IL «MALE MINORE» DI LENIN

PER IL «LETTORE PERSPICACE» – «Genesi e struttura» della tattica leniniana del disfattismo rivoluzionarioI

Dalla postfazione al testo di Roman Rosdolsky – STUDI SULLA TATTICA RIVOLUZIONARIA, Movimento Reale, Roma, giugno 2025, pubblicata anche in opuscolo.


Oh, come sei sveglio, lettore perspicace: non appena ti si dice qualcosa, tu subito osservi: «Ho capito», e resti affascinato dalla tua sagacia. Sono pieno di ammirazione per te, lettore perspicace.

N. G. Černyševskij, Che fare?, 1863

Una bussola – ho imparato quando facevo rilevamenti topografici – ti indica il Nord dal punto in cui ti trovi, ma non può avvertirti delle paludi, dei deserti e degli abissi che incontrerai lungo il cammino. Se nel perseguire la tua destinazione ti spingi oltre, noncurante degli ostacoli, e affondi in una palude, a che serve sapere dov’è il Nord?

T. Kushner e S. Spielberg, Lincoln, 2012

Il conflitto in corso da ormai più di tre anni in territorio ucraino ha riportato in primo piano presso esigue minoranze il dibattito sulla strategia e sulla tattica rivoluzionarie nel corso di una guerra imperialista.

Nei ristretti ambienti politici che si richiamano all’internazionalismo comunista o libertario (perlomeno tra quei settori che non sono scivolati ancora una volta sul piano inclinato dell’interventismo “rivoluzionario”) si torna a parlare di “disfattismo rivoluzionario”, troppo spesso in termini approssimativi, semplicistici, massimalisti.

È decisamente opportuno cercare di introdurre nel dibattito alcuni elementi di chiarificazione del pieno e reale significato di questa parola d’ordine.

L’urgenza della chiarezza si impone soprattutto in previsione delle conflagrazioni di ben altra estensione e profondità che le intime contraddizioni dell’imperialismo rendono ormai sempre più prossime; e in considerazione della necessità di affilare e rendere disponibili alle minoranze rivoluzionarie internazionaliste gli strumenti per affrontare i presumibili tentativi di riproposizione della tesi opportunista che relega alla condizione di puro “mito” il disfattismo rivoluzionario propugnato da Lenin nel corso del primo conflitto interimperialistico mondiale.

Pur essendo indubbiamente oggetto di una sorta di mitizzazione, soprattutto da parte di coloro che vorrebbero imbalsamarlo in un principio ed in uno schema dall’applicazione meccanica, il disfattismo rivoluzionario, storicamente inteso, non può in alcun modo essere derubricato a “mito”.

In passato una parte del mondo trotskista ha tentato di mettere in discussione la validità del disfattismo rivoluzionario di Lenin, definendolo un «pantano» portatore di «confusione» nelle file del movimento rivoluzionario, o, addirittura, «un classico esempio di involucro settario costruito attorno ad un nucleo teorico opportunistico (in questo caso, socialpatriottico)» esasperando l’iniziale polemica di Trotsky contro una presunta «metodologia simmetrica a quella del socialpatriottismo» che, seppure in maniera rovesciata, avrebbe “fatto dipendere le sorti del movimento rivoluzionario dagli esiti della guerra borghese”[1].

Esiste indiscutibilmente una tendenza sempre operante nel trotskismo a ritenere che la possibilità della convergenza tra Trotsky e Lenin nel corso del 1917 – e che portò all’adesione del piccolo gruppo di Trotsky alla frazione bolscevica – sia stata determinata esclusivamente da un presunto abbandono delle proprie precedenti posizioni da parte di Lenin, e che ciò avrebbe avuto luogo sia per quel che riguarda la teoria della rivoluzione permanente – importante tematica che non sarà affrontata in questa sede – quanto in merito alla tattica rivoluzionaria nei confronti della guerra imperialista. Non è possibile sottacere quanto lo stesso Trotsky abbia in certa misura incoraggiato tale interpretazione, verosimilmente condizionato da considerazioni che esulano dal terreno propriamente politico e che potrebbero indirizzare verso quello sdrucciolevole delle caratteristiche psicologiche individuali (nel quale non è nostra intenzione inoltrarci). Ciò non toglie che in tutta una serie di epigoni, maggiormente interessati alla costruzione del culto dell’infallibilità del “maestro” che alla comprensione della dinamica dell’elaborazione leniniana – non scevra di criticità ma assai meno banale di quanto la sobrietà espositiva lascerebbe supporre in chi non riesce a coglierne la profondità di contenuto –, tale interpretazione abbia raggiunto nei decenni le punte parossistiche della forzatura ideologica, interessata alla copertura di pretenziosi tatticismi politici più o meno opportunisti.

