LA MATURAZIONE IMPERIALISTICA DEL CAPITALISMO E I COMPITI DELL’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO – II

Articolo pubblicato nel n. 120 di Prospettiva Marxista, novembre 2024.
Lo sfruttamento capitalistico e il sovraprofitto imperialista
Un tratto distintivo dell’ideologia terzomondista è il postulato secondo cui la borghesia e il proletariato dei paesi dominati condividerebbero “interessi comuni” nella “lotta contro l’imperialismo”. Questa presunta “identità d’interessi” imporrebbe nei paesi dominati addirittura l’abbandono delle “rigide” e “consunte” categorie di borghesia e proletariato per sostituirle con l’indistinta e “modernissima” categoria: “popolo”. Ma non è tutto. Una delle “argomentazioni” più frequentemente rimasticate – anche in tempi recentissimi – da un terzomondismo che tenta di smerciarsi come “marxismo” «sensibile alle colpe dell’Occidente» è quella che pretende di attribuire sia al proletariato che alla borghesia “occidentali” una comune responsabilità nello “sfruttamento” dei popoli dominati del “Sud del mondo”, lasciando intendere, più o meno esplicitamente, che entrambe le classi ne sarebbero beneficiarie allo stesso titolo.
È persino superfluo sottolineare lo slittamento dalla concezione classista del marxismo ad un’ideologia interclassista che non riesce a cogliere altra contrapposizione se non quella tra nazioni ricche e nazioni povere, popoli oppressi e popoli oppressori, popoli sfruttati e popoli sfruttatori, popoli “proletari” e popoli “borghesi”. La lotta tra classi sociali cede il posto alla lotta tra nazioni e popoli, alla lotta contro un “imperialismo” che, privato dei suoi reali tratti specifici, analiticamente individuabili, assume quelli di una metafisica entità maligna o quelli di una libera scelta del male legata magari a specifici caratteri “nazionali”.
Si tratta di un’ideologia dai connotati tipicamente borghesi, perfettamente funzionale all’imperialismo considerato come categoria reale. Un’ideologia borghese la quale, affermando che sia i capitalisti che gli operai dei paesi ricchi “sfruttano” sia i capitalisti che gli operai dei paesi poveri, dimentica – o finge di dimenticare – che anche nel rapporto tra metropoli avanzate ed aree arretrate lo sfruttatore è sempre il capitalista e mai il lavoratore, e che lo sfruttato è sempre il lavoratore e mai il capitalista. Questo terzomondismo paludato di pseudo-marxismo è in realtà una forma di opportunismo particolarmente repellente che collocando lo “sfruttamento” nel rapporto tra nazioni e popoli deve di fatto negarlo in quello tra le classi sociali, contribuendo in tal modo alla divisione della classe operaia sul piano internazionale, e collocando i proletari della metropoli tra i nemici del proletariato dei paesi dipendenti, alla stessa stregua della borghesia delle potenze dell’imperialismo.
Per chiarezza, in termini marxisti il concetto di sfruttamento ha un significato scientifico ben preciso. Sfruttamento è quello esercitato dai detentori dei mezzi di produzione nei confronti dei lavoratori, sfruttamento è nel rapporto tra capitale e lavoro salariato. È sulla base di questo fondamentale rapporto di sfruttamento che si verifica il trasferimento di plusvalore che avviene nella sfera della circolazione attraverso gli scambi internazionali. Questi scambi, in virtù della tendenza alla perequazione del saggio medio del profitto sul mercato mondiale, consentono alle aree con una maggiore composizione organica del capitale di vendere le proprie merci a prezzi di produzione più alti dei loro valori, drenando in tal modo una parte del plusvalore contenuto nelle merci prodotte nelle aree con una composizione organica del capitale inferiore e vendute a prezzi di produzione generalmente al di sotto del loro valore.
Questo processo di trasferimento di plusvalore da settori e aree caratterizzati da una diversa composizione organica del capitale accompagna sin dalle origini la produzione capitalistica, giovandosi peraltro, laddove esistevano rapporti di dominio diretto, dell’imposizione di oneri tariffari sulle merci prodotte nelle colonie. Tuttavia, è ad un livello avanzato dell’accumulazione nei paesi capitalisticamente maturi che l’afflusso di plusvalore addizionale proveniente dall’estero assume un’importanza vitale per la valorizzazione dell’enorme quantità di capitale accumulato in questi paesi, ed è a questo livello dell’accumulazione – che il marxismo definisce lo stadio imperialista del capitalismo – che si inasprisce la concorrenza economica, politica e militare di tutti i paesi capitalistici sul mercato mondiale, ed è sempre a questo livello dell’accumulazione che il capitale sovraccumulato nei paesi capitalisticamente maturi viene esportato in misura maggiore che in precedenza nei settori e nelle aree a più bassa composizione organica del capitale per estrarre direttamente – ovvero nella sfera della produzione – un plusvalore addizionale.
