben superiore a gran parte delle coeve esperienze provenienti dal massimalismo socialista di una realtà come quella italiana, considerata storicamente come un ambiente enormemente più incline a favorire l’acclimatarsi del marxismo – temi di strategica rilevanza quali la funzione del partito rivoluzionario nel quadro del processo di maturazione della lotta di classe in lotta per il potere politico, il significato storico dello stadio imperialistico raggiunto dal capitalismo, la natura sociale del capitalismo di Stato. Ed è in quello stesso contesto americano che un militante, dimostratosi in grado di pervenire a queste altezze, ha conosciuto il proprio inabissarsi in un regresso giunto a ripudiare il meglio del proprio percorso.

Non è possibile non riscontare, anche nel caso di Fraina, la grandiosa entrata in scena e insieme il dramma collettivo di una generazione di militanti rivoluzionari che ha “messo le ali” nello specifico momento storico in cui il primo conflitto imperialistico mondiale poneva sotto terribile tensione l’universo socialista in ogni angolo del pianeta e sollecitava, nelle sue migliori e giovani energie, una drammatica responsabilizzazione, una resa dei conti con il passato e uno scatto in avanti nella formazione. Non è possibile non cogliere, tanto nella intensa vitalità politica del Fraina di quell’epoca quanto nella successiva crisi, i tratti comuni di una leva rivoluzionaria che ha trovato nell’Ottobre bolscevico il perno finalmente concretizzatosi per i propri sforzi di superare le macerie dei partiti e dell’esperienza della Seconda Internazionale, l’orizzonte entro cui dispiegare la propria tensione verso una risposta proletaria agli orrori del capitalismo manifestatisi su scala inedita e fino a quel momento pressoché inconcepibile e che si è dovuta confrontare poi con la crudezza della stabilizzazione capitalistica e con la forma, anch’essa inedita e fino a quel momento inconcepibile, della controrivoluzione stalinista.

Fu certamente sul fronte russo della lotta di classe mondiale che questa leva pagò in maniera più vasta e radicale il prezzo del concludersi della stagione in cui aveva maturato il proprio profilo rivoluzionario, tuttavia non è possibile trascurare la specifica dimensione americana in cui si esaurì l’epoca, certo satura di conflitto e tensioni, in cui, anche per il Fraina militante, era stato possibile respirare a pieni polmoni il clima di crescita, di potenzialità, di una riaffermata coerenza del marxismo come guida per l’azione rivoluzionaria. Essere militante marxista nell’epoca del riflusso delle lotte e delle aspirazioni del primo dopoguerra, nell’epoca della ripresa in forza della capacità repressiva e omologatrice della classe dominante e dell’imposizione dei dogmi stalinisti ha indubbiamente significato misurarsi con elementi comuni nella dimensione globale del capitalismo maturo. Al contempo però essere militante marxista in quest’epoca ha comportato particolari condizioni, determinate avversità a seconda della specifica situazione sociale e nazionale. Evidente è come la condizione della militanza marxista si sia dovuta confrontare in America con una realtà capitalistica ben più solida e forte di quanto potesse essere quella italiana – e anche l’adozione della forma politica fascista lo testimonia, laddove le maggiori e più influenti frazioni borghesi americane hanno potuto garantire il complessivo mantenimento, e sviluppo, del sistema democratico, senza che questo abbia comportato un impedimento, nei rapporti di classe, al ricorso a misure e azioni repressive, anche le più feroci –, con una capacità borghese di garantire un alto livello di “compartecipazione” di ampi settori proletari alle ricadute economiche di una supremazia imperialistica emersa prepotentemente e irresistibilmente con la fine del secondo conflitto mondiale. Condizione, questa, necessaria per rendere l’influenza ideologica della classe dominante statunitense, dell’“americanismo”, un fattore di straordinaria ed elastica pervasività. 