Per rimanere in tema di forzature, possiamo citare un testo del 1953 di Hal Draper nel quale l’autore sostiene che, al marzo del 1915, Lenin avrebbe “creato” non meno di «quattro formule del “disfattismo”»

… nel tentativo di affrontare le contraddizioni irrisolvibili senza risolverle. Prima di procedere, riassumiamole:

1) La posizione speciale della Russia: la sconfitta della Russia da parte della Germania è il “male minore”.

2) L’affermazione oggettiva che “la sconfitta facilita la rivoluzione”.

3) Lo slogan: auguratevi la sconfitta in ogni paese.

4) Non fermarsi davanti al rischio di una sconfitta.

Queste sono quattro idee politiche diverse tra loro. Solo tre di esse sono significative per il movimento internazionale. Solo due di esse implicano un desiderio di sconfitta (1 e 3). Solo una di esse può essere effettivamente proposta sotto forma di “slogan” (3).

Qual è l’essenza della posizione di Lenin, anche supponendo che tutte abbiano un significato coerente? La verità è che […] Lenin gioca con tutte e quattro a seconda dell’obiettivo polemico e della convenienza.[2]

La formulazione leniniana della parola d’ordine del disfattismo rivoluzionario (ricordiamo che si tratta di una definizione desunta dall’insieme degli scritti di Lenin e che in essi non appare mai in questi precisi termini) si è delineata attraverso le successive approssimazioni di una riflessione dispiegatasi tra il manifestarsi della maturazione imperialistica del capitalismo e il primo epocale deflagrare della sua massima contraddizione: la guerra mondiale.

Le presunte “incongruenze” dell’elaborazione del teorico rivoluzionario russo rappresentano a nostro avviso i passaggi via via più nitidi di un processo di comprensione legato inestricabilmente alla necessità di stabilire chiare ed inequivocabili direttive di ordine politico in un momento cruciale della storia del movimento operaio internazionale. Nulla è più estraneo alla concezione materialistica della politica dell’illusione prettamente e piattamente idealistica secondo cui un corpus teorico o una elaborazione tattica debbano e possano venire alla luce d’un tratto e con perfetta compiutezza, negando il carattere processuale della conoscenza, che pure, innegabilmente, contiene in sé l’interruzione della gradualità e i “salti” di continuità. Chi non è in grado di concepire dialetticamente l’essere come divenire e tende ad identificarlo con il permanere deve necessariamente confondere l’approssimazione teorica con l’errore e l’errore con il venir meno della validità di un intero impianto teorico.

***

Una delle argomentazioni dei teorizzatori dell’erroneità della parola d’ordine del disfattismo rivoluzionario è quella secondo cui l’accentuazione da parte di Lenin del carattere reazionario della Russia zarista e la sua definizione della sconfitta russa come il «male minore» qualunque fosse stato l’esito del conflitto mondiale avrebbe fornito argomenti di tipo “assolutorio” alla politica di «union sacrée» perpetrata dalla socialdemocrazia tedesca, che giustificava la propria adesione alla guerra del suo governo borghese e il tradimento dell’internazionalismo precisamente con la necessità di abbattere il «gendarme d’Europa» zarista.

A circa un mese dallo scoppio della guerra Lenin scrive:

Dal punto di vista della classe operaia e delle masse lavoratrici di tutti i popoli della Russia, il male minore sarebbe la sconfitta della monarchia zarista e del suo esercito, che opprimono la Polonia, l’Ucraina e una serie di altri popoli della Russia e che rinfocolano l’odio nazionale per rafforzare il giogo dei grandi russi sulle altre nazionalità e per consolidare il governo barbaro e reazionario della monarchia zarista.[3]

Un’accentuazione del carattere reazionario della Russia zarista nel confronto con le altre potenze belligeranti è qui evidente.