È fuor di dubbio che le classi dominanti delle metropoli capitalisticamente avanzate, per concedere determinati benefici ad una quota del proletariato metropolitano tanto sul terreno salariale quanto su quello di quei costi della spesa pubblica che entrano nel consumo operaio, possono servirsi, oltre che del plusvalore estorto in casa propria, anche di quello drenato monopolisticamente negli scambi internazionali e in generale di quello estorto nelle aree o nei settori di investimento che presentano un più elevato saggio del profitto. È sulla base di questi sovraprofitti differenziali –non necessariamente assimilabili ai profitti “coloniali” – che nelle metropoli dell’imperialismo ha potuto costituirsi un’aristocrazia operaia più o meno estesa.
La formazione dell’aristocrazia operaia e l’affermarsi nel movimento operaio delle tendenze dell’opportunismo e del socialimperialismo sono fenomeni strettamente interconnessi. Il rapporto tra l’afflusso di sovraprofitti, la formazione dell’aristocrazia operaia e l’emergere delle sue espressioni politiche opportuniste non è però un rapporto meccanico di causa ed effetto. Dal momento, infatti, che il capitale non regala mai nulla al proletariato senza la prospettiva di un adeguato tornaconto – economico, politico, sociale –, il crescere dei sovraprofitti in sé definisce solamente l’ampliarsi dei margini all’interno dei quali il livello dei salari di una parte dei lavoratori può essere modificato.
Se l’impiego di quote di sovraprofitto imperialistico per aumentare più o meno temporaneamente ed in maniera circoscritta i salari può verificarsi in funzione della strumentalizzazione di sezioni della classe operaia ai fini delle strategie capitalistiche e delle lotte interne tra le frazioni borghesi, è pur sempre vero che da un punto di vista generale questo aumento è determinato in ultima istanza dalla lotta tra lavoro e capitale. È infatti soltanto in presenza di determinati rapporti di forza con una controparte sociale con cui è necessario interloquire che la classe dominante si risolve a distogliere parte del sovraprofitto dall’allargamento dell’accumulazione, e tale risoluzione può essere mantenuta anche sull’onda lunga di cicli di lotte da tempo esauriti, almeno fino a quando le organizzazioni economiche e politiche dell’aristocrazia operaia conservano una sufficiente forza inerziale.
Con l’ampliamento dei margini salariali generato dall’afflusso del sovraprofitto imperialistico, si forma e si rafforza l’opportunismo – il quale può manifestarsi in forme politiche che non devono necessariamente richiamarsi alla tradizione politica socialista. L’opportunismo, assumendo la direzione delle lotte economiche del proletariato, mantenendole nel rigido alveo della compatibilità capitalistica ed ottenendo dalla borghesia miglioramenti salariali o altri benefici per una parte più o meno estesa della classe stabilisce e rafforza la propria presa ideologica sulla classe operaia nel suo insieme.
In un contesto sociale di prolungata assenza di lotte operaie, accentuato anche dall’accumulo plurigenerazionale di redditi derivanti dalla corruzione imperialistica determinata dai cicli di lotte precedenti, il proletariato nel suo complesso può vedere erose le proprie condizioni di esistenza dall’inevitabile ripresa dell’offensiva del capitale – ad esempio con un arresto pluridecennale della crescita dei salari a fronte dell’aumento dell’intensità dello sfruttamento e del taglio progressivo di quella parte della spesa pubblica che entra nel suo consumo – senza che questo scateni nell’immediato reazioni in una classe che non ha più alcuna esperienza diretta di lotta e nessuna coscienza organizzata in grado di preservare e trasmettere tale esperienza.
In queste circostanze, la presa ideologica e politica di un opportunismo che abbia abbandonato persino la parvenza di una difesa degli interessi della classe operaia può allentarsi per interi decenni; anche se può rapidamente tornare a farsi valere – in proporzione diretta alla sua utilità per la classe dominante – allorché i margini delle disponibilità capitalistiche si restringono e l’offensiva capitalistica si fa talmente brutale da costringere il proletariato a riprendere la lotta in forme spontanee, violente e incontrollate.