Gli esponenti del marxismo in Italia, la minoranza di indisponibili a sacrificarlo agli interessi ed ai mutevoli dettami dell’imperialismo russo spacciato per socialismo realizzato, i comunisti del ‘21 rimasti ancorati a quella originaria tensione rivoluzionaria, si sono anch’essi, inevitabilmente, trovati a dover lottare per sopravvivere nella tenaglia tra il dichiarato mondo “libero” capitalista e lo stalinismo (ben più presente e incisivo come peso specifico nell’ambiente politico italiano rispetto a quello statunitense). Ma anche il semplice dichiararsi comunista ha finito, e sempre più chiaramente con il secondo dopoguerra, per comportare effetti e ripercussioni molto differenti nelle due realtà. Sempre sotto la spada di Damocle (capace di farsi concreta azione emarginatrice e repressiva) delle superiori forze organizzate che proclamavano il loro, falso, monopolio dell’identità comunista, gli autentici esponenti del comunismo in Italia hanno comunque potuto dare vita ad ambiti, drasticamente minoritari, in cui continuare ad esistere come entità collettiva, in cui concentrare e riprodurre le energie necessarie per affrontare la quotidiana navigazione nel mondo “esterno”, spietatamente ostile. La forza borghese in Italia, nelle sue declinazioni fascista, democratica e stalinista, non aveva potuto infatti aggredire le radici di una storia di classe alla profondità a cui era arrivata la forza borghese negli Stati Uniti, capace non soltanto di sconfiggere un proletariato estremamente combattivo, ma persino di convincerlo (anche in elementi delle sue avanguardie) che avesse avuto torto a battersi. Per decenni, dichiararsi comunista in Italia, all’interno della stessa classe operaia italiana, aveva significato – per chi aveva mantenuto l’esigenza della coerenza tra questo dichiararsi e il marxismo – lanciare una sfida, difficile e pericolosa, al partito egemone del falso comunismo e attendere il momento della condanna da parte dell’inquisizione stalinista-togliattiana, con tutto ciò che questa messa all’indice avrebbe comportato anche nei propri rapporti con gli ambienti, con le organizzazioni sul territorio della classe, con le stesse avanguardie di classe espresse dalla lotta economica e dall’organizzazione sindacale, oppure affrontare la contenitrice e marginalizzante “congiura del silenzio”. Ma non ha mai significato, come in America, essere percepiti nella stessa realtà di massa e generalizzata della classe operaia, come una sorta di alieno, un elemento estraneo, se non infidamente ostile, alla comune e prioritaria appartenenza nazionale. Anche questo è stato il risultato del percorso storico della realtà americana come quintessenza del capitalismo. Una condizione tanto più ostica e scabrosa per la riflessione teorica marxista quanto più convalidava le capacità di depotenziamento dello sviluppo politico comunista e rivoluzionario dello scontro tra lavoro e capitale proprio laddove questo aveva preso forma senza retaggi precapitalistici paragonabili alla situazione europea, in forma “pura”.

Cercare di comprendere la parabola di Louis C. Fraina, misurarsi con la sua esperienza ed elaborazione, significa cercare di aggiungere un importante elemento con cui affrontare la questione del canovaccio americano. Quanto questa realtà paradigmatica del modo di produzione e della società capitalistici sia destinata a rimanere una peculiarità non trasportabile in altre situazioni capitalistiche, prodotte da altre storie e da altri presupposti, e quanto invece, come già è avvenuto su piani e aspetti estremamente importanti, questo modello capitalistico sia anticipatore di processi e trasformazioni destinati ad investire le più varie formazioni sociali capitalistiche sulla scala mondiale. Gli sviluppi in corso nel presente non hanno sminuito l’importanza della questione del canovaccio americano, tutt’altro. Le forme di un populismo imperialista[1] capace di proiettarsi nella competizione globale e nella sfida per contenere il relativo indebolimento della potenza statunitense; capace di ottenere un ampio, tenace consenso anche tra strati proletari per mezzo di un linguaggio politico che fa efficacemente leva su una tradizionale e a suo modo rozzamente “democratica” identificazione tra “élite” sociali e un “intellettualismo” respinto come espressione di supremazia, un linguaggio che nel proporre false e abiette soluzioni mostra tuttavia di prestare ascolto a problematiche sociali ormai del tutto ignorate se non apertamente disprezzate dalla “sinistra” borghese liberal, devono interrogare le minoranze rivoluzionarie. Capire se e quanto la capacità storicamente dimostrata dalla borghesia americana di anestetizzare, riassorbire, rimuovere nel sentire più diffuso e prevalente persino la memoria di grandi e tragiche ondate di lotta di classe – in un processo in cui in assenza di una «continuità alternativa alla continuità del sistema»[2] perdere la battaglia significa anche perderne il ricordo – può tradursi in una, più o meno consapevole, operante “lezione” per la classe dominante in realtà capitalistiche come quella italiana, è un compito che le minoranze rivoluzionarie devono saper affrontare.

È un compito necessario e impegnativo. In questo senso, può essere molto utile riflettere sulla vicenda di un intelligente figlio della classe operaia immigrata nel Nuovo Mondo, del piccolo strillone di giornali divenuto un acuto teorico marxista e andato incontro a tutte le difficoltà, all’isolamento, alle sconfitte, ai regressi di un militante comunista alle prese con la lotta, con la sfida della sopravvivenza (anche e soprattutto politica) nel profondo dei tessuti, e delle pressioni, del Moloch capitalistico americano.

Rostrum

Marcello Ingrao


NOTE

[1] Così differenti, sotto rilevantissimi punti di vista, dagli stessi precedenti storici populisti in terra americana.

[2] A. Portelli, La canzone popolare in America, De Donato, Bari, 1975, p. 148.

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