Per Lenin esisteva indubbiamente una specificità degli obiettivi della socialdemocrazia rivoluzionaria nei differenti quadri nazionali.

Nella concezione leniniana la rivoluzione nell’arretrata Russia doveva ancora assolvere a compiti democratico-borghesi – ancorché sotto la direzione politica del proletariato. Dunque nel 1914 Lenin non poteva fare a meno di rilevare che, ponendosi dal punto di vista degli specifici compiti rivoluzionari del proletariato e dei contadini russi e considerando complessivamente la guerra mondiale un “male” che il miserevole fallimento della Seconda Internazionale non aveva potuto impedire né saputo contrastare, il “male maggiore” sarebbe stato senz’altro una vittoria bellica che avrebbe rafforzato il regime autocratico di un paese semifeudale che continuava a svolgere un ruolo di “gendarme” reazionario, non solamente in Russia nei confronti del movimento operaio ma anche in Asia nei confronti dello sviluppo borghese. Da questo punto di vista, il “male minore” nel “male” della guerra sarebbe stato la sconfitta dello zarismo.

È tuttavia essenziale comprendere correttamente in quali termini Lenin concepisse la “sconfitta” e la “disfatta” nel corso della guerra. Inevitabilmente, il suo più immediato riferimento era l’esperienza della guerra russo-giapponese del 1904-1905, in cui le sconfitte militari della Russia non avevano portato ad una occupazione completa del suo territorio o ad un intervento diretto della potenza vincitrice nella ridefinizione delle istituzioni statuali della potenza sconfitta. In questo senso, la dinamica stessa della guerra di posizione, che sempre più si delineava dopo le prime settimane del conflitto mondiale, non alterava il quadro della riflessione leniniana. Anche in questa guerra, la “sconfitta” russa doveva per Lenin manifestarsi in una serie di sconfitte, non totali ma convenzionali, sufficienti a indebolire lo Stato nei confronti degli attacchi della classe operaia diretta dalla socialdemocrazia rivoluzionaria, come nel 1905.

Nel 1914, la guerra europea della Russia zarista non aveva più le stesse caratteristiche degli interventi repressivi nei confronti dei movimenti rivoluzionari europei del XIX secolo, non era più una guerra reazionaria esclusivamente dal lato russo. Il capitalismo mondiale era nel frattempo maturato al suo stadio supremo e i principali Stati europei belligeranti erano ormai potenze dell’imperialismo. La vecchia reazione semifeudale russa era trascinata dalla rete mondiale delle relazioni imperialistiche in una guerra mondiale tra potenze che rappresentavano la nuova reazione imperialistica.

Fin dall’inizio era chiaro per Lenin che una vittoria totale degli Stati belligeranti nemici, o anche una vittoria convenzionale che non avesse prodotto ripercussioni rivoluzionarie, non avrebbe potuto rappresentare il “male minore” per le masse lavoratrici russe, e non soltanto perché questi Stati rappresentavano la reazione imperialista – che comunque egli definiva in sé preferibile alla barbara e semifeudale reazione russa[4] – ma proprio perché, in quanto potenze dell’imperialismo, anche in caso di vittoria, piuttosto che scalzare l’autocrazia semifeudale russa avrebbero fatto di tutto per garantirne la sopravvivenza:

…gli junker prussiani, con Guglielmo alla testa, e la grande borghesia tedesca hanno sempre seguito una politica di difesa della monarchia zarista e non mancheranno, qualunque sia l’esito della guerra, di fare ogni sforzo per sostenerla.[5] [grassetti redazionali]

Già a metà settembre del 1914 Lenin chiarisce che, dal momento che la guerra è reazionaria per tutti gli Stati belligeranti, tutte le masse lavoratrici di questi Stati devono considerare come “nemico principale” il proprio governo borghese:

Poiché la borghesia e gli imperialisti sono dappertutto, l’infame preparazione del macello è dappertutto: se lo zarismo russo (il più reazionario di tutti) è particolarmente infame e barbaro, nondimeno l’imperialismo tedesco è monarchico: ha scopi dinastico-feudali, una borghesia rozza, meno libera che in Francia. I socialdemocratici russi hanno detto con ragione che per loro il male minore sarebbe la disfatta dello zarismo, che il loro nemico diretto è lo sciovinismo grande russo, ma i socialisti (non opportunisti) di ogni paese dovevano vedere il loro nemico principale nel «proprio» («patrio») sciovinismo. [grassetti redazionali].[6]