Ad ogni modo, da un punto di vista scientifico, il tasso di sfruttamento dell’operaio non è determinato dal suo livello di vita e di consumi bensì dalla quantità di plusvalore estortagli nel consumo capitalistico della sua forza lavoro. Dal momento che nelle metropoli avanzate il grado di intensità e la produttività del lavoro è maggiore, non soltanto il proletariato delle metropoli non sfrutta quello delle aree arretrate, ma al contrario condivide con esso la condizione di sfruttato ed anzi, in proporzione, è persino più sfruttato di quello delle aree arretrate.
Quello che l’opportunismo terzomondista ha premura di nascondere è che, se il nemico di classe del proletariato è oggettivamente lo stesso in tutto il mondo, esistono anche le basi oggettive per la solidarietà di classe tra il proletariato delle aree arretrate e quello delle metropoli, per quanto il concreto manifestarsi di questa solidarietà possa essere offuscato da temporanee condizioni di privilegio e dalla conseguente subordinazione ideologica del proletariato alla classe dominante.
I comunisti internazionalisti possiedono la consapevolezza che il capitalismo non può mantenere indefinitamente inalterati i margini del sovraprofitto imperialistico, e che dunque non può nemmeno garantire ad una parte del proletariato dei paesi avanzati i livelli di relativo benessere raggiunti. L’inevitabile crisi della formazione economico-sociale capitalistica taglierà nella carne viva della classe operaia intaccando tutti i suoi strati, partendo da quelli più “esterni” fino ad arrivare al cuore della stessa aristocrazia operaia, ed è contro tutte le espressioni politiche di questo strato, che mantiene una sua forza ideologica inerziale anche quando le sue basi materiali sono venute meno da tempo, che i rivoluzionari devono condurre la propria battaglia politica, a partire da subito.
Lontano dall’essere “eurocentrico” – come asserito da più di un truffatore pseudo-marxista – il marxismo è un prodotto dello sviluppo del capitalismo e della lotta tra quelle classi che lo definiscono in quanto modo di produzione. Il marxismo è la teoria della classe operaia ed appartiene alla classe ad ogni latitudine e longitudine in cui questa si sviluppi. Se storicamente il movimento operaio è sorto in Europa o in un più generico “Occidente” ciò non ha minimamente a che fare con la “centralità” di un qualsivoglia punto cardinale. Il centro della lotta rivoluzionaria del proletariato è determinato dalla divisione internazionale del lavoro e, così come il polo magnetico terrestre migra, seguendo il campo gravitazionale, il centro della lotta di classe si sposta con le modificazioni del “campo magnetico” industriale. È per questo che – malgrado i reiterati e penosi tentativi dell’opportunismo terzomondista di squalificarlo come “occidentalista” – il marxismo è, da sempre, patrimonio del proletariato mondiale.
Imperialismo e decolonizzazione
Nell’ambito della forma di controllo politico diretto dei territori d’oltremare denominata colonialismo – che rappresentava in parte un’eredità precapitalistica – si confrontavano e si scontravano all’interno delle metropoli molteplici interessi delle frazioni della classe dominante. Il contrasto fra questi interessi, nel processo di maturazione imperialistica del capitalismo, avrebbe fatto saltare, pur tra mille contraddizioni, la sempre più obsoleta forma coloniale.
Furono gli stessi Marx ed Engels ad individuare, oltre allo sviluppo di una borghesia autoctona nelle colonie, le dinamiche di relativa conflittualità tra i diversi settori della borghesia delle potenze coloniali della metà del XIX secolo. Dinamiche le quali, nella gestione dell’amministrazione coloniale, videro, in una prima fase, il settore industriale della produzione di beni di consumo contrapporsi economicamente e politicamente ai proprietari di terreni agricoli, a quelli di miniere e alla burocrazia civile e militare.
