IL SENSO PRATICO DELLA TATTICA DEL DISFATTISMO RIVOLUZIONARIO

PER IL «LETTORE PERSPICACE» – «Genesi e struttura» della tattica leniniana del disfattismo rivoluzionarioV

Dalla postfazione al testo di Roman Rosdolsky – STUDI SULLA TATTICA RIVOLUZIONARIA, Movimento Reale, Roma, giugno 2025, pubblicata anche in opuscolo.


Come doveva articolarsi concretamente la lotta rivoluzionaria contro la guerra imperialista e in particolare la tattica del disfattismo rivoluzionario – che in molti hanno considerato priva di senso pratico se non “contraddittoria” o che hanno frainteso (e continuano a fraintendere) riducendola ad una prassi semianarchica?[*]

Nei suoi interventi nel corso degli anni del conflitto Lenin ebbe progressivamente modo di esplicitarlo con sempre maggiore precisione, anche e soprattutto sulla base degli insegnamenti che le prime forme di lotta del proletariato mobilitato e nelle retrovie mettevano a sua disposizione:

Il problema della rapidità, delle vie e delle forme speciali con cui il proletariato dei diversi paesi è in grado di compiere il passaggio alle azioni rivoluzionarie, non è stato e non poteva essere posto alla conferenza. Mancano ancora i dati di questo problema. Per il momento è nostro compito propagandare tutti insieme la tattica giusta; gli avvenimenti indicheranno poi il ritmo del movimento e le variazioni (nazionali, locali, professionali) del corso comune.[1]

Nella concezione leniniana della combinazione di lavoro legale e illegale del partito rivoluzionarioè implicito che se una parte del corpo militante doveva incaricarsi della propaganda rivoluzionaria tra le masse al fronte e nelle retrovie, altri militanti, verosimilmente noti alle autorità in quanto impegnati nella direzione politica della battaglia internazionalista, dovevano proseguire nell’attività di analisi degli avvenimenti, di elaborazione della propaganda e di organizzazione della sua diffusione legale ed illegale.

È in questo senso che Lenin scrive a Karl Radek:

Non vi consiglio di fare il soldato. È assurdo aiutare il nemico. Renderete un servizio agli Scheidemann. Piuttosto emigrate. È molto meglio. Abbiamo un grandissimo bisogno di quadri di sinistra.[2]

I militanti pubblicamente riconosciuti presso le grandi masse come rappresentanti della lotta proletaria contro la guerra imperialista, dovevano assumersi, attraverso gesti e prese di posizione ufficiali a cui doveva essere data la massima visibilità, l’onere di diventare un simbolo vivente di questa lotta, dal momento che, considerata la loro notorietà, non avrebbero avuto alcuna possibilità di condurre un lavoro organizzativo clandestino tra le truppe.

Per Lenin l’incarico di condurre scopertamente la lotta contro la guerra, con tutti i rischi annessi, doveva spettare ad esempio a quei rivoluzionari che fossero stati eletti alla tribuna parlamentare:

«Cittadini del Belgio! Il nostro paese è stato colpito da una grande sciagura, causata dalla borghesia di tutti i paesi, Belgio compreso. Non volete abbattere questa borghesia, non avete fiducia in un appello ai socialisti della Germania? Noi siamo in minoranza; io mi sottometto a voi e vado in guerra, ma anche in guerra predicherò, preparerò la guerra civile dei proletari di tutti i paesi, perché al di fuori di essa non c’è salvezza per i contadini e gli operai del Belgio e degli altri paesi!». Per un discorso simile un deputato del Belgio, della Francia, ecc. sarebbe finito in prigione, e non su una poltrona ministeriale, ma sarebbe stato un socialista, e non un traditore, ed oggi nelle trincee i soldati-operai francesi e tedeschi parlerebbero di lui come del loro capo, e non come di un traditore della causa operaia.[3] [grassetti redazionali]

L’onere di rimanere socialisti esemplari – come spiega Lenin rievocando il comportamento dei deputati della frazione bolscevica alla Duma, arrestati e processati per “tradimento” dallo zarismo nel 1914 – doveva proseguire anche sul banco degli accusati:

I nostri compagni dovevano rifiutarsi di deporre sulla questione dell’organizzazione illegale e, comprendendo l’importanza storica mondiale del momento, dovevano servirsi dell’occasione offerta dal processo a porte aperte per esporre chiaramente le opinioni socialdemocratiche, contrarie non solo allo zarismo in generale, ma anche al socialsciovinismo di ogni sfumatura. […] il processo ha presentato un quadro ancora mai visto nel socialismo internazionale, dell’utilizzazione del parlamentarismo da parte della socialdemocrazia rivoluzionaria. L’esempio di questa utilizzazione agirà meglio di qualsiasi discorso sulla mente e sul cuore delle masse proletarie, confuterà in modo più convincente di qualsiasi argomento le tesi degli opportunisti legalitari e dei parolai dell’anarchismo. […] Gli operai impareranno ad eleggere alla Duma solo uomini come i membri del gruppo operaio socialdemocratico russo, perché compiano tra le masse lo stesso lavoro, ancora più vasto e nello stesso tempo ancora più clandestino. […] Le parole citate nell’atto d’accusa: «Bisogna rivolgere le armi non contro i nostri fratelli, gli schiavi salariati degli altri paesi, ma contro i governi e i partiti reazionari e borghesi di tutti i paesi», queste parole, grazie al processo, diffonderanno ed hanno già diffuso in Russia l’appello all’internazionalismo proletario, alla rivoluzione proletaria. La parola d’ordine di classe dell’avanguardia degli operai russi è ora giunta, grazie al processo, fino alle più larghe masse.[4]

Conclude Lenin:

Se non v’era altro segnale per suscitare nelle masse operaie tedesche e francesi lo spirito rivoluzionario e l’idea della necessità di preparare azioni rivoluzionarie, l’arresto di un deputato per un discorso coraggioso avrebbe avuto l’utile ufficio di grido d’allarme per unire nell’azione rivoluzionaria i proletari dei diversi paesi.[5] [grassetti redazionali]

Dal punto di vista del lavoro illegale, alcuni punti fermi erano già chiari a pochi mesi dall’inizio delle operazioni militari:

Appoggio, sviluppo, estensione, acutizzazione delle azioni rivoluzionarie di massa e del movimento rivoluzionario. Creazione di un’organizzazione illegale per la propaganda e l’agitazione in questa direzione, per aiutare le masse a prender coscienza del movimento e dei suoi compiti, dei suoi mezzi e dei suoi scopi. A questi due punti si riduce inevitabilmente ogni programma pratico di azione della socialdemocrazia durante questa guerra. Tutto il resto non sono che chiacchiere opportuniste, controrivoluzionarie, di qualunque travestimento di sinistra, pseudo-marxista, pacifista esse si adornino. […]

A Berlino il 30 ottobre 1915, alcune centinaia di donne hanno manifestato davanti al Parteivorstand e hanno dichiarato per mezzo di una loro delegazione: «Diffondere opuscoli e volantini illegali e fare riunioni non autorizzate sarebbe più facile adesso che esiste un grande apparato organizzativo che non al tempo della legge eccezionale contro i socialisti. Non c’è mancanza di denaro né di mezzi, quello che manca, evidentemente, è la volontà».[6] [grassetti redazionali]

Occorre «spiegare» alle masse «la necessità della rivoluzione» per ottenere la pace; appoggiare, aiutare e sviluppare la

lotta rivoluzionaria delle masse che incomincia ovunque (fermento, proteste, fraternizzazione nelle trincee, scioperi, dimostrazioni, lettere dal fronte alle famiglie – per esempio, in Francia – perché non sottoscrivano al prestito di guerra, ecc. ecc.).

È dovere dei socialisti appoggiare, estendere e approfondire ogni movimento popolare che tenda a por fine alla guerra. Ma in realtà, questo dovere è compiuto soltanto dai socialisti come Liebknecht, che, dalla tribuna parlamentare, invitano i soldati a deporre le armi [nel senso della fraternizzazione, non della diserzione – n.d.r.], predicano la rivoluzione, la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile per il socialismo.

Come parola d’ordine positiva, che trascini le masse alla lotta rivoluzionaria e spieghi la necessità delle misure rivoluzionarie per rendere possibile una pace «democratica», bisogna dare la parola d’ordine del rifiuto di pagare i debiti statali.