Se i russi avevano ragione nel considerare la sconfitta russa un “male minore” «per loro», ciò non implicava che la sconfitta russa dovesse rappresentare un “male minore” anche per gli altri, legittimando un’adesione alla guerra della propria borghesia[7]. Nel “male” della guerra imperialista, reazionaria su tutti i fronti, i «socialisti di ogni paese» – e non soltanto quelli russi, avrebbero avuto «ragione» di considerare un “male maggiore” la vittoria della propria «patria» e altresì un “male minore” la disfatta della propria borghesia, del «nemico principale» di ciascuno di loro.

Il concetto di “male minore” avrebbe potuto rappresentare un avallo del sostegno fornito dalla socialdemocrazia tedesca ed austriaca alla propria borghesia in guerra soltanto se lo zarismo non avesse, per così dire, perduto l’esclusiva di elemento reazionario nel contesto politico europeo (insieme alla monarchia austro-ungarica), pur continuando ad esserlo sui generis.

Nel corso delle settimane Lenin chiarisce sempre di più come la specificità degli obiettivi russi dovesse necessariamente subire una riconfigurazione nel contesto inedito, più ampio ed uniformante di quella che aveva immediatamente denunciato come una guerra imperialistica mondiale, e sfociare, come vedremo, nella convergenza strategica e tattica della politica delle minoranze rivoluzionarie nei diversi paesi belligeranti.

Lenin esplicita che, in Russia

… data la grande arretratezza di questo paese, che non ha ancora portato a termine la sua rivoluzione borghese, i compiti dei socialdemocratici devono, come prima, consistere nelle tre condizioni fondamentali di una trasformazione democratica conseguente: la repubblica democratica (con piena eguaglianza di diritti e autodecisione di tutte le nazioni), la confisca delle terre dei grandi proprietari e la giornata lavorativa di otto ore.

Ma la guerra attuale «ha messo a servizio dei fini reazionari dello zarismo l’oro delle borghesie inglese, francese e russa» e può, «sotto certe condizioni [ad esempio in caso di vittoria o di sconfitta imperialista totale], rinviare la fine dello zarismo» aiutandolo «nella lotta contro tutta la democrazia russa». A ciò si deve aggiungere «la condotta dei capi della socialdemocrazia tedesca e austriaca che la stampa sciovinista russa non cessa di presentarci come esempio», una condotta che, predicando il presunto “principio socialista” della “difesa della patria” (borghese), e nella misura in cui venga assunta dalla socialdemocrazia russa, «può rendere più difficile la lotta rivoluzionaria della classe operaia russa contro lo zarismo».

Nel frattempo, «in tutti i paesi più progrediti», ovvero, nello specifico, in Europa centro-occidentale

… la guerra rende attuale la parola d’ordine della rivoluzione socialista, la quale diviene tanto più urgente quanto più il peso della guerra grava sulle spalle del proletariato e quanto più attiva sarà necessariamente la funzione del proletariato nella ricostruzione dell’Europa, dopo gli orrori della moderna barbarie «patriottica», nel quadro dei giganteschi progressi tecnici del grande capitale». [grassetti redazionali]

Nonostante la diversa natura degli obiettivi rivoluzionari dei paesi occidentali e della Russia

Il compito della socialdemocrazia di ogni paese dev’essere prima di tutto la lotta contro lo sciovinismo nel proprio paese. […]

Nella situazione attuale non si può stabilire, dal punto di vista del proletariato internazionale, la disfatta di quale dei due gruppi di nazioni belligeranti sarebbe di minor danno per il socialismo. Ma per noi socialdemocratici russi non vi può esser dubbio che, dal punto di vista della classe operaia e delle masse lavoratrici di tutti i popoli della Russia, il minor male sarebbe la sconfitta della monarchia zarista, del più barbaro e reazionario dei governi, del governo che opprime il maggior numero di nazioni e la massa più grande della popolazione in Europa e in Asia.[8] [grassetti redazionali]

Pur tenendo conto dei diversi livelli di sviluppo economico e politico delle singole potenze in conflitto (la barbara Russia, la monarchica Germania, la repubblica borghese di Francia, ecc.) – peraltro sovrastimando forse il ruolo degli “interessi dinastici” delle potenze monarchiche nel conflitto – Lenin evidenziava nondimeno il ruolo della dinamica imperialistica complessiva e delle reti di alleanze imperialistiche nella tendenza ad uniformare la specifica natura reazionaria dei singoli paesi belligeranti.