Come scrive Marx, fino agli ultimi decenni del XVIII secolo
… l’industria cotoniera occupava un ottavo della popolazione dell’Inghilterra e contribuiva per un dodicesimo al reddito nazionale complessivo. Per i cotonieri britannici, dopo ogni crisi commerciale, gli scambi con l’India acquistavano importanza sempre maggiore, e il subcontinente indiano divenne il loro mercato più redditizio: nella stessa misura in cui le filature e le tessiture cotoniere diventavano un interesse di vita o di morte per l’intera struttura sociale britannica, l’India assumeva per l’industria cotoniera inglese il carattere di una questione vitale. Fin da allora, gli interessi della plutocrazia britannica, che aveva fatto dell’India la sua grande proprietà terriera, dell’oligarchia, che l’aveva conquistata coi suoi eserciti, e della millocracy, che l’aveva inondata dei suoi manufatti erano proceduti paralleli. Ma, quanto più gli interessi industriali dipendevano dal mercato indiano, tanto più, dopo aver rovinato l’industria locale, essi sentirono il bisogno di suscitare in India nuove forze produttive. Non si può continuare a invadere un Paese coi propri manufatti, se non lo si mette in condizioni di fornire, in cambio, dei prodotti. Gli industriali si resero conto che il loro commercio, invece di svilupparsi declinava. […] Inoltre, essi si avvidero che ogni tentativo di investire capitali laggiù si scontrava nelle resistenze e nei cavilli delle autorità locali. Così l’India divenne il campo di battaglia nel duello fra gli interessi industriali da un lato, e quelli della plutocrazia e dell’oligarchia dall’altro.[1]
Un duello che sarebbe stato vinto da quella che Marx chiamava industriocrazia, ad esempio dotando l’India di una rete ferroviaria il cui uso commerciale e la cui manutenzione non avrebbero potuto far altro che sviluppare l’industria indiana, un duello che in seguito avrebbe visto come sfidanti i diversi settori dell’industriocrazia stessa.
A ben vedere, quella esaminata da Marx e da Engels è la stessa dinamica, egualmente originata dal procedere dell’accumulazione capitalistica, che, in una fase successiva, ha visto il settore industriale della produzione di mezzi di produzione contrapporsi in una certa misura agli altri, promuovendo oggettivamente quei processi di decolonizzazione dai quali gli stessi settori dominanti del capitalismo imperialista avrebbero tratto il maggior beneficio.
Con lo sviluppo dell’industria nelle aree arretrate, in effetti, cresce anche il loro potere d’acquisto, la domanda di merci e soprattutto di capitali. Non è un caso se in generale l’interscambio tra le potenze dell’imperialismo ed i paesi ex-coloniali sia andato crescendo in proporzione allo sviluppo industriale di questi ultimi. Se ad un precedente stadio dello sviluppo capitalistico l’industria dei beni di consumo della metropoli può risultare danneggiata dalla concorrenza dello stesso settore dell’industria coloniale – la quale ai suoi inizi si configura con una bassa composizione organica del capitale – l’industria dei mezzi di produzione, invece, non potrà che trovare in quello stesso settore un’ampia prospettiva di investimento. Se, dunque, i settori danneggiati dall’industrializzazione coloniale tenderanno ad esercitare tutte le pressioni politiche di cui sono in grado nel tentativo di preservare quel potere diretto che consente loro di frenare lo sviluppo economico delle colonie, al contrario la grande industria delle metropoli non potrà essere sostanzialmente ostile ad una borghesia dei paesi coloniali intenzionata a liberarsi degli ostacoli politici che ne frenano l’ulteriore sviluppo e che limitano dunque l’esportazione di capitali dalle metropoli stesse.
La maturazione imperialistica del capitalismo si è manifestata in una dinamica processuale che ha visto la disomogeneità degli interessi borghesi incarnarsi nella contrapposizione interna tra frazioni di una stessa borghesia e in quella esterna tra potenze capitalistiche ad un diverso livello di sviluppo, tra potenze con un’eredità coloniale e potenze relativamente “libere” da questo tipo di “lascito”; frazioni e potenze tendenti a promuovere nuove forme di relazione con le aree del mercato mondiale in via di sviluppo. Ne risulta non soltanto che il concetto di imperialismo non è assimilabile a quello di colonialismo ma altresì che identificare l’imperialismo con la formula – trita ma ancora glamour – del “neocolonialismo” è lo stesso che definire l’età adulta una “nuova” forma di infanzia.
Da un punto di vista materialistico non è concepibile considerare lo sviluppo dei rapporti sociali capitalistici nelle varie aree del mondo in maniera unilineare, come se il contesto storico della formazione della borghesia in Europa e le tempistiche che hanno scandito il mutare del suo ruolo sociale costituissero un sovrastorico percorso a tappe obbligato, oppure come se il mondo fosse suddiviso in compartimenti stagni, senza che i tempi dello sviluppo in determinate aree esercitino la loro influenza sullo sviluppo di tutte le altre.