Non è sufficiente che il manifesto di Zimmerwald accenni alla rivoluzione dicendo che gli operai devono fare dei sacrifici per la propria causa e non per la causa altrui. È necessario additare alle masse la loro via con chiarezza e precisione. Bisogna che le masse sappiano dove debbono andare e a qual fine. Durante la guerra, le azioni rivoluzionarie di massa, in caso di successo, possono soltanto portare alla trasformazione della guerra imperialista in guerra civile per il socialismo. Ciò è evidente, e nasconderlo alle masse è dannoso. Al contrario, questo scopo dev’essere indicato chiaramente, per quanto possa sembrare difficile raggiungerlo quando ci si trova soltanto al principio della strada. Non basta dire, come nel manifesto di Zimmerwald, che «i capitalisti mentono parlando della difesa della patria» nella guerra attuale, e che gli operai, nella lotta rivoluzionaria, non debbono tener conto dello stato di guerra del proprio paese; bisogna dire chiaramente ciò che è qui soltanto accennato, e cioè che non soltanto i capitalisti, ma anche i socialsciovinisti e i kautskiani mentono quando permettono che si adoperi il concetto di difesa della patria nell’attuale guerra imperialista; che durante la guerra le azioni rivoluzionarie non sono possibili senza che si minacci la sconfitta del «proprio» governo e che ogni sconfitta del governo nella guerra reazionaria agevola la rivoluzione, che, sola, è in grado di portare ad una pace duratura e democratica. Infine, è necessario dire alle masse che se non creano esse stesse delle organizzazioni illegali e una stampa libera dalla censura militare, cioè illegale, non è concepibile un serio appoggio alla lotta rivoluzionaria che comincia, non è possibile lo sviluppo di questa lotta, la critica dei suoi singoli passi, la correzione dei suoi errori, la sua estensione e il suo inasprimento sistematico.[7] [grassetti redazionali]

Entrando ancor più nel dettaglio, qualche mese dopo Lenin ritiene sia necessario

Estendere e intensificare il lavoro socialdemocratico nell’esercito prima che i giovani vengano reclutati e durante il servizio militare. Costituire gruppi socialdemocratici in tutte le unità dell’esercito. Spiegare che l’impiego delle armi è storicamente inevitabile e legittimo, dal punto di vista del socialismo, nell’unica guerra legittima, cioè nella guerra del proletariato contro la borghesia per l’emancipazione della umanità dalla schiavitù salariata. Far propaganda contro gli attentati isolati al fine di collegare la lotta della parte rivoluzionaria dell’esercito al largo movimento del proletariato e degli sfruttati in generale. Intensificare la propaganda di quel paragrafo della risoluzione di Olten che raccomanda ai soldati la disobbedienza quando l’esercito viene impiegato contro gli scioperanti e che sottolinea la necessità di non limitarsi alla disobbedienza passiva.[8] [grassetti redazionali]

E nel gennaio 1917 ribadisce che

Essere con Liebknecht significa: 1) attaccare il nemico principale nel proprio paese; 2) smascherare i socialpatrioti del proprio paese (e, col vostro permesso, compagno Grimm, non solo quelli stranieri!), combatterli e (col vostro permesso, compagno Grimm!) non unirsi a loro contro i radicali della sinistra; 3) criticare e denunciare apertamente le debolezze non solo dei socialpatrioti, ma anche dei socialpacifisti e dei «centristi» del proprio paese; 4) servirsi della tribuna parlamentare per incitare il proletariato alla lotta rivoluzionaria, per indurlo a rivolgere le armi contro la propria borghesia; 5) diffondere pubblicazioni illegali e organizzare riunioni clandestine; 6) organizzare manifestazioni proletarie come quella di piazza Potsdam a Berlino, dove è stato arrestato Liebknecht; 7) chiamare allo sciopero gli operai dell’industria di guerra, come ha fatto, con i suoi appelli clandestini, il gruppo «Internazionale»; 8) dimostrare apertamente la necessità di «rinnovare» a fondo gli attuali partiti, che si limitano ad un’attività riformistica, e agire secondo l’esempio di Liebknecht; 9) respingere categoricamente la difesa della patria nella guerra imperialistica; 10) battersi su tutta la linea contro il riformismo e l’opportunismo in seno alla socialdemocrazia; 11) intervenire con altrettanta intransigenza contro i dirigenti sindacali, che in tutti i paesi, e specialmente in Germania, in Inghilterra e in Svizzera, costituiscono l’avanguardia del socialpatriottismo e dell’opportunismo, ecc.[9]

Sulla scorta dell’insieme dei suoi scritti sull’argomento, è dunque possibile sintetizzare quelli che per Lenin costituiscono i punti del «programma pratico di azione della socialdemocrazia contro la guerra»:

1. Appoggiare, sviluppare, approfondire, estendere e acutizzare ogni movimento popolare, ogni azione rivoluzionaria di massa e del movimento rivoluzionario che tenda a por fine alla guerra, ad esempio: proteste, fraternizzazioni nelle trincee, scioperi, dimostrazioni, lettere dal fronte alle famiglie perché non sottoscrivano il prestito di guerra, ecc.