Prendendo parte al conflitto imperialista, finanziata e armata da potenze dell’imperialismo, e in accordo con queste ultime sulla futura definizione della spartizione imperialista postbellica, la guerra della Russia, nonostante si trattasse di un paese arretrato, che non aveva ancora portato a termine una rivoluzione democratico-borghese, non poteva in alcun modo avere una natura “progressiva”, “difensiva” o di “liberazione”[9].

Nel vortice della guerra, la semifeudale barbarie russa si intersecava dunque con la moderna barbarie imperialistica. Nonostante per le masse lavoratrici russe e per le popolazioni oppresse dell’Asia la sconfitta della Russia continuasse come in passato a costituire il “minor male”, nella misura in cui dal punto di vista del proletariato internazionale non era possibile stabilire la sconfitta di quale blocco imperialistico rappresentasse il «minor danno» per il socialismo – si trattasse dell’Intesa (di cui faceva parte la Russia) o degli Imperi Centrali –, «il compito della socialdemocrazia di ogni paese» diventava «prima di tutto la lotta contro lo sciovinismo nel proprio paese». Anche se la Russia era reazionaria in modo particolare e una sua sconfitta convenzionale che avesse condotto alla caduta dello zarismo sarebbe stata comunque un “male minore”, essa faceva nondimeno parte integrante della rete di alleanze costituita dal blocco imperialistico dell’Intesa, e dal momento che la sconfitta dell’Intesa non avrebbe avuto per il socialismo un significato diverso da quello della sconfitta della Triplice (poi Quadruplice) Alleanza, i compiti immediati del proletariato dei paesi belligeranti di entrambi i blocchi imperialistici erano gli stessi, il punto di vista che il proletariato internazionale veniva ad assumere era lo stesso.

Considerando però che dal punto di vista rivoluzionario la disfatta nella guerra imperialista non poteva e non doveva coincidere con una vittoria totale della potenza nemica o del blocco nemico, non era più sufficiente esprimersi esclusivamente in termini di “male minore” russo. Si imponeva la necessità di una strategia unitaria e delimitante per il movimento operaio rivoluzionario internazionale. A tale scopo si prestava la consegna del Manifesto sulla guerra approvato al Congresso Internazionale di Basilea del 1912, che indicava di «sfruttare la “crisi economica e politica” che deriva dalla guerra per affrettare l’eliminazione del dominio di classe capitalistico». Riaffermandola, Lenin si incaricò di precisare ulteriormente la consegna del Manifesto di Basilea; occorreva stabilire come si inserisse la rivoluzione russa nel quadro strategico della rivoluzione socialista in Europa; occorreva stabilire quali condizioni concrete e quale tattica internazionale avrebbero reso più agevole ottemperarvi; occorreva distanziarsi inequivocabilmente dai difensori della patria “socialisti” di tutti gli Stati belligeranti:

La trasformazione dell’attuale guerra imperialista in guerra civile è la sola giusta parola d’ordine proletaria additata dall’esperienza della Comune, formulata dalla risoluzione di Basilea (1912) e sgorgante da tutte le condizioni della guerra imperialista tra paesi borghesi altamente sviluppati. Per quanto grandi possano sembrare in questo o quel momento le difficoltà di questa trasformazione, i socialisti non rinunceranno mai, dal momento in cui la guerra è divenuta un fatto, a compiere in questo senso un lavoro di preparazione sistematico, perseverante e continuo.[10] [grassetti redazionali]

Contro i sofismi dei socialsciovinisti, ansiosi di rievocare le valutazioni di Marx ed Engels sugli esiti preferibili delle precedenti guerre borghesi per giustificare la propria preferenza per determinati esiti dell’attuale guerra imperialista, Lenin chiarì che, nell’epoca dell’ascesa borghese in Europa