Se la penetrazione del capitalismo nei paesi dominati non poté non procedere inesorabilmente nella distruzione di precedenti forme di produzione, fornendo così l’impulso per la formazione di una classe borghese autoctona sulla base dei nuovi rapporti introdotti, al tempo stesso le esigenze economiche del capitalismo delle metropoli potevano condurre in taluni casi all’inglobamento di alcune vecchie forme di produzione integrandole nel mercato mondiale. È così che certe forme di lavoro semiservile in precedenza a prevalente carattere domestico e localizzato poterono essere sussunte dal dominio coloniale; ed è così che ad esempio si è assistito persino alla riesumazione di uno schiavismo in forme nuove, di uno schiavismo capitalistico necessario alla produzione intensiva di materie prime per alimentare l’industria delle metropoli. D’altro canto, anche le esigenze di controllo politico della borghesia colonialista suggerivano la preservazione strumentale di determinati privilegi dei vecchi ceti dominanti autoctoni, imponendo in una certa misura la conservazione delle basi materiali di questi privilegi. Il processo di formazione della borghesia locale, i cui elementi spesso provenivano dai vecchi ceti ed erano a questi legati, non poteva che risultarne ibrido e contraddittorio, indebolendo la borghesia delle aree arretrate nel rapporto con la borghesia delle metropoli e ipotecando seriamente le sue capacità di condurre una lotta conseguente per le riforme indispensabili ad un pieno sviluppo capitalistico[2].
Lo sviluppo capitalistico però, nell’ineguaglianza dei suoi ritmi a livello mondiale, non poteva arrestarsi nelle metropoli in attesa che la borghesia delle aree arretrate maturasse quella forza che aveva permesso alla borghesia europea di compiere il suo “1649” o il suo “1789” contro i residui di precedenti forme di produzione e le loro espressioni sovrastrutturali. La recente formazione della borghesia delle aree arretrate era avvenuta per impulso della borghesia europea in un contesto mondiale fortemente condizionato dalle esigenze di un capitalismo europeo sviluppato. La maturazione imperialistica del capitalismo e la definitiva perdita di qualsiasi ruolo rivoluzionario da parte della borghesia delle metropoli non potevano non condizionare ulteriormente la natura e il ruolo delle classi sociali che avevano lentamente iniziato a formarsi nelle aree colonizzate dal capitalismo in ascesa.
La più intensa ed estesa esportazione di capitali e la rapida formazione di enormi concentrazioni industriali nelle colonie e nelle semicolonie dovevano necessariamente accelerare il processo di differenziazione e contrapposizione sociale tra la borghesia e la classe operaia. Non sarebbero più potuti passare secoli tra l’inizio della formulazione delle rivendicazioni borghesi nella lotta contro i residui sociali e politici di forme di produzione arretrate e l’emergere delle autonome rivendicazioni del moderno proletariato. Nel momento in cui la borghesia delle aree arretrate giungeva a porsi dei compiti relativamente rivoluzionari, si trovava già a dover fronteggiare la propria nemesi storica: un proletariato concentrato e combattivo che poteva peraltro – grazie allo sviluppo delle vie di comunicazione mondiali delle merci, delle persone e delle idee – beneficiare dell’elaborazione teorica e dell’esperienza politica pluridecennale del movimento operaio nelle aree di capitalismo maturo.
Ma c’è di più. Dal momento che il proletariato si costituisce in quanto tale in rapporto al capitale, a prescindere dalla provenienza geografica di quest’ultimo, le peculiarità della formazione della borghesia nelle aree arretrate, unite alla consistente presenza di imprese capitalistiche nei settori economici più importanti gestite direttamente dalla borghesia delle metropoli, hanno condotto in alcuni casi all’apparente paradosso di un proletariato autoctono socialmente più forte rispetto alla borghesia nazionale.
NOTE
[1] K. Marx, La Compagnia delle Indie Orientali. Storia e risultati, 11 luglio 1853, in K. Marx – F. Engels, India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano 2008, pp. 82-83.
[2] «I rapporti della borghesia locale con elementi feudal-reazionari permettono agli imperialisti un continuo sfruttamento dell’anarchia feudale, delle rivalità fra i vari capi, i diversi casati, le dinastie, uno sfruttamento dell’antagonismo tra villaggio e città, delle lotte di classe e delle sette nazionalistico-religiose che perseguono la disorganizzazione del movimento popolare (vedi la Cina, la Persia, il Kurdistan, la Mesopotamia)». Tesi del IV Congresso [dell’Internazionale comunista] sulla questione orientale, novembre 1922, in La Terza Internazionale. Storia documentaria, Editori Riuniti, Roma, 1974, vol. 1, tomo II, p. 792.