2. Utilizzare se possibile la tribuna parlamentare per a) denunciare la natura imperialista della guerra; b) rifiutare di votare i crediti di guerra; c) indicare il nemico principale in casa propria e d) proclamare la necessità della trasformazione della guerra in guerra civile. Svolgere la medesima attività nei tribunali borghesi in caso di arresto e processo.

3. Creare nelle retrovie un’organizzazione illegale per la propaganda e l’agitazione per a) diffondere opuscoli e volantini illegali; b) pianificare riunioni, assemblee e manifestazioni non autorizzate; c) chiamare allo sciopero anche i lavoratori dell’industria bellica; d) estendere e intensificare il lavoro socialdemocratico nell’esercito prima che i giovani vengano reclutati e durante il servizio militare nelle caserme.

4. Costituire gruppi socialdemocratici in tutte le unità dell’esercito, ovvero formare cellule rivoluzionarie negli eserciti belligeranti per a) organizzare le fraternizzazioni al fronte; b) fare propaganda contro gli attentati e gli ammutinamenti isolati – al fine di collegare la lotta della parte rivoluzionaria dell’esercito al largo movimento del proletariato e degli sfruttati in generale; c) intensificare la propaganda che raccomanda ai soldati la disobbedienza quando l’esercito viene impiegato contro gli scioperanti e di non limitarsi alla disobbedienza passiva.

Continua…


NOTE

[*] Noterella supplementare a cura degli editori del sito per i “lettori perspicaci” che dovessero lamentare la quantità di “citazioni” presenti in questa serie di articoli: trattandosi di una ricostruzione dell’elaborazione politica di Lenin su un tema specifico, difficile sarebbe ricostruire il suo pensiero e contrapporlo a critiche infondate senza farlo parlare “in prima persona”. Più facile è attribuire a sbandamenti pseudoradicali la qualifica di “disfattismo rivoluzionario” evitando accuratamente non tanto di “citare” quanto anche soltanto di leggere le fonti originarie – liberamente criticabili – dei concetti che si presume di interpretare. Che l’argomento non abbia attualmente un interesse “di massa” deve essere evidentemente cosa più chiara a noi che a chi ritiene utile diffondere “poche idee” (spesso confuse) alle “masse”, potendo contare però su un uditorio di non più “teste” di quelle a cui è possibile accedere con il nostro lavoro in questa fase. Che poi le “citazioni” presentate per ricostruire un quindicennio di lotte politiche di Lenin siano state “decontestualizzate” e che il loro contenuto non fornisca insegnamenti metodologici per l’oggi è questione che va dimostrata, non solamente asserita. Indubbiamente la cosa richiede impegno e serietà, e ci rendiamo perfettamente conto che questo “scoglio” è quello che chiude regolarmente – e anticipatamente – per abbandono qualsiasi discussione con gli eterni profeti del “qui ed ora” i quali, oltre alle esortazioni a mettere da parte l'”attendista” lavoro di formazione teorica di cui non sentono il minimo bisogno perchè nulla ritengono di dover apprendere, in decenni di giochi di ruolo non hanno costruito nulla qui e ieri, nulla qui ed ora, se non il piedistallo virtuale dei propri ego ipertrofici.

[1] Lenin, I marxisti rivoluzionari alla Conferenza internazionale socialista del 5-8 settembre 1915, 11 ottobre 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 360.

[2] Lenin, A Karl Radek, prima del 4 agosto 1915, Opere, vol. 36, Lotta comunista, Milano, 2002, p. 239. È probabilmente il consiglio che una direzione rivoluzionaria del PSI all’altezza dei compiti del momento avrebbe dovuto dare a Francesco Misiano, invece di consentire che un militante internazionalista già noto alle autorità per la sua attività contro la guerra rispondesse alla chiamata alle armi, ponendosi in una situazione insostenibile da cui poté sottrarsi solo disertando.

[3] Ibidem.

[4] Lenin, Che cosa ha dimostrato il processo contro il gruppo parlamentare operaio socialdemocratico russo?, 29 marzo 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, pp. 152-155.

[5] Lenin, Il fallimento della II Internazionale, maggio-giugno 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 230.

[6] Lenin, L’opportunismo e il fallimento della II Internazionale, fine 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 412.

[7] Lenin, Proposta del Comitato Centrale del POSDR alla II Conferenza Socialista, 22 aprile 1916, Vol. 22, pp. 177-178.

[8] Lenin, I compiti degli zimmerwaldiani di sinistra nel partito socialdemocratico svizzero, novembre 1916, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 23, p. 141.

[9] Lenin, Palude immaginaria o reale?, gennaio 1917, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 23, p. 281.

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