… non era la borghesia occidentale a sostenere con le sue finanze determinate altre potenze, ma al contrario queste potenze erano effettivamente il «male principale» […] nella nostra epoca non un’unica potenza tra queste altre è, o può essere, il «male principale».[11]

È chiaro qui il riferimento alla Russia e ai suoi legami finanziari con la Francia e l’Inghilterra. Qualche mese dopo Lenin ricorda che i fondatori del socialismo scientifico si sono «limitati a stabilire la vittoria di quale borghesia sarebbe stata meno dannosa (o più utile) per il proletariato mondiale» in un’epoca in cui la borghesia aveva ancora un ruolo progressivo da svolgere e in cui «non c’era ancora neppure da parlare di un movimento generale del proletariato contro i governi e la borghesia di tutti i paesi belligeranti»[12]. L’esito di ogni guerra borghese doveva essere valutato, per Marx ed Engels, dal punto di vista dello sviluppo storico e degli interessi generali della classe operaia internazionale, fintantoché quest’ultima non fosse stata storicamente in grado di dotarsi di una autonoma ed unitaria strategia di classe, di diventare una «potenza indipendente» in grado di «imporre la pace e di dichiarare guerra a coloro che vogliono imporsi a essa»[13]. A quel punto, senza ignorare le specificità e l’importanza relativa dei singoli quadri nazionali e le differenze esistenti nei gradi di maturità politica dei rispettivi movimenti operai[14], l’unico esito decisivo per il proletariato internazionale sarebbe stato quello della guerra di classe.

Per Lenin, sia la rivoluzione democratica russa diretta dal proletariato socialista, che la rivoluzione socialista nell’Europa progredita, dovevano necessariamente passare per la trasformazione della guerra in guerra civile. Nell’ambito di questa comune strategia, la disfatta del proprio Stato in guerra non poteva più essere concepita come una precondizione riguardante esclusivamente la Russia – come poteva ancora avvenire prima della guerra imperialista mondiale – ma doveva assurgere a comune tattica internazionale.

Nel marzo 1915 Lenin delinea con maggiore nettezza questa tattica:

La guerra civile, alla quale fa appello la socialdemocrazia rivoluzionaria nel presente periodo, è la lotta del proletariato, con le armi in pugno, contro la borghesia per la espropriazione della classe dei capitalisti nei paesi capitalistici più progrediti, per la rivoluzione democratica in Russia (repubblica democratica, giornata lavorativa di otto ore, confisca delle terre dei grandi proprietari), per la repubblica nei paesi monarchici arretrati in generale, ecc. […]

In ogni paese la lotta contro il governo che conduce la guerra imperialista non deve arrestarsi dinanzi alla possibilità della sconfitta del proprio paese, come risultato di questa agitazione rivoluzionaria. La sconfitta dell’esercito di un governo determina un indebolimento di quest’ultimo, aiuta la liberazione dei popoli da esso asserviti e facilita la guerra civile contro le classi dirigenti.

Questa situazione è particolarmente vera per quanto concerne la Russia. La vittoria della Russia determinerebbe un rafforzamento della reazione mondiale, un inasprimento della reazione nell’interno del paese e sarebbe seguita dal completo asservimento dei popoli nei territori già occupati. Perciò una sconfitta della Russia costituirebbe in ogni condizione il minor male.[15] [grassetti redazionali]

Se la rivoluzione democratica in Russia non era strettamente vincolata allo scoppio della rivoluzione socialista in Europa – nel senso che la prima poteva eventualmente svilupparsi indipendentemente dalla seconda (come era avvenuto nel 1905) – mentre poteva innescare quest’ultima o quantomeno incoraggiarla, nel 1914-15 il comune contesto della guerra imperialista mondiale imponeva una tattica condivisa, che, se applicata in Europa, avrebbe potuto far scoppiare la rivoluzione socialista e di conseguenza favorire la rivoluzione democratica russa, mentre, se applicata in Russia, poteva scatenare la rivoluzione antizarista, diretta dalla socialdemocrazia rivoluzionaria, che poteva a sua volta innescare o incoraggiare la rivoluzione in Europa. Ad ogni modo, nella valutazione di Lenin, quand’anche malauguratamente la rivoluzione socialista europea non fosse scoppiata e qualunque fosse stato il blocco imperialista vincitore, la particolare sconfitta convenzionale russa sarebbe stata comunque auspicabile. Ipotizzando che fosse risultato vittorioso il blocco dell’Intesa, di cui faceva parte, anche la sola sconfitta della Russia avrebbe quantomeno consentito la rivoluzione democratica, mentre una vittoria russa avrebbe in ogni caso consolidato la barbarie semifeudale in Russia e in Asia sommandola a quella imperialista. Questo era per Lenin il senso del “minor male” «in ogni condizione»[16].

Con la guerra imperialistica mondiale i compiti delle due rivoluzioni, russa ed europea, democratica e socialista, si intrecciavano inestricabilmente.

Nel settembre 1915, di fronte ai primi segni di cedimento dello zarismo in seguito alle sconfitte militari della Russia, Lenin ebbe modo di riscontrare le prime conferme della sua impostazione:

…questa volta [rispetto alla guerra russo-giapponese del 1904-1905] la guerra ha abbracciato tutta l’Europa, tutti i paesi avanzati nei quali esiste un potente movimento socialista di massa. La guerra imperialista ha legato la crisi rivoluzionaria in Russia, che si sviluppa sul terreno della rivoluzione borghese democratica, con la crisi della rivoluzione proletaria socialista che si sviluppa nell’Occidente. Questo legame è così diretto, che una soluzione separata dei [compiti] rivoluzionari in questo o quel paese è impossibile. […] e i rivoluzionari internazionalisti proletari […] vogliono la rivoluzione in Russia nell’interesse della rivoluzione nell’Occidente e contemporaneamente ad essa.[17]

La necessità di una tattica condivisa era rafforzata anche dalla presenza nella Russia arretrata di un socialsciovinismo di genere particolare, di un interventismo democratico, apparentemente rivoluzionario, che univa l’esigenza di modernizzare la Russia – anche per mezzo di un rivolgimento più o meno violento – con quella di vincere la guerra contro la Germania. Esattamente il genere di socialsciovinismo che, assunto il potere in seguito alla Rivoluzione di Febbraio del 1917 e alla caduta dello zarismo, tenterà di attribuire un carattere borghese moderno alla continuazione russa della guerra imperialista. Per i rivoluzionari internazionalisti, al contrario, il rivolgimento democratico in Russia era concepito nell’ottica dell’innesco e dell’agevolazione della rivoluzione proletaria socialista in Europa:

La rivoluzione democratica borghese in Russia oggi non è più soltanto il prologo, ma una parte integrante della rivoluzione socialista in Occidente.

Condurre fino in fondo la rivoluzione borghese in Russia per attizzare la rivoluzione proletaria in Occidente: così si poneva il compito del proletariato nel 1905. Nel 1915 la seconda parte di questo compito è divenuta talmente urgente che essa si pone all’ordine del giorno contemporaneamente con la prima parte. Sulla base dei nuovi rapporti internazionali, più alti, più sviluppati, più aggrovigliati tra loro, è sorta in Russia una nuova divisione politica. È la nuova divisione tra i rivoluzionari sciovinisti, che vogliono la rivoluzione allo scopo di riportare la vittoria sulla Germania, e i rivoluzionari internazionalisti proletari, che vogliono la rivoluzione in Russia nell’interesse della rivoluzione nell’Occidente e contemporaneamente ad essa.[18]

Continua…


NOTE

[1] Cfr, Hal Draper, The Myth of Lenin’s “Revolutionary Defeatism”, http://www.marxists.org/archive/draper/1953. Saggio apparso tra il 1953 e il 1954 presso la New International, rivista teorica della shachtmaniana Independent Socialist League statunitense.

[2] H. Draper, Op. cit.

[3] Lenin, I compiti della socialdemocrazia rivoluzionaria nella guerra europea, 6 settembre 1914, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 11.

[4] In una lettera a Šljapnikov del 17 ottobre 1914 Lenin afferma che «Lo zarismo è cento volte peggio del kaiserismo».

[5] Lenin, I compiti della socialdemocrazia rivoluzionaria nella guerra europea, 6 settembre 1914, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 11.

[6] Lenin, La guerra europea e il socialismo internazionale, metà settembre 1914, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 15.

[7] «Riconoscere l’utilità della sconfitta della Russia senza accusare apertamente di tradimento i socialdemocratici tedeschi e austriaci, vuol dire in realtà aiutarli a giustificarsi, a cavarsela, a ingannare gli operai». Lenin, I Südekum russi, 1° febbraio 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 109.

[8] Lenin, La guerra e la socialdemocrazia russa, 11 ottobre 1914, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, pp. 21-25.

[9] Pur nel differente contesto, e tenendo conto delle specificità dell’arretratezza della Russia zarista, quella di Lenin è una applicazione del metodo marxista validissima anche in riferimento alle problematiche odierne riguardanti le residue e perennemente risorgenti “questioni nazionali”, che molti sedicenti “internazionalisti” rifiutano di inquadrare nel quadro complessivo dell’imperialismo mondiale.

[10] Lenin, La guerra e la socialdemocrazia russa, 11 ottobre 1914, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 25.

[11] Lenin, Sotto la bandiera altrui, febbraio 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 126.

[12] Cfr. Lenin, I sofismi dei socialsciovinisti, 1° maggio 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 165.

[13] K. Marx, Indirizzo all’Unione nazionale del lavoro degli Stati Uniti, 1869, In La Prima Internazionale. Storia documentaria, Editori Riuniti, Roma, 1978, vol. I, p. 346.

[14] Sempre, nell’epoca delle guerre imperialiste, l’insistenza sul “diritto di fare calcoli” sulle eventualità di vittoria o sconfitta della potenza imperialistica “più forte”, e la suggestione di una valutazione “oggettiva” di presuntivi esiti “auspicabili” di tali guerre per il movimento operaio internazionale, è fonte di confusione e di ambiguità, ed è facilmente soggetta alla strumentalizzazione socialimperialista. Arzigogolare su quale sia il “concentramento n. 1” e augurarne la sconfitta diventa un gioco sterile, se non pericoloso. Sterile perché, se la potenza militare è fondamentalmente determinata dalla forza economica, ben difficilmente il “concentramento n.1” potrà essere sconfitto, a meno che la forza economica e militare degli avversari non sia arrivata ad essere equivalente, paragonabile o addirittura superiore, nel qual caso, la potenza “più forte” sarebbe quindi un’altra; pericoloso perché, se, guarda caso, il “concentramento n. 1” coincide con l’avversario della propria potenza imperialistica, la convergenza oggettiva con gli interessi del “nemico in casa nostra” è appena dietro l’angolo. Indubbiamente i marxisti possono fare valutazioni realistiche sui possibili esiti delle guerre imperialiste, ma senza dimenticare che ogni esito è negativo e positivo per un aspetto o per un altro, e che ogni esito implica uno specifico compito da assolvere sulla base di una consegna generale. In caso contrario il rischio è quello di limitarsi ad auspicare un improbabile esito favorevole che risolva automaticamente ogni problema del movimento rivoluzionario e giustificare la propria inazione con l’inevitabile sfumare di questo “auspicio”.

[15] Lenin, La conferenza delle sezioni estere del POSDR, 4 marzo 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, pp. 143 e 146.

[16] A tal proposito, ancora nel novembre 1916 – a dimostrazione della continuità della sua riflessione – Lenin scrive: «Qualunque sia l’esito della guerra attuale, avrà ragione solo chi sostiene che l’unico modo socialista per uscire dalla guerra può consistere nella guerra civile del proletariato per il socialismo. Avranno ragione i socialdemocratici russi i quali dicono che la sconfitta dello zarismo, la sua completa disfatta militare, è «comunque» il minor male. La storia infatti non segna il passo, ma continua ad andare avanti anche nel corso di questa guerra: e, se il proletariato europeo non può avanzare oggi verso il socialismo, se non può scuotersi di dosso il giogo dei socialsciovinisti e dei kautskiani durante la prima guerra imperialistica, l’Europa orientale e l’Asia potranno avanzare con passi da gigante verso la democrazia solo nel caso della completa disfatta militare dello zarismo, che perderà così ogni possibilità di realizzare una politica imperialistica di tipo semifeudale». [grassetti redazionali]. Lenin, Sulla pace separata, 6 novembre 1916, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 23, pp. 129-130.

[17] Lenin, La sconfitta della Russia e la crisi rivoluzionaria, settembre 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, pp. 347-348.

[18] Ibidem, p. 348.

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